Che titolo è questo, vi chiederete, pensando ad un errore di scrittura.
Arriveremo per gradi al suo significato.


Partiamo dal calcolo del tempo.

Siamo nel 2018, ovvero, nel 2018 post Christum natum, cioè 2018 p.Ch.n. (2018 p.C.).
In numeri romani si scrive MMXVIII post Christum natum, MMXVIII p.Ch.n.
Potremmo anche denominarlo Anno Domini 2018, ovvero A.D. 2018.
Ancora due frasi latine:
–    anno ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi
–    anno dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo
–    anno a Nativitate Domini nostri Iesu Christi
–    anno dalla Natività di nostro Signore Gesù Cristo

Insomma, saremmo nell’Era Volgare. Il termine volgare in questa espressione non vuol dire privo di cultura, che non vale niente, semplicemente vuol dire comprensibile al popolo anche se non conosce il latino.
[… e solo per il fatto che si è costretti a spiegarlo fa comprendere quanto queste valutazioni sulla cronologia siano naturalmente comprensibili al popolo…]
L’anno prima del 2018, è indicato non come l’anno 0, ma l’anno 1 ante Christum natum, cioè 1 a.Ch.n. Cioè si va a ritroso: anno 1 a.C.
Nei tempi dell’antica Roma si usava la numerazione cronologica che partiva dall’anno della fondazione di Roma: Ab Urbe Condita (A.U.C).
Fu Marco Terenzio Varrone a calcolare l’anno della fondazione di Roma.
Nato a Rieti nel 116 a.C. e morto a Roma nel 27 a.C.
Nato a Rieti nel 638 A.U.C e morto a Roma nel 727 A.U.C.
Il 21 aprile dell’Anno Domini 247, mentre era imperatore Marco Giulio Filippo detto l’Arabo, che ha retto l’impero dal 244 al 249, si è festeggiato il millesimo anno dalla fondazione di Roma. Tuttora i romani (e mio padre ci teneva moltissimo) il 21 aprile di ogni anno festeggiano il Natale di Roma.

[La cronologia è la colonna portante del palazzo umano della storia. Se la cronologia è carente anche le storie della Storia lo sono. Tenerlo a mente è importante per scorrere queste pagine]

Ora possiamo osservare da vicino Cicerone.
Marco Tullio Cicerone è nato, il 3 gennaio del 106 a.C., ad Arpino nella mitica terra sabina (la terra della mia famiglia paterna). Un giovane immerso negli studi di retorica, diritto, filosofia che lo portarono a Roma, Atene, Rodi, Smirne; pronto ad affrontare i rischi della politica, fino ad essere eletto senatore nel 74 a.C. e console nel 63 a.C.
Dagli scranni senatoriali vedeva bene la Roma Repubblicana che rotolava verso la dittatura militare e poi imperiale. Non avendo accettato quel rotolio, che si era amplificato dopo la guerra civile dal 91 a.C. all’88 a.C., dai Triumviri Ottaviano, Antonio, Lepido fu inserito nelle liste di proscrizione. Lasciò Roma sapendo che sarebbe stato assassinato. Nei pressi di Formia, pagò il prezzo della sua avversione alla dittatura offrendo il collo al suo assassino il 7 dicembre del 43 a.C.
Cicerone, Oratore e scrittore, che dovrebbe essere noto a chi frequenta o ha frequentato i banchi di scuola, nella sua opera DE NATURA DEORUM, si chiede in che consista esattamente la Natura degli Dei.
Se gli dei esistano o non esistano. Ritenendo che sia verosimile la loro esistenza, considerando provenienti dagli dei il preannuncio degli eventi futuri, prima del loro compimento.

Quanto poi alle profezie e alle premonizioni del futuro che cosa provano se non che gli avvenimenti futuri vengono rivelati, mostrati, pronosticati, predetti agli uomini (donde i termini di rivelazione, mostro, pronostico, prodigio)? (Libro 2, paragrafo 7)

Dall’esistenza degli dèi (posto che esistano, come è certo che esistono) deriva che essi sono dotati di vita e non solo di vita ma anche di ragione e che sono uniti in una sorta di comunità sociale e che governano il mondo a guisa di uno stato unitario. (Libro 2, paragrafo 78)

Quanto alla loro corporeità, non è come quella umana; né si cibano come gli umani.
Il loro aspetto è di bellezza luminosa, così scrivono gli autori antichi.

