Maurizio Blondet
16/11/2007

us_soldiersSTATI UNITI - I soldati americani tornati dall'Iraq e dall'Afghanistan tendono al suicidio.
In proporzione spaventosa: nel solo 2005, ben 6.256 giovani tornati a casa si sono tolti la vita.
Più dei soldati morti in Iraq dal 2003, che secondo la cifra ufficiale sono 3.863.
In Iraq, in combattimento, per incidenti o fuoco amico, muoiono in media 2,4 soldati al giorno.
Fra i reduci tornati alla famiglia, nel 2005 i suicidi sono stati qualcosa come 17 al giorno.
Lo ha scoperto la CBS, dopo un'inchiesta durata cinque mesi su scala nazionale (1).
In USA 2,5 milioni di maschi sono «reduci» di qualche guerra, e 1,6 milioni dalle guerre in corso in Asia.
Il tasso di suicidi, in America, è già anormalmente alto tra la popolazione generale, 8,9 per centomila abitanti.
Ma tra i reduci la percentuale raddoppia a 18,7.
E sale ancora ad un vertice spaventoso - 22.9 per 100 mila - tra i reduci di età fra i 20 e i 24 anni.
La CBS ha intervistato vari genitori dei suicidi.
Fra essi Mike e Kim Bowman, padre e madre di Tim, anni 23, che  aveva passato mesi a pattugliare la strada dell'aeroporto, il luogo più pericoloso di Baghdad.
«Quando è tornato a casa, i suoi occhi erano già morti», ha detto la madre: «Non avevano più luce».
Otto mesi dopo, nel giorno del Ringraziamento, Tim s'è tolto la vita.
Il Dipartimento dei Veterani prevede che quest'anno i suicidi saranno 5 mila.

A settembre scorso il Congresso ha cominciato a discutere una legge che vieta la detenzione di armi ai giovani reduci cui sia diagnosticato lo stress post-traumatico (PSD), disturbo mentale di cui nessuno che sia stato in zona di guerra è esente.
Ma non è evidentemente questa la soluzione al terribile problema.
Il fatto è che, benchè l'amministrazione spenda 650 miliardi di dollari per la riabilitazione dei feriti (il numero di feriti gravissimi che sopravvivono è aumentato, sia a causa della protezione data dai giubbotti anti-proiettile alle parti vitali del torace, e dai progressi della medicina d'emergenza), in USA manca un  sistema di previdenza per tutti gli altri.
Ci si aspetta che, tornati alla vita civile senza mutilazioni, gli altri reduci si guadagnino un salario nella spietata competizione americana.
«Mentre si dibatte senza fine se stiamo vincendo in Iraq, centinaia di migliaia di soldati e le loro famiglie cadono nel suicidio, o sono destinati a lottare per tutta la vita con ferite psichiche o fisiche che sono tutto ciò che hanno guadagnato dalla guerra», ha detto la dottoressa Eva Kanter, dei Phisicians for Social Responsibility, un gruppo di medici di famiglia.
«L'Amministrazione deve svegliarsi, riportare le truppe a casa, stiamo affrontando un'epidemia di disturbi mentali»
.

Un'altra indagine recente ha mostrato che, fra i senza-casa che ogni notte fanno la fila per i dormitori delle organizzazioni caritative o per le mense dei poveri, i reduci sono uno su quattro - il 25% del totale degli homeless - benchè costituiscano solo l'11% della popolazione generale.
La National Alliance to End Homelessness, la federazione degli enti caritativi che si occupano dei senza-casa, calcola che nel solo 2005 i reduci ospitati nei dormitori siano stati 194.254.
E fra questi, già 1.500 sono ventenni appena tornati a casa dall'Iraq e dall'Afghanistan.
Il particolare è allarmante: ai tempi del Vietnam, passarono quasi dieci anni perché i reduci di quella guerra rovinassero le loro vite - fra alcol, depressione, licenziamenti e divorzi - al punto da comparire nei dormitori e nelle mense.
Ora il processo è più rapido: pochi mesi dopo aver dimesso la mimetica, i «veterani» ventenni sono già barboni sulle strade.
Si tratta di generazioni diverse, con diverse tempre?
Forse.
Ma la causa vera può essere in questa specifica guerra che Rumsfeld ha voluto «in economia», con truppe insufficienti.

La truppa in linea non riceve avvicendamenti a scadenza regolare, i turni di riposo sono abbreviati, la durata dell'impegno viene prolungata di quindici e anche trenta mesi.
In una guerra asimmetrica, dove il nemico non ha divisa e non c'è un fronte, nei pattugliamenti urbani e fra attentati e attacchi a sorpresa, l'usura psichica finisce per spezzare la personalità.
Il dato agghiacciante della CBS pone un altro dubbio inquietante: com'è possibile che i suicidi dei tornati a casa superino il numero dei caduti in azione?
E' credibile la cifra di soli 3.800 morti?
Per la prima guerra del Golfo, molto più breve, il Dipartimento dei Veteran Affairs ha dato nel maggio scorso la cifra di 73.846 morti o in azione o per i postumi bellici.

Più volte si è sospettato che l'Amministrazione Bush, in Iraq e in Afghanistan, tenga basso il numero per ragioni d'immagine: non conteggia i «medevac», ossia  quelli che, feriti, vengono evacuati dai medici e muoiono in ospedale o sull'elicottero di soccorso.

Maurizio Blondet


Note
1) «Early Show», CBS, 13 novembre 2007.
Si veda anche Tom Baldwin, «America suffers an epidemic of suicides among traumatised veterans», Times, 15 novembre 2007.

Fonte: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2417&parametro=esteri