Sono passati molti anni da quanto John Taylor Gatto ha pronunciato questo discorso (era il 1990) e da quando l'abbiamo pubblicato per la prima volta nell'edizione cartacea di Nexus New Times, nel 1997. Ad oltre un ventennio di distanza, rimane di un'atttualità disarmante e ve lo proponiamo, per la prima volta on line italiano, anche in vista del convegno del 16 ottobre dedicato a pedagogia ed educazione [Redazione].


Nel suo ruolo di insegnante, John Gatto difende la tesi secondo cui i problemi inerenti alla 'scolarizzazione' potrebbero essere risolti con metodi che aiutino i bambini a sviluppare la conoscenza di sé ed a contare su se stessi, nonché ad incoraggiare il coinvolgimento delle famiglie nel processo educativo.

Un discorso di John Taylor Gatto 235 W. 76th Street
New York, NY 10023, USA
Originariamente pubblicato sulla rivista HOPE Vol.1, No.4, set/ott 1996
POB160, Naskeag Rd, Brooklin, ME 04616 Telefono: + 1 (207) 359 4651
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Quando, nel 1990, John Taylor Gatto fu nominato Insegnante dell'Anno della Città di New York (per il secondo anno di fila), il suo discorso di accettazione non fu un pacato ringraziamento bensì una sfila nitida e vigorosa alla saggezza convenzionale che ammanta il ruolo dell'educazione, della famiglia, dell'individuo e della comunità ai giorni nostri. Le sue critiche non sono indirizzate soltanto alle scuole ed agli alunni di New York, ma riguardano anche ciò che gli educatori e i genitori provano, più o meno intensamente, indipendentemente da dove risiedono. Le sfide che dobbiamo affrontare nell'educare e nell'occuparci dei nostri bambini sono serie e complesse, e non sono soltanto responsabilità da addossare alle nostre scuole. Le scuole tuttavia possono creare gran parte del contesto necessario a rendere la nostra società ed il nostro mondo il piacevole luogo in cui tutti vorremmo vivere. Ci fa quindi piacere pubblicare gli appassionati commenti di uno dei più rumorosi e limpidi campioni della riforma educativa.

John Wilson, Editore & Direttore, HOPE magazine


Accetto questo riconoscimento per conto di tutti i bravi insegnanti che ho conosciuto negli anni e che hanno lottato per rendere i loro rapporti con i bambini degni di merito: uomini e donne che non si sono mai compiaciuti di se stessi ma che hanno sempre messo in discussione, si sono sempre battuti per definire e ridefinire all'infinito che cosa il termine "educazione" dovrebbe stare a significare. Un "Insegnante dell'Anno" non è il migliore in giro - quelli veri sono persone troppo discrete per essere scovati facilmente - bensì una sorta di rappresentante-tipo, simbolo di quei privati cittadini che passano la loro vita con gioia al servizio dei bambini; il premio è tanto loro quanto mio. Stiamo vivendo un periodo di grande crisi sociale. I nostri bambini stanno al diciannovesimo posto fra i paesi industrializzati per quel che riguarda leggere, scrivere e far di conto. L'economia narcotica mondiale è basata sul consumo di questo e quel prodotto. Se non comprassimo così tanti sogni in polvere gli affari collasserebbero - e le scuole rappresentano un importante punto di vendita. Il nostro tasso di suicidi fra adolescenti è il più elevato del mondo - ed i ragazzi suicidi per la maggior parte sono quelli ricchi, non quelli poveri; a Manhattan il 70% dei nuovi matrimoni dura meno di cinque anni.
La crisi della nostra scuola è un riflesso di questa crisi sociale; sembra che abbiamo perso la nostra identità. I vecchi ed i bambini vengono rinchiusi e tenuti alla larga dal mondo produttivo in una maniera senza precedenti; nessuno comunica più con loro. Senza vecchi e bambini che si mescolano nella vita quotidiana una comunità non ha né passato né futuro, ma solo un presente continuo. In effetti il termine "comunità" difficilmente si può applicare al modo in cui noi interagiamo gli uni con gli altri. Viviamo in reti, non in comunità, e a causa di ciò tutti quelli che conosco sono soli. In qualche strano rispetto una scuola è uno degli attori principali di questa tragedia, così come lo è nella forbice fra le classi sociali che si sta ampliando. Utilizzando la scuola come un meccanismo di divisione sembra che siamo sul punto di creare un sistema di caste, completo dei suoi intoccabili che vagabondano nei treni delle metropolitane chiedendo la carità e che dormono per le strade. Durante i miei 25 anni di insegnamento ho constatato un fenomeno affascinante - cioè che per le grandi imprese del pianeta le scuole e l'istruzione stanno diventando sempre più irrilevanti.