Si è parlato del mondo nel suo insieme e si è anche parlato degli astri, sì che dovrebbe ormai risultare oltremodo chiaro che esiste un numero considerevole di dèi che, se non se ne stanno del tutto inattivi, neppure, però, svolgono la loro attività gravati da un lavoro debilitante e penoso.
Gli è che non sono composti di vene, di muscoli e di ossa e non si nutrono dei nostri cibi e delle nostre bevande che rendono troppo agri o troppo densi gli umori.
Per effetto della loro consistenza corporea non hanno ragione di temere cadute, colpi o malattie dovute ad affaticamento fisico
, sono esenti cioè proprio da quei timori per ovviare ai quali Epicuro immaginò degli dèi offrenti solo una parvenza di figura e del tutto inattivi.
Il loro aspetto risplende di una suprema bellezza e la loro dimora è collocata nella zona più pura del cielo
: dal modo in cui compiono i loro movimenti e percorrono le loro orbite risulta evidente che tutto concorre in essi alla conservazione ed alla tutela dell’universo. (Libro 2, paragrafo 59)

Molte altre categorie di divinità in grazia delle loro benemerenze furono riconosciute ed espressamente menzionate dagli uomini più sapienti di Grecia e dai nostri antenati.

Essi partivano dalla considerazione che tutto quanto risulta di grande utilità per il genere umano sia senz’altro dovuto alla bontà divina.

Di qui l’uso di denominare le opere compiute dagli dèi col loro stesso nome, così come oggi noi chiamiamo Cerere le messi e Libero il vino.

A tale consuetudine si ispira anche il noto verso di Terenzio: “Venere ha freddo senza Cerere e Libero”. (Libro 2, paragrafo 60)

Il proverbio latino suona così…     Sine Cerere et Libero friget Venus
… che traduciamo:                        Senza Cerere e Bacco Venere ha freddo
cioè                                                per scaldare il rapporto sessuale serve cibo e vino

Cerere rappresenta la Madre Terra, quindi il cibo; Libero o Bacco rappresenta il vino.

Da Bacco viene il termine Baccanali. Come da Dioniso vengono i Riti Dionisiaci. Sia il romano Bacco che il greco Dioniso, richiamano, nei riti antichissimi a loro dedicati, la sensualità, l’irrazionalità, la caoticità di tutto ciò che è istintuale nell’umano agire.
L’apollineo, balla suona e canta; l’apparente opposto scatena le tue impulsività senza frenarle nei riti baccanali e dionisiaci; saranno posti sotto osservazione da Federico Nietzsche, nel 1871, nella sua opera La nascita della tragedia.
In queste pagine si cerca di distinguere la bellezza dell’agire apollineo (da Apollo) come la serenità, la compostezza che traspare nelle opere figurative dell’antica Grecia, dalla scompostezza impulsiva dell’agire dionisiaco.
[Quello che appare altro è solo lo specchiale del volto umano allo specchio]

E che dire dei templi della Prosperità, della Salute, della Concordia, della Libertà, della Vittoria?
È evidente che, trattandosi di situazioni e di modi di essere assumenti una tale portata da non potersi immaginare se non regolati da una potestà divina, finirono con l’essere identificati essi stessi con altrettante divinità.
Si giunge così al punto di divinizzare i nomi del Desiderio, del Piacere e di Venere Lubentina, di entità, cioè, legate al vizio e non naturali, benché (con buona pace dì Velleio che sostiene il contrario) siano proprio questi viziosi istinti a forzare con maggiore energia la natura. (Libro 2, paragrafo 61)

