Chi ha fretta di giungere al governo mondiale del pianeta sta utilizzando i mezzi che gli sono propri e, mi pare che stia emergendo in tutta la sua drammaticità, che i servizi segreti, di qualunque governo del pianeta, non hanno neanche idea dei mezzi di cui dispone.

Justin Bieber è considerato il sedicenne più ricco del mondo ed è considerato il principe di Twitter (prince of Twitter) perché i curatori del social-network si sono accorti che il 3% del loro traffico passava dal suo account. Questo giovanissimo fenomeno musicale canadese ha iniziato la sua incredibile storia a 12 anni; si era registrato un video amatoriale mentre nella sua cameretta cantava un brano di Stevie Wonder e lo aveva caricato su Youtube. Nel giro di tre giorni le visualizzazioni erano passate da mille a settemila. Un produttore discografico di Atlanta gli offrì un contratto discografico. Da allora è stata una continua ascesa. Nella prima metà di aprile giungerà nelle sale cinematografiche italiane la storia della sua vita (non pare ci sia poco da raccontare). È un idolo musicale per moltissimi giovani (soprattutto ragazze). Ha anche un sito http://www.justin-bieber.it/

Se non sapete chi sia, informatevi con i ragazzi che avete in casa. Vi metteranno sulla buona strada.

 

Ne sto parlando perché Justin Bieber è una fra le molte visibili prove che il mondo digitale, ormai, è entrato in modo indistinguibile, inarrestabile, irreversibile nel rapporto che ogni giovane ha con la società che lo circonda. E ne parlo anche perché, se esistesse un verificatore, in tempo reale, di tutto ciò che si muove nelle invisibili strade costruite dalla rete, ancora sotto controllo degli Stati Uniti (pare, ormai, solo giuridico per questo la lingua inglese è la lingua principe di fruizione piena della rete), vorrebbe dire che questo verificatore o è un robot, oppure è un essere di una capacità gigantesca di acquisizione dei dati, sia in capienza che in velocità, non misurabili dalle attuali conoscenze scientifiche. Oppure è un miscuglio di tutti e due. Se questo essere, per esempio, fosse esistente e, solo per cercare di farmi capire, avesse deciso di lanciare multi-psico-esperimenti, nella rete ormai ben ramificata e psico-radicata, allo scopo di osservare in quanto tempo, e come, questi non rilevabili psico-programmi-digitali mirati fossero in grado di costruire “personaggi”, orientando eventi, apparentemente, non prevedibili. E se questo essere (o multi-essere), nel programmare il suo intervento, utilizzasse anche metodologie di tipo psico-sociale, tendenti a costruire meccanismi diretti e indiretti di condizionamento comportamentale; ebbene, questo verificatore sarebbe in grado di produrre gli eventi che vuole; almeno tutti quelli che sono costruibili ed orientabili dalla tecnologia digitale che possiede totalmente. (Ecco cosa è sotteso quando nei miei scritti parlo di dono-cavallo di Troia)

 

I giovani, internettizzati e cellularizzati fin da piccolissimi, hanno talmente interiorizzato (quasi medicalmente fisicizzato) questi mezzi-protesi diramatorie della loro essenza vitale, tanto che non riescono più a farne a meno.

L’inseguimento della nuova tecnologia, sistematicamente in arrivo, stante, non nonostante, le crisi globali, (fra poco spariranno anche definitivamente i cellulari, sostituiti da ibridi multifunzionali) è divenuto un vero e inconsapevole riflesso condizionato; questo riflesso inarrestabilmente condizionato, riguarda la Terra intera, quindi anche i paesi arabi, quindi anche l’Egitto, messo sotto osservazione in questa ricerca.

 

Il mondo digitale è ormai divenuto inscindibile dalla società come si è andata configurando, strutturando, radicando in questi ultimi 60 anni. Partendo da quanto è avvenuto nella prima metà degli anni ’50 del 1900, prima nella Sierra Madre, in Messico, poi nella California meridionale (USA), nella base militare Muroc Airfield (l’8 dicembre 1949, la Muroc Air Force Base fu ufficialmente re-intitolata Edwards Air Force Base. In onore di Glen Edwards, pilota, morto con altri quattro militari, probabilmente mentre provavano prototipi che tentavano di utilizzare retroingeneria non terrestre). Fu lì che iniziò a divenire visibile il gruppo militare che non rispondeva più al presidente USA, ma al governo mondiale allora in gestazione e che oggi ritiene di poter direttamente interferire, sia pure ancora non visibilmente, nello scenario mondiale saltando a piè pari tutti i governi, che stanno per essere abbandonati al loro destino. E la fretta dipende dal grande, lentissimo, temuto, pianeta in arrivo. E di questo parlo nei miei scritti.

 

Nei tempi non digitali, per rasserenare qualcuno, che fosse troppo preoccupato per il futuro, gli si poteva dire “Carpe diem”, cioè prendi quello che la vita ti da e non appesantirti del futuro ti basti quello che ogni giorno è alla tua portata.

Nei tempi digitali, invece, il micro riferimento culturale può essere inserito, mischiando latino e barbaro, in: “Carpe bit”, cioè usa tutto quello che puoi e più velocemente che puoi, per non rimanere indietro, questa società, ormai, ha troppa fretta ed è difficile inseguirla, costa fatica, e fatica quotidiana. “Carpe bit” si collega perfettamente anche al sistema di funzionamento di Twitter. Questo socializzatore utilizza micro messaggi (tweet). La velocità di trasmissione dipende dal peso del messaggio inviato. Meno il messaggio pesa più è veloce la trasmissione; ecco perché i caratteri utilizzati per il messaggio debbono essere al massimo equivalenti a 140 battute. Perché ve ne facciate un’idea, questa stessa frase, trasformata in tweet, peserebbe 112 battute, spazi compresi.

 

Che c’entra questa introduzione con l’Egitto.

 

C’entra, perché dagli eventi in atto nell’Africa araba del nord, una nuova figura si rende visibile, per riflesso di quegli eventi, in questi ultimi mesi nella rete socializzata: il fomentatore di rete e gestore orientativo che non risponde a nessun governo conosciuto.

Se chi ha fatto ai terrestri il dono della tecnologia, ormai vista come dono di Dio, avesse voluto dimostrare di poterne assumere il controllo orientativo lo avrebbe fatto rendendo immaginabile, più che visibile, e solo per riflesso, nella rete (resa) socializzata, la non controllabile e sfuggente figura del fomentatore di rete. Un fomentatore che sarebbe anche gestore orientativo. Un inafferrabile orientatore che non risponde a nessun governo, perseguendo lo scopo principe del controllo (anche orientativo delle menti affascinate dalla miracolistica socializzazione elettronica) che sempre precede lo scopo del governo. Controllare viene prima di governare.

 

In Egitto, per esempio, possiamo prendere visione come l’aggregatore e utilizzatore dei nemici fra loro non amici, non ha in mente i progetti di nessuno dei nemici provvisoriamente aggregati.

 

Cercherò, per quanto possibile, di rendere visibile a chi legge quello che ho osservato, analizzato, documentato.

 

È il 25 gennaio 2011. È una manifestazione imponente quella che si sta svolgendo al Cairo, in piazza Tahrir, dove stanno confluendo gruppi che fanno riferimento a movimenti di opposizione al governo egiziano e al presidente Hosni Mubarak. Il temuto contagio tunisino si è allargato anche all’Egitto (Tunisia, Tunisia, gridavano i manifestanti). Complice la crisi economica, naturalmente; ben accompagnata dal confronto con le cosiddette democrazie occidentali d’Europa, che da ormai tre decenni (non solo) gli egiziani immigrati raccontano ai loro parenti dell’Africa del nord.

Quel grido ritmato “Tunisia” si trasforma in un grido disperato (prossimo) mentre si raccorda ai barconi pressati di gente, più della piazza Tahrir, che lasciano le coste tunisine verso l’Italia. Per la modica cifra (chissà come raccolta) di 1.500 / 2.000 dollari a testa, gente senza scrupoli e pescatori disoccupati conducono genti disperate verso un favoleggiato occidente, che si rivelerà antro tremendo.

Come stanno veramente le cose. Davvero l’Egitto sta cambiando pelle? Davvero la malattia democratica sta colpendo le popolazioni del vicino oriente?

Quanto sta avvenendo nella capitale egiziana e in altre parti del paese (Suez, Ismailia, Porto Said, El Khargo, Alessandria) sembra un fulmine a cielo sereno. Invece è dal 2008 che in Egitto sta accadendo qualcosa.

Questo qualcosa che ha a che fare con la rete di raccordo che si è organizzata su Facebook, il socializzatore che si dirama nel web, si chiama Movimento giovani del 6 aprile. Il suo sito (http://www.6aprilmove.blogspot.com/) ha contributo a scatenare la rivolta. La rete è pericolosa per il potere. Sembra.

 

Sornione il guardiano elettronico sta a guardare: che tutti stiano litigando, compostamente, dentro la rete come pesci pronti per essere pescati, e a finire in padella magari mentre ancora (ignari), furiosi, stanno litigando, sempre compostamente dentro la rete.

 

La crisi economica nel 2008, faceva sentire i morsi. Il sindacato egiziano aveva indetto uno sciopero generale in appoggio agli operai di una grande fabbrica tessile nel Delta del Nilo, che da un anno continuavano a scioperare per aumenti salariali che non riuscivano ad ottenere. Lo sciopero generale puntava ad un generalizzato aumento dei salari che permettesse di affrontare almeno i maggiorati costi della vita, che avevano colpito duramente il campo alimentare (pane compreso).

