Tra intrighi e tradimenti, si conclude la saga del Sol Invictus con la penetrazione e la conquista dall'interno dell'Impero Romano da parte del Mitraismo, destinato in breve ad essere soppiantato e sostituito dal Cristianesimo.



- Continua dalla seconda parte


Le origini del Mitraismo e del Cristianesimo

       Per spiegare la stretta relazione esistente fra Cristianesimo e Mitraismo dobbiamo risalire alle loro origini.
Per universale consenso, il cristianesimo come noi lo conosciamo è una creazione di San Paolo, il fariseo che fu inviato da Gerusalemme a Roma nel 61 circa, dove fondò la prima comunità cristiana della capitale. La religione predicata a Roma da Paolo era assai diversa da quella predicata da Gesù in Palestina e praticata da Giacomo il Giusto, l’allora capo della comunità cristiana di Gerusalemme. La predicazione di Gesù era in linea con il modo di vivere e pensare della setta giudaica degli Esseni. I contenuti dottrinali del cristianesimo affermatosi a Roma alla fine del primo secolo, invece, sono straordinariamente vicini a quelli della setta dei farisei, a cui Paolo apparteneva.
       Paolo fu condannato a morte probabilmente nel 67 da Nerone, insieme alla maggior parte dei suoi discepoli. La comunità cristiana di Roma fu decimata dalla persecuzione neroniana. Non abbiamo alcuna informazione su quel che accadde in seno a questa comunità nei successivi 30 anni; un blackout di notizie che lascia alquanto perplessi, perché sappiamo per certo che durante quel periodo a Roma dovette succedere qualcosa di molto importante. Infatti, alcuni dei più eminenti cittadini della capitale furono convertiti al cristianesimo, come il console Flavio Clemente, cugino dell’imperatore Domiziano. Inoltre la chiesa di Roma assunse una struttura monarchica e impose la sua leadership su tutte le comunità cristiane dell’impero, che dovettero uniformarsi al modello ed alle credenze della chiesa romana. Questo è provato al di là di ogni dubbio da una lunga lettera di papa Clemente ai Corinzi, scritta verso la fine del regno di Domiziano, in cui è chiaramente affermata la supremazia della Chiesa di Roma. 
       Ciò significa che durante gli anni del blackout qualcuno che aveva accesso alla famiglia imperiale aveva risollevato le sorti della comunità cristiana romana al punto da consentirle di imporre la propria autorità su tutte le altre comunità cristiane dell’impero. Ed era “qualcuno” che conosceva perfettamente la dottrina ed il pensiero di Paolo, 100% farisaico.
       Anche l’organizzazione mitraica era nata nello stesso periodo e nello stesso ambiente. Data la scarsità di informazioni scritte su questo argomento, l’origine e la diffusione del culto di Mitra ci sono note quasi esclusivamente grazie ai reperti archeologici (resti di mitrei, scritte dedicatorie, iconografie e statue del dio, rilievi, pitture, mosaici ecc.) che sono stati rinvenuti in abbondanza in tutto l’impero romano. Queste testimonianze archeologiche provano in maniera praticamente certa che, a parte il nome comune, non c’era alcuna relazione fra il culto di Mitra romano e la religione orientale da cui si suppone (o meglio si postula) che sia derivato. In tutto il mondo persiano, infatti, non è mai stato trovato nulla di simile ad un mitreo romano.
       Quasi tutti i monumenti mitraici rinvenuti possono essere datati con relativa precisione, dal  momento che vi si trovano iscrizioni dedicatorie. Pertanto, tempi e circostanze della diffusione del culto del Sol Invictus Mitra (questi tre nomi compaiono quasi sempre assieme in tutte le iscrizioni, pertanto non c’è dubbio che si riferiscono alla stessa ed unica istituzione) ci sono noti con ragionevole precisione e certezza. Conosciamo anche il nome, la professione e le responsabilità di un gran numero di suoi membri.
       Il primo mitreo di cui si abbia evidenza fu costruito a Roma, al tempo di Domiziano, e ci sono precise indicazioni che fosse frequentato da persone vicine alla famiglia imperiale, in particolare liberti giudaici. Il mitreo, infatti, fu dedicato da un certo Tito Flavio Igino Efebiano, un liberto dell’imperatore Tito Flavio, pertanto quasi certamente un giudeo romanizzato. Da Roma l’organizzazione mitraica si diffuse, nel corso del secondo secolo, in tutto l’impero occidentale.



