In vista del convegno che si terrà a Roma il 1° dicembre prossimo, NEXUS ha deciso di intervistare il dottor Elia Roberto Cestari, autore del libro-indagine L’Inganno psichiatrico.

Laggiù dove morivano i dannati
Laggiù dove morivano i dannati
nell’inferno decadente e folle
nel manicomio infinito
dove le membra intorpidite
si avvoltolavano nei lini
come in un sudario semita
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola
e le fascette torride
ti solcavano i polsi e anche le mani,
e odoravi di feci
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso,
Lo facevi con la mente affocata
con le mani molli di sudore
col pene alzato nell’aria
come una sconcezza per Dio.
Laggiù nel manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini
laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise.
 
Alda Merini
 

In Italia, l’istituzione manicomiale è tornata di attualità in questi mesi per l’approvazione, da parte della Commissione degli affari sociali della camera, della proposta di legge del deputato Carlo Ciccioli in merito all’Assistenza psichiatrica. Questa modifica la legge 180 del 13 maggio del 1978, maggiormente conosciuta come Legge Basaglia, con la quale si impose la chiusura dei manicomi, si regolamentò il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e si istituirono servizi di igiene mentale pubblici.

Il testo, tra le altre cose, sostituisce il TSO con il TSN (Trattamento Sanitario Necessario)  e introduce il Trattamento necessario extraospedaliero prolungato, TSNP. Al punto 5 si legge che questo può essere attuato: “Senza consenso del paziente […] in strutture diverse da quelle previste per i pazienti che versano in fase di acuzie. Ha la durata di sei mesi e può essere interrotto o prolungato nelle comunità accreditate e nelle residenze protette.” Altra modifica al TSO che ricordiamo poteva essere attuato solo nelle strutture pubbliche, è poi il prolungamento dai sette giorni attuali a quindici giorni rinnovabili.

La polemica è immediata ed inevitabile.

Per una maggiore informazione in merito a questo tema, passato per lo più in sordina e in vista del convegno Oltre i vecchi paradigmi che si terrà a Roma il 1° dicembre prossimo, NEXUS ha deciso di intervistare il dottor Elia Roberto Cestari, autore del libro-indagine L’Inganno psichiatrico. Questi, nel corso degli anni Novanta, accompagnato da parlamentari e deputati ha condotto più di trenta ispezioni non annunciate nei manicomi italiani. Queste visite, seguite dalle principali reti televisive italiane, hanno denunciato le terribili condizioni nelle quali erano costrette a vivere le persone rinchiuse in queste strutture. Il suo operato ha contribuito in modo determinante alla chiusura degli ultimi residui manicomiali in Italia.

Prima di entrare nel caldo della questione, rivediamo insieme le diverse fasi delle istituzioni manicomiali in Italia?

Gli istituti di carattere manicomiale esistevano già prima dell’Unità d’Italia ed erano per lo più legati a strutture di tipo religioso. Con la legge 36 del 1904 vennero istituiti e creati i grandi manicomi italiani che nel corso degli anni successivi iniziarono ad inglobare tutte quelle persone che, fino ad allora, erano state parte della società, spesso parte scomoda o imbarazzante. Chiunque non sia una persona di giovanissima età e che abbia vissuto o avuto parenti nelle campagne o nelle piccole realtà, ha conosciuto un pazzo del villaggio, il tipo o la tipa strani ecc. Queste persone, nel corso del Novecento, sono state man mano trasferite e rinchiuse nei manicomi. Ma in queste strutture non si trovava solo questa tipologia di persone: c’era chiunque e, ancora all’inizio degli anni Novanta, al tempo in cui conducemmo insieme a dei parlamentari, le ispezioni all’interno dei residui manicomiali, ancora allora, all’interno dei manicomi c’era davvero chiunque.

Cosa intende per chiunque?

Persone handicappate, ciechi, sordomuti, persone affette dalla sindrome di down, persone che erano lì per strane vicissitudini di tipo familiare, quello che c’era nato in manicomio e c’era restato… di tutto e di più.

