Blowin’ in the Wind…

“…The answer, My Friend, is blowin’ in the Wind; the answer is blowin’ in the Wind…” (Bob Dylan)


Nella precedente puntata delle nostre Cronache Marziane, sebbene in via del tutto incidentale, avevamo fatto un accenno ai windstreaks, ossìa a delle peculiari (ma comuni!) caratterizzazioni del suolo (surface features) le quali possono essere individuate sia su Marte, sia altrove nel Sistema Solare (Luna e Terra incluse).
Tutti gli Studiosi e gli Appassionati della morfologia del Pianeta Rosso di certo li conoscono e li hanno già visti ed apprezzati mille volte ma…Che cosa sono esattamente questi “windstreaks”?

Cerchiamo di scoprirlo insieme…

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Premesso un grazie di cuore al Dr Gianluigi Barca – per aver selezionato i frames Mars Global Surveyor che Vi proporremo qui di seguito e che, in accordo alle captions NASA, sono tutti rappresentativi di windstreaks – andiamo a vedere la semplice (…e secondo noi “semplicistica”) definizione NASA di questi rilievi:

“Windstreaks are features caused by the interaction of wind and topographic landforms”.


Quindi, davvero in pochissime parole, i windstreaks sono il risultato finale di interazioni tra “vento” e “rilievi superficiali”.
Attenzione però, perché il nodo della questione è proprio qui: interazioni tra “vento” e “rilievi” e SOLO rilievi. Così dice la NASA.

Ebbene, noi riteniamo che questa classificazione (così spaventosamente chiara e stretta), sia non solo – ed ovviamente – riduttiva, ma anche incompleta e, quindi, errata.

In effetti, pur rendendoci conto di quanto spinosa possa essere la materia delle Configurazioni Superficiali Marziane aventi una natura (probabilmente, ma pur sempre – per ora – solo presumibilmente) eolica, a noi sembra saggio e prudente il cercare di non ricondurre all’interno della medesima definizione (e quindi nell’ambito di una medesima categoria/classificazione) una molteplicità di situazioni le quali sono visivamente – e, secondo noi, SOLO visivamentemolto simili.

Ciò che intendiamo dire - e quindi cercheremo di dimostrare - è che queste configurazioni superficiali che chiamiamo windstreaks potrebbero anche costituire la rappresentazione tangibile (ciò che noi chiamiamo Evidenza Oggettiva) non solo di una interazione tra vento e rilievi topografici (come dice la NASA), ma anche di una interazione tra vento ed “emissioni” provenienti dai rilievi topografici coinvolti.

Questo approccio significa supporre, inter alia, che i windstreaks potrebbero ben essere il risultato finale di una molteplicità di eventi iniziali i quali, dopo aver influito sulla superficie di Marte, modellandola all’atto del loro verificarsi, si sono poi esauriti ed hanno quindi lasciato che le loro tracce si evolvessero e degradassero, in accordo alle Leggi del Tempo ed agli accadimenti geologici ed atmosferici propri della realtà in cui essi ebbero a verificarsi.

Una storia, quindi, di “nascita“, di “evoluzione“, di “invecchiamento” e, in accordo alle Leggi della Natura, di “estinzione“.
Una storia che ci rammenta che tutto, in questo Universo, ha un’origine, si evolve – ed evolvendosi, cambia – e quindi si deteriora e scompare: sulla Terra, su Marte, e, riteniamo, su tutti i Corpi Celesti che potremmo trovare attorno alle Stelle ed all’interno delle Galassie più lontane.

Una storia molto simile a quella degli Esseri Umani, insomma…

Ma perché parlare, in termini così dettagliati, dei windstreaks?
Perché la NASA e l’ESA, assieme al 99% della Nomenklatura Scientifica Mondiale, quando fanno riferimento a questi fenomeni (provate a rileggere la definizione che abbiamo dianzi riportato), non operano alcuna distinzione realmente sostanziale.

E allora, accollandoci il rischio di commettere degli errori e di fare delle semplificazioni, proviamo ad entrare maggiormente nel dettaglio di questa intrigante fenomenologia.

