dell’ONU Kofi Annan evidenzia bene la crescente preoccupazione con cui, a livello mondiale, si guarda ormai al problema acqua, risorsa indispensabile alla vita ma pericolosamente in calo. Un’analisi delle cause della riduzione delle risorse idriche mondiali e delle prospettive ambientali, economiche, sociali e politiche che tale riduzione comporta, è fornita da due studiosi canadesi, Maude Barlow e Tony Clarke, con l’interessante Oro blu. La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua, tradotto e pubblicato in Italia dall’Arianna Editrice. Una particolare attenzione è riservata alla strategia di mercificazione delle acque, su cui prosperano gli appetiti delle multinazionali del settore, e alle iniziative di lotta che gli abitanti del pianeta possono intraprendere per riappropriarsi di una risorsa fondamentale per la vita.
Punto di partenza è la limitatezza delle risorse di acqua dolce disponibile. Se già oggi 1,2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 1/3 della popolazione mondiale vive in condizioni di stress idrico, nel 2025 saranno 5,5 miliardi (circa i 2/3 degli abitanti del pianeta) le persone a rischio idrico. L’allarme, ovviamente, riguarda soprattutto quelle regioni tradizionalmente povere di acque, ma non risparmia neanche aree con maggiore disponibilità, minacciate dalla crescita demografica e dal saccheggio indiscriminato delle risorse usuale del modello di sviluppo dominante.
Tra i fattori di crisi c’è, innegabilmente, lo sviluppo demografico, con una popolazione mondiale che aumenta di 85 milioni di persone all’anno e che richiede quantitativi di acqua dolce sempre maggiori per i diversi usi civili, industriali e soprattutto agricoli (già oggi il 65-70% delle risorse è destinato a scopi irrigui). Ma pur senza aderire alla fideistica speranza con cui la Chiesa affronta la questione nascite (un fideismo che non rinuncia a pericolose concessioni all’umano intervento, come le sciagurate aperture del Vaticano agli alimenti ogm), la sovrappopolazione, da sola, non spiega la crisi idrica né le altre emergenze ambientali, come invece vorrebbero i malthusiani del XXI secolo (la cui preoccupazione sembra piuttosto quella di conservare, per i ricchi abitanti dell’Occidente, il diritto a consumare senza limiti).
Non è solo una questione di abitanti in eccesso ma anche di saccheggio e sperpero delle risorse naturali. Il consumo globale di acqua raddoppia ogni 20 anni, ad un tasso quindi più che doppio rispetto alla crescita della popolazione mondiale. A fronte di un diritto minimo giornaliero calcolato dall’ONU in 40 litri pro-capite, in Italia il consumo quotidiano è di 267 litri (la media europea è di 165), in Canada 350, negli Stati Uniti 425 (e in Africa 10). Nell’industria ci vogliono 400.000 litri d’acqua per produrre un’automobile ed anche l’industria informatica, inizialmente considerata pulita, richiede grosse quantità di acqua dolce deionizzata che restituisce altamente inquinata (la maggior parte dei siti tossici finanziati dall’Agenzia per la Protezione Ambientale statunitense si trova proprio nella Silicon Valley). E l’agricoltura intensiva, con le sue pratiche di irrigazione diffusa (che può arrivare a disperdere fino all’80% dell’acqua utilizzata) ed il ricorso a concimi chimici e pesticidi, sta provocando il rapido esaurimento ed inquinamento delle falde sotterranee.
A rendere insostenibile la situazione, insomma, non è solo l’aumento della popolazione quanto l’uso indiscriminato delle risorse naturali. “I popoli antichi e quelli che oggigiorno vivono più vicini alle forze della Natura – ricordano Barlow e Clarkesapevano che distruggere l’acqua equivaleva a distruggere sé stessi. Solo le moderne culture “avanzate”, spinte dalla logica dell’acquisto e convinte della propria supremazia sulla Natura, hanno mancato di onorare l’acqua”. Ciò che manca alla modernità, notoriamente, è il senso del limite. Ed è questa impostazione che ci porta, per dirla in termini economici, a dissipare il capitale acqua anziché vivere di rendita; con la prospettiva, sempre più vicina, del fallimento.