Ma chi era il dio Libero

Lo sapevano bene i ragazzi romani che aspettavano le feste del 17 marzo dedicate al dio Libero, dell’anno in cui avrebbero compiuto 17 anni. In quel giorno, nel tempietto familiare dedicato ai Lari (le divinità che proteggevano la casa), ai Penati (che proteggevano la dispensa), e ai Mani, (gli spiriti degli antenati defunti); in presenza del padre, avrebbero consacrato agli dei familiari la Bulla, l’amuleto contro i malefici che tutti i bambini maschi romani portavano al collo dal giorno della nascita. Da quel giorno avrebbero anche abbandonato la toga pretexta del periodo puerile (8-16 anni) per vestire la toga virilis degli adulti. Quindi, in una Roma in festa, un gran numero di cortei familiari si sarebbero messi in cammino verso il Campidoglio. In quel giorno di festa, dedicato a Liber Pater, quei ragazzi venivano considerati adulti e iscritti fra i cittadini romani, ma sempre sottoposti all’autorità paterna.
Da quel momento erano chiamati al rispetto della legge e alla difesa della patria.
Chi sognava di entrare in politica sapeva che quella porta si apriva solo se avesse partecipato a dieci campagne militari; quindi si offriva volontario nell’esercito romano.
Chi sognava la magistratura, il sacerdozio, l’oratoria sapeva dove e a chi affidarsi per ricoprire quel ruolo nel suo futuro.
I nuovi adulti di buona famiglia si misuravano negli amicali banchetti notturni, nelle uscite notturne, nell’incontro con le donne. Messi in guardia dal genitore dagli eccessi e dalle eccessive uscite di denaro.
Le ragazze imparavano a orientare il lavoro degli schiavi nella gestione della grande casa padronale.
I bambini delle famiglie povere, già venivano orientati verso il lavoro. L’età virile li trovava magari a lavorare in campagna o nella bottega di un fabbro o di un falegname e veniva spinto a diventare un buon artigiano o un buon contadino.
La carriera militare attirava anche i giovani poveri che imparavano a diventare buoni soldati, mentre le loro piccole sorelle, seguite dalle madri, imparavano a cucire, a filare, a cucinare, a gestire la casa e, in campagna, a gestire gli animali…

È perfettamente inseribile in questo contesto, l’invito alla riflessione che Plutarco dedica al figlio di un altro sacerdote, come lui custode del tempio di Delfi, il giovane Nicandro, (si ritiene nato fra il 60 e il 70 d.C.); conseguentemente, il libretto di Plutarco L’ARTE DI ASCOLTARE, che contiene queste esortazioni dedicate, si ritiene sia stato composto nella fascia temporale 80-90 d.C.

Ti invio, caro Nicandro la stesura del discorso da me tenuto su come si ascolta, perché tu sappia disporti in modo corretto all’ascolto di chi si rivolge a te con la voce della persuasione, ora che hai indossato la toga virile e ti sei liberato da chi ti dava ordini. Questa condizione di «anarchia», che alcuni giovani, ancora immaturi sul piano formativo, sono portati a confondere con la libertà, fa sì che le passioni, quasi fossero sciolte dai ceppi, diventino per loro padroni più duri dei maestri e dei pedagoghi di quando erano ragazzi. Insieme con la tunica, dice Erodoto, le donne si spogliano anche del pudore: così ci sono giovani che nell’atto stesso di deporre la toga puerile, depongono anche ogni senso di pudore e di rispetto, e sciolto l’abito che li teneva composti si riempiono subito di sregolatezza. Tu, invece, che in più occasioni hai avuto modo di ascoltare che seguire Dio ed obbedire alla ragione sono la stessa cosa, devi pensare che, il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, per quelli che ragionano bene, non significa non aver più un’autorità cui sottostare, ma semplicemente cambiarla, perché al posto di una persona stipendiata o di uno schiavo essi assumono a guida divina dell’esistenza la ragione. Quella ragione, i cui seguaci è giusto ritenere i soli uomini liberi, dato che solo loro hanno imparato a volere ciò che si deve e perciò stesso vivono come vogliono. Ignobile, invece, meschino ed esposto a grandi rimorsi, è l’arbitrio che si esplica negli impulsi e nelle azioni che nascono da immaturità e falsi ragionamenti.

Dal 79 al 77 a.C. Cicerone, anche per stare lontano da Roma (dopo che Silla, stupendo tutti, aveva abbandonato il potere, di fatto consegnandolo al potere della forza militare) per migliorare il suo stato di salute, era stato in Grecia e in Asia Minore per studiare filosofia e retorica.
Plutarco riferisce il racconto, presente nelle memorie di Silla, sul prodigio avvenuto mentre si trovava all’interno del santuario della dea Laverna a Roma, nel 90 a.C. Proprio vicino alla sua statua si era aperta una voragine da cui era uscita una colonna di fuoco altissima e luminosissima. La dea Laverna era una dea legata alla terra e al sottosuolo. La dea della notte e di tutto ciò che si compie nell’oscurità. Gli aruspici spiegarono così il prodigio:

Un grande uomo, singolare d’aspetto e fuori dal comune, giunto al potere, avrebbe liberato la città dai disordini in cui si trovava.

