Se la verità può spiegare agli uomini i rapporti fra l’economia, l’etica e la gratuità.

Riflessioni dedicate alla memoria del vescovo, anzi, del leone di Münster cardinale Clemens August von Galen e al vescovo di Roma Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI.

Nei mesi trascorsi ha avuto grande eco mediatica l’enciclica papale di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Caritas in veritate, emanata il 29 giugno 2009. Ho sentito le impressioni le più disparate: chi mi ha detto che è una enciclica sull’accoglienza, chi mi ha detto che finalmente c’è un supporto per gli economisti; chi mi ha detto che finalmente il mercato è approvato dalla Chiesa; chi mi ha detto che finalmente la tecnologia è stata dichiarata dono di Dio. Addirittura questa enciclica viene considerata meritevole del Nobel per l’economia. Naturale che alla fine me la sia letta e anche studiata e non solo questa ma anche la Rerum novarum di Leone XIII emanata il 15 maggio 1891, la Quadragesimo anno di Pio XI, richiamante la Rerum novarum, appunto quaranta anni dopo, emanata il 15 maggio 1931, la Populorum progressio di Paolo VI emanata il 26 marzo 1967. Sono quattro encicliche che sono state scritte ad una distanza di circa quaranta anni l’una dall’altra. Esse rappresentano le sensibilità del tempo nel quale sono state scritte e coprono uno spazio temporale di 120 anni. Non ho intenzione di esaminarle insieme al lettore, non voglio appesantire queste pagine. Tenga conto il lettore che nella mia esposizione queste quattro encicliche mi sono perfettamente presenti.

La questione fondamentale che voglio porre all’attenzione di coloro che tengono in conto, o almeno rispettano, il pensiero sociale della Chiesa è organizzata e costruita intorno ai termini: etica ed economia. Poiché devo esporre il mio pensiero su questi due campi, uno prettamente morale e l’altro prettamente materiale, dovremo cercare di intenderci sul significato che a questi due termini in queste pagine viene assegnato.

L’etica

È un termine di origine greca, e si riferisce ai criteri che l’uomo prende a riferimento per il suo comportamento pratico. Abbandonando il relativismo delle azioni determinate dal vantaggio che il singolo ne trae di Aristotele, fu Socrate ad assegnare a questo termine un significato morale universale riguardante tutti gli uomini e quindi non legato al comportamento utilitaristico del singolo. Gli uomini, in quanto partecipanti dell’umanità, dovevano sentirsi moralmente obbligati ad un comportamento che fosse guidato da valori etici universali; da un comportamento orientato dal vantaggio generale e non più del singolo. Il vantaggio generale diviene il bene a cui il singolo aderisce prendendone coscienza e conoscenza. La ricerca della vera felicità, che è spinta connaturata nell’essere umano armonico, si concretizza nella ricerca del vantaggio generale. Il pensiero socratico ripreso da Platone si trasforma poi nella fuga dalla realtà in cui si vive, ritornando alle antiche posizioni orfiche e pitagoriche. La vita diviene concretizzazione del progressivo distacco, dalla materialità, dell’anima immortale che vuole tornare nel mondo delle idee, nell’iperuranio, abbandonando questa realtà nella quale si trova esiliata. Se l’etica è quella aristotelica, racchiusa nel limite umano, è un’etica che indica le modalità per conseguire un singolare vantaggio passionale o affettivo ma anche la superiorità della ragione sulle passioni. Se l’etica è quella socratica, è un’etica che non è più vincolata al singolare vantaggio, ma al vantaggio comune che si definisce bene comune e universale. Se l’etica è quella platonica, è un’etica che sottopone le passioni umane all’anima immortale razionale e capace di accedere alla conoscenza che la libererà dalla prigionia dell’esilio terreno. In queste tre teorie la ragione ha la supremazia sull’azione. Fra queste, è l’etica universale e trascendente di Socrate che più si avvicina all’etica cristiana.

La sostanza dell’etica cristiana si trova racchiusa nella frase evangelica di Matteo: “Siate perfetti come è perfetto il padre vostro che è nei cieli”. Eppure, questa ideale perfezione non si trasforma nella iperuranica fuga di Platone dal reale. Da questa radice fondante si diramano altri aspetti di questo diverso principio etico. Il primo fra tutti è la gratuità dell’agire verso e in aiuto dell’altro, chiunque esso sia, che prevale sull’utilitaristico ed egoistico perseguimento del vantaggio personale. L’ideale etico cristiano che proclama la dignità umana riconoscendone i limiti, si sostanzia anche nella ricerca della verità perché è la verità che rende liberi dalla materialità costrittiva della ricerca del vantaggio personale. Non a caso ho rappresentato in grassetto alcune frasi o termini. Con queste sottolineature ho voluto rendere visibile la congiunzione, che potrebbe sembrare indissolubile, fra etica e vantaggio, ovvero fra etica ed economia. Ho voluto permettere a chi legge questa visibilità congiuntiva; perché fosse più chiaro, e anche comprensibile, come poi, nei tempi a noi più vicini, e, a mio parere, proprio per la progressiva fondamentale importanza che la tecnica ha assunto negli ultimi tre secoli, l’economia e l’etica non fossero più riconosciute differenti e non congiungibili; ma l’una, l’etica, ridotta all’economia, e questa riduzione si deve al pensiero di Karl Marx (1818-1883) e Fredrick Engels (1820-1895). Nella piena consapevolezza dell’astratto convenzionalismo utilizzato dalla filosofia di tutti i tempi, sto accennando alla filosofia del materialismo storico che produrrà i rivolgimenti sociali della fine del 19° secolo e dell’inizio del 20°. Quegli stessi rivolgimenti che provocheranno l’intervento della Chiesa cattolica nel mondo economico, politico e sociale, a cominciare appunto dalla Rerum novarum del 1891. Quanto al materialismo storico, sarà Vladimir Lenin (1870-1924) a trasformare questa filosofia rivoluzionaria nella struttura portante filosofica del poco longevo comunismo. La filosofia “rivoluzionaria”, appunto, condizionata dalla “moderna” tecnica e incoraggiata dall’antico materialismo di Democrito, si immerge nella materialità, non riconoscendo “concretezza” al trascendente. (Credo che noi dovremmo avere il coraggio di togliere alla trascendenza il timbro della “immaterialità” – abbandonando l’homo homini lupus di Thomas Hobbes (1588-1679) – e dovremmo invece riconoscere alla trascendenza una sua reale, esistente, “provvidenziale” fisicità anche se non “direttamente” coglibile dai nostri limitati sensi e dalle tecnologie, anche, inimmaginabilmente, le più sofisticate.) Se la realtà, infine, è solo materiale il soddisfacimento dei bisogni si trasforma nel piacere e il piacere “drogato” si trasforma nell’apparente felicità. (L’apparente felicità, a differenza della vera felicità, non si può coniugare con l’etica; perché l’etica – quella di queste pagine – si coniuga solo con la serenità che è la vera felicità.) Se può apparire verosimile, come le ricerche biologiche moderne sembrerebbero dimostrare – in senso lato anticipato da Ludwig Feuerbach (1804-1875) nel suo “l’uomo è ciò che mangia”; poiché esiste una connessione non scindibile fra corpo e psiche: una alimentazione migliore produce un pensiero migliore – , che le emozioni e gli orientamenti del pensiero siano dirette emanazioni della materialità della microcomponentistica biologica corporea; appare almeno inverosimile che possa essere dogmaticamente riducibile lo psichico al fisico. D’altra parte “il salto coscienziale” dell’uomo non può essere il risultato di una vicendevole chiacchierata fra prassi e teoria, materia e idee. Tutto parte dall’errore di identificare il bisogno con la società che invece lo contiene essendone anche strutturata. Solo l’etica che vive di trascendenza sa riconoscere nell’economia la sovrastruttura che vuole imprigionare l’uomo nella materia. Se divenisse finalmente visibile che è la storia a determinare l’uomo e non l’uomo a determinare la storia; forse ci porremmo la domanda se quello che ci accade intorno provenga da uomini resi ciechi e sordi o da qualcuno che ci vede e ci sente benissimo.

Sono questi i motivi per i quali in queste pagine il significato che viene assegnato al termine etica è l’insieme di quello anticipatorio socratico e cristiano. L’uomo affronta il mondo nel quale si trova costrittivamente a vivere non come uomo economico ma come uomo etico. L’uomo etico rifugge dallo sfruttamento verso i suoi simili, gli animali, la natura. L’uomo etico sa di essere altro dalla realtà economica utilitaristica che lo circonda. L’uomo etico sa che perseguire il profitto e il vantaggio con tutti i mezzi che l’economia, pagando, gli mette a disposizione non lo condurrà verso la strada dell’evoluzione e verso la libertà.

L’economia

Anche questo è un termine di origine greca e definisce l’azione del mettere in ordine la casa esteso al significato di amministrare la casa, la famiglia, una comunità, più comunità, uno stato.

Gli antichi greci collegavano, non a caso, l’economia con la schiavitù (il lavoro), la moneta e il commercio.

Oggi il termine “economia” definisce l’uso intelligente del denaro e dei mezzi più opportuni, che con il minor sacrificio possibile ottenga il maggior vantaggio possibile. Dell’economia di un paese fanno parte i suoi territori, le sue materie prime, le sue energie naturali, il complesso dei suoi impianti produttivi, i capitali di cui dispone, le sue capacità tecnologiche, la sua forza lavoro.

