"Dalla sala si levava il brusio di chi approvava, di chi dissen­tiva, More si ritirò in mezzo a loro.

Il Segretario si alzò, diede uno sguardo al suo orologio da tasca e lo ricaricò meticolosamente. Poi prese la parola. Dalla sua cattedra il vecchio osservava impassibile.

– Asseriscono che una piena autonomia dell’individuo è la base per una società più equa? Laddove i desideri individuali potrebbero diventare fonti esclusive del diritto e delle leggi? Un’erba voglio contro tutto e tutti portata a sistema di governo? Un individualismo sfrenato legalizza­to? È questo l’utilizzo della ragione? Non la intendevo in questo modo. Si presenti ora il professor Francis Fuku­yama. Venga, professore. Lei ha analizzato da politologo questo movimento, ci dica il suo giudizio.

Il professore, giapponese di nascita, docente alla Stanford University, testa a palla di cannone, sorriso orientale e aspetto mite e sereno iniziò:

    Questo movimento è più antico di quanto non si sappia. Attua vere e proprie crociate, i cui scopi puntano molto più in alto degli attivisti delle campagne in difesa dei diritti civili, dei diritti delle donne o di quelli dei gay. Il loro obiettivo è liberare la razza umana dai propri limiti biologici, dal destino biologico originato da processi ciechi di variazione casuale e di adattamento dell’evolu­zione, accelerando il progresso della specie al suo stadio successivo. Queste motivazioni vengono già messe in atto in molti programmi di ricerca biomedica originando una serie ampia di risultati, dai farmaci per modificare gli stati emotivi, alle sostanze per incrementare la massa musco­lare o cancellare selettivamente la memoria, agli scree­ning genetici prenatali o di terapia genetica. Se lo scopo dichiarato sono le terapie mediche, tali processi possono comunque essere utilizzati per il miglioramento selettivo della specie. Ma sotto l’apparenza etica i progressi della biotecnologia nascondono una minaccia intellettuale e morale difficile da focalizzare. Rispetto ai limiti della razza umana, alle malattie ostinate, alla brevità della vita ed alla morte, al male insito in tutti gli uomini, alle gelosie, alle violenze, alle ansie perenni del vivere, il progetto transu­manista appare ragionevole. Se la tecnologia lo consente, perché non elevarci sopra la nostra specie attuale? Sembra un progetto realizzabile se costituito e condotto attraverso piccoli ma continui miglioramenti; ma l’apparente ragione­volezza è parte integrante del suo pericolo. Cedere a piccoli passi alle lusinghe della biotecnologia ci nasconde il loro costo morale. La prima preda del transumanesimo diverrà l’uguaglianza fra gli uomini. La nostra società è nata e cresciuta all’ombra di questo principio, con costo di vite elevatissimo. Siamo riusciti a stabilire che per il fatto stesso di essere umani, acquisiamo il diritto naturale all’ugua­glianza. E l’uguaglianza è l’altra faccia della fratellanza, del disinteressato amore del prossimo. Quando soccorriamo un ferito, accudiamo un anziano, consoliamo un derelitto, non gli chiediamo quanto ha di quoziente di intelligenza, se è maschio o femmina, di che razza è. La sua esistenza è il valore chiave, non i suoi attributi. Ma in un mondo distinto in esseri superiori per capacità ed intelletto, necessaria­mente una minoranza, l’uguaglianza cesserebbe e i deboli e i malati gettati dalla rupe Tarpea e nascerebbe, per volere di chi afferma il “miglioramento” dell’essere umano come un valore positivo e necessario, una differente società. Ma di questa idea di società erano già stati gettati i semi con i programmi di eugenetica, idee sconfitte dal sacrificio delle vite dei nostri padri ed ora riemergenti dalle tenebre della storia con il volto amichevole di Jago. Non possiamo rinunziare alla uguaglianza e fratellanza fra gli uomini.

    – Certo, se i mutamenti riguardassero solo una minoranza. Questi benefici ventilati dai transumanisti non potrebbero essere estesi a tutto il genere umano? – Interruppe Lord Byron. – Chi può dirlo?

– Posso rispondere io…

Una voce esile ma sicura si era levata dalla sala. Un piccolo uomo diritto come un fuso, scalzo e seminudo, avvolto in un lenzuolo, canuto, scarno, baffi spioventi bianchi e orec­chie a sventola, un paio di occhialini rotondi si avvicinò seguito come un’ombra da una capretta.

– Vi sono miliardi di esseri umani al mondo, ho cammina­to con ciascuno di loro, passo dopo passo. – esordì – Per mutare le vite di tante persone occorrerebbero cifre folli. La scienza e la tecnologia hanno costi altissimi e coloro a cui sono destinati i benefici della ricerca devono avere un sapere appropriato, una idea del proprio destino, frutto della cultura della società occidentale. Ma l’Occidente è ben misera cosa rispetto al resto dell’umanità. Dove è l’afflato verso il resto del mondo in persone che si baloc­cano con illusioni superomistiche, cieche di fronte alla realtà dell’ignoranza e all’inconsapevolezza di miliardi di uomini che non sanno leggere o scrivere, non hanno un tetto od un pasto o, peggio, sono vittime di guerre e malattie nate dalla volontà di conquista e di dominio propria dell’Occidente? Di quale trasformazione in esseri superiori possono parlare a madri che stringono disperate i corpi senza vita dei loro bambini, di quel che resta di loro? Quale sogno di destino futuro postumano leggono negli occhi di adolescenti, di giovani donne messe nude davanti ai portatori di pace? Se l’uguaglianza è frutto interno alla cultura degli occidentali, essi hanno fatto della diseguaglianza, dell’assassinio, della rapina e del potere il loro mantra verso il resto del mondo. E chi, nella parte dorata del pianeta, può chiamarsi a buon diritto fuori dalla responsabilità di essere correo del dolore degli altri? Quelli che predicano? Che fanno le marce della pace? Che si sentono in buona fede e si assolvono per aver versato l’obolo? Che si sentono alternativi in attesa di un’inevitabile discesa dall’Alto dello Spirito dei tempi? Farisei, non sono migliori degli armati che sguinzagliano sul resto del mondo. I transumanisti non fanno altro che giustificare il diritto alla superiorità dell’Occidente sul resto del pianeta, rimuovendone i sensi di colpa attraverso la creazione di un nuovo essere, il Postumano, che potrà guardare l’umanità con occhi indifferenti ed alieni e che non saprà mai qual è la sua vera essenza, se non che quella di un consumatore al supermercato delle modifiche chi­miche o genetiche o psichiche o tecnologiche. Un essere che avrà gettato alle ortiche la consapevolezza e l’anima. E tuttavia la responsabilità della creazione di un mondo di golem non è solo di chi accetta supinamente il proprio destino, ma soprattutto di chi ordisce tale futuro per gli altri, ne prepara i passi per metterlo in pratica, si pone obiettivi intermedi e li finanzia per portarli a termine, restando nell’ombra.

– Nell’ombra? No, sappiamo chi sono – interloquì Lord Byron – chiamo a parlare l’occupante della Va cella. La ringrazio, Mahatma."

 

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