Silla nelle sue memorie affermò che quell’uomo fuori dal comune era lui, visto che aveva i capelli biondi ed aveva anche compiuto imprese grandi e gloriose.
Quando, nel 91 a.C. venne assassinato il tribuno della plebe Marco Livio Druso e le popolazioni italiche si erano ribellate, era giunta notizia a Roma che ad Ascoli erano stati uccisi il pretore Quinto Servilio e tutti i cittadini romani residenti nella città e il Senato aveva ordinato la mobilitazione dell’esercito, Silla considerò quel prodigio il via libera divino alle eliminazioni di massa dei nemici.
Cicerone, certo sapeva dei segreti misterici greci, essendo stato iniziato ai misteri Eleusini (come un vero greco) ed essendosi confrontato con l’Oracolo di Delfi, dopo aver seguito le lezioni di Fedro, un filosofo epicureo e le lezioni di retorica di Apollonio, figlio di Molone.
E non è da considerarsi secondaria la sua presenza a Marsala con la carica di Questore se a quel tempo Marsala si chiamava Lilibeo. [… un nome che ci conduce verso una storia antica poco conosciuta che verrà raccontata … non in queste pagine]
Quindi, i seguenti appunti vanno ben compresi nella loro effettiva significanza…

In conclusione furono riconosciuti, in considerazione delle loro benemerenze, tutti gli dèi che si erano resi autori di particolari benefici e i nomi di cui si è appena detto stanno appunto ad indicare il potere da ciascuno di essi esercitato.
Inoltre la comunità umana adottò l’uso di elevare al cielo tutti coloro che si fossero distinti nel beneficare i loro simili, sia a ciò indotti dalla fama da quelli raggiunta sia di propria spontanea iniziativa.
Di qui l’introduzione di divinità quali Ercole, Castore, Polluce, Esculapio e lo stesso Libero (mi riferisco qui al dio omonimo figlio di Semele, non a quel “Libero” che i nostri antenati venerarono con solennità e devozione accanto a Cerere e a Libera) la cui importanza cultuale è ravvisabile nelle pratiche misteriche.
In base alla considerazione che è nostra consuetudine chiamare “liberi” i figli nati da noi, Libero e Libera furono considerati figli di Cerere; il che vale per Libera ma non certo per Libero!
Identica è l’origine del dio Romolo, che alcuni ritengono sia da identificarsi con Quirino. In ogni caso fu la sopravvivenza degli spiriti di codesti uomini ed il loro destino immortale che ne fece, nella comune opinione, altrettante divinità assommando essi in sé le prerogative dell’eternità e della perfezione.
(Libro 1, paragrafo 62)

La vita agreste degli antichi romani veniva sostenuta dalle feste dedicate a Libero e a Libera, che segnavano i tempi dedicati alla vita agricola. In quei giorni i contadini si aiutavano fra di loro per raccogliere i frutti della terra e per ringraziare gli dei del buon raccolto.

[Vi erano dei territori a nord di Roma che erano affidati ai sacerdoti dei Templi che si trovavano in quell’area, perché i proventi di quelle terre destinate all’agricoltura e al pascolo fossero destinati al loro sostentamento e a favore dei poveri di Roma]

Dai tempi remoti nella grande città romana, istituite, secondo la tradizione, da Numa Pompilio [il secondo re di Roma eletto a furor di popolo, che sapeva controllare i fulmini e io so come], si tenevano 4 feste, chiamate Agonalia.

– 9 Gennaio, in onore di Giano

[Il Dio che quando è rappresentato bifronte indica il controllo delle porte spazio temporali]

– 17 Marzo, in onore di Marte

(Era il Dio della Guerra, a cui sacrificare prima di partire per le campagne militari, il segnale che si era in tempo di guerra era visibile perché solo in questo periodo venivano lasciate aperte le porte dei templi dedicati a Giano.)