Quel 6 aprile nel Delta del Nilo, nella città di Al Mahalla al Kubra, dove sono concentrate le industrie tessili egiziane, la polizia contrasta duramente le migliaia di operai tessili in sciopero. Centinaia di arresti, decine di feriti, tre morti.

Un gruppo di giovani, che si denomina “Movimento giovani del 6 aprile”, ad un anno di distanza da questo dramma, prende posizione perché venga ricordato un anno dopo, quel giorno. “Il giorno della rabbia” è il titolo della mobilitazione nazionale organizzata con il socializzatore “virtuale” Facebook.

 

2011, inizia un anno drammatico per l’Egitto. Siamo nel mese di gennaio.

Erano ancora altissimi gli echi dell’esplosione di un’auto-bomba nel quartiere di Sidi Bishr, di fronte alla chiesa dei Santi di Alessandria, proprio mentre i fedeli uscivano dopo aver partecipato alla messa natalizia di mezzanotte che per i copti cade il 31 dicembre. Un Natale tristissimo per la antichissima chiesa di rito cristiano copto ortodosso che piange 21 morti e 40 feriti. Un bagno di sangue raccontano testimoni oculari. La tensione fra cristiani copti (circa il 10% degli 82 milioni di egiziani) e islamici è altissima. Una autobomba contro un edificio religioso cristiano in Egitto. È la prima volta che questo accade. Lo stesso presidente Hosni Mubarak invita pubblicamente gli egiziani copti e musulmani a conservare la calma. Il presidente egiziano afferma che nell’attentato sono coinvolte genti straniere.

Di chi sono le mani che hanno confezionato una bomba con una così elevata quantità di TNT (trinitrotoluene) e che vorrebbero premere sulla popolazione cristiana egiziana come stanno premendo sulla popolazione cristiana irachena.

E poi, come possono cascare dalle nuvole le autorità egiziane preposte alla sicurezza se nel deserto del Sinai, nell’aprile del 2009, sono stati trovati 900 kg di tritolo (il TNT, appunto). Il nascondiglio sotterraneo si trovava a sud di Rafah, che fa da valico fra la Striscia di Gaza e l’Egitto, nei pressi del villaggio di El Ghoura. Il tritolo, pare risulta di residuati bellici, era stato sistemato in 18 sacchi di juta, ognuno contenente 50 chili di TNT, pronto per essere utilizzato. Non era un ritrovamento che avrebbe dovuto lasciare tranquilli coloro che avessero temuto il tentativo di irachizzazione dell’Egitto. Invece gli esperti si orientarono verso libanesi legati al movimento sciita Hezbollah che stavano preparando attentati sia contro l’Egitto che contro Israele. Salvo, oggi, sentire gli esperti (non sappiamo se gli stessi di allora) affermare che l’attentato è firmato dall’onnipresente Al Qaida, che in varie occasioni ha utilizzato il web per minacciare i copti.

Mentre le chiese copte sono sottoposte a rigide misure di sicurezza, i Fratelli musulmani egiziani, formazione religiosa di rigido credo sunnita, con un comunicato apparso nel loro sito internet, condannano fermamente l’attentato. La stessa ferma condanna proviene dalla Siria, dalla palestinese Hamas, dall’Iran, dalla Turchia. Tutti condannano ma intanto i cristiani che vivono nei paesi islamici del Medio oriente vengono indotti da questi eventi a temere per il loro futuro. Un timore non infondato se le minacce ormai si dipartono, non con lettere anonime, ma da siti web.

Infatti, proprio il primo gennaio 2011, da un sito che si denominava “rete elettronica dei mujaheddin” venivano lanciate minacce verso i copti egizi.

 

Tenga conto il lettore dell’utilizzo della rete web negli eventi che si stanno in queste pagine rappresentando, perché giungeremo dove non ci si aspetta di giungere.

 

Nella giornata del 3 gennaio 2011 gli studenti cristiani e musulmani nei campus delle maggiori università del Cairo hanno indetto manifestazioni di solidarietà alla popolazione copta così duramente colpita. Nella serata i gruppi di opposizione al governo Mubarak hanno organizzato una manifestazione silenziosa a lume di candela. Fra i manifestanti si erano raccolti circa 200 fra intellettuali e artisti, esponevano la mezzaluna islamica e la croce cristiana. Lo slogan unico era: “L’Egitto un solo popolo”. Dove si era svolta la marcia silenziosa? Nella centralissima piazza Tahrir.

 

Intanto i soliti esperti denunciavano che i casi di intolleranza fra copti e musulmani erano strumentalizzati da Siria e Iran che si servono di Al Qaida per destabilizzare l’unico loro vero nemico nella regione, il presidente egiziano Hosni Mubarak.

 

Siamo al 7 di gennaio 2011, attenzione alla notizia di questa giornata. (Lancio ANSA pari data)

Il quotidiano Yediot Ahronot, riferisce di un avvicendamento alla guida del Mossad (il servizio segreto israeliano), Tamur Pardo succede a Meeir Dagan. Di per se una notizia di ordinari avvicendamenti. Invece è bene che il lettore memorizzi attentamente quanto di seguito ritiene di rendere noto il capo uscente del Mossad, (un servizio segreto di prim’ordine) nel suo discorso di commiato:

 

1      Se l’Iran verrà mantenuto sotto pressione, produrrà il suo primo ordigno nucleare non prima del 2015.

2      In ogni caso Israele, dovrebbe mantenere aperta l’opzione di una operazione militare lanciata contro le infrastrutture atomiche iraniane, nel caso questa iniziativa fosse necessaria per difendere la propria sopravvivenza.

3      Gli Hezbollah, hanno un potenziale di fuoco, quanto a numero di razzi che è equivalente al 90% dei razzi a disposizione di tutti gli stati del mondo.

4      Questo è anche il motivo per il quale Israele ha la necessità di riprendere i negoziati di pace con la Siria, condizionandoli all’impegno di disarmo degli Hezbollah e rendere nullo l’attuale patto di difesa stretto con l’Iran.

5      In Egitto, il regime di Hosni Mubarak è considerato saldo dal Mossad ed in grado di affrontare e superare le frizioni che dovessero proporsi per il suo avvicendamento al potere.

6      Per quanto riguarda il Pakistan, il Mossad ritiene che vi siano rischi concreti che il suo armamento nucleare cada nelle mani di elementi islamici estremisti.

 

Memorizzato il punto 5?

 

Il 9 gennaio 2011 (pari lancio ANSA) su TWITTER e su FACEBOOK, cominciano a viaggiare i commenti su quanto sta avvenendo nel Maghreb algerino e in Tunisia, dove la crisi economica e l’aumento dei prezzi alimentari scatena la rivolta popolare. Si ricorda la ribellione del 2008 in Egitto per la crisi economica mondiale che da allora ha investito tutti i paesi. “Si al cambiamento e alla democrazia, No alla frode e alla corruzione” questo è il tenore dei messaggi scambiati nel web socializzatore. Ci si comincia ad aspettare un effetto domino anche in Egitto.

La delusione per le elezioni di dicembre in Egitto, in odore di frode, e l’insopportabilità della transizione prevedibile da Mubarak padre a Mubarak figlio, potenzia la voglia di reagire.

 

Il 16 gennaio 2011 (ANSA pari data) i giornali e i notiziari delle TV satellitari del mondo arabo si aprono con la notizia, incredibile, che il presidente della Tunisia Ben Ali è fuggito dal Paese in rivolta.

 

Il 17 gennaio 2011 (ANSA pari data), nella città del Cairo, davanti al palazzo dell’Assemblea del Popolo, un uomo, padre di quattro figli, proveniente da Quneitra presso la riva occidentale del canale di Suez, si da fuoco (è grave ma non è morto). L’uomo disperato vuole protestare contro il sistema di assegnazione del pane che non gli permette di garantire cibo ai suoi figli e di gestire un piccolo ristorante lungo l’autostrada che collega Ismailia e Porto Said, col quale si assicura il misero sostentamento.

A Quneitra sono giunte forze di sicurezza per gestire la tensione che serpeggia fra la popolazione locale.

Il Movimento giovanile 6 aprile ha lanciato su Facebook un appello per una grande manifestazione popolare per il 25 gennaio 2011 che, secondo il sito del quotidiano Masri al Youm, ha raccolto 80mila adesioni. (Questo movimento è nato nel 2008, durante la repressione dello sciopero generale che aveva come fulcro le industrie tessili a ridosso del canale di Suez, come già sa il lettore.)

 

Il 18 gennaio 2011 (ANSA pari data) un ragazzo di 25 anni, Ahmed Hasim al Sayed, si da fuoco sul terrazzo della sua casa ad Alessandria e muore dopo ore di agonia, avendo riportato ustioni sul 95% del corpo cosparso di Kerosene. Il motivo del gesto estremo è da collegarsi alla depressione del giovane a causa della mancanza di lavoro, come hanno raccontato i suoi familiari.

A Sharm el Sheikh, dal 19 gennaio, i governanti arabi si incontreranno per il secondo summit socio-economico. L’organizzazione araba per il lavoro indica in 25 milioni gli arabi senza lavoro e di questi più della metà sono giovani. Di fronte agli effetti disastrosi di questa gravissima crisi economica mondiale, mentre insorgono popoli e vi sono Paesi che si disintegrano, il capo della diplomazia del Kwait, Mohammed al Sabah, si è chiesto se i regimi ancora in piedi saranno in grado di affrontare queste sfide.

