Ultimamente, sotto i colpi della crisi, la teoria economia ufficiale si è incredibilmente rovesciata rispetto al dogma del libero mercato: ora riconosce che l’Stato non solo può, ma deve, intervenire direttamente nell’economia e sul mercato per impedire il collasso economico e sociale determinato dai meccanismi intrinseci della finanza speculativa (e della moneta, aggiungo io).

Deve intervenire per sostenere imprese a rischio di fallimento (Northern Rock, Fannie Mae, Freddie Mac, AIG, Alitalia, GM), e per sostenere i redditi delle famiglie. Altrimenti è la catastrofe.

Il problema – un problema serio come un macigno – è come finanziare questi interventi. Infatti, gli interventi si possono compiere con iniezioni di denaro nel mercato o in singole imprese (sovvenzioni, credito, garanzie), o con sgravi fiscali per rilanciare i consumi e il lavoro. Quindi avremo, nel primo caso, maggiori spese; nel secondo caso, minori entrate. In ambo i casi, aumenta il debito pubblico.

E il debito pubblico, in Italia ma ancor più negli USA, è già eccessivo, ed è esso stesso concausa della presente crisi, in quanto tiene alte le tasse, quindi i costi di produzione e i prezzi, abbassando i redditi netti. L’aumento di debito pubblico comporta, nel breve e medio termine, tagli di spesa e aggravi fiscali – quindi tende a mantenere i presupposti della crisi e a cronicizzarli in recessione e deflazione. Già oggi i governi comunitari, per finanziare le misure di stimolo all’economia, studiano una Robin Tax sui gestori della telefonia mobile. I quali le scaricheranno immancabilmente sugli utenti. Del resto, si è già accertato ampiamente (vedi il caso giapponese) che le manovre fiscali e i pacchetti di sostegno all’economia non curano la recessione, perché si limitano a spostare le risorse, senza crearne di nuove.

Scacco matto, allora? Siamo bloccati in un circolo vizioso? Il gatto è condannato a mordersi la coda in eterno?

No. E’ possibile fare interventi pubblici sia mediante investimenti che mediante sovvenzioni che mediante sgravi fiscali, senza incidenza negativa sui conti pubblici. Basta che lo Stato emetta denaro in proprio anziché lasciarlo fare alle banche (una cosa che già fa con le monete metalliche e che faceva con lacune banconote in passato).

Adesso il denaro è emesso all’8% dalla banca centrale di emissione, che è privata e che lo addebita allo Stato; e al 92%, sotto forma di credito, dalle altre banche; nessuna banca paga le tasse sul denaro che crea; nessuna lo garantisce o copre con oro o altri beni; il valore del denaro è dato dalla società, non dalle banche che lo emettono, perciò dovrebbe appartenere alla società e non alle banche al momento della sua emissione; tutto questo denaro è emesso a debito di chi lo richiede (Stato, imprese, consumatori) e crea interessi passivi composti, che crescono esponenzialmente e divorano il reddito, fino  bloccare (crash point, liquidity crunch) investimenti e consumi.

Lo Stato può emettere in proprio il denaro perché emettere denaro è un atto di sovranità e il popolo è sovrano, come stabilisce l’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo.” Il denaro così emesso non genera debito, ma al contrario riassorbe il debito, quindi taglia il costo degli interessi passivi, avviando un circolo virtuoso. Non genera nemmeno inflazione, perché va a produrre bene e servizi che coprono il suo valore nominale. In alternativa, lo Stato potrebbe tassare la creazione di mezzi monetari fatta dalle banche, che oggi costituisce un reddito non contabilizzato. Ne risulterebbe un introito fiscale di circa 400 miliardi l’anno.

Questo è l’intervento da parte dello Stato, ossia dall’alto.

Vi è un secondo intervento, che va fatto dal basso. I cittadini possono emettere denaro alternativo convenzionale, a costo zero per se stessi, e lo stanno già facendo in diversi paesi (Germania, Svizzera, Giappone, USA). In Italia, abbiamo la moneta complementare Scec, che si sta diffondendo su scala nazionale (http://www.arcipelagoscec.org ).

In tal modo i cittadini, direttamente, senza costi per se stessi e senza costi per lo Stato, rimediano alla scarsità di moneta e di potere di acquisto creata dal sistema bancario, comprese le banche centrali. Si difendono da sé contro l’impoverimento guidato dagli interessi della finanza predatrice. Aumentano il proprio potere d’acquisto e sostengono il tenero di vita, salvano la casa dal pignoramento o l’azienda dal fallimento. Rilanciano i consumi e l’economia dal basso, soprattutto in ambito locale, a sostegno della piccola distribuzione, dell’agricoltura di qualità e dell’artigianato.

Allo sviluppo e alla spiegazione di queste soluzioni pratiche a un problema epocale – quello della recessione e dell’indebitamento infinito prodotto dal nostro sistema bancario e fiscale – abbiamo dedicato il saggio LA MONETA COPERNICANA – Nexus Edizioni 2008 (di Marco Della Luna e Nino Galloni).