Venerdì 13 novembre 2015. Una data destinata a restare impressa nella memoria dell’Occidente e del mondo intero. E a essere associata a un’altra data fatidica, ormai già stampata sui libri di storia: l’11 settembre del 2001.

L’entourage politico-mediatico, in effetti, il collegamento l’ha proclamato subito: “Questo è l’11 settembre della Francia”, è stato il coro pressoché unanime già dalle prime ore della mattina del 14. Anche perché la responsabilità dell’accaduto è stata attribuita subito, oggi a Parigi come quattordici anni fa a New York, al terrorismo di matrice islamica.
Aldilà dei pubblici proclami, dei collegamenti più o meno concreti qualcuno li ha notati subito.
Un primo collegamento “storico” riguarda il mese di novembre. I più eruditi hanno osservato che, nell’antico calendario romano in uso fino al 46 a.C., novembre era, come il nome stesso suggerisce, il nono mese dell’anno. Ecco dunque un riferimento al numero 9. Ma con l’avvento prima del calendario giuliano, promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C, e poi dal 1582, per decreto di papa Gregorio XIII, dell’attuale calendario gregoriano, novembre è divenuto l’undicesimo mese dell’anno. Ecco allora che fa capolino per la prima volta l’accostamento fatale: 9 11.
Un altro riferimento più fattuale, se vogliamo, riguarda il Bataclan, il teatro in cui, durante il concerto del gruppo americano Eagles of Death Metal (incidentalmente già il nome del gruppo contiene un richiamo alla morte), risulta avvenuta la maggiore carneficina. Per quarant’anni è appartenuto a due proprietari ebrei, Pascal e Joël Laloux, che proprio nel 2015 l’hanno venduto alla Lagardère Unlimited Live Entertainment, (filiale del grande gruppo mediatico Lagardère, diretto dal magnate Arnaud Lagardère), in data… 11 settembre!
Coincidenze? Forse. Come pure una coincidenza potrebbe essere anche la data dei tragici eventi parigini. Il venerdì 13 è generalmente considerato giorno sfortunato per eccellenza in Francia e praticamente in tutto l’Occidente (con l’eccezione del venerdì 17 italiano), mentre è considerato fortunato da una cultura di origine orientale come quella ebraica. E qui alcuni maligni già si sono scatenati, insinuando che ogni reazione negativa dell’opinione pubblica e dei governi occidentali nei confronti dei paesi islamici risulti positiva per lo stato d’Israele. E in effetti, serve a giustificare gli attacchi dell’Occidente contro degli stati mediorientali che sono innanzitutto avversari di Israele: l’Afghanistan dopo il crollo delle Twin Towers, e ora la Siria in seguito agli attacchi di Parigi.
Qui, però, vogliamo attenerci ai fatti che, per chi non vi è stato coinvolto in prima persona, consistono essenzialmente in ciò che i media ci hanno comunicato con immagini drammatiche. Queste ultime hanno scatenato una fortissima reazione emotiva, senz’altro comprensibile ma non certo giovevole a un’analisi razionale degli eventi, che in questa sede tenteremo comunque di fare.
Il cardine della copertura mediatica della tumultuosa notte parigina è rappresentato da un video di meno di tre minuti catturato dal giornalista Daniel Psenny (il quale più tardi, a proposito di collegamenti con l’11 settembre, avrebbe anche salvato la vita a Matthew, un americano sopravvissuto, a suo tempo, al crollo delle Twin Towers!) e presentato originariamente sul sito del suo giornale, Le Monde, all’indirizzo  http://www.lemonde.fr/attaques-a-paris/article/2015/11/14/daniel-psenny-journaliste-au-monde-j-ai-senti-comme-un-petard-qui-explosait-dans-mon-bras_4809665_4809495.html.

