Il 17 aprile 2016 si voterà a favore o contro lo stop delle trivellazioni nel mar mediterraneo, referendum che inciderà – molti sperano – sulla durata dei giacimenti petroliferi già in sfruttamento.
Se vince il SI non si rinnoveranno – a scadenza – le concessioni delle trivelle in mare entro le 12 miglia dalla costa, se vince il NO tutto rimarrà come adesso, con un rinnovo scontato delle concessioni dato che costa meno trivellare che sparecchiare e bonificare le aree.
Dieci consigli regionali hanno chiesto espressamente alla Corte Costituzionale questa votazione plebiscitaria, ed è la prima volta che accade nella storia della Repubblica: le regioni che si sono ribellate ai petrolieri sono Basilicata (in primis), ma anche Puglia, Liguria, Marche, Sardegna, Veneto, Calabria, Abruzzo, Campania e Molise.
Tutto nasce con lo Sblocca Italia renziano del novembre 2014: per aiutare ancora di più le lobby, Renzi e i suoi prolungano le concessioni da 20 a 30 anni (in alcuni casi addirittura 50) attribuendo queste decisioni a concertazioni tra Regioni e Ministero dell’Ambiente, ed escludendo in toto gli amministratori locali. 
Se poi le regioni si oppongono, ecco che il Ministero dello Sviluppo può avocare tutto a sé e dare il via libera.
Nel luglio 2015, un rapporto di Greenpeace getta benzina sul fuoco: l’organizzazione, infatti, chiede al Ministero dell’Ambiente i dati sui monitoraggi delle piattaforme offshore per l’estrazione del petrolio, ma si vede ricevere i dati di sole 34 piattaforme (tutte di proprietà dell’Eni) mentre sul sito del Ministero dello Sviluppo risultano ben 130 strutture attive.
La cosa si fa evidente: non c’è alcun tipo di controllo su questo tipo di attività.
Le cose si complicano ulteriormente quando l’ISPRA (l’istituto superiore per la ricerca ambientale, che è pubblico e dipende proprio dal Ministero dell’Ambiente) pubblica dei dati preoccupanti sull’impatto ambientale delle trivelle, dati che risalgono addirittura agli anni 2012, 2013 e 2014.
Ciò che analizza l’ISPRA sono le acque reflue: queste si arricchiscono di sostanze cancerogene ogni anno di più, rappresentando un pericolo per i pesci, il turismo, l’ambiente e l’uomo.
In questi rapporti si analizzano, in particolare, le condizioni dei mitili, dato che sono dei bio-accumulatori per eccellenza: in sostanza, nel 2012, il 76% di quelli analizzati attorno alle piattaforme presenta livelli di mercurio superiori rispetto agli standard comunitari (per gli altri contaminanti come cadmio, zinco e selenio non esistono limiti normativi); nel 2013 questa percentuale sale al 73,5%, mentre nel 2014 sfiora addirittura il 79%. 
Inoltre nei documenti si constata che l’82% dei mitili presenta livelli di cadmio superiori alle normali campionature; lo stesso dicasi per il selenio (77%) e per lo zinco (63%), metalli associati proprio a questo tipo di estrazioni.
Il rischio per gli ambientalisti è che questo micidiale cocktail risalga l’intera catena alimentare, arrivando alla fine all’uomo: insomma, se ci pensiamo bene, è sciocco pensare che queste piattaforme non abbiano nessun impatto sull’ambiente!
Ma queste trivelle – in verità – non si trovano solo nei mari, sono anche sulla terraferma: un esempio sono i giacimenti di estrazione situati in Lucania.
Qui i sindaci si oppongono poco perché le loro campagne elettorali sono finanziate proprio da queste compagnie, e perché certi finanziamenti risanano interi bilanci prima dissestati. 
Anche se gli amministratori lucani lo negano, l’Istituto nazionale dei tumori di Milano ha calcolato che in Basilicata l’incidenza di molti tumori è doppia rispetto alla media nazionale.
Qui c’è anche un concreto pericolo per le falde acquifere, che rischiano di essere contaminate proprio da queste trivelle. 
Il problema insomma sono sempre i soldi, i quali, scarseggiando a monte per via dei meccanismi inscenati dalla BCE per creare appositamente crisi economica (leggasi 3% max di prestiti alle nazioni in funzione del loro PIL) portano questi sindaci a svendere, alla fine, tutti i nostri territori.
Il cosiddetto referendum sulle trivelle comunque – va specificato – riguarda solo quelle marine entro le 12 miglia, dato che quelle operanti oltre o sulla terraferma sono – proprio per quanto detto sopra – ancora un enigma e un tabù.
I sostenitori del NO, oltre a parlare di lavoratori spesso precari e comunque pochi rispetto all’interesse generale – parliamo di salute umana – sostengono che dobbiamo ridurre le importazioni: ebbene, il petrolio e il gas estratti rasentano l’1% del fabbisogno nazionale, dunque le importazioni non saranno per niente ridotte. 
È meglio poi essere chiari: nessuno vuole la nostra autosufficienza energetica quando parliamo di energia fossile, e la prova sono proprio le varie pipe-line presenti in Afghanistan o che si vorrebbero costruire in Siria, paesi occupati con la giustificazione del solito “terrorismo”. 
 Ma un’altra questione fondamentale da affrontare è il rispetto dell’esito referendario nel caso si raggiungesse il fatidico quorum: insomma, se anche vincesse il SI fermando in futuro le trivellazioni, il referendum potrebbe – di fatto – essere annullato proprio come è successo con altre consultazioni passate. 
Come non pensare, per esempio, al referendum sul finanziamento pubblico dei partiti del 1993, che si è tramutato poco dopo in “rimborsi elettorali”, fregando milioni di cittadini? 
O ancora ai due referendum del 2011 sull’acqua, che stabilivano che il servizio idrico dovesse diventare pubblico ed essere sottratto al mercato?
Ebbene, questi ultimi due referendum sono stati smontati pezzo per pezzo, e oggi l’acqua è ancora privata: un primo tentativo fu fatto da Berlusconi nell’agosto del 2011, subito dopo il raggiungimento del quorum, ma la legge, per fortuna, venne cancellata l’anno successivo dalla Corte costituzionale; poi arrivò Monti, che la fece ancora più grossa, passando i servizi idrici all’Autorità per l’energia, la quale, a sua volta, pescò tra le imprese del settore.
Ma la vera cancellazione è arrivata con lo Sblocca Italia – ci risiamo! – di Matteo Renzi, il quale, in barba ai referendum, ha indicato come obiettivo la concentrazione dei servizi pubblici nelle mani di poche grandi multi-utility, prevedendo perfino il gestore unico.
L’ultima legge di stabilità, infine, ha incentivato i Comuni a privatizzare i servizi pubblici in cambio di uno sconto sul Patto di stabilità, alias il patto che costringe i comuni a restare in budget risicati e a non spendere neanche i soldi che hanno in cassa. 
Un decreto della riforma Madia della P.A ha previsto perfino che si tenga conto della remunerazione del capitale investito dai gestori, proprio il focus di uno dei due quesiti frutto del referendum.
Insomma il referendum del 17 aprile 2016 non fermerà subito le trivelle, è vero, ma ne decreterà comunque la fine. 
Ne passerà però di acqua sotto i ponti, e questa metafora – credetemi – è tutt’altro che casuale.


Fonte dati: Fatto Quotidiano 

Fonte: gabrielesannino.com