Nel termine economia si raccoglie l’interazione dell’uomo con i mezzi di sostentamento offerti dalla natura: i frutti, la caccia, la pesca, che si vorrebbero propri dei popoli primitivi; la coltivazione del suolo e l’allevamento del bestiame che si vorrebbero propri dei popoli “civili”. Fa niente se poi i popoli “civili” hanno asservito gli agricoltori e gli allevatori e hanno distrutto le culture dei popoli primitivi schiavizzandoli. Ecco perché appare naturale che l’economia preveda, per il suo funzionamento, una autorità accentrata; sia che si tratti di economia domestica, sia che si tratti di economia curtense (medioevale), sia che si tratti di economia politica, che con la forza si ponga al disopra dell’individuo, sia che preveda scambi, in natura o monetari, sotto la supervisione del controllo accentrato di limitati o vasti territori o del territorio globale, come oggi sta avvenendo. E in questa sua capacità di accentrazione non fa differenza se l’economia sia di mercato – nella finzione della libera iniziativa – o sia collettivistica – nella finzione della proprietà collettiva – ; non fa differenza se viene chiamata economia finanziaria, economia politica, economia industriale, microeconomia (gli affari miei) o macroeconomia (gli affari mondiali); non fa differenza se gli elementi economici siano visti in modo statico, senza considerare il trascorrere del tempo, o in modo dinamico, considerando invece il trascorrere del tempo, sempre attraverso una autorità accentrata e organizzata e capace di controllo. I problemi seri nascono quando si tenta di mischiare l’universalità dell’etica con la materialità funzionale ed egoistica dell’economia. I guai nascono quando filosoficamente la soddisfazione degli indotti bisogni umani (nel termine bisogni ricadono sia i beni che i servizi) viene considerata morale ed universale affidando all’economia i compiti propri dell’etica, se non addirittura unicizzando i due termini e i due mondi nel materialismo storico.

In queste pagine al termine “economia” è assegnato un valore aggressivo perché vengono considerati aggressivi la proprietà privata, il lavoro, il denaro e tutto ciò che socialmente e tecnologicamente deriva dal mondo economico. L’economia in queste pagine è la catena che mostra la schiavitù del genere umano; per ciò stesso non è, e non può essere, considerata neutrale perché ha un preciso fine schiavizzante del genere umano. L’economia si occupa della persona umana solo per usarla e sfruttarla ai suoi fini non certo perché la rispetta.

Oggi l’economia è una catena globale. Io ritengo che nella questione complessa del rapporto fra etica ed economia sia necessario definire meglio l’ambito economico, ovvero se possiamo distinguere il mondo economico dall’universale mondo esperienziale ed interiore etico.

Il mondo economico

Per spiegare meglio la dura definizione del termine economia dobbiamo entrare nel mondo economico che direttamente ne deriva.

Il mondo economico vi veste, vi sfama, vi cura, vi trova anche una casa dove abitare; è eccezionale il mondo economico vi fa viaggiare in bicicletta, in moto, in automobile, in treno, in nave, in aereo, vi fa anche divertire. Nel mondo economico potete giocare a guardie e ladri; potete giocare ad invadere militarmente e ad essere invasi; potete innamorarvi e trovare una gioielleria dove comprare o farvi comprare un anello che vi leghi per sempre al vostro amore. Nel mondo economico troverete sempre il negozio che fa per voi; sembra così coccolante e accogliente il mondo economico. Addirittura il mondo economico si prepara ai miracoli della tecnologia: far camminare i senza gambe, fa sentire i sordi, far vedere i ciechi. Finalmente un dio, esoso, ma a portata di mano, anzi di portafoglio; perché il dio tecnologico vuole essere pagato non fa niente di gratuito, se no che mondo economico sarebbe.

Magari, invece, non ci credete che questa bolla chiusa sia così funzionale come sembra. Magari, oltre il suo luccichio così attraente, riuscite, invece, a vedere la sovrastruttura che avvolge l’uomo imprigionandolo nelle spire della materia ed impedendogli di rivolgersi verso l’assoluto verso l’evoluzione. Magari tu, che leggi, ti senti uomo etico, uomo religioso. Se è così, per te la visione della natura e del trascendente universale è molto più facilitata; ma, se è così, ti sentirai anche in esilio e abbandonato su una Terra che, oltre il luccichio, appare piena di sofferenza, di lacrime.

Se invece ti raffiguri e ti vedi come uomo economico, non ti scalfiranno i tentativi degli studiosi di scienza dell’economia di costruire nuove teorie che cercassero di dare all’economia una veste più funzionale e più spendibile sul piano speculativo morale e filosofico, anche se ti piace tanto soffermarti sulla, filosofica conclamata, neutralità dei principi dell’economia.

Ma che filosofia, ma che religione, ma che etica, gli affari sono affari; il mondo è dei furbi, o truffi tu per primo o sei truffato: “svegliati credulone”, urli beffardo tu, uomo economico, all’uomo etico. L’uomo economico non ha tempo di guardare oltre il materiale, immerso come è nella concreta materialità dei più forti e dei più furbi (o che si ritengono tali). Sono loro, i più forti e i più furbi che sono in gara fra di loro per arrivare prima nei furti, nelle occupazioni abusive, ai danni dei meno furbi, dei meno forti; sono sempre loro, insieme ai meno furbi e ai meno forti, che tramano ai danni del gran numero dei miti, dei deboli e ingenui abitanti della terra su cui si regge l’“economia” del mondo economico.

Ma guardatelo questo mondo economico, davvero vi appare neutrale come vorrebbero rappresentarlo gli economisti? Non vi pare, invece, che il mondo economico non abbia bisogno di etica, anzi, il mondo economico non vi pare che esista proprio in quanto rifiuta l’etica.

Nelle società del passato i popoli furono illusi che il mondo economico, che si avviluppava loro intorno, sarebbe stato in grado di rispondere alle spinte ideali di una vita migliore in quanto degna di essere vissuta e, soprattutto, furono illusi che il mondo economico fosse riducibile alla morale e alla filosofia. Invece furono le catene della materialità a divenire più solide e stringenti. Se il mondo economico, in cui si è sostanziata ognuna delle passate società, non ha permesso a nessuna di loro di trasformarsi in civiltà ci sarà pure un motivo.

Quale immagine di libertà dal bisogno sia leggibile nelle attuali società “ricche” nelle quali l’innalzamento stratosferico della spesa pubblica per infrastrutture e per sostenere i giganteschi “pesi sociali” dimostra che gli stati sono costretti ad un riadattamento costante dei loro progetti perché a distanza di tempi limitatissimi si dimostrano inadeguati. E l’inadeguatezza dipende dal fatto che la velocità degli avvenimenti sta aumentando quasi esponenzialmente da un anno all’altro. Cambiamenti che solo cinquanta anni fa potevano essere previsti all’interno di una fascia temporale di decenni, oggi li vedi concretizzarsi da un semestre all’altro. Questo serve solo a prendere atto che il mondo economico è soggetto a cicliche crisi che mettono in grave difficoltà i più deboli; e i più deboli sono soprattutto i privi di autonoma forza economica, sono le genti, ormai da tempo immemore, senza terra.

La terra

L’economia, storicamente, fin dal suo nascere, si è proposta all’uomo come effetto della decisione di pochi di appropriarsi delle terre di tutti, dichiarandole loro proprietà privata.

Le popolazioni, private del possesso delle terre dove vivevano, sono state schiavizzate e costrette a “lavorare” anche come schiavi. Eppure la Terra offre se stessa sia agli uomini che agli animali non considerando gli uni superiori agli altri. La proprietà privata è davvero immaginabile come dono divino? Davvero si può affermare che Dio abbia assegnato un territorio ad un popolo e lo abbia sottratto ad altro lasciando che i due popoli si scannassero fra di loro per il possesso di quella terra? Oppure è vero che all’uomo non è riconosciuta per diritto divino nessuna proprietà sulla natura se non un diritto di provvisorio possesso ed utilizzo dei beni naturali utili al proprio sostentamento che non contempla l’alterazione e la distruzione di quegli stessi beni naturali; perché da queste alterazioni e distruzioni deriverebbero catastrofiche reazioni della natura stessa. Reazioni che sarebbero il diretto frutto delle modifiche “innaturali” che l’uomo ingenerasse sulla stessa Terra di cui ha solo appunto il provvisorio e rispettoso possesso. All’inverso la Terra che offre se stessa a chi la occupa può rendere visibile il mezzo utilizzato dalla provvidenza divina verso le creature che vivono in questo pianeta. Piuttosto è appunto l’occupazione abusiva di terre all’origine delle guerre e dello scatenamento di odi atavici. Rimane anche difficile vedere il bene comune nella terra divisa fra proprietari e non proprietari. Rimane difficile non vedere l’ingiustizia che pretende di costringere a lavorare coloro che sono stati privati del possesso provvisorio della terra che avrebbe potuto sostenerli. Ecco perché ogni uomo dovrebbe avere il suo pezzo di terra da cui possa autonomamente sostentarsi. Solo così può essere immaginabile l’uso della terra da parte degli uomini; non con la costruzione di grattacieli immensi dove far abitare in modo innaturale gli uomini derubati della vera autonomia.

Se agli uomini Dio ha permesso, non ordinato, di riempire e di assoggettare la Terra e di signoreggiare gli animali gli uccelli e i pesci del mare; può mai avere questo permesso un effetto antiumano, distruttivo ed invasivo? Che vuol dire riempire la Terra? Dovrebbe voler dire abitatela. Cioè ogni uomo deve poter trovare diretto sostentamento da quella porzione necessaria di terra che ha riempito con la sua presenza. Vuol dire che le innumerevoli porzioni di terra da riempire debbono essere in grado di sostenere gli uomini che lì hanno posto la loro dimora. Vuol dire che le porzioni di terra possono essere riempite, non sovraffollate. In nessun modo può essere malevolmente interpretato il verbo riempite con il verbo sovraffollate la terra, ammucchiatevi a centinaia di miliardi, costruite grattacieli se la terra non vi bastasse più. È evidente che nella stessa frase riempite la terra viene anche indicato un limite; è il limite delle terre assegnate ad ognuna delle famiglie umane a cui non può essere negata la terra che a loro è assegnata per diritto vitale. Una volta che, senza essere costrette a vagare per il mondo, tutte le famiglie umane hanno avuto la terra che occorre loro per autosostenersi, allora potremo dire che la Terra è stata riempita. E una Terra riempita non potrà ulteriormente contenere altri uomini. Se riempio un bicchiere e continuo a versarvi acqua cosa accade di quell’acqua in più versata? Le famiglie che abitano oggi sulla Terra hanno a loro disposizione la terra necessaria al loro sostentamento? Sappiamo che non è così perché ad ogni famiglia che si forma sulla Terra non viene assegnata la terra che le permetterebbe di vivere autonomamente e dignitosamente. Se noi fossimo davvero in grado, e avessimo la volontà, di dare una terra ad ogni famiglia, che essendo venuta ad esistenza ne avrebbe diritto, ci sarebbe abbastanza terra in ognuno dei paesi dove le famiglie si sono formate? E in queste condizioni drammatiche dove il diritto di vivere dignitosamente, avendo il possesso della terra a loro necessaria, è negato alla quasi totalità delle famiglie umane; noi possiamo considerare la Terra già riempita o ancora riempibile? Ecco le domande che dovrebbero stare a fondamento dell’atto stupendo dell’accoglienza globalizzata che rifiuta le porte chiuse della proprietà.