Sopra: ricostruzione di un rito mitraico (foto di canini.info > fonte)


       C’è un terzo avvenimento, accaduto in quello stesso periodo ed in qualche modo collegato alla famiglia imperiale ed agli ambienti giudaici,  a cui gli storici non hanno mai prestato particolare attenzione: l’arrivo a Roma di un importante gruppo di persone, 15 alti sacerdoti giudaici, con le loro famiglie e parenti. Appartenevano alla classe sacerdotale che aveva governato Gerusalemme per mezzo millennio, fin dal ritorno dall’esilio babilonese, quando 24 famiglie sacerdotali, sotto gli auspici di Esdra, avevano stipulato fra loro un accordo e creato un’organizzazione segreta con lo scopo di assicurare le proprie fortune, per mezzo della “proprietà” esclusiva del Tempio e l’esclusiva amministrazione del sacerdozio. 

       La dominazione romana della Giudea era stata segnata da forti tensioni sul piano religioso, che avevano provocato una serie di rivolte, l’ultima delle quali, nel 66 d.C., fu fatale per la nazione giudaica e per la stessa famiglia sacerdotale. Con la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito Flavio, nel 70 d.C., lo strumento principale del potere della famiglia, il Tempio, fu raso al suolo, e mai più ricostruito, ed i sacerdoti furono uccisi a migliaia.
       Ci furono dei superstiti, naturalmente, in particolare un gruppo di 15 alti sacerdoti che erano passati dalla parte dei romani, consegnando a Tito il tesoro del tempio, e per questa ragione erano stati reintegrati nelle loro proprietà e gli era stata concessa la cittadinanza romana. Essi avevano poi seguito Tito a Roma, dove apparentemente scomparvero per sempre dalla scena della storia, a parte quello che indubbiamente appare come la personalità più forte di quel gruppo, Giuseppe Flavio.
Giuseppe era un sacerdote che apparteneva alla più illustre delle 24 famiglie sacerdotali giudaiche. Al tempo della rivolta contro Roma aveva ricoperto un ruolo di primo piano nelle tormentate vicende della Palestina. Inviato dal Sinedrio quale governatore della Galilea, egli era stato il primo a combattere contro le legioni del generale romano Tito Flavio Vespasiano, che aveva ricevuto da Nerone l’incarico di reprimere la rivolta. Barricato nella fortezza di Jotapata egli resistette valorosamente all’assedio delle truppe romane, ma alla fine dovette capitolare. Egli si arrese a condizione di poter parlare personalmente con Vespasiano (Guerra Giudaica, III, 8,9). Il loro incontro segnò una svolta nelle fortune di entrambi: Vespasiano qualche tempo dopo divenne imperatore, mentre Giuseppe non soltanto ebbe salva la vita, ma fu “adottato” nella famiglia imperiale ed assunse il nome di Flavio. In seguito ottenne la cittadinanza romana, una villa patrizia a Roma, una rendita annua a spese dello stato ed enormi proprietà in Palestina. Il prezzo del suo tradimento (fu lui, probabilmente, che fornì a Vespasiano i mezzi economici per diventare imperatore).
       I sacerdoti di questo gruppo avevano una cosa in comune fra loro: erano tutti traditori del loro popolo e quindi certamente non bene accetti in seno alle comunità giudaiche. Appartenevano tutti, però, ad una famiglia dalle tradizioni millenarie, erano legati fra loro dall’organizzazione segreta creata a suo tempo da Esdra e possedevano una specializzazione ed una esperienza unica nel gestire una religione e governare un paese tramite questa. I poveri resti della comunità cristiana romana, sopravvissuti alle persecuzioni neroniane, offrivano loro una splendida opportunità di mettere a frutto la loro millenaria esperienza e le loro notevoli sostanze.
       Non sappiamo nulla della loro attività a Roma, ma ne abbiamo chiare indicazioni attraverso gli scritti di Giuseppe Flavio. Dopo alcuni anni, infatti, egli cominciò a scrivere la storia di quegli avvenimenti che lo avevano avuto protagonista, con l’intento, a quanto sembra, di giustificare il proprio tradimento e quello dei suoi compagni. Era stata la volontà di Dio, egli afferma, che lo aveva chiamato a costruire un Tempio Spirituale, al posto di quello materiale distrutto da Tito.

