Ed esse erano meravigliose: più grandi e brillanti di come le avessi mai viste sulla Terra: uno spettacolo che, da solo, valeva tutti i rischi ai quali tutti noi eravamo esposti.

Lo spazio evoca, quasi fisiologicamente, un’idea di solitudine, ma né io, né i miei Compagni, durante il nostro viaggio, abbiamo mai avuto la sensazione di essere realmente soli ...”

(Michael CollinsPilota del CSM Columbia – Apollo 11)

Difficile esprimere una sensazione di silenzio, di assoluta leggerezza, profondità e, nel contempo, di abbandono consapevole allo spettacolo (ed ai rischi) dello Spazio, meglio di come abbia fatto il terzo Uomo dell’Apollo 11 e cioè il grande – anche se poco conosciuto ed un po’ bistrattato dai media – “Michele Collini” (attenzione, questa è una battuta, ironica ma non assurda: Michael Collins, infatti, pilota del Command Space Module (CSM) Columbia – nacque proprio in Italia – a Roma –, nell’Ottobre del 1930).

Difficile davvero esprimere con parole sufficientemente evocative lo spettacolo che si può osservare quando sia il Sole che la Terra vengono “cancellati” dallo Spazio circum-Lunare (come appunto avviene allorché il CSM si trova in transito sul Dark Side of the Moon).

In quei pochi minuti di “silenzio assoluto”, infatti, l’Universo, come ci viene raccontato da quasi tutti gli Astronauti del Programma Apollo, diventa “vivo e pulsante”.

Le stelle visibili ad occhio nudo sono (davvero!) centinaia di migliaia e la sensazione di “caduta libera ed irrefrenabile” verso le profondità dello Spazio - sebbene, da un punto di vista razionale, possa suggerire e/o incutere un vero e proprio terrore – diventa una sorta di “ebbrezza”.

Un’ebbrezza che, una volta superata una certa soglia, riesce a portare l’Uomo in una comunione reale e profonda con quello che lo circonda.

Non più, quindi, un Uomo “perso” nell’Universo, bensì un Uomo “parte” dell’Universo.

Questo almeno è quanto Collins ci ha raccontato.

Certo, giunti ormai a distanza di 34 anni dall’ultima Missione che ha condotto tre Uomini a provare quello che noi abbiamo cercato – sicuramente in modo inadeguato – di descrivere nelle prime righe di questo nuovo capitolo del nostro “Viaggio sul Lato Oscuro della Luna”, qualcuno potrà pensare che stiamo solo cercando le parole giuste per scrivere un epitaffio alla “memoria” della Epopea Lunare...

Già, può sembrare così, ma non è così.

In realtà stiamo solo provando, a modo nostro, di far rivivere, nei cuori di coloro che non hanno vissuto “In Diretta dalla Luna”o “In Diretta dallo Spazio”, alcune di quelle sensazioni che accesero di entusiasmo (ed anche di sogni) un’intera generazione.

E non solo. Stiamo anche introducendo una tematica che, oltre ad essere incredibilmente suggestiva e provocatoria, può anche aiutarci – se affrontata con pragmatismo, ma anche con la “mente aperta” – a capire qualcosa di più di quello che potrebbe essere accaduto a molti degli Astronauti Apollo durante il loro (breve) viaggio.

E questa tematica possiamo racchiuderla in una semplice domanda: che cosa si vedeva “affacciandosi” alle finestre dell’Astronave che conduceva i nostri Amici Astronauti dalla Terra alla Luna?

Si vedeva, come testimoniano innumerevoli frames, la Terra che si allontanava, certamente sì.

Si vedeva la Luna, che, al passare delle ore, si faceva via via sempre più grande e luminosa, ovviamente.

E poi si vedeva anche il Sole, brillante come non mai, bianchissimo in un cielo nero.

Si, anche questa visione era naturale.

Come era naturale vedere le stelle, tantissime stelle, specie durante quei momenti in cui, come accennavamo in precedenza, la Terra ed il Sole venivano eclissati dalla Luna e quindi tutto diventava buio.

Un buio fatto di luci lontanissime e di spazi impercorribili; un buio fatto di spazi proibiti anche all’immaginazione: questo almeno è quello che ci dicono gli Scienziati e questo è quello che, anche oggi, ci viene insegnato.

Lo Spazio è troppo grande – ci dicono – e, anche disponendo (per assurdo) di mezzi capaci non solo di raggiungere velocità prossime alla Velocità della Luce, ma anche di “superare” questo invalicabile (invalicabile?) limite (ed una tale considerazione, sebbene meramente possibilista, già suona come una bestemmia alle orecchie dei “Figli di Einstein”, gli attuali “Ministri” della Scienza Positiva contemporanea), non potremmo mai raggiungere, in tempi “ragionevoli” – e cioè misurabili sull’arco dei mesi, o degli anni o, comunque, della “Vita Umana Media” – la maggior parte delle stelle che vediamo nella notte.

Forse.

Ma da qui a dire che “nessuno”, nell’Universo, è in grado di fare quello che per noi Uomini è solo un sogno, solo fantascienza alla “Star Trek”, il passo è davvero troppo grande, e noi non ce la sentiamo di farlo.

Affacciandosi dalle finestrelle dei Moduli di Comando delle diverse Astronavi Apollo, gli Astronauti videro tantissime cose: la Terra, la Luna, il Sole e le Stelle, come dicevamo.

Ma non solo.