La proprietà

La proprietà è il principio sostanziante da cui si diparte il mondo economico.

La proprietà privata è antinomica al bene comune. Anzi è la violenza originaria della appropriazione illegittima delle terre e dei beni naturali, patrimonio comune dell’intero genere umano, che priva tanti esseri umani del diritto alla autonomia vitale costringendoli, ieri e oggi, alla schiavitù-lavoro e al lavoro-schiavitù, per poter vivere.

Nonostante i tentativi delle speculazioni filosofiche non è possibile nessuna relazione se non distruttiva fra proprietà privata e il bene comune. Quanto alla proprietà collettiva non ha nulla a che fare con il possesso provvisorio delle terre da cui traevano il loro sostentamento le popolazioni antiche. La proprietà collettiva è un eufemismo per indicare la proprietà di un gruppo di oligarchi o burocrati che hanno occupato lo stato che ormai si è trasformato in un mostro che in realtà non risponde più a nessuno; vive di vita propria ed è controllore funzionale e armato della società che vive nel proprio territorio per conto degli organizzatori del mondo economico.

Le popolazioni che hanno preso possesso di terre disabitate divenute dopo lungo tempo terre abitabili ed utilizzabili dopo le catastrofi, non si sono mai sognate di dichiararsene proprietarie nel senso micidialmente moderno ed attuale. Una terra senza padrone continuava ad essere senza padrone; era solo utilizzata per la caccia, per la pesca da tutta la popolazione, era semplicemente un possesso provvisorio (come è provvisoria la tranquillità della terra soggetta a mutazioni improvvise del suo stato e della sua posizione fra mare e terra). È quando si perde la memoria delle improvvise mutazioni della Terra a causa di una breve vita, sia dei singoli individui che delle comunità umane, che ci si arrischia a dichiararsi proprietari di terre e corsi d’acqua giungendo a scontrarsi con gli utilizzatori che già lì da tempo abitano.

È la proprietà che implica la povertà. È la sottrazione della terra necessaria all’autonomia vitale alle singole famiglie che le impoverisce sottraendo loro i mezzi di sussistenza. Non c’è nessuna naturalità in questa proprietà privatizzata che costringe un numero gigantesco di esseri umani a piegarsi al ricatto della schiavitù del lavoro. C’è, invece perfidia nell’ingiusto arricchimento degli improvvisatisi proprietari. È questo ingiusto arricchimento che diviene la pancia escrescente da cui nascono i ladri. È a causa di questa perfidia che si è corrotto il pensiero umano. L’uomo che non vuole essere ingiusto, impedito di avere ciò che naturalmente avrebbe dovuto e potuto avere, è costretto a guardarsi dal desiderare la roba degli altri. È da questa perfidia che viene generata la sofferenza senza fine dell’umanità. È da questa perfidia che nascono le leggi che puniscono i ladri ma difendono con il loro stesso esistere chi si è inventato la proprietà privata anche truccandola da proprietà collettiva. Se per consentire la convivenza sociale, sia ormai necessario proteggere la proprietà privata, vendibile e trasmissibile anche per eredità, indica quali siano le condizioni attuali della nostra società con le quali tutti sono obbligati a fare i conti. Come diramazione del termine proprietà privata, sia pure in modo alterante, andrebbe inserita la proprietà intellettuale che, di fatto, pur essendo di per sé giustificabile, dimostra ulteriormente che il virus della proprietà, considerato endemico ed inamovibile dal corpo sociale, provoca direttamente e (e più subdolamente) indirettamente, anche situazioni di disparità, degrado e sofferenza sociale che sono i sintomi di una società malata che non sarà capace di trasformarsi in civiltà. Chi può ha il dovere morale di aiutare le genti povere e disperate avendo la consapevolezza che sta solo restituendo ciò che a loro avrebbe dovuto appartenere per diritto naturale. Nello stesso tempo colui che agirà in questo modo etico deve anche essere consapevole che il suo agire è perfettamente inserito nel contesto della società costruita dal mondo economico rafforzandone la visione immanente di forza incomprimibile. Chi fa l’elemosina (ed è tragico doverlo constatare), quindi, afferma la disperante impossibilità di modificare la disparità fra chi ha e chi non ha; la disparità di chi è proprietario (almeno di qualcosa) e di chi, anche atavicamente, non sa neanche cosa sia la proprietà. Chi fa l’elemosina si assume il compito di rendere visibile l’antichissima procedura di sottrazione del possesso delle terre ai popoli pacifici ed indifesi da parte dei (si fa per dire) “nobili”. Che se potessimo dimostrare i finti trasferimenti di proprietà e le finte donazioni si provi ad immaginare quanti passaggi di proprietà, che si diramano dal lontano passato, perderebbero definitivamente la loro legittimazione; quante famiglie nobili (che annoverano nel loro albero genealogico, vescovi e cardinali) perderebbero i loro averi cosiddetti atavici; quanto attuale potere economico verrebbe perso da coloro che lo hanno fondato su antichi furti di terre di cui spossessarono le antiche inermi genti che legittimamente le occupavano. Se veramente potessimo vedere nel lontano passato come furono costruite le appropriazioni indebite, scopriremmo che i furti furono costruiti con la violenza distruttiva e mortale di spossessatori armati. Scopriremmo, poi, che i discendenti dei legittimi possessori, ormai abituati alla schiavitù, quelli che riuscivano a rimanere vivi in quei tempi violenti, vennero convinti, da uomini di cultura asserviti agli autonominatisi re di turno, che essendo ignoranti non potevano che avere torto, che essendo deboli non potevano che rassegnarsi a sottostare alla forza dei nuovi proprietari delle loro ataviche terre, a cui potevano solo offrire il loro lavoro o la loro carne perché ne venisse fatto l’utile macello.

Il lavoro

Se voi viveste liberamente insieme ad altri in un territorio dove la vostra autonomia vitale fosse organizzata dallo scorrere delle stagioni, scoprireste la schiavitù del lavoro se genti straniere armate si dichiarassero proprietari delle vostre terre e vi asservirebbero.

Se l’apostolo Paolo dice che chi non vuole lavorare non può mangiare, significa che già allora gli era visibile la costrittività del lavoro nel mondo economico, così come allora si proponeva. La costrittività del lavoro sovrasta da così gran tempo l’uomo che ormai tende a considerare il mondo economico come facente indissolubilmente parte della propria natura, e qui sta il grande inganno.

O accetti di lavorare o muori di fame, visto che non hai di che vivere. Il lavoro di cui stiamo parlando è il lavoro costrittivo: cioè l’impiego di energie e di capacità a favore di altri per procurarsi il necessario per vivere. Nel verbo procurarsi è sottesa la necessità della moneta, per poter acquistare da altri il necessario per vivere. L’uomo deve lavorare perché non ha più la capacità di provvedere a se stesso essendo privato della terra che atavicamente gli garantiva l’autonomia vitale. A rigore quello che oggi viene chiamato lavoro definisce solo il lavoro costrittivo. Davvero il lavoro costrittivo è voluto e benedetto da Dio?

Se un uomo va a caccia o a pesca o coltiva la terra per sostenere se stesso e la sua famiglia, se si costruisce un riparo per ripararsi dal freddo e dalle intemperie, se per migliorare le sue condizioni si industria (lavorando il legno i metalli) per migliorare le proprie condizioni vitali non possiamo considerare questa sua attività come lavoro costrittivo, ma un lavoro nel quale le energie e le capacità sono impiegate con intelligenza, secondo una naturale e libera volontà, nella natura che lo circonda che è unica sua controparte e dove si trova perfettamente libero e autonomo nelle iniziative che decide di intraprendere. Il lavoro costrittivo non ha nulla a che fare con la libertà.

D’altra parte il lavoro costrittivo sottende anche il diritto di ricevere una paga (un corrispettivo in denaro generalmente) che è il mezzo attraverso il quale colui che presta la servitù del lavoro può provvedere alle proprie e familiari necessità.

Questo diritto in realtà è estensibile solo al diritto alla sopravvivenza essendo molto difficile che attraverso il lavoro per un gran numero di persone divenga possibile arricchirsi, cioè “felicemente”, attraverso l’attento utilizzo di quello che si è risparmiato, diventare proprietari di una casa e di una terra. Dentro questa speranza di arricchirsi attraverso il lavoro trova radice il binomio non scindibile capitale e lavoro. Dentro questa radice si scontrano e fanno scintille (dando energia al mondo economico) i capitalisti e lavoratori. Chi mai spiegherà loro che le classi sociali che rappresentano sono come i polli che si beccano fra di loro mentre l’uomo economico li sta portando nelle cucine dove tireranno loro il collo?

Ad un numero miliardesco di esseri umani (quelli movimentati dalla chimera globale) viene prospettata la realtà ineluttabile di una vita vissuta con dolore e da schiavi, una vita senza speranza, senza armonia. Gran parte di questi esseri umani è gente mite, rassegnata a vivere in esilio su una terra che non è più la loro terra. L’unica speranza di queste genti è che finisca un giorno questa maledizione. Come altro interpretare le dure parole della Genesi che maledice la terra a causa dell’uomo costretto a rannicchiarsi nel lavoro; quella terra che solo con la fatica di quel lavoro permetterà a l’uomo di sostenersi per tutto il tempo in cui vivrà. Se dunque il lavoro è una maledizione per l’uomo, chi e perché ha maledetto l’uomo chi lo ha indotto e lo mantiene in errore.

Il lavoro costrittivo è protervamente utilizzato da esseri cinici e privi di scrupoli perfettamente connessi al mondo economico che appunto non è neutrale, per ottenere un guadagno a tutti i costi su tutto e su tutti; pronto ad utilizzare anche il lavoro delle donne e dei bambini per ottenere i propri scopi “economici”. È il guadagno il corruttore del mondo del lavoro.