Testiamone la solidità, dunque, con riferimento a immagini e tempi precisi, perché se l’elemento cardine non regge, l’intera impalcatura rischia di vacillare…
Secondo Le Monde, il video in questione è stato girato intorno alle 22 dall’appartamento di Psenny, che dà proprio sul retro del teatro Bataclan, lungo il Passage Saint-Pierre Amelot.
Dura soltanto 2,47 minuti, ma è incredibile quante cose strane, se non addirittura ai confini dell’assurdo, possano accadere in un tempo così breve. Mi trovo costretto a sintetizzarle, e magari a saltarne pure qualcuna, per motivi di spazio.
Dopo l’avvertimento relativo alla natura scioccante delle immagini, si cominciano a udire degli spari. Diciamo subito che fino alla fine ce ne saranno una quindicina, più una decina di esplosioni ovattate (ma le esplosioni non dovrebbero essere più forti degli spari?), mentre le testimonianze dei superstiti parlano  di un’ora di fuoco incessante. Anche di urla e di altri rumori non se ne sentono molti: un uomo che continua a chiamare “Oscar!”(con accento chiaramente francese, anche se in seguito questo richiamo è stato attribuito a un australiano, tal John Leader, alla ricerca di suo figlio), una donna che ripete “Monsieur!”, Psenny che, dall’alto, chiede “Che succede?”, e poco altro. 
Veniamo dunque alla parte visiva. Davanti ai nostri occhi si presenta una scena costruita su due livelli. In basso, sulla strada, domina una certa concitazione, con decine di persone in fuga e urlanti che sciamano dalle due uscite visibili lungo la via, soprattutto nei primi trenta secondi. L’’elemento più statico di questo “livello inferiore” è rappresentato da un uomo sdraiato per terra davanti all’uscita principale, quella al centro dell’inquadratura. Sembra gravemente ferito, perché giace quasi immobile, ma chiunque gli passi accanto lo evita senza neanche chinarsi un attimo a controllare le sue condizioni. Neanche la donna sull’angolo sinistro dell’inquadratura che, invece di scappare come tutti gli altri, si dirige lentamente (trovando persino il tempo e l’agio di mettersi un maglioncino sulle spalle!) proprio verso quell’uscita. Sulla strada, a circa un metro dal tizio sdraiato, si vedono chiazze rossastre (i colori del video sono sempre piuttosto irreali) che sembrano di sangue, ma non si capisce da dove provengano esattamente.
Il livello superiore, invece, risulta più statico e dominato da due figure: una donna aggrappata con le  dita alla soglia di una finestra e un uomo in piedi sul davanzale della finestra adiacente. Sia la collocazione sia l’atteggiamento di entrambi destano perplessità.

La donna, tanto per cominciare, resta appesa per quasi due minuti e mezzo (ma all’inizio del video è già appesa, e chissà da quanto) in una posizione improbabile persino per un atleta, figuriamoci per una donna in preda al panico (anche se dalle immagini ciò non si percepisce) e per di più in stato interessante, come si verrà a sapere più tardi (nel video si sente una voce femminile gridare “Sono incinta”, ma sul momento non si capisce bene a chi appartenga). 
Al contrario di ciò che la situazione lascerebbe supporre, la signora appare piuttosto tranquilla: sta lì ferma, senza agitarsi e apparentemente senza gridare, fino a che, al minuto 2,25, si aggrappa con una mano al braccio, uno solo, di una terza persona che arriva a salvarla al piano di sopra (sembra trattarsi, come si vede nella foto, di una donna con la gonna a quadri, molto tranquilla anche lei, ma i giornali in seguito hanno parlato di un uomo) per arrampicarsi con sorprendente agilità verso la salvezza. Tra l’altro, non riusciamo ad assistere fino in fondo al salvataggio, perché Psenny sposta l’inquadratura proprio sul più bello. La concitazione deve aver prevalso sull’istinto giornalistico…
Torniamo alla posizione iniziale della donna, che se ne sta aggrappata con le dita alla soglia della finestra, mentre con i piedi sembra appoggiarsi alle sbarre della finestra sottostante. Sembra pressoché impossibile da mantenere, e soprattutto così a lungo, perché il vano della finestra crea, rispetto alla parete, un dislivello di almeno una decina di centimetri (come si vede nella foto scattata sul retro del Bataclan in un momento tranquillo).