– 21 Maggio, in onore di Vediove

(Nelle immagini che lo raffigurano appare nelle sembianze di Apollo, con le frecce e una capra. Era un Dio che abitava nella terra dei morti, gli Inferi. A lui veniva sacrificata appunto una capra.)

– 11 Dicembre, in onore del Sole Indigete

(Il Dio Sole, nume tutelare di Roma dalla sua nascita. Un culto introdotto da Tito Tazio, Re di Curi, in Sabina, che portò il suo esercito contro Roma per vendicare l’affronto del ratto delle Sabine organizzato da Romolo.)

Durante queste feste, sul colle della Regia, che si trovava in un luogo alto di Roma (il Colle del Quirinale in antico era chiamato Agonus) veniva sacrificato al Dio un ariete nero. Il sacerdote (in antichità era lo stesso Re) chiedeva ai presenti:
agone? – cioè: posso davvero agire? (il ne finale aggiunto al verbo è un rafforzativo, come in romanesco ancora oggi si dice sine o none – certo che è si, certo che è no.)
Come intuibile la risposta corale era un: age (compi il sacrificio).
Gli animali venivano portati nell’area sacra con la forza; si voleva che fossero terrorizzati e alla vista del coltello sacrificale cominciassero a tremare dalla paura.
Non è un caso che proprio in quei tempi antichi gli animali venissero contenuti nel termine agònia (bestiame). L’animale che soffre mentre muore in preda al terrore, in greco è indicato con il termine agwnia (agònia).
Questi Dei, dunque, volevano il sacrificio di animali terrorizzati (era questo il loro cibo?).
Dopo il sacrificio offerto agli Dei, i festeggianti si spostavano verso i luoghi dove si sarebbero tenute le gare. Per esempio l’area di Porta Collina, dove attualmente si trovano Porta Pia e la villa dell’Ambasciata britannica di Roma, in antichità veniva chiamata Agonensis. Una via unica oggi collega i due luoghi: la via XX Settembre.
Cicerone ha ancora qualcosa da dire sugli Dei.

Potete ora constatare come partendo da eccellenti ed utili scoperte relative al mondo della natura si sia giunti ad ammettere, come ovvia conclusione, dèi falsi ed immaginari: di qui false opinioni, errori conturbanti e superstizioni poco meno che senili. Abbiamo così imparato a conoscere l’aspetto degli dèi, la loro età, i loro abiti e i loro ornamenti nonché il loro sesso, i loro matrimoni e i loro rapporti di parentela e il tutto abbassato al livello delle umane debolezze.
Basti dire che vengono rappresentati in preda alle passioni e la tradizione ci informa dei loro desideri, delle loro amarezze, dei loro sfoghi d’ira.
Non furono neppure indenni da guerre e battaglie, come riferiscono le leggende, e non si limitarono, secondo quanto narra Omero, a parteggiare per l’uno o per l’altro di due eserciti in lotta, ma combatterono proprie battaglie, come quelle contro i Titani e contro i Giganti.

Trattasi di credenze più che sciocche che rivelano solo un’estrema superficialità e leggerezza. (Libro 2, paragrafo 70)

Ad ogni modo però, pur disprezzando e respingendo codesti racconti favolosi, potremo ugualmente riconoscere l’esistenza e la natura della divinità presente in ciascun elemento – Cerere sulla terra, Nettuno nel mare, altri altrove – ed apprenderne il nome consacrato dall’uso: e questi dèi è nostro dovere rispettare e venerare. Non v’è nulla di più elevato, di più puro, di più venerando e di più sacro del culto degli dèi purché li si venerino con purezza, rettitudine ed integrità di mente e di parola. Del resto non furono solo i filosofi ma anche i nostri antenati a distinguere la superstizione dalla religione. (Libro 2, paragrafo 71)


Ora occupiamoci del significato del titolo: Un Pianeta di Liberti

Dopo la festa del 17 marzo, che già conosciamo, nelle campagne e nella città di Roma non si lavorava. Perfino nei quartieri militari si faceva festa.
Sono i giorni in cui avviene che:
Liberi et liberti in castris Liberi simulacrum colent.
I liberi e i liberti venerano la statua di Libero nei quartieri militari.