Il mondo economico, che ha costruito questa società, rende impossibile sottrarre queste povere genti a questi avidi speculatori che per guadagnare il traguardo della ricchezza abusano delle persone come se fossero oggetti o animali costringendole a condizioni di vita e di lavoro indegne della persona umana. Basti pensare che nel finire del 19° secolo venivano utilizzati uomini al posto degli animali per tirare faticosamente gli aratri per solcare la dura terra da coltivare. Del resto sono proprio queste condizioni di vita che sono state utilizzate dai nemici dell’umanità per preparare le migrazioni forzose della attuale e priva di etica globalizzazione. O lavoro o disoccupazione, o vivi o vivi di stenti, queste sono le strade del futuro che il mondo economico che si sta protervamente globalizzando mostra come regale dono agli uomini.

Bisogna rendere onore piuttosto a coloro che pur subendo la costrizione del lavoro non ne accettano l’ingiustizia della degradazione ricattatoria (e non è un degrado di ieri ma anche dell’oggi globalizzato che ha vanificato 100 anni di lotte sindacali) proteggendo la loro buona fede e la loro onestà, anche intellettuale, pretendendo che il lavoro sia almeno decente e realizzando che stanno vivendo in un mondo economico dove sanno di essere prigionieri senza colpa e che li costringe ad usare la catena della moneta.

La moneta

In via ordinaria il mezzo utilizzato dall’economia per espandersi come ameba parassitario è il denaro. La moneta è il mezzo attraverso cui i pochi controllano la produzione e lo scambio dei beni destinati ai tanti costretti a lavorare per vivere. La moneta è lo strumento che il mondo economico ha introdotto per meglio controllare gli schiavi-lavoratori e i lavoratori-schiavi per poter sopravvivere attraverso i mezzi che vengono loro messi a disposizione pagando il dovuto. Con la moneta la Chiesa non dovrebbe avere niente a che fare altrimenti che significato dovremmo assegnare all’invito di dare a Cesare quello che è di Cesare. In questo caso, per noi, insomma, Cesare è lo Stato italiano; ma chi emette cartamoneta è la Banca d’Italia che è privata. La banca privata d’Italia scarica il costo di produzione della cartamoneta sullo Stato italiano per il quale produce la cartamoneta con il relativo valore facciale. Quindi ogni volta che produce cartamoneta produce anche un introito per se stessa di circa l’1,9% a cui vanno aggiunti gli interessi sui titoli di stato che vengono emessi a copertura dei “costi di produzione”. Questo è il signoraggio che vale per tutte le banche “statali” del mondo, compresa la Banca Centrale Europea che riconosce parte del signoraggio alle singole banche dei paesi europei. Tutte queste banche si arricchiscono attraverso questa procedura. Il signoraggio esisterebbe anche se la moneta fosse unica ed elettronica e il sistema di pagamento fosse collegato con l’identificazione automatica di chi deve pagare. Per ottenere questo scopo, economicamente pratico, occorrerebbe una banca mondiale. Tranquilli. L’FMI, il Fondo Monetario Internazionale, è stato autorizzato dall’ultimo G20 del 2009, ad emettere SDR (Special Drawing Rights), dal valore di 250 miliardi di dollari, con lo scopo di “iniettarli” nel sistema economico mondiale per implementarne la liquidità. Ecco i primi vagiti della neonata (si fa per dire) banca mondiale. Non vi sto trasmettendo una simpatica raffigurazione. Vi sto proprio invitando ad osservare l’FMI che, in questi giorni ed ore, si sta trasformando in banca mondiale. Una banca bambina che per crescere bene ha bisogno di latte materno; ecco perché, anche se invisibile, questa affamatissima neonata si è già attaccata alle mammelle di tutte le donne-mamme del pianeta. Ecco pronta la banca che sta già accampando il principale diritto di signoraggio del pianeta. E volete che chi controlla il mondo economico, ed ha precisi e non visibili interessi, neghi ai suoi diretti aiutanti e vassalli di potersi arricchire alle spalle dell’umanità intera?

Lo scopo visibile della moneta è quello di facilitare l’azione del “pagare”; è questo, precisamente questo, fra gli scopi visibili quello che sta più a cuore ai controllori millenari del mondo economico che ogni volta viene adattato alla società del momento. Oggi basta un micro-chip infilato nel vostro corpo perché l’azione del “pagare” vi sia facilitata al massimo. Forse non vi siete proprio resi conto che chi nasce nel mondo economico automaticamente diventa debitore nei suoi confronti. Con tutto quello che fa per voi, cosa volete che sia pagare le piccole cifre che vi vengono richieste. Poi dovreste anche ringraziare la tecnologia che vi permette di non avere più bisogno di portafogli, carte di credito col rischio che poi ve le rubino. È pieno di ladri sapete questo mondo economico. E poi non state lì a pensare all’Apocalisse, al numero che la bestia imprimerà nella carne di ogni uomo. Sono cose che si raccontano, sono favole, e se proprio dovesse avvenire chissà fra quanti miliardi di anni avverrà. Tranquilli uomini che siate etici o economici, tranquilli; il mondo economico vi ama e pensa a voi. Certo sul signoraggio qualche riflessione, nonostante queste tranquillizzanti parole del mondo economico, dobbiamo pur farla. Il signoraggio era la tassa che i vassalli (tassando le plebi) pagavano al Re. Esiste forse un Re mondiale a cui oggi viene riconosciuto, dai governanti e dai governatori delle banche della Terra, il diritto di ricevere la tassa altissima del signoraggio e non solo quella? Il mondo economico ha dunque un re che si è riservato la sovranità economica e monetaria del mondo intero? La moneta che sia metallica, cartacea, elettronica è fondamentale nel sistema economico. Potrebbe mai esistere una gallina senza uova? Un capitalismo senza moneta? Un uovo senza una chioccia? Una moneta senza capitalismo?

Il capitalismo

Immaginate, con me, di entrare in un antichissimo mulino. Immaginate, ancora, di trovarci di fronte ad una macchina consistente in una grossa ruota di pietra che rotoli dentro una vasca di pietra circolare. La base dell’intera macchina è la proprietà privata o collettiva (ovvero la consistenza fisica della ricchezza). L’asse fissata alla base da cui si diparte quella a cui è collegata la macina di pietra rotolante è il capitale fisso (tutto ciò che è strutturale, edifici, impianti, macchine…). L’asse che ruota intorno a quella fissa provocando il rotolamento della ruota di pietra a cui è collegata attraverso un foro è il capitale circolante (la produzione che più è velocizzata, più gira, più crea profitto). La ruota che rotola e schiaccia il grano trasformandolo in farina sono i lavoratori (o schiavi). Più farina si produce in minor tempo più il profitto diviene elevato. Più i lavoratori-schiacciatori sono spinti ad aumentare la produzione, più il mulino distribuisce farina, naturalmente a pagamento. Più si produce, più il profitto è implementato anche se il costo viene abbassato per fare concorrenza agli altri mulini. Meno mulini esistono nei dintorni più la farina può aumentare di prezzo; se poi la guerra commerciale ha ottenuto i suoi effetti monopolistici distruggendo tutti gli altri mulini, il prezzo della farina lo farà il mulino vincitore.

La divisione, funzionale al profitto, fra capitale (l’asse fissa e quella rotatoria) e il lavoro (la ruota che schiaccia il grano) da forma al capitalismo. Il capitale diviso dal lavoro. Il denaro produttore di ricchezza. Il denaro costruttore di fabbriche dove gli operai accetteranno di passare la loro intera vita. Il capitale potenza dei capitani d’industria. Le multinazionali, che stanno preparandosi a governare il mondo economico globalizzato, assicurando una forzosa presenza micro-regionale, potreste mai pensare che si fermino di fronte a questioni etiche; potreste mai pensare che accettino che il loro motore (la crudele macina del mulino) venga grippato da residuali questioni morali?

Va spiegato perché viene utilizzato il termine “micro-regionali” in riferimento alle multinazionali, (dove il “regionale” è una suddivisione appena inferiore a quella continentale e non, come è intesa in Italia dove il termine prima è geografico e quindi istituzionale). Per intenderci, l’euro la moneta europea è una moneta regionale che anticipa la costruzione di nuovi soggetti politici e militari che saranno i guardiani delle economie, dei mercati, delle monete regionali. Dentro queste regioni si lascerà che esistano anzi è indispensabile che esistano il maggior numero di statarelli possibili che avranno la comune caratteristica di non essere autonomi. Lo stesso dollaro sarà declassato a moneta regionale e dentro quella regione si potrà tranquillamente sfasciare la federazione USAense. Il termine viene anche usato perché quello che da decenni sta valendo per le genti che hanno avuto la sfrontatezza di unirsi, e cioè il “dividit et imperat” (ex Jugoslavija docet), da almeno 15 anni sta interessando anche le multinazionali che magari aspirerebbero a divenire monoglobali. La monoglobalità non sarà il loro destino. Questo sarà solo l’apparenza. L’obiettivo finale dei veri gestori dell’economia globale è quello di non permettere a nessuna delle attuali multinazionali di avere una unica voce disturbante nel capitolo segreto dei generali dell’economia e dell’industria. Ecco perché micro-regionale; perché non sarà loro permesso di espandersi al di fuori della micro-regione dove sono state relegate. Del resto anche nella cultura e nella ricerca scientifica non lo vedete da tempo in piena attuazione il “dividit et imperat”? No? Allora spiegatevi il perché della ricerca scientifica sempre più particolarizzata in micro-settori non fra loro connessi.

Se le multinazionali, ormai prossime a divenire spezzatini monoglobali, accettassero i limiti dell’etica, non è difficile immaginare che avrebbero un problema.

Se la nudità di San Francesco, concretezza della povertà, risultasse immolata da teologi, magari francescani, sull’altare del capitalismo buono, significherebbe che i cattolici hanno un problema.

Se la povertà fosse considerata come lontana da Dio e la ricchezza come vicinanza ed amicizia con Dio e segno esteriore della predestinazione alla salvezza nel mondo trascendente divino significherebbe che i cristiani hanno un problema.