       Queste parole certamente non erano rivolte ad orecchie giudaiche, ma cristiane. La maggior parte degli storici sono scettici sul fatto che Giuseppe fosse cristiano, ma ci sono forti elementi che lo confermano. In un passo famoso del suo libro “Antichità Giudaiche” (il cosiddetto Testimonium  Flavianum) egli dichiara di accettare due punti fondamentali, la resurrezione di Cristo e la sua identificazione con il messia delle profezie, che sono condizione necessaria e sufficiente, per un giudeo del suo tempo, per essere considerato cristiano. Le simpatie cristiane di Giuseppe traspaiono inoltre molto chiaramente da altri passi della stessa opera, nei quali egli parla con grande ammirazione di Giovanni Battista e del fratello di Gesù, Giacomo.



Sopra: Tito Giuseppe Flavio



Giuseppe Flavio e San Paolo

       Le argomentazioni usate da Giuseppe Flavio per giustificare il proprio tradimento e quello dei suoi fratelli, sembrano riecheggiare le parole di San Paolo. I due sembrano essere in sintonia per quel che riguarda il loro atteggiamento nei confronti del mondo romano. Paolo considerava suo compito liberare la chiesa di Gesù dalle strettoie del giudaismo e dalla dipendenza dal territorio palestinese, e di renderla universale, legandola a Roma. Essi sono in sintonia anche su altri punti fondamentali, come ad esempio sul fatto che entrambi dichiarano di credere nella dottrina dei farisei,  che è poi quella che è stata pienamente recepita dalla chiesa di Roma.
       Ci sono sufficienti indicazioni storiche per concludere con certezza che i due si conoscevano ed erano legati da una profonda amicizia. Negli Atti degli Apostoli si legge che, dopo essere tornato a Gerusalemme, Paolo fu condotto di fronte ai sommi sacerdoti ed al Sinedrio per essere giudicato (Atti 22, 30). Egli si difese dicendo:

“Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella resurrezione dei morti.” Appena egli ebbe detto ciò scoppiò una disputa tra i farisei ed i sadducei e l’assemblea si divise. I sadducei infatti affermano che non c’è resurrezione, né angeli, né spiriti; i farisei, invece, professano tutte queste cose. Ne nacque allora un grande clamore ed alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi in piedi protestavano dicendo: “Non troviamo nulla di male in quest’uomo. E se uno spirito o un angelo gli avesse parlato davvero?” La disputa si accese a tal punto che il tribuno, temendo che Paolo venisse linciato da costoro, ordinò che scendesse la truppa a portarlo via di mezzo a loro e ricondurlo nella fortezza. (Atti, 23; 1-10)

       Giuseppe era un sacerdote di alto rango e a quel tempo si trovava a Gerusalemme; era certamente presente a quell’assemblea. Egli aveva aderito alla setta dei farisei all’età di 19 anni, pertanto doveva essere fra quei sacerdoti che si alzarono in difesa di Paolo. L’apostolo fu consegnato al governatore romano Felice, che lo tenne agli arresti per qualche tempo, fino a che fu inviato a Roma, insieme ad altri prigionieri (Atti 27, 1), per essere giudicato dall’imperatore, al quale Paolo, in qualità di cittadino romano, si era appellato. A Roma egli passò due anni in prigione (Atti, 28,29) prima di essere liberato, nel 63 o 64 d.C.
       Nella sua autobiografia Giuseppe scrive:

“Tra i venticinque ed i ventisei anni mi imbarcai in un viaggio a Roma, per la seguente ragione. Durante il periodo in cui fu governatore della Giudea, Felice aveva mandato alcuni sacerdoti a Roma, per giustificarsi di fronte all’imperatore. Io li conoscevo come ottime persone, che erano state arrestate su accuse insignificanti. Siccome volevo studiare un piano per liberarli … mi imbarcai per Roma” (Vita, 3, 13).