Ora questo era il sistema manicomiale che fu fatto sparire o almeno bloccato dalla legge  180 del 1978.

Quindi possiamo dire che per la maggior parte del secolo scorso il manicomio fu un contenitore sociale per tutte quelle persone che, in un modo o nell’altro, erano scomode alla società, alle famiglie? Ossia che la struttura manicomiale rivestiva una funzione detentiva piuttosto che curativa? 

Era esattamente la sua funzione. D’altronde se andiamo a vedere la storia dei manicomi, non solo in Italia ma nel resto d’Europa, quello era il suo scopo. Basta leggere i Miserabili di Victor Hugo, per vedere che cos’era il manicomio allora.

Ma se nel 1978 hanno approvato la legge Basaglia, com’è possibile che all’inizio degli anni Novanta vi fossero ancora persone rinchiuse nei residui manicomiali?

Perché la legge 180 disse che nessuno poteva esser più fatto entrare nei manicomi ma non disse nulla a riguardo di coloro che erano già all’interno dei manicomi stessi e che, per lo più, vi rimasero. Anche se qualche psichiatra dichiarò che la legge 180 svuotò i manicomi, in realtà non svuotò un bel niente. Le persone rimasero lì tant’è vero che, agli inizi degli anni Novanta, quando andammo a fare le ispezioni in questi luoghi, vi erano ancora decine di migliaia di persone. Senza contare coloro che erano morti nel frattempo.

Di quali cifre parliamo?

Dei più di centomila rinchiusi nei manicomi prima dell’approvazione della Legge 180, nel 1994 ne restavano 26.000 circa. Poche migliaia sono riusciti ad uscire, tutti gli altri sono morti durante quegli anni, dentro i manicomi… La realtà è che quasi nessuno è uscito vivo dai manicomi italiani.

Ci vuole parlare in breve delle ispezioni che avete condotto nei residui manicomiali? E di cosa otteneste con queste ispezioni?

Si tratta di più di 30 ispezioni non annunciate svolte all’interno di vari manicomi disseminati sul territorio italiano, nei quali venimmo accompagnati da molti parlamentari e da un’équipe delle principali reti televisive italiane (Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rete 4, Canale 5 ed Italia 1) che poi mandavano in onda quanto registrato.

Vedendo le condizioni nelle quali erano detenute le persone nei manicomi e, soprattutto, grazie alla pressione dei media e delle proteste della popolazione italiana, con quelle ispezioni finalmente il  Parlamento decretò, prima con un emendamento alla Legge Finanziaria, poi con un dispositivo legislativo, che tutti i manicomi italiani, pubblici e privati andavano definitivamente chiusi.

Ora, in Italia, si sta rimettendo in discussione la Legge Basaglia, che come detto prima, impose la chiusura dei manicomi. Nell’epoca del politicamente corretto, i termini in causa sono il TSO, ossia il Trattamento Sanitario Obbligatorio, contro il TSN, il Trattamento Sanitario Necessario. 

Queste sono le classiche e lo dico chiaramente “cialtronate psichiatriche”. Cambiare “Obbligatorio” con “Necessario è un’operazione di pubbliche relazione paragonabili al sostenere che non diciamo più “campi di concentramento” bensì “campi di internamento”. Ma le cose che facciamo sono le stesse e cambiare il titolo non serve a nulla. Punto primo. Punto secondo: il fatto non è tanto quello di cambiare il nome ma è quello di cambiare procedure e, con questa nuova proposta di legge, il cambiamento va inteso in senso nettamente peggiorativo per chi sarà un paziente, uno sventurato paziente in futuro; peggiorativo per coloro che opereranno in quel settore e peggiorativo anche per tutti i cittadini italiani. Attenzione: anche per quei cittadini italiani che nulla hanno a che vedere con la psichiatria e che si vedranno sottrarre dal loro portafoglio, tramite le tasse, cifre molto più elevate di quelle che si vedono già sottrarre oggi. Questa legge infatti ha un costo stimabile in varie centinaia di milioni di euro all’anno, se non di un miliardo di euro all’anno. Questa è la realtà dei fatti facendo le debite proiezioni.