Pertanto, poiché il ginocchio non si piega verso l’interno, per sperare di poter appoggiare i piedi bisogna sporgere il sedere in fuori (cosa che la donna non sembra fare), ma in questo modo si rischia di lasciarsi sfuggire il già fragile appiglio con le dita al davanzale. Rischio aggravato dal fatto che, in certi momenti, la signora abbassa un braccio per guardare di sotto tenendosi con una sola mano!
L’altra figura problematica del “livello superiore”, è quella dell’uomo in piedi sul davanzale della finestra accanto a quella a cui si appende la donna. Ha solo un piede appoggiato sulla soglia e una mano aggrappata a quella che sembra una finestra ancora più in alto, mentre l’altro piede e l’altra mano penzolano nel vuoto. Il suo atteggiamento, soprattutto all’inizio del video, sembra rilassato, di totale nonchalance. Non guarda neppure la donna appesa sotto di lui, e francamente non si capisce cosa entrambi stiano lì a fare, visto che dalle prime testimonianze (ma anche dalle immagini) non sembra che i terroristi siano arrivati ai piani superiori. 
Almeno l’uomo, in caso di irruzione ostile, avrebbe potuto compiere il disperato tentativo di calarsi dalla finestra. Ma una donna incinta perché mai avrebbe dovuto mettersi preventivamente in una posizione comprensibile solo come extrema ratio? Per non farsi vedere dai terroristi nel caso fossero entrati in quella stanza, esponendosi a un pericolo certo per evitarne uno ipotetico? 
Intorno a 40 secondi del video, l’inquadratura si sposta verso la parte sinistra della via. Si vedono tre persone che ne trascinano un’altra, la quale lascia una traccia di sangue sulla strada solo all’inizio del trascinamento, a una ventina di metri dall’uscita del Bataclan (e chi lo avrebbe colpito lì, dato che non si è parlato di cecchini appostati altrove?). Nello stesso punto c’è un ragazzo che, da solo, trascina un altro uomo (anche lui non si capisce perché si trovi per terra in quel punto e come ci sia arrivato, tra l’altro senza sanguinare). E sulla sinistra, quasi appoggiata al muro, se ne sta lì ferma una donna, finché il trascinatore solitario non le rivolge un cenno con la testa, come per dirle di andar via (invece di chiederle di aiutarlo). Lei sporge la testa verso di lui per capire cosa le dica e poi comincia a corricchiare, come reagendo a un ordine più che a un pericolo. Nel frattempo, sul marciapiede opposto si scorge un signore, apparentemente più anziano, che osserva anche lui il tutto con le mani intrecciate dietro la schiena. 
Al minuto 1,07 si vede persino un tizio che sta in piedi a parlare al cellulare proprio nei paraggi. E intorno al minuto 1,40  s’intravedono altri due “spettatori” sul marciapiede opposto all’uscita principale. Contando anche la signora col maglioncino dell’inizio, che intanto continua a fare su e giù davanti all’uscita, arriviamo a sei. Ciò testimonia quantomeno di una percezione del pericolo molto diversa tra i vari individui. Alcuni sono così disperati da aggrapparsi a una finestra, altri scappano via, qualcuno esce alla chetichella. Persone illese, perfettamente deambulanti, restano nei paraggi come per assistere a uno spettacolo di strada, mentre altre non in grado di muoversi vengono trascinate per le braccia chissà dove, col rischio di aggravarne le condizioni.
A proposito, intorno a un minuto dall’inizio del video, la parte sinistra della via appare sgombra, dato che i due feriti sono stati trascinati via altrove. Negli ultimi 15 secondi, però, quando la camera torna a inquadrare verso sinistra, ci sono di nuovo un tizio per terra in mezzo alla strada e un altro che lo trascina per le braccia. Sembrano quelli di prima… Come sono arrivati lì? Sono tornati indietro? E a far che?
Al minuto 1,20, poi, accade la cosa forse più strana di tutte: una persona emerge, come per magia, apparentemente dalla parete, ma in realtà da un’uscita a sinistra della principale, che fino a quel momento è rimasta inspiegabilmente invisibile (pur risultando visibilissima in una foto scattata la mattina seguente, come mostra la gif animata realizzata da Simon Shack di www.cluesforum.info, il primo sito a rilevare questa anomalia).