 

Il 19 gennaio 2011 (ANSA pari data) il presidente USA, Obama, ha avuto un lungo colloquio telefonico con Mubarak. I temi sono stati gli avvenimenti tunisini e l’esigenza che un governo provvisorio organizzi libere elezioni, l’attacco ai cristiani copti ad Alessandria, il modo più opportuno per rafforzare la pace in Medio oriente.

Sempre in questa stessa data (vedi ANSA pari data) i Fratelli musulmani avvertono Mubarak che se non verrà dato avvio alle riforme l’Egitto si troverà nelle stesse condizioni che hanno scatenato la rivolta popolare tunisina.

 

Il 24 gennaio 2011 (ANSA pari data) i partiti di opposizione al governo stanno organizzando per il 25 gennaio una grande manifestazione al Cairo e in altre città egiziane; chiedono un salario minimo che permetta di vivere in modo decente, la condanna delle violenze della polizia, la fine dello stato di emergenza che dura dal 1981, quando venne assassinato il presidente Anwar Al Sadat da estremisti islamici. La legge sullo stato di emergenza che prevede anche l’intervento dell’esercito, è stato prorogato nel 2010 per altri due anni. Questa legge dal 1981 permette al presidente egiziano Hosni Mubarak di dichiarare il copri-fuoco e di ordinare l’intervento dell’esercito e dà alla polizia il potere di arresto e di detenzione per lunghi periodi e prevede anche l’istituzione di tribunali speciali. Il sito del quotidiano Masri al Youm ha reso noto che gli organismi della sicurezza non hanno ricevuto nessuna richiesta di autorizzazione per la manifestazione del 25 gennaio, quindi comunicano che le forze dell’ordine potranno procedere ad arrestare i manifestanti che dovessero provocare problemi di ordine pubblico.

 

Il 25 gennaio 2011 (lancio ANSA pari data) le forze di sicurezza, sono pronte ad affrontare i gruppi che, in quella che viene chiamata la giornata della collera, manifesteranno contro la disoccupazione e contro i metodi repressivi delle forze dell’ordine. I punti di aggregazione vengono continuamente riposizionati da apposite comunicazioni su Facebook perché i siti di aggregazione originari risultano presidiati in forze dalla polizia. Molte strade, sia al Cairo che ad Alessandria, sono presidiate da mezzi blindati.

Sul quotidiano Al Ahram, è stata pubblicata una intervista con il ministro dell’Interno egiziano Habib El Adly che ha avvertito che i servizi di sicurezza “non tollereranno alcuna minaccia ai beni e alla sicurezza del Paese”; non solo, rivolto ai giovani manifestanti ha testualmente detto: “Questi giovani incoscienti non hanno alcuna influenza e i servizi di sicurezza sono capaci di dissuadere qualsiasi azione illegale”.

Infatti, a piazza Tahrir nella città del Cairo, nelle vicinanze del Museo egizio, ci sono stati scontri fra circa 25mila manifestanti che gridavano “Mubarak vattene”, “Pane e libertà” mentre ci sono quelli che lanciano sassi in risposta alle manganellate, all’uso degli idranti e allo sparo di lacrimogeni delle forze dell’ordine. Il sito “Youm7”, informa che alcuni manifestanti si sono diretti verso il Parlamento e sono stati allontanati dalla polizia con il lancio di lacrimogeni, mentre tentavano di scavalcare la recinzione esterna. Feriti e arresti.

Il sito internet del partito Wafd da notizia della morte di un poliziotto caduto a terra e calpestato dalla folla, nel pieno della ressa fra dimostranti e polizia.

Ad Alessandria, per chiedere che Mubarak se ne vada, sono scesi in piazza in 20mila e si sono scontrati con la polizia. Anche qui arresti e feriti.

Nella città di Mohandesim, seguiti da grande spiegamento di forze anti-sommossa, almeno 20mila manifestanti, gridano “Fuori, fuori”, “Vattene, vattene” rivolto al presidente Mubarak.

I socializzatori Twitter e Facebook sono stati presi di mira dal Governo che ha dato precise disposizioni ai provider, disposizioni che non avranno una breve durata. Il primo risulta completamente bloccato, ma qualcuno riesce a superare il blocco con appositi programmi che hanno questa funzione, il secondo funziona a tratti e in alcune parte dell’Egitto è completamente oscurato. Così almeno viene raccontato dal tam tam che è difficile confermare nella confusione generale.

Cosa chiedono, sul loro sito internet, gli organizzatori delle manifestazioni “non autorizzate”:

      che se ne vada Mubarak

      che si formi un governo di unità nazionale

      che venga sciolto il Parlamento

 

Sempre in quella stessa giornata (come da lancio ANSA in pari data), e va registrato, Abu Mazen accusa la tv di Al-Jazira nel Qatar di giocare sporco nella causa palestinese e di aver fatto da consapevole detonatore nelle esplosioni della collera popolare in Tunisia e di tentare di delegittimare anche l’attuale governo palestinese. La tv Qatariana viene anche accusata di disporre di centinaia di milioni di dollari per raggiungere l’obiettivo di infiammare tutto il mondo arabo. Infatti l’emittente araba, molto seguita non solo nel mondo arabo, accusa il presidente ANP di gravi cedimenti nelle trattative con Israele sul futuro assetto di Gerusalemme e sui profughi palestinesi. Gli uffici della tv Al-Jazira a Ramallah sono stati attaccati da gente infuriata che dava alle fiamme grandi fotografie dell’emiro del Qatar e ritmavano lo stesso slogan dei tempi di Yasser Arafat: “Un milione di martiri marciano verso Gerusalemme”. Più che uno slogan è un programma futuro o pericolosamente futuribile. L’OLP ha lanciato un avvertimento al Al-Jazira e al Qatar: “Siamo in grado di rivelare chi agisce dietro quella emittente”.

Anche il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, si è lamentato con Hamad bin Khalifa Al Thani, emiro del Qatar per la copertura che Al-Jazira offre ai dimostranti yemeniti. La tv qatariota viene accusata di esagerare e distorcere gli eventi, di incoraggiare rivolte, violenze e sabotaggi nei paesi arabi, di essere asservita all’entità sionista, a gruppi terroristici come Al Qaida, ai nemici degli arabi, di minare il futuro delle prossime generazioni.

Il lettore ha registrato che anche all’interno del mondo arabo non è molto chiaro il “cui prodest” (il “a chi convengono”) e, soprattutto, chi, esattamente, sta scatenando gli avvenimenti in atto e in gestazione proprio nel punto energetico chiave dell’economia mondiale?

 

Ancora, e anche questo da registrare. Nella stessa giornata dedicata alla collera, il pomeriggio sta cedendo alla sera, l’ANSA dirama un dispaccio “calmante”. Eccolo, di seguito, nella sua interezza.

“Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha rivolto oggi un appello “a tutte le parti” in Egitto affinché si adoperino per mettere fine alle proteste e agli scontri in corso al Cairo.

Hillary Clinton ha detto che il governo egiziano è “stabile” nonostante le manifestazioni di piazza organizzate per chiedere le dimissioni del presidente, Hosni Mubarak.”

 

Domanda, molto seria. Gli Stati Uniti d’America, attraverso le dichiarazioni del loro Segretario di Stato sono consapevoli di quanto sta avvenendo in Egitto?

 

La risposta comincia appena a delinearsi proprio mentre sta circolando il dispaccio calmante; infatti contrastando le forze di polizia che stanno iniziando a disperdere la folla, dopo un pomeriggio di scontri anche violenti, gli organizzatori della manifestazione “non autorizzata” invitano la popolazione del Cairo a portare cibo e coperte ai manifestanti che occupano dal pomeriggio piazza Tahrir, perché è stata presa la decisione di trascorrere la notte, fra il 25 e il 26 gennaio, nella centralissima piazza cairota. I ristoranti intorno alla piazza, come raccontano testimoni oculari, hanno preparato gratuitamente cibo per i manifestanti. Questo invito-annuncio proviene non da megafoni a tutto volume montati su automobili di fortuna e girovaganti per le vie del Cairo; ma dal sito internet degli organizzatori della manifestazione, che hanno anche dovuto tenere conto del blocco governativo dei telefoni cellulari, mentre, come il lettore è già stato informato Twitter è inaccessibile. (L’indomani, da San Francisco, dal sito Twitter è partito un messaggio (un tweet) che comunicava che la sua diramazione egiziana e tutti i servizi connessi risultavano bloccati dalle 17,00 (ora italiana) del 25 gennaio. Inoltre il sito herdit.org informava che in Egitto non era utilizzabile il sito di microblogging e confermava che molti utilizzatori di internet lamentavano l’impossibilità di accedere a Twitter.)

Va detto, non solo per onore di cronaca, che, come avvenuto in Algeria e Tunisia il sito Anonymous, il network hacker che si muove a favore di Wikileaks, ha lanciato una pubblica minaccia ai siti web istituzionali egiziani se non verranno garantiti liberi accessi a tutti i media e non verrà garantita la libera circolazione delle informazioni.

I tecnici di Anonymous hanno spiegato ai twitteristi egiziani che possono accedere al socializzatore statunitense acquisendo gli indirizzi IP (sono identificatori numerici fisico-geografici dell’apparecchiatura che si connette alla rete) da loro messi in rete con lo scopo di aggirare il blocco del DNS (Domain Name System – ha il compito di rilevare e convertire in un identificatore numerico, IP, l’apparecchiatura che si connette nella rete). Comunque, sempre gli esperti di Anonymous hanno scaricato in rete il kit informativo tradizionale, in grado di aggirare le censure telematiche governative. Si ricorre ai vecchi modem per telefonia fissa, i fax, i radioamatori, (che sembrano dell’altro secolo) per aggirare il muro tecnologico al “senza fili”. Non solo Google viene in aiuto con tre numeri di telefono nei quali registrare i messaggi vocali che saranno trasformati in singoli tweet (micro messaggi per Twitter).

