Consultando, come faccio quasi quotidianamente, Russia Today, una delle poche fonti di informazione di qualità nella cloaca maxima dei media generalisti e di Internet, sono rimasto sorpreso da una scena girata a Berna, davanti al Palazzo del Parlamento, il 4 ottobre scorso. Il video mostrava un camion mentre scaricava una quantità enorme di monetine al centro della piazza, mentre la gente comune assisteva festante, senza scaraventarsi sul gruzzolo ziopaperoniano per riempirsene le tasche. Al contrario di quanto generalmente accade per i mezzi di informazione italiani e occidentali, non si trattava di un fotomontaggio (in Svizzera non ci sono rivoluzioni colorate da veicolare): gli 8 milioni di monete, da 5 centesimi l’una, sparse nella piazza di Berna, rappresentavano simbolicamente la richiesta di conferire ad ognuno degli 8 milioni di cittadini svizzeri un reddito di base incondizionato. Di 5 centesimi? No, di 2500 franchi svizzeri (pari a circa 2000 euro o 2800 dollari USA), cifra più che sufficiente a poter, in caso, vivere senza la necessità di un salario. 

La proposta, elaborata dal sociologo Bernard Kundig (e nota ai lettori della nostra amata rivista PuntoZero) ha ispirato il Comitato referendario per il reddito di base (Grundeinkommen), che proprio il 4 ottobre scorso ha presentato in Parlamento le firme necessarie per chiamare gli svizzeri ad esprimersi su questa proposta di modifica della Costituzione elvetica:

La Costituzione federale del 18 aprile 1999 è modificata come segue:
Art. 110a (nuovo) Reddito di base incondizionato
1  La Confederazione provvede all’istituzione di un reddito di base incondizionato.
2  Il reddito di base deve consentire a tutta la popolazione di condurre un’esistenza dignitosa e di partecipare alla vita pubblica.
3  La legge disciplina in particolare il finanziamento e l’importo del reddito di base.

La dicitura reddito di base incondizionato richiama il carattere universale del reddito, che, come suggerito da Kundig, non dovrebbe essere un sussidio di disoccupazione (come definito invece da Euronews), ma un vero e proprio reddito di esistenza conferito dallo Stato ad ogni suo cittadino maggiorenne, indipendentemente dalle condizioni salariali, reddituali o patrimoniali dei singoli o dei nuclei familiari. Una soluzione immediata al crescente impoverimento e alla disoccupazione, che permetterebbe ai cittadini di emanciparsi dalla necessità di lavorare per garantirsi la sopravvivenza e allo Stato di ridurre notevolmente le spese dello Stato Sociale (oWelfare State), oltre che la burocrazia che ne deriva. Un’utopia? Forse. Ma il numero di firme raccolte (ben oltre le 100mila richieste) dimostra che è tutt’altro che poco condivisa.

Il quesito lascia però spazio a possibili interpretazioni da parte del Parlamento elvetico, a cui spetterà l’ultima parola, se il Sì dovesse vincere. All’interno del Comitato promotore, infatti, non tutti pensano ad un reddito di cittadinanza universale, come si intuisce anche dalle parole di Oswald Sigg, già vicencancelliere della Confederazone Elvetica e tra i sostenitori della proposta. Intervistato da TicinoLibero, Sigg racconta come si è avvicinato al movimento:

Posso spiegarlo in questo modo: quando sono entrato in questo movimento, circa tre anni fa, mi è stato chiesto “tu che hai esperienza politica, come facciamo per arrivare ad ottenere un reddito di base incondizionato?”. Bisogna fare un’iniziativa popolare, non c’è altro mezzo, fu la mia risposta. Allora hanno formulato un testo, lungo una pagina e mezzo, in cui avevano messo tutto: c’era il finanziamento, c’era chi ne aveva diritto e chi no, … . Una pagina e mezzo! “No, no, così non va, non raccoglierete nemmeno 10 mila firme”, dissi. Bisogna fare un’iniziativa per proporre unicamente il principio: potete immaginarvi l’introduzione in Svizzera di un reddito di base incondizionato, sì o no? La realizzazione poi spetta al Consiglio federale e al parlamento, noi proponiamo un principio. In pratica bisogna affrontare la questione in due tempi.