* * *

I Windstreaks, tanto per cominciare, presentano delle caratteristiche morfologiche talmente peculiari, da renderli agevolmente riconoscibili a tutti, profani inclusi.

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Essi si dipartono da rilievi superficiali (anche modesti) quali possono essere i bordi dei crateri – o crater rims –, i picchi centrali dei crateri di medio/grandi dimensioni – medium/large sized crater central peaks –, le colline – sìano esse “butts” o “common hills” –, le fratture superficiali “a scalino” – anche dette graben – nonché i macigni erratici e gli ejecta di dimensioni medio/grandi – erratic and ejecta boulders.

Le superfici di questi rilievi, opponendosi al vento, creano, alle loro spalle, almeno 3 diverse tipologie di terreni (diciamo 3 diverse aree di influenza):

  1. Un’area di minimo disturbo – e cioè l’area più protetta, posta proprio a ridosso della porzione sottovento del rilievo e che, di regola, ha un colore più chiaro rispetto al resto del paesaggio e la forma approssimativa di un triangolo isoscele;
  2. un’area di massimo disturbo – essa segna la fine del cono di protezione costituito dal rilievo opposto al vento e l’inizio della superficie direttamente battuta dal vento; ha una forma – di regola – lineare e si caratterizza per il fatto di avere un colorito più scuro rispetto al resto del paesaggio;
  3. un’area di transizione – essa ha una forma arcuata, conica o anche semi-circolare e definisce la fine della “regione di influenza” del rilievo sui venti che battono la superficie sulla quale esso sorge.

I windstreaks, ovviamente, possono configurarsi in maniera diversa rispetto alle tre tipologie appena descritte, ad esempio, allorché i venti battono da diverse direzioni in tempi diversi, ora cancellando le aree sub-(1) ed ora confondendo e/od anche ri-modellando le aree sub-(2) e sub-(3); ma il dato di fatto che a noi preme sottolineare è che, comunque sia, l’azione del vento sui rilievi (piccoli, medi o grandi) produce un windstreak il quale, almeno inizialmente, configura (e cioè “disegna”) il suolo determinando le tre aree che abbiamo or ora definito.

Adesso facciamo una riflessione e poniamoci qualche opportuna domanda.

Ad esempio: i segni del “soffiare” del vento su una superficie ed i segni che il “muoversi” di corpi spinti dal vento sulla medesima superficie producono, sono visivamente uguali?
Le tracce lasciate dal vento che, trasportando sabbie e polveri, batte e ripulisce una qualsiasi superficie e le tracce lasciate, sempre su una qualsiasi superficie, da un vento che trasporta (ad esempio) “fumi” in emissione da camini vulcanici sono “visivamente” uguali?
Possono esserlo?

E, qualora lo fossero, le Surface Features che ci troveremmo ad esaminare, alla fine, sarebbero (tecnicamente e logicamente) “la stessa cosa”?

Noi non abbiamo intenzione – per tanti motivi, ivi anche inclusa anche la nostra inadeguatezza culturale – di metterci a riscrivere la Storia Geologica ed Atmosferica di Marte riclassificandone tutti i fenomeni però, se avete seguito i nostri ragionamenti sino a questo punto, sarete d’accordo con noi nel dire che, al di là delle somiglianze e delle affinità esistenti fra alcuni rilievi ed alcune configurazioni della superficie di Marte (come di qualsiasi altro Pianeta), non tutto quello che “sembra essere qualcosa” poi si rivela essere realmente ed effettivamente “quel qualcosa”.

Pensate ai crateri ed alle dune, ad esempio: non tutti i crateri derivano da impatti così come non tutte le dune derivano da meri accumuli di sabbie e polveri trasportate dai venti.
E se questo è vero (come sappiamo esserlo), allora, con ogni probabilità, non tutti i windstreaks sono il prodotto delle medesime azioni e situazioni.

O meglio: sul fatto che i windstreaks sìano eventi legati ad azioni eoliche, siamo d’accordo; ma che essi si esauriscano unicamente in “interazioni tra vento e rilievi superficiali”, a noi pare una forzatura.

