Il mio amico Andrea Papi, autore di diversi densi saggi di politologia, mi dice che la mia analisi della società italiana attuale è ingenua, troppo semplice e riduttiva.

Dice che mi fermo alla “profondità della superficie” e che non riesco a cogliere tutta la complessità intrecciata e articolata della situazione globale. Non tengo conto, dice Andrea, di dimensioni più ampie: il crollo del bipolarismo è la chiave interpretativa; lo sfacelo italiano è come l’ultima onda di quel maremoto politico che ha devastato il pianeta.

Mi interessa questa analisi e stimo Andrea, che è un intellettuale brillante e capace. Ma non sottoscrivo questa sua posizione per un solo, importantissimo motivo: la realtà, la realtà dei fatti, delle cose e delle persone è infinitamente meno complessa di quanto Andrea ed altri credano.

Cioè: la parola-chiave dell'Italia d'oggi è brutalità, non complessità.

Mi spiego meglio: la situazione socio-politica italiana è enormemente più semplice, più brutalmente semplice di quanto si creda (o si voglia far credere), e tutte le analisi dei politologi e dei sociologi partono sbagliando perché impiegano categorie interpretative troppo sofisticate, troppo articolate, troppo aeree: sbagliano come chi cercasse di pesare un quintale di letame con il bilancino dell’orefice.

Oggi siamo in una condizione socio-politica primitiva e grezza tale che non ha senso chiamare in causa eventi più o meno remoti, forze e dinamiche a vasta portata e lungo termine.

Il livello di coscienza politica della classe dominante è così basso e così grossolano che non può in alcun modo reggere il peso di analisi complesse; sarebbe come analizzare un serial killer tramite il Capitale di Marx o l'Interpretazione dei Sogni di Freud.

L'ottusa rozzezza della politica italiana è inafferrabile da sovrastrutture, le quali si fondano su un postulato che ora manca: un minimo di consapevolezza etica ed un progetto che tenga conto della reale vita della nazione.

Oggi, la sedicente classe politica italiana (quella dei professionisti, dico, in quella forma di regime diluito che vige nel bel paese) conosce solo due dimensioni: chi è con noi, chi è contro di noi. Due tipologie di esseri umani: amici (meglio: complici) e nemici. Ottenere, ampliare e conservare il potere (= ricchezza) è il solo scopo di chi “fa politica”. Arbitrio, impunità, arroganza, menzogna: sono questi gli strumenti di questa sedicente politica che in realtà è solo esercizio di un potere ostentato e nevrotico.

Ora, siamo molto al di sotto di un pur minimo livello di ragionevolezza, per cui non ha senso applicare interpretazioni che ricorrono a concetti che non siano la semplice prevaricazione e la forza bruta.

In questa nostra infelicissima Italia, le ideologie hanno minor impatto di quanto ne possa avere l'entomologia antartica o lo studio del sanscrito. La cosiddetta classe politica è generalmente così ignorante che è patetico, se non colpevole, attribuire ad essa conoscenze e consapevolezza.

Sono lontani come galassie i tempi in cui senatori e deputati lasciavano le loro ricche, straordinarie biblioteche ai comuni perché ne usufruisse la collettività. Oggi l'uomo politico è costantemente appeso al cellulare e la sua produzione letteraria non va oltre allo sms.

Non si può neppure parlare di rovesciamento dei valori, perché siamo davanti alla dispersione, all'annichilimento dei valori, tutti sostituiti da una sola idea: arriva ad essere così potente da diventare intoccabile e fai ciò che ti pare.

Questa “morale” ferina ci riporta direttamente al più cupo feudalesimo, nel quale la società era strutturata secondo una rigida gerarchia di poteri e sottomissioni e alleanze.

Davanti all'abbrutimento, come si può cercare un'interpretazione che non tenga conto della bestiale furia di dominare?

Davanti allo squallore totale di sedicenti politici che rappresentano solo la propria voracità e la propria arroganza, a cosa serve parlare di disamore verso la cosa pubblica?

Ma esiste ancora una res publica? Un deputato del 2010 ha un'idea delle ideologie del Novecento? Intendo un'idea strutturata, completa e corretta, non i soliti luoghi comuni da bignamino....

Qui ci troviamo in un campo molto precedente alla coscienza sociale; qui siamo davanti a bande organizzate di malfattori che considerano la cosa pubblica come la cassa da svaligiare e le loro strategie non vanno al di là dell'organizzazione di un colpo da soliti ignoti.

E, checché ne pensi il mio amico Papi, tutto questo decadimento è iniziato con la televisione, che ha formato un nuovo tipo antropologico: il videodipendente.

Il videodipendente è semianalfabeta, detesta la lettura (al massimo scorre i giornali sportivi, ma anche di questi evita gli articoli troppo lunghi), adora i divi dello schermo, li imita, li considera modelli di vita, crede solo a quello che gli viene vomitato addosso dalla tv, odia di un odio quasi mistico tutto ciò che pensa possa avere a che fare con la cultura: mostre, teatro, musica classica, pittura, storia, poesia, filosofia.....

Sebbene abbia la più viva repulsione per ogni mezzo scrittorio, il videodipendente non manca mai di tracciare una bella croce di matita copiativa sul simbolo del “partito” che, per lui, è l'equivalente di un reality. E per lui il reality è la quintessenza della socialità, il culmine dell'esperienza umana.

Pasolini credeva che il vero fascismo si fosse affermato con la nuova società dei consumi. Aveva ragione, perché da lì tutto ha la sua orrenda origine.

E davanti alla desolazione e alla demenza sistematica, caro Papi, non serve a niente parlare di fine delle ideologie.

Oggi coesistono (per quanto ancora?) due specie umane: quella che ha ancora la nozione dell'altro, e quella che vive come una bestia predatrice senza scrupoli, senza alcun senso di umanità.

Uomini e bestie, appunto.