Ma chi ci guadagna da tutta questa manovra fatta a discapito di pazienti, dei professionisti operanti nel settore e dei cittadini italiani?

Ci guadagna la categoria e la lobby degli psichiatri; ci guadagnano, in maniera correlata, le industrie farmaceutiche e ci guadagnano, soprattutto, coloro che ambiscono al controllo sociale della popolazione. Come dire, quando si costringe la popolazione di un paese a “stringere la cinghia”, ci si aspetta che, prima o poi, qualcuno possa protestare. Ora, uno Stato che si prepara ad una maggiore pressione nei confronti dei cittadini può attendersi delle ribellioni. Uno Stato che prepara questo tipo di Legge è pronto ad organizzarsi a modo degli stati dell’Ex Unione Sovietica o della Germania Nazista.

Quindi questa Legge celerebbe un disegno molto più grande che travalica l’ambito della psichiatria?

Io credo si tratti della congiunzione di alcune spinte di lobby unita all’incompetenza di alcuni nostri politici assolutamente incapaci di vedere e capire ciò che essi stessi stanno facendo perché, altrimenti, non è possibile spiegarsi i 14 voti a favore di questa legge (ora chiarirò i due commi ai quali mi riferisco) ma, certamente, c’è alle spalle un velato desiderio di controllo sociale.

A quali commi allude? 

Il primo è il prolungamento del Trattamento Sanitario Obbligatorio o Necessario, com’è stato soprannominato. In merito a questo gioco di parole, come ha detto lei nell’epoca del politicamente corretto, a me piace molto il fumetto di Leo Ortolani “Rat-Man”, in quel bellissimo episodio dove ci sono i “diversamente vivi”…

Ma al di là della battuta, il TSO raddoppia nei tempi: questo fa lievitare i costi, dimezza i diritti umani delle persone, lede genericamente i principi costituzionali (previsti da una legge che voleva tempi brevi e controlli). Ma se su questo si potrebbe ancora discutere, ciò che è veramente inaccettabile è l’emendamento dove si sancisce, dove si decreta la formazione dei cosiddetti TSN extra-ospedalieri di lunga durata.

Cosa significa in pratica? 

Nella prima parte indica la Necessità di eseguire un trattamento sanitario. In breve vengono e con la forza ti portano via. La seconda parola è extraospedaliero. Mentre la Legge 180 diceva che gli unici trattamenti obbligatori dovevano essere eseguiti in ambito ospedaliero, questo emendamento ci dice che questi possono avvenire in strutture al di fuori. Dove? Indovinate dove?

Certo, in strutture private o pubbliche. Ma visto che non ti possono ricoverare a forza in una struttura privata, devono internarti in una struttura privata convenzionata, dove a pagare è lo Stato, o devono portarti in una struttura pubblica. Quindi, a pagare saranno nuovamente tutti i cittadini italiani.

Poi c’è la lunga durata. Il minimo passa da una settimana a quindici giorni per il TSN e fino a sei mesi rinnovabili ab libitum, ossia a piacere, per quello extraospedalieroa completa discrezione degli psichiatri.

Ma, in questo modo, non si calpesta la libertà dei cittadini? E cosa significa che può essere attuato il TSN per tutti quei pazienti che: “[...] necessitano di trattamenti sanitari per tempi protratti”?

Bisogna sottolineare che già la legge 180, così com’era stata concepita, aveva dei limiti, nel senso che un qualunque cittadino italiano, e vi posso citare decine di esempi, che non ha fatto nulla di male, che non ha fatto niente di niente, in cui non c’era nulla che non andasse, poteva essere preso con la forza e sottoposto al TSO o TSN che dir si voglia. Semplicemente per una serie di equivoci si può essere presi, trascinati a forza in un reparto e, visto che al quel punto chiunque di noi si ribellerebbe, si viene imbottiti di psicofarmaci e legati ad un letto. Dopo tre o quattro giorni, quando ci si riprende, si potrà far valere le proprie ragioni. La legge attuale ha un limite: si può sì far ricorso ad un giudice tutelare ma dopo che ti hanno fatto il TSO. Non lo si può fare prima.

