Monitorare il traffico stradale, ma anche l'attività vulcanica, ispezionare gasdotti e oleodotti, identificare a lunghissima distanza persone scomparse o criminali, prestare soccorso durante gli incidenti, rendere più precise le tecniche di coltivazione agricola, controllare le frontiere e monitorare per combattere l'immigrazione clandestina. Sono solo alcune delle funzioni che i droni sembrano destinati ad assumere nella vita quotidiana di ognuno di noi, sempre più legata in un futuro ormai attuale agli aeromobili a pilotaggio remoto (APR), detti anche velivoli senza pilota (VSP), che a differenza degli aerei tradizionali pilotati dall'uomo consumerebbero meno carburante e meno CO2. Almeno secondo un rapporto redatto il 19 giugno dal Magazine Imprese & Industria 2013 della Commissione Europea [disponibile a questo indirizzo], dal titolo: I droni promuovono l'innovazione e creano lavoro. Secondo i suoi estensori, sarà necessario integrare i velivoli senza pilota all'interno del sistema di aviazione europeo a partire dal 2016 ed i benefici sarebbero numerosi, tanto che esisterebbero almeno 400 siti di produzione di droni nel Vecchio Continente, in cui sarebbero coinvolte per l'80% piccole e medie imprese. Il rapporto sdogana ufficialmente i VSP, fino a poco prima tristemente noti per il loro utilizzo in contesti di guerra da parte statunitense, per l'uccisione di singoli individui ricercati nei teatri di guerra (ma anche, non raramente, di civili, come denunciato in diverse occasioni anche da Wikileaks: cfr Nexus New Times nr. 98, pp. 11-17). Già l'anno scorso però, nel bel mezzo dello scandalo "Datagate", il direttore dell'FBI Robert Mueller ammetteva durante un'audizione al Congresso l'utilizzo di droni come strumento di sorveglianza sulla popolazione civile americana. L'FBI poi, in un comunicato ufficiale seguito alle dichiarazioni di Mueller, tranquillizzava spiegando che

"i droni sono consentiti per ottenere informazioni cruciali che, diversamente, potrebbero essere reperite solo mettendo a rischio il personale di polizia".

E in altre occasioni il loro utilizzo non è stato tenuto segreto, anche in Europa, come durante i giochi olimpici di Londra del 2012 o come in Germania, dove le Ferrovie (Deutsche Bahn) li utilizzano per acquisire immagini termiche dei vagoni in deposito durante le ore notturne, da usare come prova contro gli imbrattatori. Insomma, uno strumento utile o addirittura necessario, a cui associare una nuova forma di business, oppure un nuovo e potente strumento di controllo? Se la Commissione UE, attraverso il rapporto citato sopra, scriveva un anno fa che

"l'industria dei sistemi APR rappresenta un'opportunità ineguagliabile per spronare la crescita e creare lavoro" e che "le aziende europee beneficeranno di questa tecnologia futuristica che diventerà una realtà nell'era moderna",

dall'altro il giornalista del Telegraph Bruno Waterfield, il 12 febbraio 2014, riprendeva sulla testata britannica una denuncia dell'organizzazione per i diritti civili Statewatch, che prendeva di mira proprio l'Unione Europea. Il motivo? Lo sviluppo di un progetto di sorveglianza massiva attraverso i droni da parte di Bruxelles, con una spesa che sinora avrebbe raggiunto almeno i 350 milioni di euro, come documentato nel rapporto “Eurodrones Inc.” [reperibile sul sito di Statewatch]. Nel progetto sarebbero coinvolti i governi di diversi paesi, ossia Germania, Francia, Italia, Grecia, Paesi Bassi, Spagna e Polonia. L'obiettivo è di mettere i velivoli senza pilota a disposizione della polizia europea, delle guardie di frontiera e dei servizi di sicurezza, a partire dal 2020. Un costo non irrisorio in nome della sicurezza, in tempi di mancanza di liquidità, che non pare aver destato sospetti tra i banchi parlamentari dei paesi coinvolti, firmatari di un accordo di cooperazione il 13 novembre 2013 sulla ricerca e lo sviluppo dei componenti per i droni. Altri quattro paesi, ossia Regno Unito, Austria, Repubblica Ceca e Belgio, hanno invece dichiarato di voler investire nello sviluppo di questa tecnologia senza un accordo di produzione congiunta. 