       In qualche modo Giuseppe riuscì a raggiungere Roma, dove strinse amicizia con un certo Alituro, un mimo giudeo che era molto apprezzato da Nerone. Tramite Alituro, egli fu presentato a Poppea, moglie dell’imperatore, e grazie a lei riuscì a far liberare i sacerdoti suoi amici (Vita 3, 16). La coincidenza di date, fatti e persone coinvolte è assoluta, al punto che è impossibile sfuggire alla conclusione che Giuseppe venne a Roma, a suo rischio e spese, appositamente per liberare Paolo ed i suoi compagni, e che fu proprio grazie al suo intervento che l’apostolo fu rilasciato. Questo presuppone che i rapporti fra i due fossero molto più stretti che non una semplice conoscenza occasionale. Pertanto Giuseppe doveva conoscere del cristianesimo molto più di quanto traspare dai suoi scritti, e la sua conoscenza proveniva direttamente dagli insegnamenti di Paolo, di cui era verosimilmente un discepolo.

       Quando Giuseppe tornò a Roma al seguito di Tito, nel 70 d.C., il suo maestro era stato giustiziato, insieme a una gran parte dei cristiani che lui stesso aveva convertito, la Giudea era stata cancellata dal novero delle nazioni, il Tempio distrutto, la famiglia sacerdotale quasi sterminata, e la sua stessa reputazione macchiata dall’onta del tradimento. Doveva essere animato da un forte risentimento e da un irreprimibile desiderio di rivincita e vendetta. Inoltre doveva sentirsi in carico dei destini degli umiliati rimasugli di una delle più grandi famiglie del mondo di allora, i 15 alti sacerdoti giudaici che condividevano le sue stesse condizioni. Ci sono indizi secondo cui Giuseppe Flavio, senza dubbio la personalità più forte ed autorevole di quel gruppo di persone, presiedette una riunione durante la quale quei sacerdoti esaminarono la situazione della famiglia sacerdotale e decisero una strategia per risollevare le sue fortune.
       Giuseppe lucidamente concepì un piano che in quelle circostanze sarebbe apparso a chiunque assolutamente folle. Quell’uomo, seduto fra le rovine fumanti di quella che era stata la sua patria, circondato da pochi sopravvissuti, umiliati e demoralizzati, rifiutati dai loro stessi concittadini, progettò nientemeno che di conquistare quell’enorme potentissimo impero che lo aveva sconfitto, e di insediare i propri discendenti e quelli degli uomini intorno a lui quale classe dirigente di quello stesso impero.

       Il primo passo di questa strategia era di assumere il controllo della neonata religione cristiana e trasformarla in una solida base di potere per la famiglia sacerdotale. Quei sacerdoti erano venuti a Roma al seguito di Tito, di cui godevano la protezione, ed erano provvisti  di grandi mezzi economici. Non dovettero incontrare eccessive difficoltà nell’assumere la guida del piccolo gruppo di cristiani che erano sopravvissuti alle persecuzioni neroniane, tanto più che erano legittimati dai precedenti rapporti di Giuseppe Flavio con Paolo.
       Erano trascorsi soltanto sei anni da quando Giuseppe aveva ottenuto la liberazione di Paolo dalla prigione. L’apostolo doveva essere morto da non più di tre anni. Giuseppe deve essersi sentito moralmente obbligato a continuare l’opera del suo vecchio maestro, di cui  conosceva perfettamente la dottrina; rendendosi conto del suo potenziale di propagazione nel mondo romano, si dedicò anima e corpo alla sua implementazione pratica, coadiuvato dai sacerdoti superstiti. Una volta ricreata una forte comunità cristiana nella capitale, che comprendeva addirittura alcuni membri della famiglia imperiale, non dovette essere difficile per quei sacerdoti imporre la propria autorità sulle altre comunità cristiane sparse per l’impero, prime fra tutte quelle che erano state create o catechizzate dallo stesso Paolo.



Sotterranee connessioni: nei mitrei compaiono quasi sempre due personaggi, i tedofori, con le gambe incrociate.



La stessa postura dei tedofori è adottata dall'ordine monastico dei templari (tombe di cavalieri templari nella chiesa del tempio a Londra).