Se rampanti capitalisti cattolici e cristiani ritenessero che fosse sufficiente farsi voler bene dai propri collaboratori rendendo il loro lavoro più umano e coinvolgendoli nella organizzazione della loro azienda; che fosse sufficiente avere un comportamento sincero e limpido con i loro collaboratori, con i direttori di banca, con i clienti potenziali e acquisiti per considerarsi portatori di etica e di morale nel duro mondo del profitto e per questo magari accettassero pure di essere portati ad esempio nelle università, significherebbe che i capitalisti cattolici e cristiani hanno un problema.

E come potrebbe organizzarsi e “vivere” il capitalismo se non potesse contare sul mercato?

Il mercato

Stai studiando e senti tua sorella che dal bagno strilla a vostra madre che è finito il suo shampoo personale. Vostra madre, paziente, si avvicina alla porta del bagno e dice a tua sorella che lo ha già inserito nell’elenco delle cose da comprare per l’indomani, giorno dedicato alla spesa presso i grandi magazzini.

Andare al mercato, andare a fare la spesa. Sono frasi che rendono a chiunque comprensibile il significato di questo termine. Cercare fra le bancarelle l’oggetto che ci serve fra quelli che costano di meno. Acquistare frutta, verdura, uova e quanto altro serve per sfamare la propria famiglia, sempre cercando di spendere il meno possibile, che il denaro a disposizione per vivere è sempre troppo poco.

Non vi è mai capitato di vedere famiglie intere che passeggiano nei blasfemici templi del profitto che sono i grandi magazzini? La società sembra opulenta e paradisiaca, mentre sembra rispondere prontamente ai bisogni espressi dai suoi componenti. È la vista televisiva dei grandi magazzini che raggiunge ed attira da luoghi lontani diseredati a milioni, come il miele le mosche. Sono i beni di prima e voluttuaria necessità ben ordinati negli scaffali che scatenano la differenza di potenziale fra gli occhi che desiderano e il portafoglio vuoto.

Quegli stessi scaffali sono la vetrina finale del mercato perché questo termine indica anche l’insieme dei processi produttivi e distributivi dei beni richiesti dalle varie società locali. Il mercato, così più largamente inteso, si occupa della creazione e soddisfazione dei bisogni; perché l’economia sta in piedi se ci sono bisogni da soddisfare. Più sono le società locali a cui il mercato si rivolge più l’economia del mercato è in buona salute; dunque, più l’economia è globalizzata, più lo stato di salute del mercato è eccellente.

Il mercato è lo scenario artificiale di un territorio limitato o mondiale dove i pochi regolano le articolazioni e le interazioni funzionali fra la proprietà, il lavoro, la moneta (cartacea o digitale che sia).

Il mercato è la grande arena economica dove si scontrano i gladiatori della libera concorrenza. In gioco c’è l’egemonia sul mercato. Vince il più duro il più inesorabile, il più crudele (sono i termini usati nel 1931). È questa la perfetta fotografia del libero mercato. L’unica differenza da allora (fine ottocento) ad oggi (il secolo della globalizzazione) è nell’uso delle armi, sofisticatissime quelle di oggi quanto grossolane quelle di ieri. Nel mercato entra in gioco la produzione anche alimentare. Per mantenere alti i prezzi della produzione alimentare si arriva fino al punto di distruggere le eccedenze alimentari, fa niente se ci sono milioni di affamati fra le popolazioni in incontrollata crescita demografica. Il mercato alimentare europeo per esempio ha come fine la dipendenza alimentare non l’autonomia alimentare delle singole popolazioni europee.

I prezzi li fa il mercato, ci sentiamo dire quando il costo di certi prodotti appare eccessivo ed iniquo. Nell’arena del libero mercato sappiamo quale carattere debbono avere i gladiatori. Al signor libero mercato non importa proprio nulla se le sue “incontrollate” iniziative conducono all’aggravamento delle disparità fra chi ha e chi non ha. Basta fare in modo che un prodotto da qualche altra parte costi di meno per mandare sul lastrico i produttori che “costano troppo”, ovvero che “rifiutano di farsi controllare”.

In questi ultimi 120 anni qualcuno è riuscito a costringere il mercato ad essere giusto, morale e ad accettare i limiti che lo priverebbero della sua connaturata selvaggia libertà senza limiti? Gli scambi commerciali ieri, come oggi, a quale criterio rispondono se non a quello del profitto? E nella produzione del profitto negli scambi commerciali nazionali ed internazionali quanta parte ha la corruzione? Soprattutto questa ultima domanda va posta per meglio comprendere le reali motivazioni della cosiddetta delocalizzazione diramazione diretta della globalizzazione. La riduzione dei prezzi effetto della delocalizzazione (nei paesi dove gli imprenditori delocalizzano si pagano meno tasse, ci sono meno controlli e il mondo del lavoro è senza regole) non è funzionale all’obiettivo di accrescere i consumi e quindi i profitti per il mercato interno dei paesi che delocalizzano. Il profitto accresciuto è solo l’apparente motivazione. Il vero obiettivo delle delocalizzazioni è, prima, monopolizzare le produzioni distribuite nei vari paesi, poi porre sotto un unico controllo le ramificate produzioni e, quindi, creare le condizioni per dettare i prezzi, senza concorrenti, nel mercato ormai globalmente controllato.

Il signor mercato ha molta fantasia e per confondere le idee dei guardiani della morale ha chiesto agli economisti di inventarsi la giustizia commutativa. Se c’è uno che da è giusto che ci sia qualcuno che riceve. È la legalità che fa capolino in questo termine che vorrebbe appunto apparire morale. Se io ti do qualcosa che tu accetti, mi devi pagare quello che hai accettato di pagare. Se vado in edicola e mi prendo il giornale senza pagarlo l’edicolante avrebbe ragione ad accusarmi di furto. Dunque per evitare che io sia accusabile di furto devo pagare all’edicolante che mi ha informato sul suo costo, il giornale che ho preso.

Il mercato si crea le regole all’interno della società che l’economia gli ha già plasmato. Per il mondo economico tutte le dottrine sociali sono le benvenute se non hanno come scopo di mettere in discussione il profitto. Ben venga la giustizia distributiva, ben venga la giustizia sociale se diventano puntelli importanti ed utilizzabili moralmente più che legalmente a tenere in piedi le fondamenta del mondo economico ben nascoste nell’inesistente neutralità. La solidarietà (fra i mercanti della stessa confraternita) e la fiducia (che verifica che il venditore ti ha venduto quello che ti ha detto che ti avrebbe venduto) sono termini che nell’arena selvaggia del libero mercato sono usate come armi improprie per ingannare gli altri partecipanti al fine di verificarne l’eventuale ingenuità. Sono come la sabbia che acceca gli occhi del gladiatore per metterlo alla mercè dell’assalitore.

Per il mondo economico, da sempre i poveri sono una risorsa. Sono i poveri il volano del motore dell’economia. Senza i resi poveri che cercassero di uscire dalla povertà, senza i privati del diritto alla terra per vivere che cercassero di recuperare l’autonomia perduta, non esisterebbe l’economia. Il mondo economico poi ha anche bisogno dell’emancipazione culturale delle popolazioni perché sono le autostrade dove viaggeranno gli autotreni della tecnologia sofisticata. È la società che l’economia si è modellata a sua immagine che produrrà i cambiamenti che le saranno funzionali per rendere più sofisticata la sua capacità di controllo. Volete che la società che si trova almeno funzionante nel mondo economico rinunci all’economia da cui è profondamente strutturata sapendo che precipiterà nel caos?

Può anche non piacere, come è logico che sia, ma il mercato è ancora esattamente come quello rappresentato nel 1931. Non sono apparse novità nel frattempo nel panorama economico mondiale. Il mercato come l’economia è la negazione dell’essenza stessa dell’umanità. L’umanità vorrebbe essere semplicemente l’opposto di come appare il mondo economico anche quando si rappresenta attraverso il mercato.

L’essere umano che agisce all’interno di questa sovrastruttura che si chiama mercato, diretta diramazione dell’economia, se davvero fosse consapevole di quanto antiumana sia, saprà trovare il modo per non condividere la sopraffazione dei deboli, trovandosi tra i forti, potrebbe anche cercare di mantenere dei corretti rapporti umani, mentre dentro il mercato si muove magari come presidente di una società per azioni; ma non potrà che prendere atto che i suoi rapporti personali o le sue convinzioni religiose non possono nulla di fronte alla supremazia del profitto che lui stesso ha accettato accettando la carica di presidente di una società per azioni. La natura del mercato, per sua stessa natura costitutiva non è a favore dell’uomo perché usa l’uomo come componente del profitto da perseguire. È il mercato che si crea le configurazioni culturali nelle quali funzioneranno meglio i processi che condurranno al profitto. Non può esistere il mercato senza profitto. Fare profitto sul bisogno di cibo, di riparo, di cure, dell’essere umano privato del diritto fondamentale all’autonomia vitale non può essere considerato immune da giudizio morale. La natura immorale del mercato non si modifica se ad utilizzarlo sono esseri umani portatori di ideologie fra loro contrapposte. Il mercato è rimasto mercato in tutto il periodo nel quale si contrapponevano l’ideologia capitalista statunitense e l’ideologia comunista sovietica e cinese. È l’uomo che si trova strumento del mercato e non viceversa. Questa prigionia nelle concretezze fattuali naturalmente non diminuisce le responsabilità personali morali di chi, in qualunque modo, si trova costruttore e attore degli e negli scenari del libero e selvaggio mercato che si apre, sempre volentieri, allo sviluppo.

Lo sviluppo

Lo sviluppo di una popolazione è insostituibilmente legato alla sua capacità di entrare nel sistema dell’economia industrializzata e del mercato internazionale. Un paese viene considerato in via di sviluppo se sta iniziando ad utilizzare le proprie risorse per produrre ricchezza interna. Un paese può produrre ricchezza interna solo se accetta il minimale ritorno della ricchezza che produce per altri paesi con i quali ha acceso debiti o accordi commerciali che l’esigenza del profitto (altrui) rende sempre sfavorevoli.

La Libia, per esempio, ha molta acqua nel suo sottosuolo e sarebbe in grado di sostenere lo sviluppo dell’agricoltura a favore della propria popolazione. La Libia è appetibile per agli altri stati perché nel suo sottosuolo c’è anche l’oro nero: il petrolio.

