In tutto il mondo, il caso del voto per l'indipendenza in Catalogna e del rifiuto di Madrid di riconoscerne la validità è stato oggetto di una narrazione mediatica molto distante dal reale svolgersi dei fatti. In questo articolo cerchiamo di spiegare perché...



di Jacopo Castellini


       In questi ultimi mesi, uno degli argomenti che le cronache dei giornali hanno maggiormente trattato è stato il tentativo della Catalogna, storica regione nord-orientale della Spagna, di dichiararsi una repubblica indipendente, per mezzo di una consultazione referendaria che si è tenuta il 1° ottobre 2017. La consultazione, come molti ormai sapranno, è stata voluta dal solo governo della Comunità Autonoma catalana (l'equivalente dell'ente regionale in Italia), nonostante il parere contrario della Corte Costituzionale spagnuola, che l'aveva dichiarata illegale, e del governo di Madrid. La legge 'regionale' che ha predisposto il referendum prevedeva che il Parlamento autonomo catalano proclamasse l'indipendenza in seguito all'eventuale esito favorevole del voto: un atto unilaterale, simile a quello compiuto dal Kosovo, che nel 2008 fu il primo territorio in Europa a distaccarsi dalla madrepatria (in questo caso la Serbia) senza reciproco consenso tra le due parti, ottenendo però il riconoscimento della propria statualità da parte di ben 115 governi nel mondo.

       Quella del Kosovo è tuttora una situazione di stallo perché, pur avendo delle proprie istituzioni di autogoverno e godendo dell'appoggio militare della NATO, la regione è considerata dal governo di Belgrado ancora parte della Serbia. Sullo sfondo di tale secessione, inoltre, vi è il graduale stanziamento in terra kosovara di popolazione allogena proveniente dalla vicina Albania, che, inizialmente minoranza, nel corso degli ultimi secoli è cresciuta fino a costituire oggi oltre il 90% della popolazione del Kosovo, soverchiando numericamente gli originari abitanti serbi, spinti dal progressivo mutamento etnico interno alla regione e dagli scontri sempre più persistenti con l'etnia albanese ad allontanarsi dalla loro terra. È soprattutto questa sua peculiare composizione etnica che ha portato il Kosovo a richiedere per molto tempo particolari condizioni di autonomia all'interno dell'ex Repubblica Socialista Federale di Yugoslavia, ottenendo da Belgrado lo status di 'regione autonoma' della Serbia (al pari della settentrionale Vojvodina), ma non di repubblica federata come lo erano invece Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Croazia e Slovenia, che insieme componevano la Federazione. 
       Oggi, per i serbi che ancora abitano in Kosovo, riconoscersi nelle istituzioni del nuovo stato significherebbe separarsi dalla madrepatria, assecondando il distacco di una regione che nei secoli scorsi avrebbe dato un contributo essenziale allo sviluppo della cultura serba; per la maggioranza albanese, l'indipendenza sarebbe invece un legittimo diritto, che aprirebbe la strada ad una possibile unificazione con l'Albania. A queste tensioni etniche se ne aggiungono altre, di carattere religioso: i serbi sono cristiano-ortodossi, con un proprio storico Patriarcato che ha sede a Belgrado, gli albanesi sono in maggioranza di fede islamica. Una situazione simile a quella della Bosnia-Erzegovina, nata dalla secessione dalla Yugoslavia dopo una sanguinosa guerra, che ad oggi vede tre diverse etnie (bosniaci, serbi e croati) e tre diverse fedi religiose (cristianesimo ortodosso, cattolicesimo ed islam) impegnate nel tentativo di convivere pacificamente in unico stato. 

