Essere bambini in alcuni paesi nel mondo non è cosa semplice. A dire il vero, sembra che essere bambini che è la cosa più naturale e spontanea che ci possa essere sia difficile quasi ovunque nella nostra società. Lo sa bene il piccolo Ivan, che per sua esperienza è nato in un paese in cui la convivenza tra diverse minoranze etniche e linguistiche è sempre stata pacifica sin dalla fondazione di quella che credeva essere la sua patria, l'Ucraina, ma un giorno qualcuno decise che tutto questo doveva finire e che le sorti della sua terra dovevano mutare, così anche la vita di Ivan cambiò, e come la sua anche quella dei civili dell'est Ucraina, poi divenuta Novorossija, da quando il colpo di stato contro il presidente Yanukovich nel 2014 diede inizio alle persecuzioni contro i russi di Ucraina e gli abitanti del Donbass, con la conseguente richiesta di indipendenza di questa terra e l'inizio della guerra da parte del nuovo governo di Kiev. Bombardamenti, violenze, eccidi, tutto sembrava essere tornato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando l'Ucraina veniva occupata dai Nazisti, ed infatti il braccio armato nonché gli alleati politici del nuovo governo sono proprio gruppi di estrema destra che si rifanno in modo esplicito a Stepan Bandera, icona dei collaborazionisti ucraini durante l'occupazione nazista. È in questa situazione che possiamo leggere, nonostante le molte sofferenze, nonostante i 63 bambini morti seppelliti nella cittadina di Gorlovka, una delle più colpite dai bombardamenti ucraini, al confine tra Ucraina e Novorossija, nonostante i 50 mila morti fino ad oggi nella guerra contro la Novorossija (stime del giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung) di cui almeno 10 mila civili, nonostante la distruzione di una terra prima pacifica e nonostante migliaia di feriti, di mutiliati, di persone che hanno subito violenza di ogni tipo, nonostante gli oltre due milioni di profughi ucraini di cui nessuno parla... che il piccolo Ivan può lasciarci come sua testimonianza queste parole:

“Quante persone sulla Terra, che si trovano sfortunatamente in luoghi in cui si combatte, si addormentano con il pensiero che proprio questo giorno sarà l'ultimo nella loro vita? Le guerre portano la morte e la distruzione. Mi fa male vedere come soffre la mia città dopo ogni colpo di granata. Mi ricordo che solo poco tempo fa mi addormentavo senza pensare che il giorno seguente può essere l'ultimo nella mia vita. Anche Katia Tuv forse non pensava che quel giorno era l'ultimo della sua vita. Vorrei tanto che i bambini vivessero tranquilli e non pensassero a cose orribili come la guerra. Vorrei augurare a tutti di avere un cielo chiaro sopra di voi”. 

La sua è una delle tante testimonianze dei bambini del Donbass raccolte nel libro Noi sotto le bombe. I bambini del Donbass scrivono, dell'editore Zambon, curato da Viktoria Shilova, Nataliya Popova ed Enrico Vigna, che grazie alle maestre Elena Potemka e Svetlana Vorobieva della scuola di Gorlovka hanno potuto proporre ai lettori italiani gli scritti e i disegni dei bambini del Donbass, degli occhi e dei cuori toccati più di tutti gli altri in questa guerra. Una guerra in cui il piccolo Danil si pone una domanda tanto semplice quanto diretta e reale:

“ma se noi siamo cittadini ucraini allora perché il nostro esercito ucraino ci spara?”.

Ad oggi la madre di Danil, a cui spesso ripeteva la domanda, non ha ancora risposto; ma la risposta al piccolo Danil dovrebbero darla altri, a partire forse dagli organizzatori degli eventi di Majdan del novembre 2013. 

Queste parole, questi scritti, questi disegni mostrano la situazione di chi vive ancora nel Donbass, di chi ha tentato di proseguire una vita “normale” in mezzo alle bombe e ai morti, di chi non è fuggito altrove (in particolare nella vicina Russia, che ha accolto la maggioranza dei profughi), di chi ha scelto di lasciarsi alle spalle la vita normale per difendere la propria terra. Ma mostrano soprattutto anche la speranza di pace di questi piccoli futuri cittadini della Novorossija, che nonostante tutto non sembrano ricambiare l'odio riversato su di loro, ma solo la speranza e il sogno di poter presto tornare a giocare, tornare e vivere, pur nella consapevolezza che la memoria di quanto accaduto li accompagnerà per sempre. Come sa bene anche il piccolo Suprun: 

“È molto importante amare e apprezzare quello che hai, chi sta vicino a te sempre, chi si prende cura di te. La guerra ci ha fatto crescere ma anche diventare più buoni, perché ora dopo aver visto la sofferenza degli altri è molto difficile rimanere indifferenti e non provare ad aiutare in qualche modo. Io compatisco tanto quella gente che ha perso le proprie abitazioni ma soprattutto compatisco quelli che hanno perso dei loro cari o amici. Molti bambini sono stati uccisi e non avevano nessuna colpa. Loro avevano solo la voglia di vivere, studiare, fare amicizia, godersi la vita, leggere i libri, giocare col computer, fare sport”. 

Il libro presenta in appendice le testimonianze di Andrey, volontario di Donetsk, che racconta di come i cecchini ucraini prendessero di mira anche i bambini innocenti prima dell'inizio dei bombardamenti, e di Aleksey, volontario di Lugansk; ma anche di persone comuni che hanno visto i loro familiari morire sotto le bombe, come Natalia, madre di Kristina e nonna di Kira, entrambe uccise mentre passeggiavano nel parco di Gorlovka. Il libro fa parte di un progetto di solidarietà del CISNU (Centro di Informazione e Solidarietà con la Novorossija e l'Ucraina resistente) e del movimento ucraino “AntiVoyna” di Viktoria Shilova, che si occupa di prestare aiuto e soccorso reale alle vittime del conflitto. 

Tutto il ricavato della vendita del libro andrà a sostegno dei bambini di Gorlovka, nell'ambito di un progetto di solidarietà costruito con le maestre Elena e Svetlana, che consisterà in alcuni progetti specifici che verranno da loro indicati come prioritari per la sopravvivenza dei bambini. Per contatti e informazioni e per acquistare il libro, potete scrivere a: info@civg.it o sosyugoslavia@libero.it.
 

Sopra: disegni tratti dal libro realizzati dai bambini di Gorlovka
 


Recensione tratta da NEXUS New Times n. 121 (in edicola)