Lo sviluppo è il sistema utilizzato dal mondo economico per agire direttamente all’interno della società che si è auto-plasmata. Portare il mondo economico nei paesi dove non ha ancora compiutamente attecchito questo è il compito dello sviluppo. Lo sviluppo, alla cui base c’è la crescita economica si regge anche sulla diminuzione della mortalità infantile perché deve essere orientata verso la scolarizzazione.

È, infatti, lo sviluppo che richiede la scolarizzazione, la formazione di tecnici per innovare il sistema produttivo di una nazione. È implicito nei progetti di sviluppo che chi non sa leggere e scrivere sia considerato una persona che non ha fiducia in se stessa e quindi non in grado di progredire. L’analfabeta non è automaticamente un bruto. Apparentemente l’alfabetizzazione ha il compito di rendere l’alfabetizzato capace di autodifesa immerso come è nel mondo dello sfruttamento economico. In realtà gli “educatori” che alfabetizzano hanno solo il compito di insegnare agli alfabetizzandi le norme comportamentali che vanno imparate per interagire fra loro e gli altri nella prigione economica nella quale stanno facendo la fila per entrare e magari si preparano a sostenere gli esami per essere fra i primi ad entrare.

Se la stessa educazione è motivata dalla sua connessione alla crescita economica, se la crescita economica definisce il progresso sociale e se il progresso sociale è parte fondante dei progetti di sviluppo di quale spinta evolutiva stiamo parlando di quale effetto involutivo siamo invece testimoni. Nello stato di miseria in cui versano i popoli che sono stati definiti “non sviluppati”, del cosiddetto terzo e quarto mondo, quanto è riconoscibile la responsabilità della feroce colonizzazione che hanno dovuto subire?

È lo sviluppo che, alterando il tessuto sociale e culturale nel quale viene attivato, crea la tremenda illusione della possibilità evolutiva di una società “modernizzata” nella quale tende a diminuire la natalità causando la crisi della produzione del reddito causa a sua volta della crisi dei sistemi di assistenza sociale. È sempre effetto dello sviluppo l’allungamento della vita anche se questo allungamento implementa i costi della sanità pubblica a cui ricorrono in via ordinarissima gli anziani pieni di acciacchi (come dicono loro di sé). È il caso dell’Europa che come auto-cura si apre all’immigrazione incontrollata. Lo sviluppo e il progresso di una società portano con sé anche cicliche crisi economiche che hanno la funzione di migliorare il controllo economico di quella stessa società.

I valori umani che scaturiscono dall’amicizia e dalla solidarietà reciproca fra gli uomini al fine di migliorare le condizioni di vita dei più disperati, non derivano dallo sviluppo ma si possono esprimere nonostante lo sviluppo. Lo sviluppo ha il compito primario di rendere invisibili le mura della prigione economica in cui l’uomo si trova costretto. Lo sviluppo ha anche il compito di privare gli uomini della memoria e della capacità reattiva di fronte agli spossessamenti che hanno dovuto subire nel passato e che sono alla base della società in cui si stanno trovando a vivere da “progrediti” e da “sviluppati”. La società finalmente sviluppata potrà contare su una tecnocrazia che tenderà a rendersi invisibile e inamovibile. In questi poveri paesi “in via di sviluppo” il mondo economico forma tecnocrati che rispondono solo agli interessi del mercato. Nasce così una tecnocrazia che diviene inamovibile per cooptazione e la sua inamovibilità è garantita dalla crescita economica determinata dallo sviluppo. Il cerchio (intorno alle caviglie degli abitanti di quel paese) è chiuso.

E vanno spese poche ma essenziali parole circa la tecnica a servizio dello sviluppo.

La tecnica anche la più sofisticata che possiate mai immaginare è il rotolio dell’ameba economica che utilizza in modo proditorio la vostra industriosità per rotolarvi addosso costruendovi intorno l’industria e i mirabili (per lei, l’economia) processi industriali. Un cellulare, un computer, un televisore, un’automobile, una moto, un motorino un riproduttore musicale mobile, per focalizzare solo il mondo giovanile, rappresentano la tecnica che vi sta rotolando addosso occupandovi mentre vi inebria facendovi giocare nel paese dei balocchi del progresso perenne promesso dallo sviluppo, latte ricercato dalla affamata e assetata società.

La società

Panem et circenses, cibo e divertimento, era la filosofia sociale degli antichi romani. Quegli stessi che sapevano che per governare i popoli non basta un potente esercito, ma che bisogna dividerli fra di loro, creare inimicizia fra di loro perché basti il potente esercito. La società romana è la diretta conseguenza del mondo economico che la strutturava.

Per dare un peso alla grande solitudine in cui vivono gli uomini “modernizzati”, provate a togliere il televisore agli anziani. Provate a togliere lo sport agli sportivi, il calcio ai tifosi.

Provate, poi, a immaginare che cosa accadrebbe, e quanti prefetti sarebbero costretti a dare le dimissioni, se i mercati generali delle città principali italiane improvvisamente si ritrovassero vuoti e privi di cibo. Parlare di sommosse popolari sarebbe un delicatissimo eufemismo.

Questo per dire che anche per il mondo economico che oggi ci sovrasta è importante garantire cibo e divertimento alle microsocietà in cui è suddivisa la macrosocietà. Cibo e divertimento sono “obblighi” legati al controllo di una società che non ha nulla di “naturale” nella sua artificialità.

In questo consesso umano si trovano coloro che si fanno occupare dalla passioni carnanti, quelli che vivono racchiusi nella grossolanità della materia, quelli che si arrischiano ad entrare nello spiraglio sottile che conduce all’abisso vertiginoso del pensiero.

Dopo 120 anni è morto il socialismo che tanto aveva impensierito Leone XIII, è morto il comunismo e il nazionalsocialismo nazista che tanto aveva impensierito Pio XI, è morto il mondo bipolare che portò il mondo sull’orlo di un confronto militare atomico che angustiava Paolo VI. Ne sta uscendo una riorganizzazione selvaggia del mondo economico che si riflette in una società sempre più tecnologizzata, egoista, senza prospettive etiche che sta alla base della preoccupazione di Benedetto XVI. Mentre è difficile riconoscere lo stesso Partito Comunista di Mao Ze-Dong nella Pechino del 1 ottobre 2009 che festeggia i 60 anni della Repubblica Popolare Cinese ormai superpotenza mondiale; siamo costretti a prendere atto che sono morti i partiti che avevano spinto i pontefici ad entrare in campo per dare indicazioni comportamentali in una società confusa e stritolata dalle rivoluzioni: quella industriale, quella agraria, quella socialista, quella comunista. Una società che oggi rimane ancora confusa fra spinte centrifughe e centripete; fra spinte globali e autonomiste. Sono morti i partiti e, oggi, se ne stanno accorgendo in pochissimi. Sono le fondazioni che si stanno preparando a prendere il posto delle corporazioni, di secolare memoria, nel mondo globalizzato prossimo venturo. E le fondazioni sono costituite e finanziate – termine essenziale dell’atto creativo (l’ironia è il tintinnio delle catene altrui che si scontrano con le vostre) – dai detentori delle economie nazionali, sovrannazionali e mondiali future. Le fondazioni per ora sono “pensatoi interpartes” poi a causa degli eventi futuri “imprevedibili” (no?) saranno “costrette” a trasformarsi in orientatori decisionali, prima, e in diramatori delle decisioni operative globali, dopo. Sto scrivendo che l’operatore decisionale futuro, obiettivo finale dei costruttori dell’attuale mondo economico, non sara l’ONU ma una fondazione mondiale costituita a “difesa dell’umanità”. (Accidenti, non è che siamo in piena fantascienza?)

Il mondo economico organizza la società umana a sua immagine e somiglianza, plasmando l’uomo a sua immagine e somiglianza, trasformandolo da uomo etico a uomo economico. Ecco perché necessariamente l’uomo etico e l’uomo economico si trovano su due piani diversi.

Qualunque dottrina sociale che cercasse di dare forma diversa a questa società umana, così come si è definita storicamente, può farlo solo accettando il mondo economico come ineluttabilmente immanente all’uomo. Se, solo per poco, il mondo economico cessasse di plasmare e controllare la società umana; vedremmo questa società andare in mille pezzi; perché sarebbe privata del suo collante generatore. E del collante generatore che è appunto l’economia è parte non scindibile il profitto che è l’unico suo vero valore economico. Nessuna espressione economica può esistere nel nostro contesto sociale se non è basata sul profitto come valore economico aggiuntivo. Nessuno nel mondo economico fa niente per niente. Non è possibile togliere dal mondo economico le disparità sociali perché ne fanno costitutivamente parte. Se questo effetto nefasto del virus della proprietà viene considerato “naturale” e impossibile da rimuovere vuol dire che il mondo economico viene riconosciuto “naturale” e impossibile da rimuovere dal tessuto sociale umano.

Il fatto è che tende a sfuggire la vera natura del male che connatura la nostra società. Come se tutti gli uomini, in un tempo lontanissimo, fossero caduti in un ampio e profondo pozzo e avessero perso la memoria, nel tempo che inesorabile scorre, di trovarsi racchiusi in questo immenso pozzo. Un immenso pozzo ormai, da tempo, interpretato come l’unica vita possibile a cui è destinata l’umanità. Una vita dolorosa, litigiosa (come i polli di Renzo), senza armonia eppure naturale, e quindi immodificabile; un esilio da una terra altra, dove abitano i miti, una maledizione. Come altro potreste interpretare il passaggio della Genesi, (3.17), che mostra la terra ribellarsi all’uomo che la violenta con il lavoro costrittivo e faticoso, mentre è costretta di malavoglia a dargli di che sopravvivere. Chi dunque ha maledetto, ovvero, chi dunque ha indotto in errore l’uomo?