* * *


I windstreaks, a ben guardare, non sono altro che “impronte” lasciate dal vento allorché esso soffia – in maniera particolarmente violenta (o anche non violenta, ma decisamente continua e per periodi di tempo considerevoli) – su rilievi (più o meno) elevati rispetto al datum (o “altitudine zero”).

Rilievi che, di fatto, proteggono la superficie che si trova alle loro spalle (ossìa nel loro lato sottovento).
E’ così, infatti, che si spiegano i windstreaks esistenti sui lati opposti rispetto ai versanti sopravvento di picchi, collinette, crateri con bordi elevati e, talvolta, massi e macigni di grandi dimensioni.

Su scala più piccola, queste “impronte del vento” sono pure conosciute come windtails e si possono vedere in svariati frames Viking, Pathfinder, Spirit ed Opportunity.
Come le riconosciamo? Le riconosciamo come strisce di colore più chiaro – o più scuro (e comunque di colore DIVERSO) – rispetto al resto del paesaggio circostante il rilievo dal quale esse si dipartono; strisce del tutto similari a quelle dei loro reciproci più grandi.

E che cosa unisce i windstreaks alle windtails?

Ma è chiaro: si tratta della loro meccanica di formazione, la quale è del tutto identica.
Ora, osservate qualche frames che Vi mostri con adeguati margini di dettaglio i bellissimi windstreaks che caratterizzano innumerevoli rilievi del Pianeta Rosso (guardate, ad esempio, i windstreaks che si formano in corrispondenza di crateri, soprattutto) e poi osservate i windstreaks di questo frame.

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Che differenza c’è?
A nostro parere ce n’è almeno una, ed è notevole!
Ricordate: in accordo alla definizione NASA il windstreak si forma a seguito di questi due fatti:

  1. il vento “spazza” il suolo di Marte;
  2. i rilievi che si “oppongono” al vento, proteggono – in parte – il suolo.

Premesso 1) e 2), il contrasto fra suolo spazzato e suolo protetto si evidenzia nel windstreak ed il windstreak, quindi, è la porzione di suolo opposta rispetto al rilievo sopravvento la quale rimane intatta nonostante il (o comunque meno colpita dal) soffiare del vento – ed è questo il Windstreak Classico (”Made in NASA”), o di Tipo-1).

I windstreaks che vedete in questo frame, invece, sembrano essere/sono esattamente l’opposto di quanto sopra descritto: essi paiono essere i segni di un cambiamento del suolo (un suo divenire più scuro, quasi nero) a seguito del soffiare del vento.
Quindi essi non si configurerebbero più come evidenza oggettiva di un’area superficiale intatta (in tutto od in parte), bensì l’opposto!
Essi costituirebbero l’evidenza, secondo noi, di un deposito di materiale il quale è stato “caricato” dal vento e quindi spinto (diremmo “soffiato via”…) nella direzione in cui esso spirava.

Questo fenomeno (per nulla raro, almeno sulla Terra, e tipicamente vulcanico, in origine) si verifica – ad esempio – allorché, durante un’emissione di fumo (o comunque durante un’emissione di materiale dalle profondità – pensate ad uno sbuffo di cenere vulcanica, od anche ad un geyser), inizia a spirare vento.

In direzione opposta rispetto al versante sopravvento del camino emittente (se esso costituisce un rilievo elevato rispetto al datum), o comunque in direzione congrua rispetto alla direzione originaria del vento (se il camino NON costituisce un rilievo elevato rispetto al datum - ex.: il camino è un cratere senza margine e quindi, praticamente, "un buco" nel suolo), si forma il windstreak.

Un windstreak, però, che “segna e definisce” l’area superficiale toccata da quanto trasportato dal vento e NON l’area superficiale intatta poiché protetta dal rilievo posto sopravvento (ed è questo il Windstreak Marcatore (Made in Lunexit), o Windstreak di Tipo 2)!