La parola d’ordine, comunque, è restare anonimi, non si sa mai come potranno in futuro essere utilizzate le informazioni che si stanno accumulando dalla rete fibrillante egiziana.

Una fibrillazione che mostra e dimostra quanto ormai la società egiziana ha “bisogno come il pane” di tecnologia informazionale. Questo è quello che diviene visibilissimo; ma non vale solo per l’Egitto. Purtroppo per la Terra.

È una sottolineatura digital-tecnologica della quale il lettore, ormai conosce la motivazione, mentre lo informo che i blindati in continuo movimento, il lancio di lacrimogeni, le ambulanze a sirene spigate racconteranno che quella notte a piazza Tahrir, è stata una drammatica notte.

 

Prima di occuparci del 26 gennaio, rimaniamo in questa giornata; perché è da questo 25 gennaio che il destino dell’Egitto ha imboccato una strada ancora buia per stabilire quale destino attenda questo paese e gli altri che trascinerà con se.

Non è ancora completamente buio, mentre a piazza Tahrir i dimostranti, caparbi, si stanno preparando a trascorrere una notte concitata, come quelli di Suez. Alle prese con il coprifuoco. (Nessuno ci ha spiegato come sono stati risolti i problemi logistici, il grande sterrato di piazza Tahrir non è un ameno collinotto circondato da boschi e corsi d’acqua). Chi ha potuto ha cercato e trovato il momento delle mini riflessioni. E la riflessione che mette in relazione la rivolta tunisina con quella egiziana cammina senza bisogno di suggeritori, ormai il sasso gigantesco sta rotolando verso valle. Una riflessione; la vediamo specchiarsi, ancora una volta, in un lancio ANSA proveniente da Tunisi. Ne riporto stralci, invitando i ragazzi, che si sono sfogati con gli inviati dell’ANSA, a rileggersi; mentre sulle televisioni italiane appaiono le immagini di barconi pieni zeppi di tunisini (ora anche egiziani) in fuga. Sono immagini che raccontano di migliaia di loro conterranei che affollano le coste tunisine, pronti a fuggire dal loro paese solo se possono pagare cifre che partono da 1.500 euro a testa. E non è finita, perché anche la Libia (stiamo osservando gli eventi dal futuro mese di febbraio) sta per rompere i recinti che fin’ora hanno solo frenato il dilagare dei disperati nell’Europa “ricca e democratica”.

Seduti a prendere un tè, in un caffè al centro di Tunisi, mentre fuori stanno sfilando dimostranti che agitano la bandiera tunisina. Tre di loro sfilano con la bandiera tunisina legata intorno alla vita come trofeo indossato; hanno facce che dicono “non abbiamo ancora vent’anni”, ci tengono ad informare che sono compagni di scuola; Oumayma, Nebil, Rifaat, quasi all’unisono mostrano l’orgoglio di chi si sentiva sotto valutato, sotto stimato da un mondo occidentale con la puzza sotto il naso (è un modo di dire, ragazzi, è un modo di dire). “Siamo orgogliosi della nostra rivoluzione, può essere un esempio, un buon esempio per tutti. Abbiamo sentito quello che sta succedendo oggi al Cairo: forse possiamo dire di aver esportato la rivoluzione, perché no!” (Esportatori di democrazia ragazzi?)

“La nostra rivoluzione sarà un esempio per tutto il mondo arabo” dicono (giustamente) orgogliosi i giovani che stanno osservando le immagini della gremita piazza Tahrir al Cairo trasmesse da Al-Jazira.

Lotfi, si scalda: “Eccolo qua, è l’effetto contagio. Guardi, è Al-Jazira. Guardi quanti sono… non si torna più indietro. La rivoluzione tunisina è ormai un esempio”.

Lo segue a ruota Bulbeba: “Oggi l’Egitto. Ma il nostro “No” ha già ispirato molti: in Algeria, in Marocco, anche in Giordania. Non dimentichiamo però che anche noi siamo solo all’inizio”.

Interviene Chaieb: “Gli argini si sono rotti… Ho visto le immagini in televisione, al Cairo c’era gente che agitava le bandiere egiziana e tunisina insieme. È normale, anche in Egitto ora non si fermano più, è una continuazione della rivoluzione tunisina.”

Chaieb, è lui che ha fatto la spola (piccola vedetta tunisina?) tra Bourghiba Avenue e il quartiere Casbah dove si sono asserragliati più di mille dimostranti giunti da tutta la Tunisia. Stanno dimostrando sotto le finestre del Primo ministro per contestare i personaggi chiamati a formare il governo di transizione, considerati diramazione del corrotto vecchio regime.

(La corruzione è una sfacciata piaga endemica – non solo – dei governi del nord Africa. Non che l’Europa stia meglio, la corruzione è solo un po’ più furba e… più democratica. E poi, cari amici tunisini di quel bar del centro di Tunisi, in quel 25 gennaio (che indica l’inizio di un cambiamento che non sapete dove porterà voi e poi il mondo intero), la corruzione non è scindibile da quel principio inviolabile del profitto che è il pilastro portante dell’economia delle democrazie occidentali, ben oleata dalla tecnologia sofisticata che tanto vi affascina.)

C’è anche un giornalista di 32 anni, Mohamed Niled. Anche lui è convinto dell’effetto domino della rivolta tunisina e veramente traspare l’orgoglio arabo, non solo tunisino, dalle sue parole: “I paesi arabi, anche se tra loro diversi, hanno in molti un comune denominatore: problemi sociali ed economici come la disoccupazione, ma anche le libertà negate e la repressione. Per questo l’esempio tunisino, che nasce proprio dalla necessità del popolo di dire basta a tutto ciò, ha un potenziale incredibile per tutta la regione. C’è adesso un “orgoglio tunisino” per quello che la gente è stata in grado di fare, far cadere una dittatura. E questa è una spinta forte”. [Si caro collega Mohamed, il tuo giusto orgoglio mi fa sentire a fianco di tutti voi (in Tunisia, in Algeria, nello Yemen, in Egitto, in Libia, in qualunque altro paese di quella grande e martoriata Africa) che, scendendo in strada e mettendoci la faccia, state sperando che si apra una nuova stagione nei rapporti fra governi e popoli; sappi, Mohamed, che mi devi sentire vicino (non solo tu) anche quando dovesse avvenire che la delusione cercasse di aprire varchi alla disperazione, quando diverrà chiaro che i giovani arabi non sono tutti amanti della laicità dello stato e non sono affascinati dalle democrazie europee, pur volendo usare i mezzi informatici sofisticati che la moderna tecnologia offre, sempre a pagamento.]

 

Il 26 gennaio 2001 la battaglia non è finita. Dalle finestre di Facebook il Movimento 6 aprile invita a tornare in massa a piazza Tahrir; anche se questo significa affrontare agenti in tenuta anti-sommossa che la stanno circondando; anche se gli agenti stanno bloccando le strade di accesso, oltre che presidiando gli edifici pubblici, Parlamento compreso.

Mentre il mondo web egiziano è in agitazione per raggiungere l’obbiettivo di rioccupare la piazza che ormai è divenuta il simbolo fisico della rivolta, l’ex ministro israeliano all’industria, il laburista Benyamin Ben Eliezer, sta rilasciando una intervista alla radio militare israeliana. L’ex ministro ha un ottimo rapporto sia con Mubarak che con il generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani. Potremmo anche ipotizzare, senza che nessuno alzi scudi, che l’ex ministro Ben Eliezer, proprio perché amico sia di Mubarak che di Suleiman, abbia espresso valutazioni che avrà avuto modo di scambiare, almeno telefonicamente, con loro. Quindi, le seguenti dichiarazioni di Benyamin Ben Eliezer potrebbero non essere considerate come semplici esternazioni personali.

 

1      Il regime di Mubarak non si regge sulla sua persona ma sul sostegno convinto che lo stesso Mubarak riceve da milioni di egiziani.

2      La dimostrazione di questo appoggio popolare è confermato dal risultato delle recenti elezioni politiche nelle quali i partiti di opposizione non sono riusciti ad ottenere i risultati che speravano.

3      D’altra parte le opposizioni non dispongono di figure capaci di guidare una protesta di dimensioni tali da abbattere il regime.

 

Occorre registrare anche questa dichiarazione e la data in cui viene fatta, che non è stata fatta dall’avventore di bar, fra un bicchierino e l’altro.

 

Questa vera e propria sommossa sembra essere tenuta in piedi da un movimento giovanile e webbista. Sembrerebbero giovani arabi invisibili e, invece, è una questione talmente visibile che se ne è parlato, il 27 gennaio 2011, a RADIO3MONDO, dalle 11,30 alle 12,00. L’ospite è di tutto rispetto: la giornalista Paola Cariddi che ha scritto “Hamas: che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese” e “Arabi Invisibili”. In questa mezz’ora viene confermato quello che stiamo appurando in queste pagine e cioè che è il web e le sue diramazioni sociali come i blog, Twitter, Facebook che stanno alla base delle fibrillazioni popolari arabe. La possibilità di uno scambio veloce di informazioni permette di verificare, in diretta, quanti siano coloro che condividono gli stessi, anche drammatici, problemi sociali e quanto sia offensivo l’accostamento fra la povertà e la fatica di vivere con la ricchezza anche conquistata con la corruzione.