Giuseppe Flavio ed il Sol Invictus Mitra

       Giuseppe Flavio sapeva fin troppo bene che una religione non ha futuro se non entra a far parte integrante di un sistema di potere politico. Era un concetto, per così dire, innato nel DNA dei sacerdoti di Giuda che religione e potere politico vivono in simbiosi, sostenendosi a vicenda. Non è immaginabile che egli pensasse che la nuova religione potesse diffondersi nell’impero indipendentemente, o addirittura in contrasto con il potere politico. Il suo obiettivo primario, pertanto, dovette essere quello di conquistare il potere politico. Grazie alla millenaria esperienza della sua famiglia ed alla sua stessa esperienza di vita, Giuseppe sapeva bene che il potere politico, specie in un organismo elefantiaco come l’impero romano, era basato sul potere militare, ed il potere militare su quello economico, a sua volta basato sulla capacità di influenzare e controllare le leve finanziarie del paese. Nel suo piano egli deve aver programmato che la famiglia sacerdotale assumesse prima o poi il controllo di queste leve. Allora l’impero sarebbe stato nelle sue mani e la nuova religione sarebbe stata lo strumento per controllarlo.

       Ma qual era il piano di Giuseppe Flavio per realizzare questo ambizioso progetto? Non dovette inventare nulla di nuovo. Il modello era già lì, l’organizzazione segreta creata da Esdra al rientro dall’esilio babilonese, la quale aveva assicurato alla famiglia sacerdotale giudaica potere e prosperità per mezzo millennio. Dovette apportarvi soltanto alcuni ritocchi, per mimetizzare questa istituzione nel mondo pagano sotto le sembianze di una religione misterica, dedicata al dio greco Helios, il sole, per l’indubbia assonanza con il nome della divinità ebraica El, o El Elyon. Il dio fu presentato come invincibile, il Sol Invictus, per galvanizzare lo spirito dei suoi adepti, ed al suo fianco fu posta, come inseparabile compagno, una divinità solare di quella stessa Mesopotamia da dove gli ebrei avevano avuto origine, Mitra, l’inviato del Sole sulla terra per redimere l’umanità. E tutto attorno ad essi, nei mitrei, furono poste le statue di varie divinità pagane, Atena, Ercole, Venere e così via. L’insieme era un evidente riferimento a Dio Padre, ed al suo inviato sulla terra Gesù, circondati dai loro attributi di saggezza, forza, bellezza e così via, che era chiaramente comprensibile ad un cristiano, ma era perfettamente pagano agli occhi di un pagano.
       Questa organizzazione non aveva alcun fine religioso: il suo unico scopo era preservare l’unione fra le famiglie sacerdotali e garantire loro sicurezza e prosperità, tramite il mutuo supporto ed una strategia comune intesa ad infiltrare tutte le posizioni di potere della società romana. I lavori che venivano svolti nei mitrei erano coperti dal più rigoroso segreto. Nonostante l’organizzazione mitraica abbia operato per tre secoli ed abbia avuto migliaia di adepti, molti dei quali eminenti letterati, non è giunta fino a noi neppure una parola, scritta direttamente da un suo membro, su quel che accadeva nel corso delle riunioni mitraiche, quali decisioni venivano prese e così via. Questo significa che fu sempre mantenuto il più rigoroso riserbo sui lavori che venivano svolti in un mitreo.
       L’accesso all’organizzazione doveva essere riservato ai soli membri delle famiglie sacerdotali, almeno al livello operativo, quello decisionale, dal terzo grado in su (occasionalmente potevano essere affiliate nei primi due gradi persone non appartenenti a queste famiglie, come nel caso dell’imperatore Commodo). Questo sistema di reclutamento è perfettamente in linea con le evidenze storiche ed archeologiche in nostro possesso. Anche al culmine del suo potere e diffusione, il Sol Invictus Mitra appare una istituzione di élite, con un numero assai limitato di adepti. La maggior parte dei mitrei, infatti, erano stanze molto piccole, che non potevano ospitare più di una ventina di persone. Certamente, quindi, non era una religione di massa, ma un’organizzazione a cui potevano accedere soltanto i vertici delle forze armate e della burocrazia imperiale. Tuttavia non conosciamo assolutamente nulla della politica di reclutamento di questa istituzione. Non sappiamo se reclutasse i suoi membri fra gli alti ranghi della società romana, o se al contrario erano i membri di questa organizzazione che “infiltravano” tutte le posizioni di potere di questa società. Le evidenze storiche in nostro possesso favoriscono l’ipotesi che l’appartenenza a questa istituzione fosse riservata su base etnica. Per capire il suo successo, dobbiamo ritenere che l’accesso ad essa, almeno al livello operativo, fosse riservato ai discendenti di quel gruppo di sacerdoti giudaici che erano venuti a Roma al seguito di Tito, dopo la distruzione di Gerusalemme.



