pericolo "catastrofico" per l'Occidente, non c'è traccia.
In Italia, benché il nostro Paese abbia aderito alla guerra proprio sulla base di quella minaccia, rivelatasi inesistente, la cosa non sembra creare alcun imbarazzo al governo nè suscitare interesse nei media.

Negli Stati Uniti è diverso. Il Congresso rumoreggia e qualche giorno fa il New York Times, che spero nessuno vorrà annoverare fra i giornali comunisti, ha concluso un lungo articolo affermando che «l'assenza di un arsenale non convenzionale iracheno è il peggior scandalo della storia politica americana». Perché per gli americani la cosa è così grave? Perché significa che George W. Bush ha mentito al Paese, inventandosi la storia delle «armi di distruzione di massa» per convincere l'opinione pubblica della necessità della guerra. E negli Stati Uniti, Paese criticabile per molti aspetti ma che ha alcune regole precise, inderogabili, la menzogna non è ammessa, è considerata un atto gravissimo perché rompe il rapporto di fiducia. E lo stesso avviene in Gran Bretagna dove, secondo un recente sondaggio, più di un terzo degli inglesi non ha più fiducia in Tony Blair perché, come Bush, ha mentito su una questione così determinante.

A scuotere l'opinione pubblica anglosassone c'è probabilmente anche il fatto che la spedizione in Iraq si sta rivelando, come quella in Afghanistan, fallimentare. Quelli che erano stati presentati trionfalmente come "i liberatori" sono costretti a mostrarsi, ogni giorno che passa, per ciò che realmente sono e che nessun esercizio linguistico può cambiare: degli occupanti e degli oppressori. Se qualcuno, all'inizio, aveva forse cullato qualche illusione adesso se l'è tolta. In Iraq gli americani li odiano tutti. Non solo, com'è ovvio, i seguaci di Saddam Hussein, i baathisti, che rappresentano comunque un terzo del Paese, ma anche gli sciiti che essendo la stragrande maggioranza aspirano legittimamente a una Repubblica islamica e sanno che ciò non sarà possibile, nemmeno col voto; perché per gli occidentali - Algeria insegna - le elezioni sono valide solo se risultano a loro favore. E soprattutto li odia la popolazione per le continue stragi in cui van di mezzo i civili. In Iraq la gente dice: «gli americani sparano a casaccio». E il risentimento non fa che aumentare.

In Afghanistan le cose non vanno meglio. Se la situazione è apparentemente più tranquilla è solo perché il governo del "Quisling" Karzai e le truppe di occupazione si accontentano di controllare, e a malapena, Kabul e qualche altra città, mentre in tutto il resto del Paese il potere è tornato nelle mani dei capi tribali. Se i nostri alpini , acquartierati nelle vicinanze del villaggio di Khost, non sono stati finora toccati è perché, secondo nostre antiche abitudini, hanno stretto accordi sottobanco con i capi locali: costoro li lasciano in pace e in cambio noi non controlliamo nulla.

Ma nonostante in Iraq e in Afghanistan gli Stati Uniti camminino sulle uova, George "dabliù" Bush non demorde nel suo programma di egemonia planetaria. Il prossimo obbiettivo, con tutta evidenza, è l'Iran. Sono cominciate nei confronti di Teheran le solite accuse di volersi munire di armi nucleari (perché poi l'Iran o qualsiasi altro Paese della regione non dovrebbe avere ciò che Israele ha è una cosa che, prima o poi, ci dovranno pure spiegare) e le consuete richieste di ispezioni. Nel contempo l'America, attraverso una nutrita serie di tv satellitari che trasmettono da Los Angeles, soffia sul fuoco del malcontento di parte degli studenti iraniani (che poi non sono che i rappresentanti di quella borghesia, assolutamente minoritaria nel Paese, circa un 2\%, che era al potere con lo Scià), sperando di provocare una guerra civile in Persia. La sinistra italiana, con un pavloviano riflesso sessantottesco e giovanilista, sostiene la protesta degli studenti. E, ottusa e rigida com'è sempre stata, non si accorge di fare con ciò il gioco degli odiati yankee.