Le prime comunità cristiane, agli albori del nostro cronologico tempo, avranno cercato di inserire elementi di novità a loro connaturali nella società, creatura del mondo economico, sottoposta alla crisi profonda in cui l’aveva precipitata il crollo dell’impero romano. Possiamo ipotizzare che l’occasione di intervenire su una società in decadenza, cercando di inserirvi gli elementi di armonia etica propri del cristianesimo, vi sia stata?; possiamo ipotizzare che vi sia stata anche l’occasione di scoprire che quella stessa società in decadenza non poteva essere riformabile dall’etica cristiana proprio perché definita dal mondo economico? Quanto è avvenuto dopo, fino ad oggi non potrebbe informarci che il cristianesimo delle origini non sia riuscito a riconoscere nel mondo economico la sua antimateria? E non potrebbe anche informarci che non ci sia riuscito forse perché lo considerava, avendolo identificato, indebolito dalla grave crisi in atto e non invece ancora e già ferocemente e utilitaristicamente esistente anche se provvisoriamente in crisi? Non ci sia riuscito perché gli uomini che incarnavano i primi vagiti del cristianesimo, si siano invece nel tempo, invaghiti del mondo economico e abbiano deciso di utilizzarlo per sostenersi come potere terreno? Eppure, non sarebbe dovuto accadere perché l’etica cristiana si sostanzia nel dono di sé, senza aspettarsi nulla in cambio, rifiuta ogni calcolo utilitaristico, quindi non avrebbe dovuto, anzi voluto, trovarsi intrappolata nelle spire del mondo economico.

In una società ordinata è bene che ci sia abbondanza di beni per tutti; anche perché si intravede la possibilità, per un essere umano liberato dalla necessità di procurarsi quei beni, di dedicarsi alla vita spirituale. Ma di questo ordine non può far parte la virtù; perché se l’abbondanza dei beni viene costruita da un mondo che rifiuta la virtù che mondo stabilmente nuovo, libero e armonico che riconosca il divino trascendente potrebbe mai costruirsi da un mondo senza virtù?

Il vantaggio economico non si cura del vantaggio della spiritualità.

L’uomo che lavora, che sia operaio, artigiano, contadino, impiegato, imprenditore si trova incastrato in una società umana ammalorata, che deve fare i conti con una natura non accondiscendente, anzi contrastativa. Quelli che lavorano con fatica possono anche scoprirsi in un cammino comune dove la condivisione di sofferenze, ambizioni, piccole gioie e speranze li dovrebbe rendere fratelli. Ma accade, purtroppo, che il duro cammino della vita avvenga nell’assenza di fratellanza, perché nel mondo economico vince chi pensa solo ai suoi interessi.

Gli uomini vivono in una società malata e la stanno anche scoprendo in via di globalizzazione.

I valori che dovrebbero avere una valenza etica, quali la dignità della persona, il diritto a vivere in pace, la giustizia nei rapporti umani nel mondo economico non hanno che un accoglimento marginale e funzionale alla sua stessa esistenza. Che posto hanno nel mondo economico i deboli e gli emarginati? Se chi cerca di modificare questo stato di cose ignora che l’uomo imprigionato nel mondo economico ne ha avuto la sua natura ferita, ed è portato ad agire contro gli altri esseri umani, anche con malvagità, pur di proteggere il proprio tornaconto, può a sua volta, sia pure in buona fede, compiere gravi errori. Accade dunque che proprio coloro che non vogliono apparire indifferenti si trovino a commettere gravi errori nel campo educativo, sociale, politico perché non riescono a riconoscere nel mondo economico, che sovrasta tutti, la violenza prossima ventura che farà strame dei principi morali ed etici propri di tutte le diverse etnie, culture, religioni della società ormai tecnologica e in via di globalizzazione.

La globalizzazione e le migrazioni

La movimentazione dei popoli che è strutturante del fenomeno della globalizzazione sembrerebbe essere un fenomeno ineluttabile e incontrollabile. Non è così.

In quale altro modo avviene l’asservimento delle nazioni se non attraverso il mondo economico globalizzato. La movimentazione di milioni di schiavi muniti di cellulare in cerca di lavoro sostanzia la globalizzazione: perfida dottrina sorridente del mondo economico globale prossimo venturo. Se il nazismo è stato considerato contrastabile e la globalizzazione, non si ritiene che lo sia, significa che tutti noi abbiamo un problema perché non vogliamo vedere chi ci sta mettendo, per l’ennesima volta, di fronte al fatto compiuto.

Se, il leone di Münster, così era chiamato fra le navate della basilica di San Pietro mentre accettava la berretta cardinalizia che gli offriva Pio XII, il vescovo Clemens August von Galen, ha avuto il coraggio di predicare contro il nazionalsocialismo di Hitler dalla cattedrale di Münster. Se il leone di Münster, non temendo per la sua vita; ebbe il coraggio di prendere le difese non solo dei cattolici affidati alle sue cure, ma anche dei cittadini tedeschi che venivano ingiustamente imprigionati. Se il leone di Münster informò personalmente Pio XI, assieme ad altri vescovi tedeschi, di quanto stava avvenendo in Germania, permettendo a Pio XI di emanare l’enciclica che metteva sotto accusa il nazionalsocialismo nel 1937, vuol dire che nella Chiesa cattolica possono ergersi altri leoni.

Va poi chiarito che è improprio, oggi almeno, il termine globalizzazione applicato alla movimentazione di genti. Stiamo piuttosto assistendo alla mondializzazione del solo territorio europeo; con l’allargamento illogico e troppo veloce della comunità europea ai paesi dell’Est (visibilissima la precisa funzione antirussa su spinta USAense); con l’accettazione passiva – ben propagandata – della gigantesca immigrazione che ormai (l’ormaismo dei fatti compiuti, appunto) qualcuno ha messo in moto. Nei prossimi dieci anni è previsto che l’Europa verrà investita da una immigrazione di 200 milioni di disperati, provenienti praticamente da tutti i continenti. La spinta proviene e proverrà dalla sofferenza e dalla speranza di trovare un’Europa paradisiaca che si rivelerà, invece, una trappola. E dentro questa trappola, o gabbia se volete, quale particolare ibridazione, da utilizzare nel futuro catastrofico in preparazione, sta cercando di ottenere con questo gigantesco frammischiamento di genti l’organizzatore del mondo economico?

La prossima società mondializzata europea non promette di essere affratellata, non promette di essere armonica, non promette lo sviluppo integrale dell’umanità interreligiosa, interculturale, interetnica che si troverà ammucchiata in Europa, se qualcuno avesse difficoltà a comprenderlo. Eppure l’insegnamento tremendo, genocida e fratricida, che è venuto dalla Germania il cui nome significa fratellanza, potrebbe indicare quali scenari tremendi stia preparando l’ideologia sottile (che si ammanta di socialità accogliente), e che sembra inevitabile ed incontrollabile mentre prende il nome perfidamente accattivante di globalizzazione.

Il rischio altissimo è quello di dover prevedere la salvaguardia dei diritti delle future minoranze autoctone dell’Europa prima del suo allargamento ad Est. La certezza dell’immediato è che saranno insufficienti tutti i servizi sociali e sanitari che non saranno in grado di reggere a richieste di assistenza non previste da nessun sistema sociale e sanitario nei singoli paesi europei. Serviranno introvabili gigantesche quantità di euro per reggere questo urto. Un urto che si andrà delineando mentre i licenziamenti nei paesi europei supereranno le quantità di tenuta sociale. Quale contributo significativo allo sviluppo economico dell’Europa ospite giungerà da questa gigantesca immigrazione voluta (da pochi contro tutti) più che prevista?

Quale politica dovrebbe essere concretizzata per affrontare gigantesche problematiche economiche, sociali aggravate da prevedibilissime e non arrestabili frizioni fra le diverse componenti etniche, culturali, religiose costrette nella troppo stretta Europa? E a proposito di frizioni religiose come pensa di affrontare queste frizioni la Chiesa cattolica se queste frizioni riguardassero i cattolici e gli islamici? La mancanza di allarme da parte del mondo ecclesiale cattolico lascia molto perplessi circa la conduzione delle prevedibilissime crisi del futuro prossimo. È il meticciato la via di uscita di queste crisi prossime venture?

Perché l’etica non può essere piegata all’economia

Quando l’economia parla di trasparenza, correttezza, integrità, responsabilità, virtuosità, disponibilità alla cooperazione internazionale, rifiuto dello sfruttamento minorile, non lo fa certamente perché riconosce all’etica il diritto di conformare i suoi orientamenti; sono solo maschere accattivanti e comunque sempre funzionali al profitto. Se l’etica rimane altro, e fa da contrasto all’economia e quindi al mondo economico che viene riconosciuto nemico ed impeditivo dalla libera e naturale evoluzione del genere umano, assolve alla sua funzione liberante. Se, viceversa, l’etica pretende di entrare nell’economia, priva gli esseri umani della presa di coscienza del loro stato di schiavitù illudendoli di essere liberi; perché è proprio l’economia che priva l’essere umano della sua libertà; ed è invece proprio l’etica che rende visibili le catene dell’economia strappandole la maschera della neutralità. Non è questo il significato della frase “la verità vi farà liberi”?

E non accennava a questa libertà dal mondo economico che pretende di essere il vostro dio, la raccomandazione evangelica ricordata da Matteo? Quella che esorta gli uomini a non affannarsi per quanto riguarda il mangiare, il bere, il vestire. Quella che invita gli uomini ad usare in altro modo la loro intelligenza rispetto alla vera essenza del creato osservando gli uccelli che volano “liberi” nel cielo e non ammassano grano nei granai, perché non si sentono obbligati a seminarlo e a mieterlo per potersi sostenere. Quanto al vestire, la vista della “gloria” della veste dei gigli nei campi (se poteste davvero “vedere” come nascono quelle vesti) dovrebbe anch’essa indicare un’altra strada nella quale misurare “l’inventività” della loro intelligenza e non la strada indicata agli uomini dal mondo economico che sembra così naturale nella sua apparente neutralità purtroppo costrittiva e che invece, e troppo tardi, si rivelerà assurda, artificiale e mortale. E allora? Che vuol dire “cerca il regno di Dio e la sua giustizia” se non proprio mettere in funzione la propria intelligenza per scoprire quell’altra strada che diverrà visibile solo se l’uomo accetterà l’esortazione, “folle” per l’uomo economico, di abbandonare gli affanni a cui lo costringe il padrone del mondo economico. Solo chi si sente senza futuro organizza il futuro. Ad ogni giorno basta il suo affanno per chi ha compreso questa folle verità. Ma è proprio questa strada folle che mostrava percorribile San Francesco che si sentiva nuda creatura fra le nude creature della Terra, dove lo Spirito continua a soffiare la sua consolazione e la sua verità alle orecchie che sembrano da tanto tempo sorde.