Sopra: il sole compare in molte tombe ebraiche (tomba ebraica nel cimitero vecchio di Venezia)



Sopra: il sole domina la maggior parte dei simboli massonici (il logo del Grande Oriente d'Italia)


Il Sol Invictus Mitra conquista l’impero romano

       Sia le fonti scritte che le testimonianze archeologiche confermano che da Domiziano in poi Roma rimase sempre la sede più importante del Sol Invictus Mitra, che si era saldamente installato nel cuore stesso dell’amministrazione imperiale, sia nel palazzo vero e proprio che nella guardia pretoriana. Da Roma l’organizzazione mitraica si diffuse immediatamente nella vicina Ostia, il porto con il più grande volume di traffico commerciale dell’intero Mediterraneo, dove confluivano merci da ogni parte dell’impero, per soddisfare l’insaziabile appetito della capitale. Nel corso del secondo e terzo secolo vi furono costruiti almeno una quarantina di mitrei, evidente dimostrazione che i membri dell’organizzazione mitraica avevano assunto il controllo delle attività commerciali del porto, sorgente di entrate incalcolabili e di grande potere economico.
       Nel contempo l’istituzione mitraica si diffuse in tutto il resto dell’impero, in particolare in quello occidentale. Il primo mitreo di cui si abbia notizia al di fuori della cerchia romana fu costruito intorno al 110 d.C in Pannonia, a Poetovio, il maggior centro doganale della regione ad opera dei funzionari della dogana. Quasi contemporaneamente sorse un mitreo presso la guarnigione militare di Carnutum, sempre in Pannonia e subito dopo in tutte le province danubiane (Rezia, Norico, Mesia e Dacia). Tra gli adepti di Mitra ritroviamo i funzionari delle dogane, che raccoglievano le gabelle poste su ogni genere di trasporto dall’Italia verso il Centro Europa e viceversa; i funzionari imperiali che controllavano i trasporti, la posta, l’amministrazione delle finanze e le miniere; ed infine gli ufficiali che comandavano le guarnigioni scaglionate lungo il confine. Contemporaneamente al bacino danubiano, sorsero numerosi mitrei anche nel bacino del Reno, a Bonn e Treviri. Seguirono poi la Britannia, la Spagna ed il Nord Africa, dove sorsero mitrei già nelle prime decadi del secondo secolo, sempre associati a centri amministrativi e guarnigioni militari.
       Le evidenze archeologiche, quindi, dimostrano che nel corso del secondo secolo i membri del Sol Invictus Mitra occuparono le principali posizioni dell’amministrazione pubblica, divenendo la classe dominante nelle province esterne dell’impero, soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale. Abbiamo visto in precedenza che i membri del Sol Invictus Mitra avevano infiltrato anche la tradizionale religione pagana, assumendo il controllo del culto delle principali divinità, a cominciare dal Sole.
       La mossa vincente, tuttavia, quella che rese irresistibile l’ascesa dell’istituzione mitraica, fu la presa di controllo dell’esercito. Giuseppe Flavio sapeva per esperienza personale che l’esercito poteva diventare l’arbitro del trono imperiale. Chiunque controllava l’esercito controllava l’impero. L’obiettivo principale che egli fissò per l’organizzazione mitraica dovette essere quello di infiltrare l’esercito e assumerne il controllo.
       Ed infatti ritroviamo mitrei in tutti i luoghi in cui erano stazionate delle guarnigioni militari. In poco meno di un secolo l’istituzione mitraica riuscì ad assumere il controllo di tutte le legioni stazionate nelle province esterne e lungo i confini, al punto che il “culto” del Sol Invictus Mitra è considerato dagli storici come la religione tipica dei soldati romani. Prima ancora che all’esercito, tuttavia, le attenzioni del Sol Invictus si erano rivolte alla guardia pretoriana, la guardia personale dell’imperatore. Non è un caso che la seconda iscrizione dedicatoria mitraica, in ordine di tempo, riguardi proprio un comandante del Pretorio e che la concentrazione di mitrei fosse particolarmente elevata nei pressi delle caserme dei pretoriani. L’infiltrazione di questo corpo militare deve essere iniziata già al tempo degli imperatori Flavii. Essi potevano contare sulla fedeltà incondizionata dei liberti giudaici, che dovevano tutto ad essi, la loro vita, la sicurezza ed il benessere. Gli imperatori romani erano riluttanti a mettere la propria sicurezza personale nelle mani di ufficiali provenienti dai ranghi del senato, il loro maggior opponente politico, pertanto i quadri della loro guardia personale furono formati principalmente da liberti e membri dell’ordine equestre (a cui fu sempre riservato il comando del Pretorio). Questo dovette favorire in modo particolare il Sol Invictus Mitra, che fece del Pretorio un suo feudo incontrastato fin dagli inizi del secondo secolo.

