Roma, 16 mag – Nella sua udienza giubilare del 14 maggio, papa Francesco ha fatto un cenno polemico alle persone che amano cani e gatti ma rimangono indifferenti a “la fame del vicino, della vicina”. Questo passaggio del discorso del pontefice ha suscitato reazioni negative da parte degli “animalisti” e controversie sull’interpretazione corretta che a tale passaggio doveva essere data. L’apertura di Bergoglio al mondo animale, da non considerare un mero strumento per scopi tutti umani, si era comunque registrata nell’enciclica Laudato si’, dove si può leggere che le altre creature

“tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto”.

Nel novembre del 2014, in un’altra udienza, il papa aveva anche detto che la vita dopo la morte è garantita a “tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio”. Il “Corriere della Sera” titolò allora “Il Paradiso è aperto a tutte le creature”, favorendo una interpretazione, che fece il giro del mondo, circa una parificazione di destino tra uomo e animali, il che venne smentito in una intervista al “Guardian” da Gianni Colzani, professore emerito di teologia alla Pontificia Università di Roma.

La questione del destino post mortem degli animali era stata toccata anche da Benedetto XVI, che in una omelia del marzo 2014 aveva ribadito la visione cattolica tradizionale, affermando che le creature non umane “non sono chiamate all’eternità”. Dal canto suo, Giovanni Paolo II nel 1990 aveva affermato che gli animali godono di “un soffio, uno spirito che assomiglia al soffio e allo spirito di Dio”, senza peraltro chiarire se questo significasse che fossero destinati ad una immortalità ultraterrena. Una idea che invece si volle leggere in un discorso tenuto da Paolo VI in una parrocchia romana, discorso in cui appariva la seguente frase: “un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo”.

Ora, pochi oggi sanno che un antesignano di un ecologismo ed animalismo integrale cristiano, nonché uno dei probabili influenzatori dell’apertura wojtyliana sull’“anima” degli animali fu padre Renato della Resurrezione, cappuccino fondatore nel 1989 del Quart’Ordine Francescano. Ma chi era padre Renato della Resurrezione?

Padre Renato della Resurrezione, al secolo Renato Moretti, è una delle tante, misconosciute figure di “irregolari” che vissero, senza mai rinnegarla dopo, l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, che il mainstream continua a presentare come l’abisso politico-criminale che raccolse la “peggio gioventù” italiana negli anni 1943-1945. Nato nel 1925 a Roma, ma da una famiglia abruzzese e di ceppo contadino, Renato fu giovanissimo sottotenente della Guardia Nazionale Repubblicana e protagonista di un “caso” che lo portò per ben cinque volte a colloquio con lo stesso Mussolini, cui egli, spirito nativamente anticonformista, nel 1944 aveva indirizzato delle critiche in due articoli apparsi sul settimanale “Viva l’Italia”. Mussolini ne apprezzò la fresca genuinità e, dopo avergli detto che avrebbe potuto farlo fucilare, lo perdonò (lo stesso aveva del resto fatto con il coraggioso maggiore dei paracadutisti Mario Rizzati, che aveva chiamato il Duce “Maddalena pentita”). Emilio Cavaterra, reduce anche lui della Rsi e giornalista, ha poi raccolto la testimonianza di quei colloqui nel libro Mussolini e l’innocente (Bietti, 2002).

Giornalista, Renato Moretti arrivò tardi alla vocazione religiosa, propiziata dall’incontro con il cappuccino più celebre d’Italia, quel padre Mariano che i non più giovani ricorderanno come uno dei volti della Rai più amati dagli Italiani. Divenuto padre Renato della Resurrezione, l’ex ufficiale della Gnr, che la guerra aveva lasciato claudicante ma con intatto spirito combattivo, fondò nel 1989 il Quart’Ordine Francescano, in seno al Centro Apostolico Padre Mariano da Torino. Per tale Ordine padre Renato rivendicò sempre un’approvazione papale, che però venne poi da più parti contestata. Aperto anche ai laici, tanto che arrivò fino a 130.000 aderenti, il Quart’Ordine si impegnò in una vivace battaglia per una Chiesa assolutamente “francescana”, e ciò con particolare riferimento alla cura e alla salvaguardia degli animali, nonché alla promozione dell’idea della presenza in essi, anche nei più insignificanti, di un’anima immortale. Così come non aveva avuto timore di cantarle al suo Duce, padre Renato non aveva alcuna paura di scontrarsi con le gerarchie della Chiesa, dichiarandosi tra l’altro (forse non dimentico del suo vitalismo fascista) a favore dell’uso del profilattico nei rapporti sessuali; anche Radio Maria, della quale fu collaboratore, finì per metterlo alla porta. Le famose, controverse parole di Paolo VI sul “fumo di Satana” presente nel Vaticano, egli le interpretò pure con riferimento al consenso che il Vaticano stesso diede alla pratica della vivisezione, e dunque si pronunciò contro la “indecenza” rappresentata dalla presenza del professor Robert Withe (responsabile del trapianto di teste di scimmie) nell’Accademia Pontificia delle Scienze.

Nel 1992 padre Renato non risparmia dalle sue critiche neanche il cardinal Martini, per via di una messa di quest’ultimo dedicata ai cacciatori nel giorno del loro protettore, Sant’Uberto. E con i suoi francescani scende in piazza accanto agli animalisti per protestare contro Martini. E scoppia pure nello stesso anno la guerra con la rivista dei Gesuiti, la “Civiltà Cattolica”, per via di un articolo in cui si nega l’affettività degli animali. Dal “ministero” vaticano degli istituti di vita consacrata non si risparmia lo scherno verso l’Ordine del frate animalista: “Uno scimpanzé ‘superiore generale’, capo di un Ordine religioso formato anche da lupi e canarini”. Ma padre Renato replica: “È incredibile come in gran parte dei religiosi cattolici non sia profondo, intimo, convinto e direi culturale nell’animo l’amore per gli animali.” E rispolvera, come nella propaganda anticlericale della Rsi, il “mito” di Giordano Bruno, dicendo più volte che molti, in Vaticano, gli avrebbero fatto fare volentieri la fine del Nolano. E dello stesso fraticello d’Assisi dirà: “San Francesco fu fatto morire in angustie dal potere ecclesiastico, negatore della sua Regola e del suo testamento (quello confiscato, distrutto e bruciato nella Marca d’Ancona)”. Rimase amareggiato, peraltro, dal divieto postogli dal Vaticano di organizzare in Piazza San Pietro una festa francescana che prevedeva la presenza degli animali.

Di frate Renato della Risurrezione, che a lungo parlò per radio, è testimoniata “una voce bellissima (come del resto la sua grafia), calda e profonda, con una amplissima scala di tonalità” (Giulia Grazi). Morto il 3 marzo 2008, di questo religioso sui generis si ricordano la casa piena di gatti, da lui stesso personalmente accuditi anche con l’avanzare dell’età e i dolori della vecchia ferita di guerra, e gesti più propri ai Jaina dell’India che ai cattolici italiani, come l’accurato evitare di calpestare animali da tutti disprezzati, come le formiche o gli scarafaggi.

“Il prossimo non è soltanto l’uomo, ma tutto ciò che Dio ha creato”

diceva. “Camerata animale, a chi il Cielo? A noi!”: forse avrà detto pure questo, e se non l’ha detto l’avrà sicuramente pensato.


Tratto da Il Primato Nazionale