Ecco, nel suo libro lei ha raccolto diverse testimonianze di persone a cui sono successe queste incredibili disavventure. Ci potrebbe portare qualche esempio?

Vi cito un caso che non è riportato nel libro. Alcuni anni fa, un relativamente noto architetto di Milano, preoccupato per questioni finanziarie poco chiare, nelle quali si era trovato invischiato per la costruzione di alcuni immobili, come dire sviluppa una certa un’angoscia relativa a questo soggetto e, molto preoccupato telefona al fratello. Nel corso di questa telefonata, ad un certo punto, dice anche: “Ho pensato di farla finita”. Il fratello interpreta male questa frase che chiunque di noi può dire in un momento di crisi e chiama un conoscente medico, il quale a sua volta chiama il 118. Per cui parte l’ambulanza con i servizi psichiatrici e vanno a casa di questo architetto. La fortuna vuole che questo abitasse sullo stesso pianerottolo di un avvocato che a causa della concitazione e delle grida esce e prende le parti del vicino. Bene, solo l’intervento di questo avvocato fece sì che il Trattamento Sanitario Obbligatorio non avvenisse. Altrimenti quell’architetto si sarebbe trovato in un ospedale pubblico di Milano legato ad un letto e imbottito di psicofarmaci e poi avrebbe fatto ricorso.

Quindi lei sta dicendo che chiunque di noi, senza evidenti motivazioni di salute, per quelle che possono semplicemente essere le vicissitudini della vita, può essere sottoposto al Trattamento Sanitario Obbligatorio o Necessario senza poter far nulla?

Qualche anno fa, per citare un altro esempio e ce ne sono centinaia, un signore è stato preso in un elegante bar in piazza mentre prendeva un aperitivo con la figlia, mentre stava scherzando con lei, in una situazione armoniosa, normale… e venne trascinato via come fosse un criminale. Ma poi uno si domanda: era matto? Aveva bisogno di essere portato via in questo modo? NO!!

Un altro esempio? Un signore anziano, già prelevato due volte. Alla terza volta si è fatto furbo, ha capito che stavano per venirlo a prendere, è uscito di casa, è andato a sedersi nei giardini di fronte al suo palazzo, da dove ha visto arrivare la polizia, i carabinieri, l’ambulanza e i vigili che venivano a prelevarlo ma che, ovviamente, non lo trovano. Allora tutti si mettono a cercarlo e, uno tra questi che lo stanno cercando va da lui e gli domanda se avesse visto il signor tal dei tali? e lui gli risponde: “Sì, certo, l’ho visto uscire e andare di là” indicando una direzione opposta alla sua! Sembrano i film di Totò, Peppino…

Tralasciando i risvolti tragicomici di questa situazione, ci può dire per chi invece ha davvero bisogno di un aiuto, qual è il ruolo di queste strutture?

Anzitutto dobbiamo dire cosa significa curare in termine medico. Curare vorrebbe dire risanare, ridare la salute. Se io ho una polmonite prendo un antibiotico e guarisco. Qui, purtroppo, viviamo nell’illusione che vi sia una qualche sostanza chimica che data ad una persona che dava fastidio, che non ragionava secondo gli schemi comuni, che era illogica o tutto quello che volete… che questa, presa una pastiglia, ragionerà nel modo giusto. Questa è una fantasia, una follia. Chiunque pensi che questo possa avvenire è un folle, perché questo non avviene. Anche perché, riflettiamo: se questo avvenisse, l’onorevole Ciccioli non avrebbe bisogno di fare tutti questi prolungamenti, basterebbe dare al paziente un farmaco e si risolverebbe il tutto. Ma a questa osservazione si risponde che in psichiatria è molto difficile trovare il farmaco giusto e, per questo, bisogna fare degli accertamenti lunghi che necessitano di tempi ancor più lunghi… ma quali tempi? Il fatto è che nessuno psicofarmaco può guarire da nulla. Al massimo può migliorare i sintomi. Così come se io ho un femore rotto, prendo un antidolorifico e il dolore si attenua. Ma il femore resta rotto, non guarisce.

