Orwell a Catanzaro. Una città sorvegliata speciale in salsa Mossad.

CATANZARO – Con un comunicato sulla stampa locale, il 7 agosto 2012, l’amministrazione comunale di Catanzaro annunciava, con toni trionfali, che la città sarebbe diventata la più sicura d’Europa grazie a un accordo con la società BunkerSec di Tel Aviv. L’obiettivo era dotare la città, “attraverso la firma di un protocollo d’intesa che prevede l’utilizzo dei fondi PON Sicurezza”, di un sistema di videosorveglianza e di controllo , in grado di “mettere in pratica una tecnologia militare in campo civile per monitorare 24 ore su 24 l’intero territorio”.

Immediatamente dopo, tra il 10 e il 21 agosto 2012, con una serie di atti amministrativi, viene data esecuzione all’accordo annunciato. Il 9 agosto 2012 la BunkerSec presenta la richiesta scritta di “affidamento a titolo gratuito di incarico per lo studio, soluzione, programmazione economica e realizzazione del progetto Safe city” il giorno successivo, 10 agosto 2012 , la giunta delibera l’accoglimento della richiesta.  L’8 marzo 2013 la giunta comunale approva il progetto presentato, riservandosi di trovare i fondi per il suo finanziamento presso “i competenti uffici regionali”.

Non è al momento chiaro quali siano i competenti uffici regionali e soprattutto quale sia la fonte del finanziamento, visto che il sistema ha un costo iniziale di 23 milioni di euro, e considerato che sia il progetto che le procedure seguite non sono compatibili con quelle previste per il PON sicurezza.

Il costo sarebbe giustificato dalla tecnologia militare di cui il “Safe city” è dotato, una tecnologia non ben definita, ma ridicolmente sproporzionata per una città come Catanzaro. Il sistema, infatti, consente di “inviare messaggi su cellulare a un vasto numero di utenti” e “potrà essere utilizzato per informare la cittadinanza relativamente a eventi pericolosi come attacchi terroristici, diffusione dell’inquinamento , tempeste imminenti, incendi ingorghi stradali e collisioni ecc.” Eventi che nel capoluogo di provincia più sicura della Calabria, dove la casistica della criminalità si esaurisce in qualche furto e danneggiamento del patrimonio pubblico, è possibile vedere solo sugli schermi televisivi.

Si prevede, tra l’altro, l’installazione di 900 telecamere di cui 200 fittizie a fronte di 90.000 abitanti e di un sistema di videosorveglianza già in dotazione alla città.

Il ritorno economico di questo progetto sarebbe costituito dall’incremento annuo del 50% dei verbali per infrazioni stradali. Strano, secondo questa interpretazione, i catanzaresi sapendosi sorvegliati ad ogni metro quadro faranno più infrazioni!

Si prevede, inoltre, l’abbattimento dei costi dovuti alle false attestazioni di incidenti addebitati all’amministrazione per la gestione delle strade; in città troppe persone denunciano cadute per le buche presenti in strada, con questo sistema sarà possibile verificare se le cadute denunciate siano veritiere o meno. Troppo complicato per la giunta pensare di dover garantire la manutenzione delle strade!

Uno spreco, dichiarato, quindi, ma non solo. Un vero insulto a una città che, giorno per giorno, si sta spegnendo, sia per la crisi in atto, sia per le scelte distruttive dei suoi politici, completamente asserviti al loro entourage economico-affaristico. Ogni giorno vengono messi in discussione servizi essenziali, quali trasporti, acqua, sicurezza degli edifici. Chiudono esercizi commerciali e si desertifica il centro storico, mancano i soldi per le mense scolastiche e aumentano le rette. Ci sono gravi problemi in relazione alla sicurezza ,anche sismica degli edifici pubblici, soprattutto delle scuole.

Di fronte a tutto ciò la parte migliore della città si è mossa. Associazioni, gruppi e movimenti, tra cui Alternativa Calabria, hanno chiesto al sindaco revocare la delibera di approvazione del progetto e, in seguito hanno proposto ricorso al TAR.