       Una volta acquisito il controllo del pretorio e dell’esercito, il Sol Invictus Mitra fu in grado di mettere le mani anche sulla carica imperiale. Questo avvenne nel 193 d.C., quando Settimio Severo [a destra, ndr] fu proclamato imperatore dall’esercito. Nato a Leptis Magna, nel Nord Africa, da una famiglia equestre di alti burocrati, egli era certamente un membro mitraico, avendo sposato Giulia Domna, sorella di un certo Bassiano, sacerdote del Sole Invitto. Da allora in poi la carica imperiale fu prerogativa del Sol Invictus Mitra e tutti gli imperatori furono proclamati tali (o rimossi) dall’esercito o dalla guardia pretoriana.

       Giudicando in prospettiva, appare evidente che l’obiettivo finale della strategia concepita da Giuseppe Flavio era la completa sostituzione della classe dirigente dell’impero romano con membri del Sol Invictus Mitra. Questo obiettivo fu conseguito in meno di due secoli, grazie alla politica messa in atto dagli imperatori mitraici. 
I ranghi dell’amministrazione imperiale romana provenivano quasi totalmente da nuove famiglie di origine ignota, che erano emerse nel corso del primo secolo e agli inizi del secondo, in antagonismo all’aristocrazia senatoriale, tradizionalmente contrapposta al potere dell’imperatore. Questo gruppo di famiglie formavano il cosiddetto ordine equestre, che ben presto divenne un feudo incontrastato del Sol Invictus Mitra. Certamente la maggior parte delle famiglie dei 15 alti sacerdoti del seguito di Giuseppe Flavio, ricchi, con ottime relazioni interpersonali e forti del favore imperiale, dovettero confluire in questo ordine.
       Gli imperatori mitraici provenivano tutti dall’ordine equestre e governarono in aperta opposizione al senato, umiliandolo, privandolo delle proprie prerogative e beni materiali e colpendolo fisicamente con l’esilio e la condanna capitale di un gran numero dei suoi membri più eminenti, tanto che nel corso del terzo secolo buona parte delle antiche famiglie senatoriali scomparvero dalla scena. Contemporaneamente essi cominciarono ad immettere nel senato un gran numero di famiglie equestri. Questa politica era stata iniziata da Settimio Severo e sviluppata da Gallieno (il quale, è bene ricordarlo, fu anche l’autore del primo editto di tolleranza nei confronti del Cristianesimo), che stabilì per decreto che tutti coloro che avevano ricoperto la carica di governatori di provincia o di prefetto del pretorio, incarichi riservati entrambi all’ordine equestre,  entrassero di diritto a far parte del senato. Questo diritto fu poi esteso ad altre categorie di funzionari, grandi burocrati ed alti ufficiali dell’esercito (tutti membri dell’organizzazione mitraica, dobbiamo supporre). Il risultato finale fu che nel giro di alcuni decenni praticamente l’intera classe equestre transitò nei ranghi del senato, soppiantando le famiglie della originaria aristocrazia romana ed italica.
       Nel frattempo la diffusione del cristianesimo attraverso l’impero procedeva speditamente. Ovunque arrivassero i rappresentanti di Mitra, lì immediatamente sorgeva una comunità cristiana. Alla fine del secondo secolo si contavano almeno quattro sedi episcopali in Britannia, sedici in Gallia ed altrettante in Spagna e praticamente una in ogni grande città del Nord Africa e del Medio Oriente. Nel 261 il Cristianesimo fu riconosciuto come religione lecita dal mitraico Gallieno e mezzo secolo dopo fu proclamata religione ufficiale dell’impero dal mitraico Costantino, sebbene fosse ancora largamente minoritaria nella società romana (i cristiani erano allora assai meno del 20% dell’intera popolazione). Da quel momento in poi fu gradualmente imposta alla popolazione dell’impero, con una serie di misure che culminarono, alla fine del quarto secolo, con l’abolizione delle religioni pagane e la “conversione” in massa del senato romano.