Noi crediamo che gli Astronauti videro (e fotografarono!) anche altre “cose”, rimaste inspiegabili ed inspiegate, ed ormai consegnate alla Storia, alle memorie degli Apollo Days ed alla pazienza degli Anomaly Hunters.

In queste pagine, cercheremo di raccontare e di farvi vedere alcune di quelle “cose” che, come diceva Collins “...non ti facevano mai sentire veramente solo...”.

Abbiamo già parlato della Red Sphere (immortalata nel frame AS 11-37-5522) ed abbiamo già visto che cosa poteva essere. Allora eravamo sulla superficie della Luna, in un momento di relativa tranquillità.

Ma che dire a proposito di un’altra Sfera, questa volta color argento, che apparve agli Astronauti della sfortunatissima Missione Apollo 13?

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Il frame in questione è l’AS 13-60-8622 ed esso venne scattato durante l’unica orbita che gli Astronauti Lovell (James A.), Swigert (John L.) e Haise (Fred W.), rinchiusi (o dovremmo dire forse “aggrappati”?) alla loro scialuppa (spaziale) di salvataggio, compirono attorno alla Luna.

Nello spazio di tre frames, qualcosa di argenteo e di veloce (l’immagine della sfera che viene fissata in AS 13-60-8622 evidenzia le caratteristiche proprie del corpo “catturato su pellicola” mentre compie un movimento rapidissimo) appare e scompare, a pochissima distanza dall’Astronave Americana.

Un Incontro Ravvicinato, dunque, o una svista di noi Cacciatori di Anomalìe, magari determinata dall’eccessiva compressione del frame originale la quale è notoriamente causa della nascita di Artefatti Fotografici (o photoartifacts)?

Ebbene che si tratti di una svista (causata, per l’appunto, da un photoartifact), dopo aver esaminato la versione originale e non compressa del frame in oggetto (che trovate sul Sito Lunar Explorer Italia, nella Sezione dedicata ai NASA – Apollo Original Uncompressed Frames), diremmo proprio di no: l’oggetto controverso appare anche nel frame originale ed esso ha tutta l’aria di essere un corpo reale (che si vede anche molto bene!).

Qualche altro Ricercatore (di Scuola NASA ed impiegato al Lunar and Planetary Institute - LPI) ci ha parlato di un possibile riflesso (e come ipotesi di partenza andrebbe anche bene, a condizione però di poter quantomeno ipotizzare l’origine di questo riflesso! – un “riflesso di che cosa”, ci chiediamo?), tuttavia noi abbiamo individuato altri due frames Apollo 13 in cui, effettivamente, un riflesso di un qualche tipo viene catturato dalla pellicola (sono i frames AS 13-60-8608 ed 8609) e la sensazione – che poi, analizzando le immagini, diventa un “fatto” – è che, nel caso di AS 13-60-8622, quello che si vede NON è affatto il prodotto di un semplice fenomeno di riflessione.

E allora?

E allora si è magari trattato di un nuovo “rottame spaziale” (space debris), come quello immortalato dall’Apollo 10, nel famoso trittico di frames AS 10-28-3988, 3989 e 3990?

Diremmo proprio di no: le caratteristiche esteriori dell’oggetto di cui stiamo parlando questa volta sono profondamente diverse da quelle del (presunto) “rottame” inquadrato dall’Apollo 10.

Si è trattato di un UFO?

A dire il vero, questa ipotesi (anche se farà storcere il naso a molti Ricercatori) è quella da preferirsi.

E non solo perché UFO, in realtà, vuol solo dire Unidentified Flying Object (e questa Sfera Argentea era esattamente e solamente questo: un Oggetto Volante NON Identificato!), ma anche perché, con un pizzico di fortuna e di pazienza, abbiamo recuperato un documentario sulla Missione Apollo 13 (fonte: Discovery Channel) in cui, ad un certo punto, un oggetto sferico, color argento ed emanante – almeno in apparenza – una luminosità propria, scorre velocemente accanto all’Astronave Americana e poi si esce dall’inquadratura (l’apparizione dura poco più di 1 secondo).

Tutto finito?

Assolutamente no: durante il resto del viaggio che, sebbene attraverso qualche difficoltà, avrebbe riportato a Terra gli Eroi dell’Apollo 13, altre “Presenze di Luce” avrebbero fatto capolino nei pressi della Navicella Spaziale danneggiata che, grazie anche alla ricostruzione Hollywoodiana (“Apollo 13”, con Tom Hanks e Kevin Bacon) è ormai entrata nella Leggenda.

Presenze di Luce che, anche se la NASA non commenta e gli Scienziati non considerano (forse perché è troppo difficile parlare dell’Ignoto, specie allorché questo “Ignoto” non solo si materializza in maniera eclatante, ma rischia pure di mettere in crisi definitiva ed irreversibile una buona parte della Fisica Moderna...) vennero TUTTE viste (e qui si parla anche di uno Special Report sottoscritto solo da Lovell e Swigert, il quale conterrebbe delle autentiche “rivelazioni”...) e fotografate dagli Uomini dell’Apollo 13.

Presenze Benevole, certo, ma pure incalzanti e curiose, ai limiti della perigliosa “invadenza”, che vedremo nella prossima puntata...

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Ringraziamenti:

a Fabio Italiano (per le elaborazioni sui frames NASA) ed al Lunar and Planetary Institute (LPI), per averci fornito – con grande solerzia – le versioni originali e non compresse di tutti i frames Apollo 13 che, ancora oggi, restano altamente controversi.