La denuncia di Statewatch suscita non pochi interrogativi: non vi sono stati voti sul progetto da parte dei Parlamenti nazionali né di quello di Strasburgo, non si conosce con esattezza quanto sarà l'ammontare (pagato dai contribuenti europei) dell'intero progetto, né si comprende in che modo tale iniziativa possa rientrare nelle competenze dell'Unione Europea. A premere per la sua realizzazione l'Agenzia europea per la difesa (EDA), che sostiene la necessità di battere la concorrenza di USA e Israele nella produzione dei droni Spylite e degli usa-ensi Raptor e Predator, mentre persino l'Iran avrebbe creato un proprio modello, Fotros. Ma, come ammesso dallo stesso direttore dell'FBI, la principale funzione dei droni negli USA è di sorveglianza sulla popolazione civile, che ricorda molto il film di fantascienza Essi Vivono (USA, 1988), dove John Carpenter immaginava una umanità schiava inconsapevole e sorvegliata da microdroni, che segnalavano possibili anomalie ai governanti occulti (nel film, esseri non terrestri camuffati da umani). Fantascienza, forse. Ma da dove nasce l'esigenza di sviluppare questa tecnologia, prima relegata a funzioni belliche? Ci sono diversi motivi per sospettare che si voglia, attraverso la sorveglianza, utilizzare strumenti di identificazione immediata dei cittadini, similmente a quanto fatto per i 'terroristi' in Afghanistan. Già da tempo la Difesa statunitense è in possesso di una tecnologia in grado di identificare, inseguire e localizzare (Tagging, Tracking and Locating, TTL) una persona, dopo averla fotografata: basta un'immagine di 50 pixel per ricavare un modello tridimensionale del volto [cfr PuntoZero nr. 2, pp. 9-11]. Un programma che la Progeny Systems Corporation, vincitrice di un contratto con l'esercito USA, ha perfezionato al punto da poter distinguere persino due gemelli e che si può applicare a qualsiasi drone già esistente. Anche, quindi, un velivolo senza pilota ad uso commerciale, come quelli promossi da Bruxelles e che diverse grandi aziende di rilevanza internazionale si stanno preparando ad utilizzare. Parliamo ad esempio di Amazon, l'azienda statunitense leader della vendita di prodotti attraverso il web, che con il servizio "Prime Air" vuole utilizzare dei mini droni alimentati da otto motori, "Octocopter", per effettuare consegne direttamente a casa dei clienti. O di Facebook, che il 27 marzo 2014, per mezzo del suo amministratore delegato Mark Zuckerberg, ha lanciato il progetto Internet.org:

"una partnership globale impegnata a rendere Internet accessibile ai due terzi della popolazione mondiale non ancora connessi"

come si autodefinisce sul suo sito, che coinvolge anche aziende come Ericsson, MediaTek, Nokia, Opera, Qualcomm e Samsung. Come diffondere ovunque Internet? Attraverso i droni, secondo Zuckerberg, che collabora con la britannica Ascenta, responsabile dello sviluppo di Zephyr, il primo aereo ad energia solare senza pilota. Una tecnologia che Facebook vuole perfezionare con l'acquisizione della Titan Aerospace, per il costo di 60 milioni di dollari: l'azienda è in grado di fornire a Zuckerberg 11mila piccoli droni ad energia solare che orbitano intorno alla terra, sul modello del suo Solara 60, e che potranno restare in volo a ventimila metri di quota per cinque anni senza atterrare. L'interesse delle realtà partecipi di Internet.org è di natura indubbiamente economica: fare accedere ad Internet tutte le nazioni del mondo significherebbe implementare notevolmente i propri profitti, tanto che anche Google ha lanciato nel 2013 il progetto Loon, con cui collegare alla Rete tutto il continente africano attraverso palloni aerostatici sub-orbitali. E Google e Facebook forniscono servizi gratuiti ai loro utenti, ricavando profitti miliardari che hanno consentito loro di diventare leader quasi incontrastate nell'economia digitale, soprattutto attraverso la cessione dei dati dei propri utilizzatori (come rivelato anche da Edward Snowden). Un servizio, quello fornito dalle due aziende, che si presta facilmente anche ad un utilizzo militare, se si considera che Facebook dispone di un programma, DeepFace, che permette il riconoscimento di qualsiasi volto venga 'taggato' sul social network con una precisione del 97.3%, anche in caso di camuffamento o invecchiamento, che si associa perfettamente al sistema TTL sviluppato da Progeny. Il social network risulterebbe così lo strumento ideale per catalogare immagini di milioni di cittadini da cui selezionare i volti di ognuno e renderli tracciabili e riconoscibili nell'immediato dai droni di sorveglianza, a maggior ragione dato l'utilizzo degli stessi droni da parte di Facebook. A ciò si associa un altro programma della Difesa statunitense, ABACUS: Adversary Behaviour Acquisition, Collection, Understanding and Summarization tool, ovvero Strumento di Acquisizione, Collezione, Comprensione e Sintesi dei Comportamenti Nemici. Integrando dati a disposizione dell'intelligence, immagini dai droni (e dai social network?) e dati ricavati dalle intercettazioni telefoniche, si riesce a individuare ogni potenziale nemico e ricostruirne il comportamento probabile. Un modo semplicissimo per farlo, se si dispone dei social network, i cui utilizzatori si lasciano schedare volontariamente e spontaneamente attraverso il semplice uso di Facebook, Twitter, Google+, ecc.

Si può dunque comprendere come lo scandalo Datagate scoppiato l'estate scorsa in seguito alle rivelazioni fatte da Edward Snowden al giornalista del Guardian Glenn Greenwald sia strettamente collegato alla creazione di un sistema di sorveglianza su scala globale, che passa anche attraverso i velivoli senza pilota. “Tutti connessi, ovunque” è il motto di Internet.org. E se qualcuno volesse uscire dal carcere potrebbe essere identificato, inseguito e localizzato, come in un altro film, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) del 1971, primo lungometraggio di un George Lucas pre-Star Wars. Fantascienza, allora. Ma oggi?

[Il rapporto di Statewatch: clicca qui]

Articolo originariamente pubblicato nella rubrica Sotto la lente, su PuntoZero n. 8


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