Tra il dire e il fare, quindi, c’è di mezzo il mare: non solo i due anni che passeranno dal probabile appuntamento referendario, ma anche la possibile distorsione interpretativa da parte del Parlamento (sempre ammesso che il Sì abbia la meglio). Al Parlamento spetterebbe inoltre decidere le modalità di finanziamento di questo reddito: Sigg parla di una tassa sulle transazioni finanziarie (la famosa Tobin Tax), mentre c’è chi propone un’imposta sui consumi o sulle emissioni di CO2.

Il rischio è quindi che questa misura possa apparire come un’ulteriore aggravio fiscale sulle spalle dei contribuenti e non come un emancipazione dei singoli e della collettività dal lavoro per costrizione. A poco servono le parole dello stesso Kundig, che ai giornalisti di Repubblica nel maggio scorso spiegava come almeno la metà dei fondi necessari (all’incirca 20 miliardi mensili) si possano ricavare dal “ginepraio” delle assicurazioni sociali e delle varie forme di sostegno al reddito, che non avrebbero motivo di esistere con il nuovo reddito di cittadinanza universale.
Secondo Ivan Glasenberg, amministratore delegato della Glencore, che spicca tra i sostenitori del No, sarebbe “un danno enorme all’economia svizzera”. Trovando, da buon capitalista, il consenso di molti socialisti, contrari all’erogazione di un reddito ‘per tutti indistintamente’ anziché di un reddito di sussistenza conferito a pochi cittadini selezionati.

Ma la Svizzera non è il solo paese europeo in cui si parla di reddito di cittadinanza. In Germania, il  bedingungloses Grundeinkommen è uno dei principali punti programmatici del Partito Pirata, che ne ha fatto una bandiera alle ultime elezioni politiche. Secondo Marina Weisband, volto principale dei Piraten fino al 2012:

Il reddito di cittadinanza presuppone una visione della società radicalmente nuova in cui il singolo cittadino trova un nuovo modo di vivere. È la risposta dei Pirati alla crescente insicurezza sociale (precarietà e salari bassi sono caratteristiche del mercato del lavoro in Germania) e alla diffusa ansia che ne deriva. È qualcosa che riguarda l’esistenza stessa del cittadino.

Il reddito di cittadinanza dei Pirati tedeschi (e del Partito Pirata internazionale, di cui i singoli partiti nazionali sono ‘succursali’) è propriamente un reddito di esistenza, che si aggiunge agli altri eventuali redditi percepiti. Per spiegarlo, la Weisband usa le matriosche: nel peggiore dei casi, si resta con la matriosca più piccola in mano (cioè il reddito di esistenza), ma nulla vieta che questa possa essere inserita in matriosche più grandi (come il reddito salariale o altri tipi di rendita).

A differenza dei loro compagni svizzeri, che hanno adottato la proposta di Bernard Kundig, i Pirati tedeschi vorrebbero però introdurre il reddito di esistenza come tappa finale di un processo di trasformazione graduale dello Stato sociale. Come spiega Ubaldo Villani Lubelli suThe Post Internazionale:

Nella fase iniziale si dovrebbe prima di tutto introdurre il salario minimo. Successivamente verrebbe finanziato da una tassa sulle transazioni finanziarie e sulla base di una formula elaborata dagli stessi Pirati secondo il modello fiscale tedesco. Consapevoli della complessità della proposta, i Pirati prevedono la costituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare che studi i vari modelli e le varie possibilità perché anche in Germania si possa introdurre questa misura sulla base delle caratteristiche del sistema sociale tedesco. E in ogni caso, l’eventuale introduzione del reddito di cittadinanza dovrà essere approvato da un referendum popolare.