       Il lettore si starà forse chiedendo il motivo di questa digressione: ebbene, strada facendo, potrà trovare validi indizi per scoprirlo. Infatti, sebbene nessuno che aspiri all'autodeterminazione della propria comunità di appartenenza possa desiderare, almeno consapevolmente, la guerra e la distruzione, le piccole nazioni e gli stati nati dallo smembramento della Yugoslavia sembrano suscitare un discreto fascino al di fuori dei Balcani, soprattutto tra i molti movimenti indipendentisti sorti in Europa negli ultimi decenni. Il Kosovo, in particolare, sembra attrarre l'attenzione di quanti, come i nazionalisti catalani, vorrebbero proclamare l'indipendenza della propria piccola patria senza distaccarsi dall'Unione Europea, e soprattutto dalla sua moneta. Proprio la regione serbo-albanese, infatti, gode della possibilità di utilizzare l'Euro pur non facendo parte dell'UE: una concessione che, a parte alcuni piccoli stati che godevano di unioni doganali e monetarie con Paesi della futura Eurozona prima della creazione della moneta unica (San Marino, Vaticano, Principato di Monaco, Andorra) accomuna il Kosovo solo al vicino Montenegro, che per il momento è candidato all'ingresso nell'UE ma non ne fa ancora parte. A differenza di quest'ultimo, però, la moneta unica non circola nella regione dalla proclamazione dell'indipendenza, ma sin dal 2002, con l'ingresso nell'Eurozona della Germania: in precedenza, infatti, la valuta di uso più comune nella regione era il marco tedesco (insieme al dollaro statunitense). L'adozione dell'Euro è stata quindi, per l'autoproclamata repubblica kosovara, il proseguimento di una condizione preesistente de facto, sebbene legalmente la valuta della regione avrebbe dovuto essere il dinaro serbo. Allo stesso modo, oggi, gli indipendentisti catalani esprimono il desiderio di poter continuare ad utilizzare l'Euro anche dopo l'indipendenza della loro nuova Repubblica, e non sembrano presentare proposte di emissione monetaria sovrana. Un futuro stato indipendente catalano potrebbe, in attesa di entrare nell'UE – dalla quale si troverebbe escluso in seguito alla secessione dalla Spagna – richiamarsi quindi al Kosovo, e al Montenegro, per ottenere la stessa concessione fatta alle due piccole realtà balcaniche? Forse sì. Si spera, senza una guerra.

       Dopo questo balzo da una penisola d'Europa all'altra, torniamo ora in Spagna, dove abbiamo lasciato i recenti fatti ampiamente diffusi dalle cronache di questi ultimi mesi. Sì, perché non a caso, tra i pochi Paesi UE a non aver riconosciuto lo stato kosovaro vi è la monarchia iberica, che per evitare il verificarsi di una situazione simile entro i propri confini ha da subito cercato di evitare che il plebiscito catalano potesse aver luogo: dapprima procedendo con l'arresto di numerosi 'ministri' (o assessori) della Generalitat (nome con cui vengono indicate le istituzioni di governo della Comunità Autonoma catalana), responsabili di aver predisposto una votazione dichiarata illegale e incostituzionale, e poi, nel giorno del referendum, cercando di impedire l'accesso a diversi seggi per mezzo delle forze dell'ordine (Guardia Civil e Policia Nacional), che in talune occasioni sarebbero incorse in scontri con i civili in fila per il voto, ampiamente riportati dai profili social di attivisti per l'indipendenza e, successivamente, anche dai mezzi di informazione stranieri. Per questo motivo in particolare, il governo iberico guidato da Mariano Rajoy è stato equiparato ad un regime dai molti sostenitori della liceità della consultazione. Eppure, lateralmente rispetto all'importanza inizialmente data agli scontri, sulla stampa anche nostrana sono apparse voci discordanti sull'effettiva repressione attuata dalla polizia spagnuola: Andrea Nicastro, ad esempio, inviato a Barcellona del Corriere della Sera, il 4 ottobre descriveva come alcune delle foto principalmente utilizzate per mostrare gli scontri della polizia con i civili catalani fossero in realtà frutto di ritocchi digitali, diffusi in rete e riportati acriticamente dai media stranieri; peccato che nei tre giorni precedenti le testate italiane, compreso il Corriere, avessero già dato per scontata l'attendibilità delle immagini che provenivano dalla Catalogna, e difficilmente una rettifica di questo tipo può avere reali effetti sull'iniziale suggestione emotiva che, in questi casi, prevale in un primo tempo sull'opinione pubblica. A ciò si aggiungono le testimonianze di alcuni italiani presenti a Barcellona nel giorno del voto, che hanno descritto una situazione molto diversa da quella prevalsa nel racconto mediatico, ovvero seggi elettorali tranquilli ed in funzione per il 95%, come riportato in una lettera pubblicata dal settimanale Tempi il 2 ottobre. 

       Questo è il quadro in cui si è svolta la controversa consultazione, che ha visto la partecipazione di 2.286.217 votanti sui 5.300.000 aventi il diritto al voto nella Comunidad Autónoma de Cataluña (pari al 43,03%), di cui il 92,01% si è espressa per il sì alla istituzione di “uno stato catalano sotto forma di repubblica”, ed il 7,99% per il no; un quadro che ha rappresentato anche il punto di massimo scontro tra Barcellona e Madrid dai tempi della Guerra Civile, quando la regione era punto di riferimento delle fazioni repubblicane e anti-franchiste. 