Le conseguenze sono drammatiche: laghi che scompaiono, fiumi che non riescono più ad arrivare al mare, falde sotterranee che si assottigliano (con i fenomeni collegati, quali mutamento dei micro-clima, salinizzazione, subsidenza). Ad aggravare gli effetti dell’azione diretta dell’uomo ci sono le ricadute dell’azione indiretta: il riscaldamento del pianeta, la deforestazione, l’urbanizzazione, la riduzione delle zone umide (a livello mondiale dimezzate nel corso del ‘900), che complessivamente riducono la capacità di accumulo e conservazione di acqua dolce. E, sul piano qualitativo, incidono pesantemente le diverse forme di inquinamento legate alle attività umane (agricole, industriali, zootecniche, insediative), che riducono ancor più la disponibilità di acqua dolce.

L’acqua diventa così, a livello mondiale, un bene sempre più prezioso, l’oro blu, appunto, che richiama gli appetiti delle grandi corporations. Al “furto mondiale dell’acqua” Barlow e Clarke dedicano ampie pagine, ricostruendo strategie, protagonisti e programmi della privatizzazione del “bene” acqua.
A monte c’è proprio la trasformazione, politica, giuridica ed economica, dell’acqua in “bene economico”. Il processo è ampio, e si riconduce alla mercificazione di ogni aspetto della vita, ivi inclusi settori rilevanti quali sanità, istruzione, cultura, patrimonio artistico, codici genetici, sementi e risorse naturali, aria e acqua comprese. Il progetto di riferimento è quello del cd. Washington Consensus, dottrina di liberalizzazione economica suggerita dalla Commissione Trilaterale, volta a garantire la libera circolazione di capitali, beni e servizi senza alcun impedimento da parte dei governi. Al Forum mondiale dell’acqua tenutosi a L’Aia nel marzo 2000, passò appunto la tesi che l’acqua fosse un bisogno anziché un diritto, come tale assicurabile dal mercato piuttosto che dagli Stati.
La riduzione dell’acqua a bene commerciale, rende applicabile ad essa le regole sul libero mercato affermate dal WTO o da accordi locali (tipo il NAFTA, l’Accordo di libero scambio nell’America settentrionale). Ciò significa che se un governo volesse vietare l’esportazione di grosse quantità di acque oppure la concessione dei servizi idrici ad una compagnia straniera verrebbe accusato di violazione degli accordi sul libero scambio. La libera circolazione delle merci prevale anche di fronte alle ragioni di tutela ambientale: in tutte le controversie – ricordano gli autori del libro - sorte davanti al WTO per l’applicazione del GATT (l’Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio), solo in un caso le ragioni ambientali sono riuscite a prevalere su quelle commerciali.
Nella stessa direzione spingono anche la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che spesso impongono, quale condizione per accedere ai finanziamenti nel settore, la privatizzazione dei servizi idrici.
L’intervento dei privati viene spesso giustificato con la necessità di gestire in maniera economicamente efficace la risorsa acqua, assicurando quantità e qualità del servizio ed evitando perdite di rete e sprechi nei consumi.
L’ampia casistica riportata in Oro blu, tuttavia, mette in discussione la fondatezza di tali aspettative. Il subentro dei privati al pubblico nella gestione dei servizi idrici, infatti, non garantisce né migliori servizi né, tantomeno, il rispetto delle esigenze di caratteriale ambientale o sociale, sacrificati a quello che è lo scopo essenziale degli azionisti delle grandi compagnie, la massimizzazione dei profitti. Sul piano ambientale, le società non applicano politiche di sostenibilità a lungo termine, ma puntano alla maggior crescita dei consumi nell’immediato: per esse, sono più convenienti i processi di desalinizzazione, la deviazione di fiumi, la costruzione di dighe anziché un’educazione al risparmio. La riduzione dei costi, inoltre, avviene spesso a spese dell’ambiente, con il mancato rispetto della normativa in materia di scarichi, depuratori, bonifiche: bastino, come esempio, le 730 violazioni ambientali accertate tra il 1990 ed 1997 a carico della Bechtel (una delle maggiori compagnie mondiali) dall’Ente Americano per la tutela ambientale. Parimenti, si trascurano le esigenze sociali: si privilegiano i servizi più redditizi a scapito di quelli, pur necessari, che danno minor profitto (ad es. quelli fognari), e, nelle forniture, si antepongono le aree residenziali abitate dai ceti abbienti piuttosto che quelle più popolari o degradate. Le privatizzazioni comportano, inoltre, sempre un rincaro delle tariffe dell’acqua, il che acuisce, soprattutto nei paesi del Sud del mondo, i problemi di accesso di parte della popolazione alla risorsa. Insomma, appare fondata la percezione, rilevata in un documento ONU del 2003, che “la partecipazione del settore privato arricchisca pochi a spese di molti, e che l’acqua sia abbondante per quelli che possono pagarla”.