Insomma, una trafila addirittura più lunga di quella svizzera, che rischia di annacquare l’idea iniziale di garantire a tutti il diritto (monetario) alla vita, prima che al lavoro. Come nel caso svizzero, inoltre, si rischia di fare i conti senza l’oste: come introdurre un reddito di esistenza (con tutta la destrutturazione dello Stato sociale e dell’apparato burocratico e amministrativo che questo comporterebbe), senza una modalità di finanziamento adeguata e perenne? Una domanda che non vale solo per gli svizzeri e i tedeschi, ma anche per l’Italia, dove il MoVimento 5 Stelle propone l’introduzione di un reddito di cittadinanza (che assume la forma di un sussidio di disoccupazione) finanziandolo con l’abbattimento di costi inutili o superflui, come l’acquisto degli F35 o le pensioni d’oro. Ma una volta eliminate queste spese…?

“Il reddito di cittadinanza risolve una parte del problema, ma nulla potrà mai cambiare se non si aboliscono le tasse”

sostiene Nicolò Giuseppe Bellia. Ingegnere, imprenditore edile, ricercatore in ambito matematico e filosofico, Bellia è un siciliano, oggi attempato, che una soluzione dice di averla elaborata ormai da molto tempo.

Secondo Bellia basterebbe che lo Stato emettesse la moneta in modo sovrano e la distribuisse ai cittadini nella forma di reddito di esistenza, oltre che per le spese pubbliche statali necessarie. La moneta, però, dovrebbe essere emessa a tasso negativo, cioè perdere valore nel tempo: un 8% annuo, che verrebbe poi riutilizzato dallo Stato per le nuove emissioni monetarie. Si tratta della fiscalità monetaria, un unico prelievo sulla massa monetaria che sostituirebbe tutte le tasse attualmente versate, di cui non vi sarebbe più alcun bisogno (sia grazie alla semplificazione strutturale che andrebbe a crearsi in virtù del reddito di esistenza, sia in virtù della sovranità monetaria). I risultati immediati, secondo Bellia, consistono nella drastica diminuzione dei prezzi, non più gravati dal costo delle tasse, e la liberalizzazione vera di tutto il mercato, oltre che l’affrancamento di ognuno dalla necessità del lavoro e l’incremento del potere d’acquisto, sia in virtù dell’abbattimento dei prezzi sia per l’eliminazione di ogni prelievo fiscale sui salari. Un sistema facilmente attuabile, peraltro, lì dove la moneta elettronica rappresenta già il 98% della massa monetaria creata: sottraendone l’emissione al sistema bancario ed affidandola ai cittadini (attraverso lo Stato) si potrebbe facilmente applicare laneofiscalità prelevando direttamente l’8% annuo dai conti dei cittadini.

Una proposta, quella di Bellia, che ha ispirato anche Giacinto Auriti e che rivoluzionerebbe radicalmente l’intero mondo economico e politico, mettendo in discussione molte delle strutture sociali attuali e costringendo anche il sistema bancario ad una radicale ridefinizione del suo scopo (se non alla sua estinzione). Forse proprio per questo Bellia ha chiamato il suo progettoAntropocrazia (da anthropos + kratos, cioè potere dell’essere umano), quasi a ritenerla un superamento della stessa democrazia.
Insomma, sembra che proprio dall’Italia possa realmente sorgere un Nuovo Rinascimento, che vedrebbe tutti i popoli europei, liberi per sempre dal cappio dei propri oppressori, esprimere, insieme, il proprio anelito creatore. Questa sì, senza forse, sarà l’unica vera Europa possibile.

J.C.

Riferimenti utili
http://binews.org
http://www.bin-italia.org
http://www.ighina.it/antropocrazia
Nicolò Giuseppe Bellia, Verso l’Antropocrazia, Bellerofonte Edizioni