dietrologia, complottismo, e voglia di mistero: non è un buon metodo storiografico. Ma trovo ancora più criticabile chi di mestiere fa l’anima candida; chi si attiene con scrupolo alle versioni ufficiali, chi si entusiasma per le verità stabilite da chi di dovere. Mai come nel campo dell’informazione, trovo ripugnante lo zelo del servo felice che è più realista del re. Un tempo, direi fino alla Seconda Guerra Mondiale, nei potenti sopravviveva una sorta di pudore che li tratteneva dal fare un uso sistematico della menzogna grossolana. È chiaro che il potere politico, ogni potere politico, ha sempre fatto un uso abbondante, esuberante, colossale di bugie; ma una volta si cercava almeno di confezionare bugie verosimili, dignitose, tali da non essere infamanti per chi vi prestava fede. Orgoglio del potente e primo vanto dei diplomatici era la capacità di mentire con raffinatezza, di offrire verità addomesticate, quindi poco vere, ma credibili; depistare con garbo, propagando versioni funzionali, ma in fine rispettose dell’altrui intelligenza e tali da non gettare nel ridicolo il senso critico dei destinatari ultimi. Insomma, esisteva una specie di gioco dalle regole non scritte: il potente usava la menzogna come strumento di dominio e di controllo, ma per il semplice fatto di ricorrere a questo mezzo, e non alla forza bruta della pura e semplice imposizione, era alla ricerca del consenso, di una parvenza di libera adesione alla “verità” stabilita. “Potrei ficcarti in testa questa mia storia” così possiamo far parlare i governanti dei nostri nonni e bisnonni “potrei obbligarti a credere a quello che voglio con mezzi molto persuasivi come la galera o il bastone, ma –per questa volta- preferisco usare metodi gentili, e ti propino, a mio beneficio, questa fandonia che non solo sembra vera, ma ti esonera anche dall’esercitare la tua facoltà di critica razionale”. I nostri vecchi sapevano tenere bene i segreti, quando volevano. Pensate ad intrighi ormai antichi sui quali, ancora oggi, non possediamo l’intera verità; pensate al duplice delitto di Mayerling, agli enigmi inviolati della Maschera di Ferro e di Kaspar Hauser… Oggi le cose stanno molto diversamente. La menzogna è diventata un corollario immancabile all’azione dei potenti; il che non significa che essi mentono sempre, ma che costoro ritengono lecito e proficuo l’uso non sporadico della manipolazione della realtà. Una manipolazione non sempre sofisticata, ma spesso approssimativa, quasi raffazzonata da dilettanti, perché tanto si sa che la gente, in enorme maggioranza, crederà a quello che viene detto tramite il canale di verità che è la televisione: ciò che conta, oggi, non è il messaggio, ma il mezzo che lo diffonde. E “se lo ha detto la tv”, allora è già in gran parte creduto; qualsiasi cosa sia. Dalle pretese boccettine all’antrace di Powell (ricordate quella penosa performance?) ai bombardamenti intelligentissimi che ammazzano i cattivi ma non torcono un capello ai buoni; al colonialismo che ora si chiama “missione di pace”. Allora, quando siamo costretti a riconoscere che la politica ha una perversa logica binaria (ciò che si fa davvero/ciò che si fa credere), quando abbiamo una ricca antologia di bugie provenienti da chi governa, allora mi sembra il più elementare diritto di difesa non credere subito a tutto ciò che i mass media “ufficiali” ci dicono. Non è diffidenza paranoica, ma semplicemente il tentativo di non farsi ingannare facilmente: voi credereste alla parola di chi vi dice bugie da cent’anni? Non credo… Ci sono poi teste fini che difendono questa dottrina dell’inganno perché, secondo loro, è realpolitik: per governare (e governare bene!) occorre mentire; il potente è come il medico che fa prendere la medicina amara al bimbo recalcitrante… Ritengo odiosa e spregevole questa teoria, che non solo mantiene ma vorrebbe nobilitare una pratica terribile, anticamera della dittatura. In un terreno così infido qual è quello dell’informazione politicizzata, alcuni osservatori indipendenti cercano di scoprire verità non dette tramite l’analisi di coincidenze e l’interpretazione di segnali. Come in un giallo, la ricerca della verità (negata) è un percorso difficile che si snoda tra ipotesi plausibili, scenari preesistenti e sviluppi possibili. Non vi è alcuna certezza (proprio perché la mancanza di informazioni esatte è lo scopo della segretezza) e la deliberata immissione di notizie false serve ad inquinare, ad imbrogliare, a confondere. Un rumore di fondo, sempre più alto, frastorna e stordisce; per questo occorre tendere l’orecchio con attenzione ai dettagli minimi, ai suoni quasi impercettibili che in situazioni normali non ascolteremmo. Insomma: la gara fra l’informazione alternativa e l’informazione ufficiale è un gioco d’astuzia che non riconosce all’avversario nessuna credibilità, e si gioca tutta sul terreno dell’interpretazione della realtà come fosse un codice cifrato. Coincidenze, si diceva all’inizio…. Per pura, felice coincidenza gli ostaggi italiani in Iraq sono stati liberati pochi giorni prima delle elezioni? Per bizzarra coincidenza il presidente Bush è arrivato in Italia proprio mentre a Stresa si stava svolgendo la riunione del gruppo Bilderberg? Per una fatale coincidenza avvenne il black-out totale di energia elettrica proprio quando si parlava della necessità di costruire nuove centrali elettriche? Per una coincidenza Bush si sentì inarrestabilmente spinto a liberare una terra caratterizzata da un tiranno spietato e colossali giacimenti petroliferi? Gli angoli bui e tetri del nostro presente saranno il lavoro dello storico di domani. Che immagino sbalordito.