Nel pomeriggio di ieri, l’Ansa lanciava una notizia che dovrebbe far riflettere tutti quei giornalisti (e soprattutto i loro lettori, ascoltatori e spettatori) che finora hanno spacciato per vera l’attribuzione ad Assad dell’uso di armi chimiche contro la propria popolazione. Infatti, come se non bastasse l’ammissione fatta dai ribelli stessi, che hanno dichiarato di aver utilizzato il gas sarin per errore (notizia non rimbalzata su nessun quotidiano di larga tiratura), ora sono il giornalista Domenico Quirico e lo studioso belga Pierre Piccinin, la cui liberazione campeggia in queste ore sulle prime pagine di tutte le testate, ad aggiungere la loro testimonianza. Infatti, come riporta l’agenzia di stampa:

”È un dovere morale dirlo. Non è il governo di Bashar al-Assad ad avere utilizzato il gas sarin o un altro gas nella periferia di Damasco”. Così Pierre Piccinin alla radio RTL-TVi, dicendo di avere sorpreso una conversazione tra ribelli in proposito insieme a Domenico Quirico.
Piccinin e Quirico ne sono ”certi” perché lo hanno sentito in ”una conversazione che abbiamo sorpreso” tra ribelli, ha affermato l’insegnante belga. Piccinin aggiunge che ammetterlo ”mi costa perché da maggio 2012 sostengo con decisione l’esercito libero siriano nella sua giusta lotta per la democrazia”. ”Per il momento”, però, ”per una questione di etica Domenico ed io siamo determinati a non fare uscire (i dettagli di) questa informazione”, ha affermato Piccinin facendo riferimento all’interrogatorio di Quirico in programma oggi e al suo quotidiano. ”Quando la ‘Stampa’ riterrà che è venuto il momento di dare dettagli su questa informazione, lo farò anch’io in Belgio”, ha spiegato l’insegnante belga. Piccinin racconta quindi che, quando lo scorso 30 agosto lui e il giornalista de ‘La Stampa’ hanno sentito dell’intenzione degli Usa di agire in seguito all’uso, attribuito al regime, delle armi chimiche ”avevamo la testa in fiamme”, perché ”eravamo prigionieri laggiù, bloccati con questa informazione e per noi era impossibile darla”.

Certo, bisognerà attendere per avere le informazioni dettagliate del caso, ma questa volta le parole sono di un giornalista de La Stampa e di un docente di Storia e Scienze Politiche alla Scuola europea di Bruxelles. Entrambi, fino al giorno del loro rapimento, impegnati nel dar voce ai ‘ribelli’ contro il ‘regime’ di Assad (e di Gheddafi in Libia).
 


Il loro caso, probabilmente, non avrà quindi la stessa (scarsa) rilevanza mediatica di quello di Oriano Cantani e Domenico Tedeschi, i due ingegneri italiani di Ansaldo Energia rapiti in Siria l’anno scorso. Al loro rilascio, i due dichiararono di esser stati rapiti da giovani incappucciati di nero, riconducibili ai miliziani dell’Esercito Libero Siriano (i cosiddetti ‘ribelli’) e di essere vivi solo grazie all’intervento dell’esercito di Assad.

La testimonianza di Cantani e Tedeschi, però, non incise affatto sulla propaganda contro la ‘ferocia’ del ‘regime’ di Damasco.

Forse, però, oggi l’Occidente ha compreso l’impossibilità di vincere uno scontro con la Siria e, soprattutto, una Terza Guerra Mondiale contro Russia e Cina, che hanno dispiegato le loro armi e navi a difesa della nazione mediorientale. Difficilmente, altrimenti, si spiegherebbe il tentennamento di Obama e Kerry, che sembrano gridare al mondo la colpevolezza di Assad e la necessità di un intervento armato più per farsi coraggio che per incutere paura all’avversario. Idem il governo italiano, che vede una Emma Bonino (dall’eccellente curriculum filo-atlantista) ed un Enrico Letta (vedi Bonino) contrari all’intervento e alla concessione delle basi agli USA anche in caso di mandato Onu: una posizione che mai ci si sarebbe aspettati, che mai è stata assunta da nessun governo (e come non pensare che possa averla dettata Washington stessa?). In realtà, sia John Kerry sia Giorgio Napolitano possono vantare di aver avuto stretti rapporti con il leader siriano, testimoniati dalla foto (che ha fatto ormai il giro delle rete) in cui l’attuale Segretario di Stato USA e la moglie cenano a Damasco con gli Assad…

… e dalle dichiarazioni dell’attuale Presidente italiano, rilasciate il 21 marzo 2010, che riconosceva nel suo omologo siriano un esempio di laicità. Ma allora, perché armare contro di lui i miliziani islamisti?

Nel frattempo, anche papa Bergoglio proclama a gran voce il suo impegno per la Pace in Siria, pur appartenendo allo stesso ordine religioso di chi, come Paolo Dall’Oglio, la Pace in Siria sembra non averla mai cercata, dato il suo impegno per il rovesciamento di Assad. Qualcuno potrebbe sospettare che il suo rapimento, avvenuto il 27 luglio scorso, possa esser stato un messaggio per il gesuita che vive a Casa Santa Marta, anch’egli, come Dell’Oglio, portabandiera della “conciliazione” tra Cattolicesimo ed Islam. Tanto che, dopo aver ascoltato il pontefice leggere un brano del Corano il 18 maggio, in queste ore fedeli musulmani stanno pregando per la Pace recitando il testo sacro dell’Islam proprio nella piazza Vaticana (come se si trattasse, ora, di un luogo religioso islamico). Certo, lo scopo è nobile ed è senz’altro positivo che fedeli di religioni diverse lo perseguano travalicando le forme-pensiero che li dividono. Ma è difficile non guardare a questi fatti attraverso la lente fornitaci da Alberto Roccatano, che nel suo articolo “Caro Papa, non dimetterti” mostrava in modo difficilmente equivocabile la presenza di un disegno preciso, volto, forse, all’islamizzazione della Chiesa Cattolica.

Ma Francesco o non Francesco, è probabile che la guerra non si farà. E in questo, la preparazione militare di Mosca e Pechino e la determinazione di Vladimir Putin avranno potuto di più di chi, nelle vesti di buon Pastore, chiede alla vittima di far pace con lo stupratore mentre questi ancora le sta usando violenza.

J.C.