 

Problema d’illuminazione? Be', in effetti il lampione vicino alla donna appesa è l’unico che non funziona di tutta la via, ma la luce sulla parete dell’edificio appare comunque uniforme per qualche motivo.
Tornando al tizio per terra davanti all’uscita, dopo 37 secondi si gira, poi al minuto 1,35 solleva la testa, prima di ributtarla per terra allargando le braccia. Poi si mette di nuovo di fianco, dando le spalle alla videocamera e, al minuto 2,10, voilà… tira fuori il cellulare (si vede lo schermo che luccica) per guardarlo e fare chissà cosa. Chiedere aiuto? Ma allora perché non richiamare piuttosto l’attenzione delle persone che gli passano davanti o di quelle che continuano a indugiare nei paraggi?
Un’ultima osservazione: al minuto 1,27 si vede un tizio con il cappotto scuro che prima scappa in una direzione, e poi decide di tornare indietro e di scappare nella direzione opposta, senza un motivo apparente.
Insomma, come abbiamo detto all’inizio, il cardine cigola parecchio, e così tutto il resto dell’”impalcatura mediatica” degli eventi parigini comincia a scricchiolare in modo sinistro. Risultano infatti altrettanto discutibili sia altre immagini di tali eventi – come quelle dei cafè in cui le esplosioni sembrano aver provocato solo il rovesciamento di qualche tavolino o sedia, senza infrangere neanche i vetri dei locali, o quella delle vittime all’interno del teatro in cui, anche se si sarebbe sparato per circa un’ora, i sedili non sembrano crivellati di colpi e persino le lampadine della sala risultano tutte intatte e accese – sia le testimonianze in cui un uomo di colore racconta di essere stato protetto da schegge e proiettili dal proprio smartphone e una donna dice di non essersi ancora cambiata, a due giorni di distanza, le scarpe sporche di sangue e terra, tanto per fare solo un paio di esempi tra i più sconcertanti.
Cosa possa significare tutto questo lo lascio dedurre ai lettori. D’altronde, viviamo in un’epoca in cui quel che accade nella vita reale non conta nulla o quasi in confronto alle cose che si vedono in televisione e vengono riportate dai giornali.
Questi ultimi, in particolare, talvolta sembrano addirittura anticipare gli eventi. Mi riferisco soprattutto, nel caso in oggetto, alla copertina del numero di gennaio 2015 della rivista The Economist, una sorta di omaggio alla cover del celeberrimo album beatlesiano Sgt. Pepper and the Lonely Hearts Club Band, con un analogo collage di personaggi e oggetti peculiari in cui qualcuno ha saputo scorgere significati occulti.


In particolare, nell’angolo in basso a destra della copertina in questione, Alice, di spalle, osserva il gatto del Cheshire. Quest’ultimo, noto per la sua capacità di sparire completamente, lasciando visibile soltanto il suo ghigno inquietante, potrebbe alludere al mondo fantastico, illusorio presentato dai media alle masse ipnotizzate, che qui Alice sembra simboleggiare. Accanto a lei il celebre dipinto leonardesco “La Belle Ferronière” allude a Parigi, visto che si trova nel museo del Louvre. E tra le due figure si scorgono un mucchio di terra, simile a macerie, e due frecce conficcate al suolo su cui sono riportati i numeri 11.5 e 11.3.

Basta ridisporre le cifre in una sorta di anagramma numerico per ottenere una data: 13/11/15. E più in alto, sempre a destra, c’è un membro dell’ISIS che imbraccia un fucile…
Insomma, sembra che per certi giornalisti la macchina da scrivere sia stata sostituita non soltanto dal computer, ma anche… dalla palla di vetro!