Altri mali endemici rilevati nelle privatizzazioni sono i licenziamenti nel settore (uno dei primi effetti della riduzione dei costi, ma, conseguentemente, una delle cause principali della successiva peggiore qualità del servizio) e lo sviluppo della corruzione: uno dei casi più noti è quello di Grenoble, dove la privatizzazione dei servizi idrici nel 1989 è stata disposta a seguito di consistenti donazioni elettorali al sindaco da parte della Suez (un colosso mondiale del settore, presente in 130 paesi, e che insieme all’altra compagnia francese Vivendi, copre il 70% del mercato mondiale dell’acqua)
In termini economici, il giro d’affari è enorme. Si valuta in 400 miliardi di dollari annui il volume d’affari attuale delle forniture idriche, ma stime della Banca Mondiale prevedono che si arrivi, in tempi assai vicini, ad oltre 1.000 miliardi. L’industria idrica, le cui entrate già oggi sono pari al 40% di quelle petrolifere, diventa così, secondo gli analisti economici, il “miglior settore del prossimo secolo”, quello che consente, per giunta, i più ampi margini di crescita, visto che oggi solo il 5% della popolazione mondiale riceve acqua dalle corporations.
La prospettiva di consistenti profitti è alla base di vari progetti, estremamente costosi e di grande pericolo per l’ambiente, per procurare acqua alle regioni del pianeta meno fornite: dai processi di desalinizzazione (dove per ogni litro di acqua marina trattata, i due terzi diventano scorie altamente saline ed inquinanti) al trasporto via mare tramite cisterne, ex petroliere o sacche, a mega condutture fino a sistemi di canali, dighe e bacini artificiali in grado di convogliare l’acqua ad enormi distanze (ad esempio il NAWAPA, un mega canale che convoglierebbe le acque dell’Alaska fino allo Stato di Washington attraverso le Montagne Rocciose, creando un bacino artificiale della lunghezza di oltre 800 chilometri). Al danno ambientale spesso si accompagna la “beffa” dell’assurdità dell’intervento, laddove si intendono rifornire d’acqua zone desertiche (esemplari i casi di Las Vegas e dell’Arizona) che non potrebbero sostenere un elevato numero di presenze (la cd. politica del deserto). Per inciso, si tratta di progetti dall’alto costo, previsti per rifornire d’acqua popolazioni in grado di pagare; nulla a che fare, quindi, con le esigenze di servizi idrici per le assetate popolazioni del Sud del mondo.

Che fare? Barlow e Maude individuano alcune linee d’azione per resistere al furto mondiale dell’acqua. Partendo dalla constatazione che i governi hanno ormai abbracciato la globalizzazione economica (grazie anche all’azione di lobbies delle grandi compagnie), la lotta deve partire dal basso, dalle comunità locali, che sono le prime interessate ad una gestione oculata e conservativa della risorsa acqua. Il panorama mondiale offre numerosi esempi di movimenti di base che sono riusciti ad ostacolare la costruzione di dighe, la privatizzazione dei servizi, l’esportazione di acque, la contaminazione delle falde a causa delle attività industriali, estrattive, agricole. In gioco è il concetto stesso di democrazia, intesa in senso non meramente rappresentativo (visto il tradimento dei governi), ma piuttosto partecipativo, con la riappropriazione da parte delle comunità locali della loro terra e delle sue risorse.
Fondamentale è però un cambiamento di prospettiva. L’acqua non deve essere più una merce, ma deve tornare tra i commons, tra quei beni di diritto pubblico spettanti a ciascuno in base alla propria necessità. In tale prospettiva può anche esserne fissato un “prezzo equo”, tale comunque da garantire a tutti una quantità minima indispensabile e, oltre tale soglia, dissuasivo dagli sprechi.
La sua gestione, rimessa ai cittadini e alle comunità locali, deve garantirne la conservazione per sempre, per trasmetterla alle generazioni future e per farla rimanere alla terra e a tutte le specie, cui in realtà appartiene. Riscoprire il limite, quindi, e l’assoggettamento dell’uomo alle leggi naturali, è il messaggio ultimo, del tutto condivisibile, proposto dall’interessante Oro blu.