Nessuno ormai crede più che gli scienziati vengano preparati con corsi di scienze, o i politici con corsi di materie civiche né i poeti con corsi di letteratura inglese. La verità è che le scuole in realtà non insegnano un bel nulla, se non ad obbedire agli ordini. Questo fatto per me è un mistero, perché migliaia di persone di buona volontà e dedite alla causa lavorano nelle scuole in qualità di insegnanti, di personale non docente e di amministratori, ma la logica a tratta delle istituzioni sovrasta i contributi individuali. Sebbene gli insegnanti si interessino e lavorino molto, molto duramente, le istituzioni sono psicopatiche; non hanno coscienza. Suona una campanella ed il giovane nel bel mezzo della stesura di una poesia deve chiudere il quaderno e spostarsi in un altra cella dove apprende che l'uomo e la scimmia hanno antenati comuni.

La nostra forma di istruzione obbligatoria è un'invenzione dello stato del Massachusetts risalente al 1850. Una parte della popolazione, stimata intorno al 80%, si oppose - talvolta con le armi - fino a quando l'area dell'ultimo avamposto di Barnstable presso Cape Cod nel decennio del 1880 fu conquistata dalla milizia ed essi consegnarono i propri bambini, che marciarono verso la scuola sotto scorta armata. C'è qui una curiosa idea da valutare. Non molto tempo fa l'ufficio del Senatore Ted Kennedy rilasciò un documento nel quale si affermava che prima che l'istruzione divenisse obbligatoria l'alfabetizzazione dello stato era intorno al 98% mentre, dopo di e a, non è mai salita oltre il 91%, dove è ferma dal 1990; spero che la questione sia di vostro interesse.

Altra curiosità che fa pensare è il fatto che il movimento di istruzione domestica è silenziosamente cresciuto fino a raggiungere dimensioni tali che un milione e mezzo di giovani vengono istruiti interamente dai loro genitori. II mese scorso le pubblicazioni del settore riportavano la sorprendente notizia secondo cui, relativamente alla prontezza di pensiero, i bambini istruiti a casa sembrano essere cinque o anche dieci anni avanti rispetto ai loro corrispettivi educati nel modo tradizionale.
Non penso che ci libereremo delle scuole in un prossimo futuro - sicuramente non nell'arco della mia vita - ma se vogliamo cambiare ciò che sta rapidamente diventando un disastro di ignoranza dobbiamo capire che l'istituzione scolastica "scolarizza" molto bene, ma non "istruisce"; questo è intrinseco al progetto della cosa in sé. Non è colpa di cattivi insegnanti o di scarsi fondi stanziati: semplicemente è impossibile che la scolarizzazione e l'istruzione possano collimare. Le scuole furono progettate da Horace Mann, Barnas Sears e W. R. Harper dell'Università di Chicago, Thorndyke del College degli Insegnanti della Columbia e da altri per essere strumenti della gestione scientifica della popolazione massa. Il ruolo delle scuole è quello di produrre, tramite l'applicazione di formule, esseri umani formulati i cui comportamenti possono essere pre