In queste giornate il Dio Libero era osannato come Liber Pater.
Si scatenano i Liberalia, feste generali a base di banchetti pubblici all’aperto, e divertimenti.
Si scatenano anche i giovani che dal 17 marzo indossano la toga virilis.
In quei giorni le donne del popolo cariche di anni, si coronavano il capo con l’edera e vendevano ai passanti focacce di farina miele e olio. Sicuro che alla fine della giornata non gliene avanzavano.
Si festeggiava anche Libera considerata come una Grande Madre Natura.
Nel mito Libera pur essendo vergine avrà un figlio che diventerà un suo paredro. Cioè sarà associato alla sua divinità e a lei sottoposto. Il figlio che rappresenta la vegetazione morirà ogni inverno, ma ogni primavera risorgerà.
Chi sono dunque i liberti che accompagnano i liberi nei festeggiamenti.
Nelle campagne militari era ordinario che l’esercito tornasse con al seguito prigionieri dell’esercito o del territorio nemico. A questi schiavi venivano affidati i lavori più pesanti e più umili. Venivano anche utilizzati come mano d’opera, per i lavori di costruzione di strade e di edifici pubblici.
Questi schiavi potevano anche essere liberati dallo stato servile; ma non avevano capacità giuridica e dovevano sottostare a limitazioni della loro libertà.
Solo ai liberti di cittadini romani veniva riconosciuto lo stato di cittadino romano, ma non potevano rivestire le cariche più alte e non potevano diventare Senatore.
L’atto di affrancamento era un atto pubblico.
Il liberto è obbligato alla fedeltà e all’obsequium (al rispetto che il figlio deve al padre) per il padrone. Non gli è permesso portare in giudizio il padrone, senza il permesso del Pretore.
Il liberto si obbligava a lavorare secondo le richieste del padrone per un prefissato numero di giornate lavorative ogni anno.
Il padrone poteva impedire al suo ex schiavo di contrarre matrimonio, per non essere privato degli impegni lavorativi che il liberto aveva preso nei suoi confronti.
In caso di morte del liberto, metà dei suoi beni spettavano al padrone.
Spesso i liberti continuano le attività che facevano da schiavi. Coltivare la terra, gestire le botteghe artigiane, le officine…

Se avete ben compreso il contenuto di queste pagine fino a questo punto, se provate a raffrontare gli aspetti della vita nella Roma antica con gli aspetti della nostra ordinaria quotidianità, vi renderete conto che quelli che allora si consideravano liberi specchiandosi sui liberti assomigliano a tutti coloro che si ritengono liberi di fare quello che vogliono nella società forzosamente globalizzata e mischiata. Costretti, tutti, come i liberi e i liberti di ieri, nella gabbia del mondo economico di turno. Oggi come nei secoli e nei millenni trascorsi.
La libertà non consiste nello sfruttare il lavoro altrui.
La libertà è come il librarsi, mantenersi sospeso per aria e andare dove si vuole, come gli uccelli, le aquile, i grandi draghi antichi di una bontà infinita non carnivori e amici dei bambini del mondo. Non c’è bisogno del verbo volere per volare.
Le canzoni sul volare liberi nei cieli lasciano i segni indelebilmente armonici nell’animo umano.
Volare, andare, fuggire da qui. Questa è la vera libertà. Solo fuori di qui, lontani da chi divora le indotte passioni umane, ci si può dichiarare liberi. Altrimenti la fotografia di questa Terra è quella di un Pianeta di Liberti.
Ma ritengo sia giusto un piccolo aiuto finale per comprendere meglio quanto a chi abita questa Terra sia impedita la libertà.

Dal libro della Genesi
La torre di Babele

1     Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.
2     Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.
3     Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento.
4     Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».
5     Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.
6     Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.
7    Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro».
8     Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.
9     Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Intanto non è un caso che siano 9 i paragrafi.
Secondo voi, quegli antichi uomini volevano fuggire dalla terra?
Secondo voi, cosa vogliono dire le frasi:
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole;
hanno tutti una lingua sola;
confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro.

Che lingua è questa unica lingua che tutti comprendevano allo stesso modo, pur parlando un’altra lingua.
Io ho la risposta; ma sono convinto che, se ci riflettete sopra, anche voi la troverete.

Buona riflessione.


Leggi o preleva l'articolo in formato .pdf