Gli atti prodotti dalla giunta risultano, infatti, gravemente viziati: non prevedono alcuna procedura per la scelta tra diverse opzioni, sono privi di motivazioni giuridiche e, di fatto, non viene fornito alcun dato sull’ordine pubblico a Catanzaro, nessuna informazione sul sistema di videosorveglianza di cui la città è già dotata, così come non viene fornito alcun riferimento normativo.

In un solo colpo l’amministrazione ha violato la normativa sull’evidenza pubblica, quella sul procedimento amministrativo, quella sulla trasparenza, per limitarsi alle violazioni macroscopiche presenti nei provvedimenti, i quali, peraltro, dal punto di vista logico-formale non raggiungono neppure la soglia della decenza amministrativa.

Tra l’altro il sistema, per la sua invasività, viola anche la normativa sulla privacy. La legge infatti, consente il trattamento di dati personali nella misura in cui risultino pertinenti e non eccedenti gli scopi per i quali i dati sono richiesti. Quelli esplicitati nel progetto, sono obiettivi minimi di qualsiasi corpo di polizia municipale e rendono macroscopico il divario tra rilevazione dei dati e obiettivi perseguiti.

L’affare “Safe city” oltre a violare le leggi e le regole di imparzialità e correttezza dell’azione amministrativa, rappresenta una minaccia alla agibilità e libertà di movimento dei catanzaresi. E non solo per una questione di privacy.

Tra le componenti del sistema, infatti, sono elencati “dispositivi di cattura, streaming e registrazione” e tra le necessità evidenziate c’è quella di “creazione di un vasto database visuale per analisi e correlazioni future”.

Inoltre “gli stream video e gli altri dati generati dai sensori saranno immagazzinati in un sistema di memorizzazione dati computerizzato. Ciò consentirà verifiche intelligenti basate sul video registrato e sul suo meccanismo unico di indicizzazione”. Mancano solo i droni e le telecamere volanti dell’ossessivo sistema securitario statunitense, ma per il resto c’è tutta la dispendiosa moda orwelliana di questi anni, in piena “guerra al terrorismo”.

Illuminante a tale proposito è l’affermazione, contenuta nella delibera comunale n. 323 del 10 agosto 2012, nella quale si dichiara che “il progetto Safe city ha ricevuto adesioni in diversi paesi del mondo-quali, primo per tutti, Israele, Stato ad alto rischio terrorismo; Messico; Asia; Africa;” che rivela come nessuna città europea abbia adottato tale sistema. Catanzaro sarebbe la prima. In ciò accomunata a paesi nei quali, la guerra, la criminalità e la violenza raggiungono livelli sconosciuti all’intera Europa.

Ancor più inquietante è la provenienza militare ed israeliana dell’affare. La BunkerSec è gestita dal maggiore generale Meir Dagan, ex capo del Mossad e protagonista della repressione della prima intifada a Gaza del 1991.

Non è chiaro, infatti, chi gestirebbe l’enorme flusso di informazioni sui cittadini catanzaresi: forse la polizia municipale, e quindi il sindaco, o, come si dice, personale israeliano appositamente formato. Nessuna delle due ipotesi può ritenersi tranquillizzante.

Nonostante le proteste, i comunicati stampa e le richieste di chiarimenti, la giunta ha mantenuto una posizione di mutismo arrogante. D’altra parte non è semplice spiegare lo sperpero di 23 milioni di euro quando, per un servizio migliore e conforme alla legge, ne sarebbero sufficienti alcune centinaia di migliaia.

Il quadro che emerge da questa vicenda racconta del degrado amministrativo esistente in questa Regione che ben si presta ad operazioni come questa, frutto malato dell’intreccio politica-affari. Intreccio che condiziona la vita politica ed economica della città e della regione e che negli ultimi anni ha assunto il carattere di speculazioni sempre più aggressive ai beni essenziali e alle condizioni di vita dei calabresi.

Articolo di Rosanna Barbuto

Fonte: megachip.info