Insomma il controllo di quello che si dice nel mondo internet e nella telefonia mobile, come appare dai dati che ho raccolto, non è così automatico per i governi attuali, che al massimo si possono limitare ad impedire la comunicazione elettronica.

Mentre non sarei così sicuro, come ho già accennato, che nessun altro potere sia in grado di verificare in tempo reale qualunque informazione passi dai mezzi di comunicazioni digitali (o nano-digitali).

Torniamo in Egitto, per capire meglio, quanto sto cercando di dire.

L’Organizzazione nazionale per il cambiamento (ONC) è uno dei partiti di opposizione il cui referente è Mohamed Mustafa El Baradei, che ha guidato per tre mandati (12 anni), dal 1997, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (ONU) e per questo ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 2005. El Baradei, in questo suo ruolo, aveva smentito gli USA, quando accusavano Saddam Hussein di perseguire in segreto un programma nucleare.

Eppure, El Baradei non pare avere chiaro cosa stia avvenendo e si limita a stare a rimorchio della fibrillante mobilitazione webbista del Movimento giovanile 6 aprile e di altri piccoli gruppi a questo collegati.

Ecco quanto dichiara all’ANSA, George Ishaq, un coordinatore dell’ONC.

“Non sappiamo quali saranno le mosse di El Baradei al suo ritorno, sarà lui che annuncerà come intende comportarsi con questa nuova situazione… noi rimaniamo qui a lottare assieme ai giovani.” Mohamed Mustafa El Baradei, come abbiamo accennato, non è uno qualunque, nel panorama internazionale, è ex direttore dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica dell’ONU). Nel palazzo di vetro ha stretto rapporti importanti oltreatlantico.

Da questa dichiarazione appare evidente che lo stesso El Baradei, che si trova all’estero (in Austria) a far che e con chi non si sa, non ha avuto nessun ruolo in questa “movimentazione sociale”. Cercherà solo di cavalcarla come si fa con un cavallo imbizzarrito?

Non è che “qualcuno”, oltre Atlantico, che, mentre afferma il contrario, come tutti i governi, in realtà, non ha ancora capito cosa stia accadendo?

Sarà, intanto ci conviene registrare anche questa informazione, mentre cerchiamo di capire quali siano e come siano organizzati gli altri gruppi di opposizione che affiancano l’ONC di El Baradei.

La confraternita dei Fratelli musulmani è la più consistente tra le forze di opposizione. Rappresenta la minoranza “rigida” dell’Islam sunnita maggioritario in Egitto. Nelle trascorse elezioni parlamentari avevano 88 deputati ma nelle elezioni recenti non ha eletto nessun parlamentare. Da qui l’accusa di brogli elettorali rivolta al Governo dai Fratelli musulmani, un movimento considerato fondamentalista perché si ispira alla legge islamica, la Sharia). Ma si farebbe un errore a non considerare aggressivo il fondamentalismo sunnita. Del resto i due fondamentalismi (sciita e sunnita) si stanno scontrando nello scenario iracheno sconvolto dalla “democratizzazione” USAense.

 

Di fatto, come l’ONC si ritrovano sulla scia dei giovani webbisti che come surfisti affrontano l’onda “cattiva” e cercano di seguirla mentre è slanciata in alto dal vento, per poi discenderla, piegati sulla loro tavola e vincitori.

 

La terza formazione, il Wafd, è un partito liberale di vecchia data. Anche loro sono stati esclusi dal Parlamento e propongono il boicottaggio del secondo turno delle legislative. Anche loro denunciano pesanti frodi elettorali nelle ultime votazioni.

Il partito al governo ha certamente un seguito popolare; ma non può ampliarlo per legge minimizzando il seguito elettorale delle opposizioni.

 

Da quel 26 gennaio, arresti a centinaia, giornalisti malmenati e arrestati, manifestanti feriti, uccisi un numero imprecisato ma alto. Il commissariato di Suez in fiamme parla da solo. Tutt’ora non si hanno notizie di almeno 500 persone; non solo i loro stretti parenti vorrebbero sapere dove sono.

Gli appelli alla calma e al rispetto dei diritti universali vengono dalla UE, dagli USA (il presidente Obama, H. Clinton).

Intanto El Baradei, che doveva tornare in Egitto il 6 febbraio, anticipa il suo rientro. C’è una gara ad emulare i giovani webbisti; gli sms si sprecano. Chissà se, e a che livello, si utilizzi il multi-invio; e in fretta, prima che il servizio sms venga bloccato d’autorità; blocco che anticiperà quello vocale.

 

Chissà se a qualcuno è venuto in mente di trovarsi immerso in un reale gioco-giogo virtuale.

 

La diplomazia occidentale, USA in testa, si muove in modo impacciato, non riuscendo a nascondere l’effetto sorpresa che ha sparigliato tutte le cancellerie.

 

Il presidente Barack Obama, il 26 gennaio 2011, mentre è bufera in Egitto, ha inviato a Tunisi il diplomatico Jeffrei Feltman che aveva operato presso l’ambasciata statunitense a Tunisi fra il 1998 e il 2000. Per rafforzarne il ruolo accattivante, ha inserito un accenno alla Tunisia nel suo discorso al Congresso sullo stato dell’Unione. “Diciamolo con chiarezza: gli Stati Uniti stanno accanto al popolo della Tunisia e appoggiano le aspirazioni democratiche di tutti i Paesi”.

 

Per dimostrare che gli USA hanno capito tutto su quanto sta avvenendo, il diplomatico itinerante Jeffrei Feltman, invia un messaggio che possa essere compreso da suocera e nuora.

 

“Mi aspetto che i governi del mondo, guardando alla Tunisia, si rendano conto che i giovani e la società civile sono parte della soluzione… le restrizioni cui era sottoposta la società civile in Tunisia erano davvero pesanti… sono diversi i Paesi che hanno in comune le stesse sfide”.

 

“Questa è una storia tunisina… gli Stati Uniti provano ammirazione e traggono grande ispirazione, ma non siamo noi gli arbitri di questa vicenda”.

 

I manifestanti tunisini, di cui si parla nelle pagine precedenti, si sentivano pieni di orgoglio mentre scandivano “Questa è la nostra rivoluzione, questo lo abbiamo fatto noi, non vogliamo gli stranieri. la Tunisia ora è dei tunisini” (da lancio ANSA pari data).

 

La Casa Bianca, mentre un inviato diplomatico si trova in visita nell’area medio-orientale, rende noto che, pur considerando un partner “vicino e alleato” il presidente egiziano Hosni Mubarak, gli USA non intendono schierarsi fra i dimostranti e il governo.

 

Se gli orientatori della diplomazia occidentale volevano dimostrare di non averci capito nulla sugli avvenimenti in atto nell’Africa del Nord, ci sono riusciti.

 

È l’Europa che dovrà interiorizzare che, se l’Africa brucia, l’Unione Europea, e il suo euro, se ne vanno in cenere. (Questo è lo scopo degli eventi in irreversibile moto)

 

Intanto, il 28 gennaio, quarto giorno della rivolta, viene dichiarato dalle opposizioni “venerdì della collera”. La britannica Vodafone rende noto che, in quello stesso giorno, ha dovuto aderire alla richiesta del governo egiziano di sospendere la copertura in alcune aree del Paese. L’emittente araba Al-Jazira informa attraverso Twitter che il suo canale All News è stato oscurato in Egitto.

 

Non era mai accaduto in nessun paese un oscuramento totale di internet e della telefonia cellulare.

 

Vodafone ha reso noto che, in forza della legge di emergenza nazionale è stata costretta ad inviare dei messaggi al popolo egiziano da parte del governo e che questo stesso ordine è stato ricevuto dagli altri due gestori della telefonia mobile egiziana, Mobinil e Etisalat.

Anche i siti universitari, connessi alla rete veloce, sono stati bloccati. Secondo gli esperti questo significa che il governo egiziano ha dato ordine di agire direttamente sui dispositivi di rete dedicati all’instradamento dei pacchetti informativi (router). (lancio ANSA pari data)

Da Twitter giunge la richiesta di togliere le password di accesso alle connessioni senza fili (soprattutto agli utenti del provider Noor che cerca di garantire le connessioni in Egitto) facendo in modo che i manifestanti che hanno un computer in grado di riconoscere la presenza di una rete senza fili si possano liberamente connettere al web. (È noto che chi manifesta perché non ha cibo se ne va in giro con computer e penna internet) Il sito Wall5, installato in Marocco, che aveva messo in rete una applicazione in grado di aggirare la censura governativa, è stato reso inaccessibile da hacker non identificati.

Comincia a circolare un “manuale della rivolta”, un libretto scaricabile dal web scritto in arabo. Nel manuale, insieme alle tattiche per affrontare i servizi di sicurezza, sono indicate, come obiettivi, le sedi delle principali emittenti radio televisive, le centrali della telefonia mobile e il palazzo residenziale di Mubarak, indicate nelle fotografie aeree del Cairo riprese da Google.

Il manuale è anonimo, ma poiché gli autori dichiarano di volere un nuovo governo non militare fondato sulla giustizia e sulla libertà, giornalisticamente, debbo dedurre che gli autori sono indicabili fra i componenti di uno dei due gruppi collegati al Movimento 6 aprile, cioè il Gruppo per la giustizia e la libertà.

La situazione inizia a farsi confusa.