I windstreaks di questo frame sono, a nostro avviso, Windstreaks Marcatori, o di Tipo 2.

Ora, se questo assunto fosse vero, la “domanda chiave” è ovvia: che cosa stava fuoriuscendo dalle prossimità di quei crateri ripresi dalla Sonda NASA Mars Odyssey quando il vento ha iniziato a soffiare, disegnando quello che ora vediamo?
Era cenere, erano gas o vapori vari o erano fumi?

Ma come spiegare “cenere”, “gas” e “fumi” se Marte è “geologicamente” defunto?

Un mondo che non presenta più attività sismica, né vulcanica…niente di niente: NASA dixit.

E allora, se Marte è davvero un “mondo inerte” (ormai), che cosa fuoriesce da alcune crepe del suolo - nonché da svariati crateri, gole e crepacci - che poi il vento (quando si decide a soffiare) spazza via, così creando dei meravigliosi Windstreaks Marcatori sul suolo del Pianeta Rosso?

E soprattutto, che cosa c’è al di sotto della superficie di Marte che è ancora così vivo e vitale?
Quando Marte si risveglierà, che cosa potrebbe accadere?…

Noi abbiamo alcuni indizi – certo non prove – che qualcosa sta succedendo e che, molto probabilmente, non tutte le informazioni rilasciate dalla NASA a proposito del Pianeta Rosso sono completamente corrette.
Noi abbiamo motivo di credere che, tra le tante evidenze disponibili, anche i windstreaks possono essere un segno di qualcosa che sta accadendo ADESSO e che, nel suo accadere, modifica questo mondo e ne testimonia la sua vitalità.

Cosa succederà su Marte in un (più o meno prossimo o remoto) futuro?
La risposta, per adesso, non la conosciamo ma, forse, sappiamo dove cercarla.

E la risposta è nel vento, ovviamente…


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Note conclusive: un piccolo mosaico, realizzato con l’intento di evidenziare la notevole (sempre e solo a nostro avviso, naturalmente) diversità esistente fra i Windstreaks.
Tanto per prevenire possibili malintesi, ribadiamo che il Windstreak Classico (Tipo-1), tecnicamente, è l’espressione visibile di un’area superficiale protetta da un rilievo la quale, di conseguenza ed a differenza delle aree ad essa latistanti, NON viene spazzata dal vento (diciamo che è “risparmiata”).

I Windstreaks Marcatori (Tipo-2), invece ed a differenza di quanto detto, esprimono il risultato visibile di quanto il vento ha DIRETTAMENTE trasportato su una specifica area superficiale (il che vuol dire che essi NON rappresentano un’area protetta, bensì un’area battuta).

Questa distinzione costituisce una mera finezza/sottigliezza interpretativa, forse? Secondo noi no. No perchè una cosa è guardare cosa accade ad un’area su cui il vento non arriva a soffiare direttamente (a causa della presenza di un ostacolo) ed un’altra osservare che cosa il vento ha trasportato su una certa superficie, soffiando direttamente su di essa.
Osservate l’omogeneità iniziale del tre Windstreaks presenti nei frames in b/n (si tratta dunque di Windstreaks che evidentemente esprimono delle aree protette) e la forma a “V” dei Windstreaks individuati nelle prossimità di Ascraeus (i quali, ora ed altrettanto evidentemente, esprimono aree battute).

Le implicazioni derivanti da questa (sommaria, ma non insignificante) classificazione dei Windstreaks ci paiono evidenti e, in chiusura di questa (speriamo interessante) chiacchierata, ribadiamo la domanda iniziale: Marte è geologicamente defunto oppure è solo “silente”, ma attivo?…

P.s.: Vi chiediamo umilmente scusa se noi, poveri Ricercatori Indipendenti, ci occupiamo solo di queste stupidaggini ed ignoriamo le COLOSSALI SCOPERTE ARCHEOLOGICHE fatte da altri Scienziati (!) che, ormai, stanno infestando (pardon: volevamo dire “arricchendo”) l’intero panorama para-scientifico che guarda e studia Marte & Dintorni…