Il mondo economico non è il regno della verità; se così fosse esso stesso sorgerebbe a difesa dell’uomo che è stato creato dalla verità. E se fosse questo il reale significato della frase di Gesù, “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”? È la frase riportata nel vangelo di Giovanni in risposta alla domanda di Pilato se lui, il Cristo, fosse il Re dei Giudei.

Non ha eserciti Dio, ma che Dio sarebbe se avesse bisogno di eserciti? Di eserciti ha bisogno il mondo economico come è perfettamente noto a tutti. E se un profeta nel passato, e nel presente, profetasse, spinto dallo Spirito che soffia dove vuole, dovesse parlare di Dio agli uomini economici dovrebbe tenere conto che loro, gli uomini immersi nella materialità dell’economia, non riescono proprio ad immaginarlo un dio senza eserciti.

Solo attraverso l’etica è possibile ipotizzare un diverso modo di affrontare la vita sulla terra che rinunci anzi rifiuti il mondo economico; esattamente come il mondo economico rifiuta l’etica nella quale l’uomo etico si riconosce nella sua proiettabilità evolutiva futura.

L’uomo etico e la società plasmata dal mondo economico

“Questo lo devi pagare, ma quest’altro è gratuito”, è la frase che si sono inventata gli imbonitori per farvi utilizzare le tecnologie che comunque dovrete acquistare per avere “gratis” un servizio.

Le trasmissioni televisive del digitale terrestre si dividono fra quelle a pagamento e quelle gratuite. Si, ma intanto dovrete comprarvi un televisore, pagarci anche il canone televisivo e ripararlo se si guasta.

Entrare in internet è gratuito. Si, ma intanto ti devi comprare un computer e devi sottoscrivere un contratto, non gratuito, con la società che ti permetterà attraverso il tuo telefono di connetterti in rete.

E siate certi che, una volta che la tecnologia lo permetterà, la vostra “libertà” non potrà più passare da nulla di gratuito. Sarete costretti a “pagare” quello che vi viene messo a disposizione, perché è giusto, vi dirà allora il mondo economico, che chi vi è utile o vi fa divertire sia a sua volta pagato. Non dovrebbe fare una piega questa affermazione.

I diritti degli autori vanno protetti. Tutti d’accordo, anche tu, si tu che ti stai tirando giù l’ultimo album del tuo cantante preferito, utilizzando quel sito internet mordiefuggi che ti ha indicato il tuo compagno di banco, proprio tu, sei d’accordo?

È naturale che io stia giocando con il lettore; ma è un gioco che invita alla riflessione. Il gratis richiama esattamente quel bene concreto o digitale che io non vorrei pagare e magari lo vorrei ottenere con qualche piccolo sotterfugio; magari non accettando l’idea che questo atto possa essere considerato illecito.

In verità io vorrei parlare adesso di gratuità.

La gratuità è l’offerta del proprio tempo, delle proprie capacità dei beni che sono in proprio possesso a chi riteniamo ne possa avere necessità senza nulla chiedere in cambio; anzi l’aiuto vero è quello che si dà in segreto per evitare che chi riceve si senta obbligato nei confronti di chi gli ha dato gratuitamente. Quindi “gratis” non è esattamente “gratuità”.

Nelle pagine precedenti ho presentato l’economia, anzi il mondo economico, in uno scenario non certamente rasserenante e rassicurante. So che quello che ho rappresentato potrebbe, in tutto o in parte, non essere stato condiviso da chi avrà avuto la pazienza di giungere fino a questo finale paragrafo. Per tutti coloro che sono qui giunti, ma soprattutto e fondamentalmente per chi si riconosce nel termine uomo etico è giusto che io proponga una via di uscita che sia al tempo stesso la via percorribile della speranza. In questo mi assumo la responsabilità che mi compete. Vorrei con queste ultime righe anche consolare chi si è sentito intrappolato nella disperazione e nella sofferenza con le quali condivide il cammino difficile di queste genti che da tempo enorme si passano da una generazione all’altra, da una società all’altra le lacrime che chiedono giustizia. Quelle lacrime non sono cadute nel vuoto di una terra che sembra rifiutare l’uomo; sono giunte, è da tempo che giungono dove i tempi trovano il loro riposo. Avere questa certezza è il più grande dono che possa fare agli uomini il creatore di tutte le cose.

Cosa si può fare dunque dentro un mondo che non è stato costruito per rispettare l’uomo e la sua dignità, per rispettare la natura e la sua dignità?

C’è una cosa che possiamo fare e che dipende solo da noi, se solo lo volessimo davvero fare. Aiutare chi è in difficoltà, dare a chi non ha, senza aspettarsi nulla in cambio. Questo comportamento è considerato folle nel mondo economico dove nessuno fa niente per niente e su questa frase è stato anche costruito il diritto. È la follia della gratuità.

Eppure solo la follia della gratuità rende sopportabile la verità.

Se, per esempio, i cattolici che con la gratuità dovrebbero avere dimestichezza, decidessero di assolvere gli incarichi pubblici che hanno già accettato o che accetteranno in futuro in totale gratuità a favore della comunità che hanno accettato o accetteranno di rappresentare; più chiaramente, essi autonomamente e sotto nessuna costrizione rinunciassero a qualunque tipo di riconoscimento economico fatto salvo il recupero delle spese reali che dovessero sostenere a causa del mandato pubblico ricevuto e accettato?

Non sarebbe un segno che l’uomo etico esiste ed ha il coraggio di mostrare la sua presenza all’uomo economico? Non sarebbe un modo per far affacciare l’etica nell’egoistico mondo economico?

Siamo lontani dal “non expedit” (il non è conveniente per i cattolici impegnarsi nella politica) e quindi chi vieterebbe ai cattolici impegnati nelle istituzioni pubbliche di prendere questa decisione per dimostrare che la gratuità non è una parola vuota ma una parola che fa storia?

Prendiamo ora in esame la questione associazioni no-profit quelle che mostrerebbero la capacità del mondo economico di farsi gestire dall’etica. La proposta che sto facendo non riguarda solo i laici e i religiosi cattolici, riguarda anche chi non vuole dare connotati religiosi al suo agire etico.

Poniamo il caso che nel vostro comune, proprio quello nel quale risiedete, venga costituita una associazione che si assume il compito di assistere gli anziani ammalati del comune. L’associazione costituita viene dichiarato che non ha e non vuole avere fine di lucro. Tutti dunque si attivano per sostenere questa meritevole associazione che non ha fine di lucro, vuole offrire una assistenza gratuita agli anziani in difficoltà del comune dove è sorta.

Ecco cosa propongo che, liberamente, avvenga:

  1.     Un cittadino del comune mette a disposizione gratuita i locali dove l’associazione avrà sede fisica.
  2.     Il condominio di cui fanno parte i locali decide di assumere tutti i costi condominiali relativi ai locali. Quindi il proprietario dei locali offerti in disponibilità non dovrà pagare da solo ma insieme a tutti i condomini i costi condominali relativi ai locali offerti in disponibilità gratuita.
  3.     Il comune, la regione, lo stato non richiederanno nessuna tassa collegata ai locali in disponibilità dell’associazione (niente eventuale passo carraio, niente tassa rifiuti ecc.).
  4.     L’azienda elettrica offrirà all’associazione un contratto gratuito di allacciamento elettrico.
  5.     L’azienda del gas e l’azienda dell’acqua, l’azienda dei telefoni faranno altrettanto.
  6.     La più vicina fabbrica di mobili per ufficio si offrirà gratuitamente di allestirne gli uffici.
  7.     L’idraulico, l’elettricista offriranno gratuitamente la loro opera e i venditori di attrezzature idrauliche e di riscaldamento offriranno gratuitamente il materiale e le apparecchiature necessarie che l’idraulico o l’elettricista riterranno utile che vengano installate.
  8.     Le aziende telefoniche ed informatiche offriranno le apparecchiature necessarie.
  9.     Tutti i componenti dell’associazione offriranno gratuitamente il loro tempo e le loro capacità.
  10.     Tutti coloro che si offriranno di lavorare nell’associazione lo faranno a titolo perfettamente gratuito, perché nell’associazione non potrà girare denaro. Nessuno potrà pretendere di essere pagato.
  11.     L’Inail offrirà gratuitamente la copertura assicurativa per eventuali incidenti sul lavoro.

Insomma in questo tipo di associazioni non deve nel modo più assoluto circolare denaro, perché perderebbero la loro caratteristica di gratuità.

Di più. Se chi si offrisse di espletare un servizio gratuito a favore della comunità fosse una piccola comunità di suore (come accade nella mia parrocchia) dovrebbe ottenere la stessa attenzione da parte degli enti pubblici e privati e anche da parte dei privati. Chi gratuitamente dà a favore della comunità è giusto che gratuitamente riceva i mezzi che utilizzerà a favore della stessa comunità.

Mi sembra di sentivi, voi che avete appena finito di leggere le righe sopra, “ma non sta né in cielo né in terra”; “sono proposte che stanno nell’utopia più sfrenata”; “ma stai volando per aria, scendi per terra fra noi mortali”. Si, magari starò volando per aria ma non è così disdicevole essere in compagnia di San Giuseppe da Copertino che ogni tanto doveva essere recuperato dai suoi confratelli mentre in estasi fluttuava per aria. D’altra parte, se sulla questione della gratuità nascessero così tanti problemi per vederla libera di rappresentare sé stessa incarnandosi negli uomini e nelle donne che decidessero di essere compassionevoli, pazienti, pronti a giustificare, pronti a consolare, pronti a sostenere, senza nulla chiedere in cambio perché a loro volta sostenuti dal soffio provvidenziale dello Spirito, anche e non solo perché credono in Dio. Insomma, se fosse davvero tutto così difficile sarebbe la prova che non solo gli uomini etici ma anche gli uomini economici hanno un gigantesco problema che riguarda il loro comune futuro di uomini. Ma soprattutto emergerebbe la durissima verità: quella che riconosce nel mondo economico il mezzo attraverso il quale il nemico dell’uomo, da un tempo lunghissimo occupa questa terra e si frappone fra l’uomo e il suo creatore. Quella verità che solo l’uomo etico che sa vestirsi di gratuità avrà la forza di vedere direttamente nella sua tremenda ma non ineluttabile realtà.

Alberto Roccatano
03 ottobre 2009
per www.nexusedizioni.it