Mentre ad Alessandria secondo la tv satellitare Arabya, alcuni poliziotti si sono uniti ai manifestanti dopo essersi spogliati dei caschi e dei giubbotti anti-proiettile, secondo la tv satellitare Al Jazira alcuni manifestanti a piazza Tahrir chiedono che l’esercito sostituisca la polizia (accusata di metodi brutali). A Suez, invece, i manifestanti, dopo durissimi scontri con la polizia, hanno preso il controllo della città portuale. Nel contempo la tv di stato egizia mette in guardia la popolazione contro notizie diffuse dalle tv satellitari tese ad imbrogliarla.

In tutta questa confusione, non appare strano che la tv di stato annunci che, per ordine del presidente Mubarak, capo delle forze armate, in tutto il paese (in un primo momento era limitato al Cairo, ad Alessandria, a Suez) è stato imposto il coprifuoco fra le 18 e le 7 del mattino (17 e 6 ora italiana). Entra in gioco l’esercito, che aveva cercato comunque di tenere una posizione comprensiva verso le ragioni della popolazione in rivolta. Cominciano ad apparire blindati dell’esercito intorno alle sedi pubbliche, compresa la tv di Stato.

I manifestanti che chiedevano l’esercito al posto della polizia, stanno vedendo che la garanzia dell’ordine pubblico è affidato all’esercito e alla polizia, come ha ordinato il presidente Mubarak. Intanto, la polizia, al sopraggiungere dei soldati, si ritira. Non si ritirano invece i dimostranti che sfidano il coprifuoco cercando di salire sui carri armati. L’esercito sembra avere intenzione di contenere, non contrastare, i manifestanti.

Il presidente Obama, preoccupato, chiede che il governo egiziano rispetti i diritti della popolazione, non vengano rinnovate le leggi di emergenza scadute nel 2010, venga riattivato l’accesso ad internet, considerato un diritto fondamentale.

La giornata si chiude con un messaggio alla nazione di Mubarak che, smentendo le voci incontrollate nel web che lo dicevano in fuga, come molti vip, annuncia di aver chiesto le dimissioni del governo e della sua intenzione di affidare l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo; promette le riforme politiche e sociali che servono al paese, assicura di aver dato disposizioni perché i dimostranti siano trattati in modo pacifico, dicendosi dispiaciuto per le vittime.

Il re dell’Arabia saudita Abdallah ha telefonato a Mubarak preoccupato per gli attacchi alla sicurezza e stabilità dell’Egitto esprimendogli solidarietà.

L’indomani la tv di Stato annuncia che il generale Omar Soleiman, capo dei servizi segreti, è stato nominato vicepresidente. Il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Sami Annan, è rientrato in fretta da Washington interrompendo la sua “visita ufficiale”. L’esercito pur preoccupato per il “vuoto di sicurezza” che si è determinato nelle città egiziane, assicura che non vuole fare uso della violenza nei confronti della cittadinanza.

Quinto giorno di rivolta. È iniziata la transizione. Mentre dobbiamo registrare che il discorso alla nazione del loro presidente non ha convinto i manifestanti che, in gran parte giovani, hanno continuato a presidiare le piazze; inventandosi anche proteste gioiose con evidente scopo accattivante e per diminuire la tensione delle forze dell’ordine (lo zampino del Movimento 6 aprile è visibile in questo tentativo di emulare le rivoluzioni colorate dell’est Europa). Sono giovani, anzi un fiume di giovani, quelli che fermano le automobili di passaggio nell’autostrada fra il Cairo e Alessandria e malmenano i malcapitati che si trovano in quelle auto; ovvero prendono a sassate i pullman di passaggio (lancio ANSA pari data).

Le differenze, apparenti, di questi due comportamenti sono messi a vista perché ci si renda conto che la vita del proprio paese non può diventare un esperimento per sofisticati War Games.

È evidente che le forze dell’ordine non appaiono in grado di garantire la sicurezza se è stato possibile che, stante la presenza dell’esercito, e in pieno coprifuoco, si siano registrati saccheggi, non solo nei centri commerciali, ma addirittura nello stesso museo egizio del Cairo, dove sono stati trafugati importanti reperti e addirittura statue. Polizia assente, il museo di Al Qantara (vicino Suez) dove si trovavano almeno 3.000 reperti di grande valore, è stato assalito e saccheggiato. Sono ombre che non tocca al web giovanile cancellare, ma registrare, si.

Dalle carceri egizie fuggono a migliaia, anche i terroristi islamici.

Dare alle fiamme il palazzo da cui giungono le tasse da pagare è il sogno dei poveri che non ne possono più di vivere solo per pagare. Il palazzo del fisco, al Cairo, appunto, è andato in fiamme; ma purtroppo non andrà in cenere il mondo economico che vi sostiene, cari incendiari che vedete come un paradiso le democrazie d’occidente.

Il generale dell’aeronautica Ahmed Shafik riceve l’incarico di formare il nuovo governo, la sua nomina si aggiunge a quella a vice presidente del generale Soleiman. Sono dunque due i generali chiamati a governare una transizione che sarà difficile. L’opposizione non gradisce.

L’esercito blinda con carri armati l’accesso a piazza Tahrir. L’ambasciata USA invita i cittadini statunitensi a lasciare l’Egitto.

La presenza dei militari non impedisce ai manifestanti di presidiare piazza Tahrir, anzi, appaiono addirittura tende e coperte e vengono accesi fuochi. Dormire a turno, scaldarsi all’aperto, qualcuno passa portando bevande calde, mentre i militari stanno a guardare. Strano, come coprifuoco.

Il nuovo governo non calma gli animi. Anzi. Un gran numero di persone cominciano a confluire nella città di Alessandria e al Cairo in piazza Tharir. La piazza, sorvolata da elicotteri e controllata, nei suoi accessi, dai militari, si riempie di gente, molti vanno e vengono, come se volessero visitare la piazza che sta diventando storia e che magari in futuro verrà ribattezzata piazza 25 gennaio.

È il 1 febbraio, martedì, ottavo giorno della rivolta, in piazza rimangono ancora decine di migliaia di persone. Il Paese è immobilizzato, telefonia, internet bloccati, banche chiuse, ferrovie ferme, aeroporti chiusi. Scarseggia il cibo. Al Cairo stanno confluendo i sostenitori di Mubarak, non sono pochi. Il presidente in un discorso alla nazione comunica che non si ripresenterà alle prossime elezioni presidenziali (avendo 82 anni, possiamo considerarlo comprensibile).

In un comunicato ufficiale le forze armate ritengono “legittime” le rivendicazioni del popolo egiziano.

Intanto l’esercito è già entrato in forze nel Sinai con benestare di Israele. In una conferenza stampa, tenuta a Gerusalemme, con la cancelliera tedesca Angela Merkel, Netanyahu ha dichiarato che Israele segue con apprensione quanto accade nel Paese confinante, perché teme che possa prendere il potere un regime islamico radicale che denunci il trattato di pace del 1979.

È il 2 febbraio. Riprende a funzionare la telefonia mobile e internet.

Ad Alessandria si scontrano gruppi a favore e contro Mubarak. Al Cairo, verso piazza Tahrir stanno confluendo migliaia di sostenitori di Mubarak che si scontrano con i manifestanti già in piazza. Lancio di sassi fra i due gruppi, lancio di molotov. Gli scontri si fanno violenti. Il gruppo a favore di Mubarak, dopo una battaglia di sei ore, assume il controllo della piazza.

Non solo bottiglie incendiarie, sassi, bastoni, coltelli, cavalli e cammelli cavalcati da gente infuriata. Si calcolano 600 feriti e 20 morti, fra cui una recluta dell’esercito che non riesce ad ottenere il richiesto sgombero della piazza. Gli scontri riprendono anche il giorno dopo, 3 febbraio.

Al Cairo stanno confluendo portati da pullman gruppi pro-Mubarak. Appaiono, si racconta, bastoni, coltelli, armi da fuoco. I manifestanti a favore del presidente sfondano il cordone-cuscinetto dell’esercito e dilagano nella piazza. L’esercito prende posizione ed allontana con la forza i gruppi pro-Mubarak dalla piazza.

Le famiglie dei funzionari ONU stanno lasciando il Paese.

A Giza il 4 febbraio è organizzata una manifestazione a favore di Mubarak, ad Alessandria se ne organizza una, massiccia, contro. Manifestanti filo governativi si dirigono verso piazza Tahrir. Gli altoparlanti piazzati in piazza Tahrir dall’esercito informano i manifestanti presenti nella piazza che l’esercito li proteggerà: “Siamo qui per proteggervi, i sostenitori del governo non entreranno”.

(In lontananza, magari, ma si intravede lo spettro di una guerra civile.)

Il 6 febbraio i gruppi di giovani che hanno scatenato la rivolta con un comunicato firmato “la direzione unificata dei giovani rivoluzionari in collera”, coalizione costituita già dal 24 gennaio, informano le loro condizioni per lasciare la piazza:

1      Le dimissioni di Mubarak

2      Revoca immediata dello stato di emergenza

3      Scioglimento del Parlamento

4      Formazione di un governo di unità nazionale

5      Garantire una transizione pacifica del potere

6      La riforma costituzionale

7      Una commissione d’inchiesta che indaghi sui morti e i feriti del caos della settimana scorsa.

 

Il comunicato è stato letto da uno dei sei membri della coalizione Ziad al-Oulaimi, nel corso di una conferenza stampa. La coalizione è composta da:

      Movimento del 6 Aprile

      Gruppo per la giustizia e la libertà

      Gruppo “Campagna porta a porta”

      Gruppo “Campagna popolare di sostegno a El Baradei”

      Fratelli musulmani

      Fronte Democratico.