       La situazione finale per quanto concerne le classi dirigenti dell’impero occidentale era allora la seguente: l’antica nobiltà di origine pagana era virtualmente scomparsa e la nuova nobiltà senatoriale, che si identificava con la classe dei grandi proprietari terrieri, era costituita in gran parte da ex membri del Sol Invictus Mitra. Sul piano religioso il paganesimo era stato completamente eliminato ed il cristianesimo era divenuto la religione di tutti gli abitanti dell’impero. Esso era controllato da gerarchie ecclesiastiche che provenivano quasi interamente dalla classe senatoriale ed erano dotate di immense proprietà fondiarie (fra l’altro esenti da tasse) e di poteri quasi reali nell’ambito delle proprie diocesi.
Le famiglie sacerdotali erano diventate padrone assolute di quello stesso impero che aveva distrutto Israele ed il tempio di Gerusalemme. Tutte le alte cariche dell’impero, sia civili che religiose, e tutta la sua ricchezza erano nelle loro mani, e la carica suprema, quella dell’imperatore, era stata assegnata in perpetuo, per diritto divino, alla più illustre delle tribù sacerdotali, la “Gens Flavia” (da Costantino in poi, infatti, tutti gli imperatori romani o pretendenti tali, nessuno escluso, avevano il prenome Flavio), verosimilmente discendente dallo stesso Giuseppe Flavio.
       Tre secoli prima Giuseppe aveva scritto con orgoglio: 

“La mia famiglia non è oscura, anzi è di discendenza sacerdotale; come presso ciascun popolo esiste un diverso fondamento della nobiltà, così da noi l’eccellenza della stirpe trova conferma nell’appartenenza all’ordine sacerdotale.” (Vita 1,1). 

       Alla fine del quarto secolo i suoi discendenti potevano applicare con pieno diritto quelle stesse parole all’impero romano.
A quel punto l’istituzione del Sol Invictus Mitra non era più necessaria per assicurare le fortune della famiglia sacerdotale e fu liquidata. Era stata lo strumento della cospirazione più di successo dell’intera Storia.

 - Fine -
 


Il presente articolo è stato pubblicato originariamente in forma cartacea sul nr. 90 di Nexus New Times (edizione italiana), febbraio - marzo 2011:

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L’autore

Flavio Barbiero è nato a Pola nel 1942. Laureato in ingegneria a Pisa, entrato nell’Accademia Navale di Livorno nel 1961, ha trascorso i suoi anni nei centri di ricerca della Marina Militare e della NATO. Nel 1998 si è ritirato dal servizio attivo con il grado di Ammiraglio. Nel 1975 e 1978 ha partecipato a due spedizioni in Antartide. Collabora con centri Studi e Università su programmi di ricerca scientifica e archeologica, in particolare in Israele. È autore di svariati libri, fra cui La Bibbia senza segreti (Rusconi, 1988) e Una civiltà sotto ghiaccio (1974). Altri suoi libri sono Alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza, I signori del tempo, Calendari antichi e moderni e La nave nella storia. Attualmente risiede in Italia.


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