       Non è la prima volta però che ai catalani viene chiesto di esprimersi sull'eventuale secessione dalla Spagna. Già il 10 novembre 2014 si era tenuta una “consultazione non referendaria” indetta dalla Generalitat, e disconosciuta da Madrid, a cui aveva aderito un terzo degli elettori, esprimendosi in maggioranza a favore della secessione. La differenza, questa volta, l'ha fatta la legge regionale approvata dal Parlamento autonomo che, in seguito alla dichiarazione di indipendenza, avrebbe predisposto una graduale disconnessione e devoluzione delle competenze essenziali da Madrid a Barcellona; dichiarazione di indipendenza che, con qualche tentennamento e nonostante il tentativo del governo spagnuolo di impedire lo svolgimento dei lavori parlamentari, è giunta il 27 ottobre da parte del presidente della Comunità catalana Carles Puidgemont, con il voto di 72 deputati regionali su 135: la maggioranza semplice, formata dai due partiti indipendentisti Junts pel Sí e Candidatura d'Unitat Popular che sostengono il governo di Puidgemont e che, alle elezioni del 2015, avevano ottenuto insieme il 47,6% dei voti espressi... un po' poco, forse, per proclamare l'indipendenza della regione, con la contrarietà della minoranza parlamentare e di almeno metà della popolazione catalana, che nelle settimane successive al referendum ha conteso le piazze agli indipendentisti per manifestare al mondo le proprie ragioni. La votazione è stata resa possibile però grazie alla riforma del regolamento parlamentare catalano, voluta nell'estate scorsa da Puidgemont, che permette l'attuazione di provvedimenti urgenti in tempi stretti, senza la necessità di dibattito in aula. Quanta fretta, ma dove corri... dove vai? potrebbe commentare in musica un cantautore italiano. Ma non distraiamoci!

       Per chi infatti in Catalogna stava per stappare lo spumante, è stata forse una soddisfazione repentinamente interrotta sul nascere: appena proclamata, l'indipendenza veniva immediatamente sospesa dallo stesso Presidente catalano per avere maggiori margini di trattativa con Madrid. Margini assenti, invece, per il primo ministro spagnuolo Rajoy, che insieme al re Felipe VI di Borbone ha definito il comportamento della maggioranza parlamentare e del governo catalani un atto di slealtà e un tentativo di colpo di stato, perché avrebbero abusato dei poteri concessi dallo stato spagnuolo alla Comunità autonoma per sovvertire l'ordine istituzionale e proclamare una secessione unilaterale. Così, il premier spagnuolo ha messo la parola 'fine' – almeno per il momento – alla crisi istituzionale, sciogliendo il governo e il parlamento di Barcellona, in conformità all'articolo 155 della Costituzione che prevede questa possibilità in casi di emergenza, e avocando a sé pro tempore le funzioni di governo della regione, predisponendo nuove elezioni per il 21 dicembre. 

       

La crisi istituzionale inoltre aveva visto scattare anche l'arresto, come anticipato, per numerosi dirigenti catalani. La magistratura iberica ha infatti avviato un procedimento legale nei confronti di Puidgemont e dei ministri del suo governo, di sei membri del Parlamento regionale, compresa la presidente Carmen Forcadell, del maggiore dei Mossos d’Esquadra (la polizia regionale catalana, che ha permesso lo svolgimento della consultazione) Josep Lluis Trapero, e di due leader indipendentisti catalani, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, tutti accusati dei reati di ribellionesedizione e malversazione. Dieci di loro sono stati incarcerati; sette, tra cui la Forcadell e Trapero, sono stati messi in libertà su cauzione o con obbligo di firma; cinque, tra cui Puidgemont, sono espatriati in Belgio: su costoro in particolare, non presentatisi in tribunale, la procura spagnuola ha emesso inizialmente un mandato d'arresto europeo, poi ritirato il 5 dicembre. A procedimenti legali avviati, è giunta a complicare il quadro la morte improvvisa, il 18 novembre, di José Manuel Maza, procuratore generale di Spagna nominato da Rajoy che aveva formulato le accuse nei confronti dei dirigenti catalani, mentre si trovava in Argentina per un convegno. 

       Nel frattempo, le nuove elezioni catalane…


... Continua…
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Nel proseguio dell'articolo, si parla anche di... frantumazione dell'Europa, falsificazioni storiche nei libri di testo catalani, 'federalismo', relazioni 'pericolose' tra autonomismo catalano, immigrazionismo e islamismo... ed altro ancora...

 

Nello stesso numero:
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  • IL MIO BLACKWASHING LAVA PIÙ NERO di Barbara Tampieri 
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  • L’EVOLUZIONE CREATRICE di Edoardo Segato 
  • DIRITTO ALLA RESISTENZA E CESSIONI DI SOVRANITÀ di Antonello Mario Lupino 
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