 

Alle prossime elezioni, senza brogli, questi gruppi messi insieme dovrebbero rappresentare la maggioranza schiacciante del paese, per giustificare le richieste che vengono fatte.

 

La coalizione ha iniziato a pubblicare un suo quotidiano, in fotocopie, per ora. Il titolo è Midan al Tahrir (Piazza Tahrir), il direttore, un giornalista, Mohamed Moustafa Sherdi, che è stato deputato e che scrive per il giornale dell’opposizione al Wafd.

È il 9 febbraio. Il coordinatore del Movimento 6 aprile, Ahmed Mahe, alla tv Al Horra, ha detto che il Movimento, se non si sblocca la situazione, ritiene necessario alzare la protesta giungendo all’assedio del Parlamento e ad una marcia verso il palazzo presidenziale; anche se questo significasse scontrarsi con l’esercito. La manifestazione davanti al Parlamento si fa ma l’esercito non si oppone.

L’esercito egiziano può contare su 460mila unità; ha una autonomia economica che gli permette di controllare il 35% dell’economia egiziana. Sono ex ufficiali posti a capo di aziende ed imprese. L’esercito egiziano si avvantaggia degli aiuti pari a 1,3 miliardi di dollari come “premio” per la firma del trattato di pace con Israele.

Si illude chi pensa che l’esercito sia veramente intenzionato alla liberalizzazione generalizzata.

Il 10 febbraio si riunisce in modo permanente il consiglio supremo delle forze armate. Non lo presiede Hosni Mubarak ma il ministro della difesa, generale Mohammed Hussein Tantawi.

L’11 febbraio il vice-presidente Omar Suleiman annuncia alla televisione che Mubarak ha rinunciato al mandato presidenziale e ha incaricato le forze armate di gestire gli affari dello stato.

 

In realtà Mubarak stava per consegnare i pieni poteri al suo vice presidente Suleiman, per consentire una continuità istituzionale e costituzionale, pur nella situazione confusa in gestazione, ma i militari si sono opposti, chiedendo di avere i pieni poteri nella gestione della transizione. Lo scontro di potere si è mostrato quando il consiglio supremo ha informato la nazione che Suleiman non avrebbe avuto nessun ruolo nel governo prossimo.

 

Fatta a pezzi la costituzione, prima di “congelarla” ufficialmente, il ministro della Difesa Tantawi, essendo il capo del Supremo consiglio militare, ha di fatto i pieni poteri dopo le dimissioni di Mubarak.

Ecco, per punti, il comunicato ufficiale del Consiglio Supremo dell’esercito.

1      “Considerati gli sviluppi degli eventi in corso e che minacciano il destino del Paese, e nel quadro di una continua attenzione alla situazione interna ed estera, tenendo conto della decisione di affidare le prerogative (presidenziali) al signor vice presidente e consci delle nostre responsabilità patriottiche nel proteggere la stabilità del Paese e l’integrità della nazione, il consiglio ha deciso di attuare le misure seguenti:

2          Primo:

a   metter fine allo Stato di emergenza non appena si concluderanno gli eventi in corso;

b  attuare le misure legislative che seguono:

c      organizzare elezioni presidenziali libere e trasparenti alla luce degli emendamenti costituzionali decisi.

3      Secondo: le forze armate si impegnano a proteggere le richieste legittime del popolo e a cercare di realizzarle attraverso l’applicazione di tali misure seguendo una scansione temporale definita in modo preciso e netto, in modo che si verifichi una transizione pacifica del potere e perché si giunga a quella società democratica e libera a cui aspira il popolo.

4      Terzo: le forze armate ribadiscono che non perseguiranno le persone che hanno nobilmente respinto la corruzione e che hanno chiesto le riforme; (le forze armate) ammoniscono però dal minacciare la sicurezza e l’integrità della nazione e dei cittadini, così come ribadiscono la necessità di assicurare i turni di lavoro nei servizi dello Stato e di tornare alla vita normale, nella salvaguardia degli interessi e dei beni del nostro grande popolo. Che Iddio protegga la patria e i cittadini”.

 

Con un successivo comunicato il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha deciso di:

 

1)    Sospendere la Costituzione.

2)    Gestire provvisoriamente il Paese per 6 mesi o fino alla fine delle elezioni legislative e presidenziali.

3)    Il presidente del Consiglio Supremo assumerà la rappresentanza del paese all’interno e all’estero.

4)    Sciogliere l’Assemblea del Popolo ed il Consiglio Consultivo.

5)    Il Consiglio Supremo ha l’autorità di pubblicare leggi per decreto.

6)    Formare una commissione per le modifiche di alcuni articoli della Costituzione e per fissare le regole del referendum che dovrà approvarle.

7)    Il primo ministro Ahmed Shafiq assume la direzione del Consiglio dei Ministri fino alla formazione di un nuovo gabinetto.

8)    Garantire lo svolgimento di elezioni legislative e presidenziali.

9)    L’Egitto si impegna a mettere in applicazione i Trattati e gli accordi regionali e internazionali.

 

Dunque l’effetto finale delle manifestazioni giovanili in Egitto ha consegnato, di fatto, il potere ai militari.

 

1      I manifestanti non volevano che il figlio di Mubarak, Gamal divenisse presidente, non lo volevano neanche i militari.

2      I manifestanti volevano le dimissioni di Mubarak, le hanno avute perché i militari le hanno “consigliate” a Mubarak, non solo lo hanno anche “consigliato” di non passare i pieni poteri al vice presidente Suleiman ma di affidarli al Consiglio supremo militare.

3      I manifestanti volevano la revoca dello stato di emergenza.  I militari hanno risposto che per ora non si può.

4      I manifestanti hanno chiesto lo scioglimento del Parlamento. I militari lo hanno sciolto.

5      I manifestanti hanno chiesto un governo di unità nazionale, intanto ha pieni poteri il governo militare fino alla formazione del nuovo esecutivo.

6      I manifestanti hanno chiesto la riforma costituzionale. I militari l’hanno sospesa.

 

Rimane in vigore il coprifuoco da mezzanotte alle 6 del mattino. Naturalmente questo non è un colpo di stato ma è un invito alla democrazia.

 

Il governo militare assicura la comunità internazionale, e il vicino Israele, che l’Egitto rimane impegnato a rispettare tutti i trattati regionali e internazionali.

L’esercito ha iniziato a smontare le tende montate a piazza Tahrir.

 

La piazza ripulita con l’aiuto di volontari torna priva di grida e di sogni, perché la democrazia che vuol dire potere del popolo è solo un sogno.

 

Il popolo, anche quando si è ribellato, è tornato sotto il tallone “necessario, se no sarebbe l’anarchia”, dei governanti che continueranno la finzione della rappresentanza dei desideri popolari.

 

Cari ragazzi di piazza Tahrir, se ritenete che la democrazia sia avere il diritto di abitare in case decenti, con servizi efficienti, di nutrirsi, vestirsi, divertirsi, viaggiare, potersi permettere il meglio della tecnologia disponibile, sia per il movimento (una bella automobile), sia per comunicare (computer, telefonini, internet), allora sarete ascoltati dal padrone del mondo economico. Basterà che siate disponibili a studiare e poi a lavorare, non ha importanza se per poco, abbastanza o molto denaro. Se cercherete molto denaro allora accetterete che molti altri ne abbiano di meno e che saranno sfruttati. Dovrete accontentarvi delle possibilità che vi verranno date.

 

Solo un piccolo appunto. C’è un articolo che non si trova in vendita nei capienti scaffali del mondo economico: la libertà.

 

Ma, siccome riguarda almeno qualcuno di voi, vorrei tornare a quanto si muove intorno a questi eventi egiziani.

Lo scenario che vi circonda, sto parlando a voi webbist speranzosi di cambiare il mondo, da confuso si fa torbido, a causa di un lancio cablo attribuito a Wikileaks che vorrebbe dimostrare che dietro la rivolta ci sarebbe il dipartimento di stato USA.

A raccontarlo sarebbe il quotidiano britannico The Telegraph che rivela l’esistenza di un documento diplomatico segreto, proveniente dal sito Wikileaks, risalente al 30 dicembre 2008. Il documento proverrebbe dall’ambasciata USA al Cairo.

Il torbido deriva anche dal fatto che questa informazione stride con tutte quelle raccolte in questa ricerca documentale.

Sembra più un tentativo di recupero di immagine da parte dei servizi di intelligence, non solo USAensi, che non vogliono ammettere di essere stati presi di sorpresa. E perché questo importante e segretissimo documento, che sarebbe in possesso di Wikileaks già dal dicembre del 2008, appare solo il 29 gennaio 2011 e nel sito del britannico Telegraph? È di una illogicità totale.

Vediamo insieme che dice questo cablo segretissimo e così tempestivo:

 

1      L’ambasciatrice, Margaret Scobey, racconta di aver aiutato un “giovane dissidente” egiziano del movimento “6 aprile”, il cui nome viene omesso, a partecipare a un incontro a Washington di dissidenti (Alliance of Youth Movements Summit), promosso dal Dipartimento di Stato, con la presenza di esperti e funzionari del governo americano.

2      Al suo ritorno al Cairo, il dissidente egiziano, ha rivelato ai diplomatici USA che, con la super visione del Dipartimento di Stato USA era stata formata un’alleanza fra gruppi di opposizione con un piano per rovesciare, nel 2011 il governo del presidente Mubarak e per installare sulle rive del Nilo un governo democratico, prima delle elezioni presidenziali previste per il settembre di quest’anno.