Quindi lei sta dicendo che c’è un’identificazione della malattia con il sintomo?

Sì, la psichiatria ha identificato sin dal suo esordio il sintomo con la malattia. Benché non la sola, questa è una delle principali cause di confusione e di impossibilità di uscire da questaempasse della psichiatria. Nel momento in cui prendo un sintomo e lo trasformo in malattia ho creato una confusione scientifica a partire dalla quale non creerò mai nulla, dalla quale non si avrà mai nessuna chance di venirne fuori.

Nel suo testo viene evidenziato come questa confusione porti alla mancata definizione da parte della psichiatria del suo soggetto di studio. Questo è uno dei motivi che ha portato questa scienza a moltiplicare a dismisura le “malattie”?

Dal momento in cui non esiste una definizione di soggetto, non esiste un limite. I soggetti possono moltiplicarsi all’infinito. Basta inventare un qualcosa nelle categorie di pensiero, ossia dare un nome differente a qualche cosa, per spostare quell’entità in un gruppo o in una categoria differente. Faccio un esempio. Una persona che spesso si mette le dita nel naso semplicemente è una persona che non è molto attenta alle relazioni sociali. O, ancora, una persona che è preoccupata relativamente al fatto che le sue piante del balcone stanno morendo è una persona che ama le piante. La prima è una situazione che rientra nell’ambito dell’educazione, la seconda in quello dell’affetto che questa persona ha per le sue piante. Ora queste due situazioni le posso trasformare in patologie semplicemente dicendo che mettersi le dita nel naso o avere eccessivamente cura delle proprie piante sia una malattia. Attribuisco a queste patologie un nome scientifico e voilà: ho tutta una nuova serie di malati da curare.

Questo attribuisce un potere immenso agli psichiatri, il potere di definire le cose, lo strapotere di dare un nome alle cose, un potere quasi biblico. Nominare le cose fa sì che le cose siano e la psichiatria, in questo momento, serve per attribuire un’etichetta a tutti i possibili comportamenti umani. Un tempo, per un bambino vivace dicevamo che aveva l’argento addosso. Adesso, invece, è affetto da Disturbo da Iperattività o da un Disturbo provocatorio.

Questo approccio cafchiano alle malattie psichiatriche, alle strutture manicomiali, ci parlano fondamentalmente di coercizione. Come vorrebbe concludere questa breve intervista?

Il mio maestro Tomas Szasz, si è chiesto spesso il perché una persona, solo a causa del giudizio di qualcuno, debba essere presa con la forza, subire tutto questo, per tempi così lunghi, con queste modalità, violando i diritti umani e, in più, aggravando pesantemente le spese di uno Stato già sull’orlo di un collasso.

Noi abbiamo avuto i manicomi in Italia per più di cento anni e NON hanno funzionato. L’unica cosa che hanno prodotto è una devastazione inimmaginabile, hanno prodotto uno sperpero di soldi che ci costava annualmente come vari terremoti di importanti dimensioni, hanno contribuito dunque allo sfascio dello stato italiano sotto il profilo economico e adesso li vogliamo riaprire? Questo è il punto. Perché questo emendamento, al di là di tutte le parole, riapre i manicomi. Questo è un dato di fatto. Poi c’è qualche incompetente che dice: “No, i manicomi sono un’altra cosa.” A questi incompetenti suggerisco la lettura del mio libro dove, nell’appendice A si trova una definizione che spiega anche a chi non ha ancora capito che cos’è un manicomio.

Cos’è un manicomio?
Il manicomio è un posto grande e sporco.

No, quella è una discarica.
È un posto pieno di gente.

No, quello è uno stadio il giorno del derby.
È un posto grande e pieno di gente rinchiusa dentro,

No, quello è un carcere. 
È un posto grande, pieno di gente rinchiusa dentro e sporco, dove si vive in condizioni disumane.

No, quello è un lager

Intervista di Lea Glarey

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Tratto da Nexus New Times nr.100

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