3      Queste non identificate e diverse forze di opposizione egiziane avevano raggiunto un accordo per “appoggiare un piano non scritto per una transizione verso una democrazia parlamentare, con meno poteri al Presidente (della repubblica) e più al Primo ministro e al Parlamento, sempre prima delle elezioni presidenziali in programma nel 2011”.

4      Vi si aggiunge inoltre che il piano è così delicato da non poter essere messo per iscritto e che l’identità del dissidente va tenuta nascosta per evitare rappresaglie al suo rientro in Egitto. L’ambasciatrice Scobey, infine, si chiede se il piano, che definisce “non realistico”, possa funzionare.

 

La piena confutazione di questo cablo (che crea perplessità per le parti in grassetto) si trova nell’elencazione documentale presente in queste pagine, ma è in grado di gettare ombre serie sui ragazzi webbisti.

 

Non basta. A dimostrazione che il dipartimento di stato USAense non sa come cavarsela, il New York Times rivela l’esistenza di un rapporto consegnato al presidente Obama già dall’agosto del 2010. In questo rapporto veniva segnalato che il mondo arabo era sull’orlo di una rivoluzione e il fulcro sarebbe stato l’Egitto. In Medio oriente bisognava bilanciare la richiesta di democrazia con la stabilità. Solo che il 4 febbraio veniva reso noto che la presidente della commissione intelligence del senato USA Dianne Feinstein ha accusato l’intelligence USA di non aver previsto gli eventi in Egitto prendendo di sorpresa tutti gli organismi militari e diplomatici degli Stati Uniti. La presa di posizione è avvenuta durante una audizione per confermare la veterana della Cia de. Stephanie O’Sullivan a numero due dell’intelligence USA. La veterana della Cia si è difesa affermando. “Noi abbiamo ammonito sulla instabilità esistente. Ma non conoscevamo quale sarebbe stato il meccanismo d’innesco della crisi.” Quando la presidente della commissione ha chiesto alla O’Sullivan quando la Casa Bianca sarebbe stata informata dall’intelligence sulla reale portata della crisi egiziana, si è sentita rispondere che non poteva dare una risposta dettagliata. Al che la senatrice ha dichiarato: “Ho molti dubbi sul fatto che la comunità dell’intelligence abbia assolto i suoi obblighi in occasione di questa crisi che minaccia di creare una tempesta nel Medio Oriente.”

Non basta ancora. Sul Corriere della Sera del 17 febbraio 2011, notare le date, veniva pubblicato un articolo, “I ragazzi di Belgrado dietro la rivoluzione del Cairo”, che raccontava come i giovani del Movimento 6 aprile sarebbero andati “a lezione” dai giovani serbi, che (con il sostegno dell’intelligence USAense) avevano lavorato (non gratuitamente) per abbattere Slobo Milosevic. L’obiettivo del suo allontanamento fu raggiunto il 5 ottobre del 2005.

Sarà la storia futura a raccontare quanto sia stata “pulita” e funzionale ai popoli serbo e jugoslavo questo “lavoro”.

La Serbia? Si proprio la Serbia dove Marchionne vorrebbe portare la Fiat perché lì almeno gli operai lavorano e si accontentano di poco. Sono lontani i tempi dei diritti sindacali.

Nell’autunno del 2010, Mohammed Adei, braccio destro di Maher, così racconta l’articolo di Mara Gergolet, se ne va in Serbia per uno stage a Canves, dove si trova il centro per la lotta non violenta, costola di otpor (resistenza, in serbo), per incontrare Srdjan Popovic, che dirige il centro. La lingua connettiva è il serbo, l’egiziano o l’inglese? Un po’ di lezioni, un borsone riempito di video e ritorno in Egitto. I denari per viaggiare ci sono, evidentemente, e anche il tempo da dedicare con altri giovani allo “studio” del materiale.

Srdjan Popovic ad una domanda impertinente dell’intervistante circa i denari ricevuti dall’occidente, ecco cosa risponde.

«L’UE a gli USA ci aiutarono. Milosevic ha cercato di dipingerci come traditori al soldo dell’Ovest, ma avevamo un simbolo comunista e facce pulite, loro erano burocrati grigi: non funzionò».

Passi per i burocrati grigi, ma per quanto riguarda il simbolo comunista vorrei accennare alla circostanza che il pugno stilizzato è il logo scelto da otpor per essere riconoscibile in un paese che faceva parte del comunismo non allineato. (Qualche bandierina e qualche maglietta richiamanti il pugno stilizzato di otpor sono riconoscibili in alcune foto della piazza Tahrir, anche qualche slogan lanciato per essere ripetuto agli ignari manifestanti.) Credo che, quanto al simbolo comunista, vada ricordato che il progetto di riorganizzazione ed ampliamento della base di Vicenza è strettamente collegato al progetto denominato “Pugno di combattimento”.

Ecco come lo rappresento nel mio articolo dedicato alla base statunitense a Vicenza che tante discussioni ha creato. (Il mondo oltre Vicenza – prima parte), il secondo capoverso è posto alla valutazione di Srdjan Popovic

 

Siamo obbligati poi a notare che l’operazione riguardante l’ampliamento della base militare Ederle è strettamente coordinata alla progettata trasformazione militare della 173a brigata aerotrasportata statunitense (non Nato) nel 173° Airborne Brigade Combat Team. È a questa riorganizzazione coordinata all’uso di micidiali e sofisticate armi, molte delle quali sconosciute perfino ai livelli intermedi delle forze armate USA, che è stato dato il nome di “Pugno di Combattimento”. Solo se viene interpretato in questo modo la denominazione “Pugno di Combattimento è in grado di trasmettere quello che racchiude: la potenza di un maglio, raccolta nella mobilità di un pugno chiuso.

 

Siamo anche costretti, a questo punto a fare una annotazione particolare. Il pugno chiuso potrebbe anche essere considerato rappresentativo dell’ex Unione Sovietica comunista. Può nascere il fortissimo dubbio che il maglio pugno chiuso – in realtà non serva contro i terroristi islamici ma abbia una precisa funzione anti-russa?

 

Per quanto riguarda il coinvolgimento dei serbi nelle vicende egiziane, per ora, basta quanto riportato dalla giornalista che ha firmato l’articolo: “E poi, ci tiene a precisare, i serbi in questi eventi egiziani hanno avuto un ruolo «piccolissimo».”

Dunque, mentre prendiamo atto dei tentativi di dimostrare una inesistente preconoscenza degli eventi egiziani, diventa consequenziale considerare che nessun governo, neanche i giovani webbisti (se veramente pensavano di giocare alla rivoluzione in Serbia) potevano immaginare quello che stava avvenendo. Le comprove si trovano proprio in queste pagine. Qualcuno, invece, sapeva, anzi, stimolava gli avvenimenti avendo il pieno controllo della tecnologia informazionale presente sul pianeta. Il pieno controllo deriva dal fatto che questa tecnologia è di loro proprietà e solo prestata al pianeta, tanto e per quanto tempo serve.

 

Si è avviata, e in modo irreversibile, la procedura, temporalmente prevista, perché siano le stesse genti ignare a spingere l’acceleratore per la formazione del governo mondiale.

 

Chi ha letto il mio precedente articolo “Ma cos’è questa crisi”, soprattutto il paragrafo “Che succede lì fuori”, sa a cosa sto accennando.

Proviamo a valutare le motivazioni di questa fretta modificatrice e destabilizzatrice degli equilibri geoeconomici e quindi geopolitici.

Due informazioni, ritengo, debbano essere inserite nel contesto di quella che io ritengo una vera interferenza esterna nell’area del nord Africa. Il quadro generale è quello di una crisi economica globale gigantesca e non completamente valutata nei suoi effetti globali prossimi e nei suoi riflessi nella reazione delle popolazioni (anche del Medio oriente). Popoli e genti che vedono messe in crisi le loro certezze sul presente, il lavoro che manca, il cibo che costa sempre di più, il costo generale della vita che diventa quasi insuperabile, e sul futuro, i cambiamenti climatici che già stanno mettendo in crisi le economie dei paesi.

Per esempio, nelle concause della crisi economica egiziana va inserito l’innalzamento del mare nel Delta del Nilo. Un innalzamento che, portando acqua marina nei campi, li fa essiccare e li rende non più coltivabili. Se si considera che il 96% dell’agricoltura del paese viene da qui, che gran parte del grano egiziano viene da questa area, e se consideriamo che la popolazione è cresciuta fino a 82 milioni, non è difficile vedere l’Egitto costretto ad importare grano e cibo per la sua popolazione. Un rapporto governativo egiziano, finanziato dalla banca Mondiale, sulla città di Alessandria, che è distesa lungo la foce del Nilo, prevede che entro il 2025 le acque saliranno di 50 centimetri e inonderanno circa 200 km quadrati, lasciando 195mila persone senza lavoro e costringendo 2 milioni di persone ad abbandonare le loro terre. Ma questa sarebbe la previsione migliore. Quella peggiore prevede l’innalzamento di un metro che costringerebbe ad un esodo drammatico 6 milioni di persone.

È iniziato già l’abbandono costrittivo da parte di molti agricoltori, che insieme a molti artigiani si stanno adattando alla emigrazione stagionale verso i Paesi del Golfo, dove si trovano però a contatto con l’islam sunnita fondamentalista. Alcuni ingegneri hanno proposto di alzare la costa di due metri con una diga. È un progetto che se realizzato priverebbe l’Egitto delle entrate provenienti dal turismo verso le rinomate spiagge del Delta, oltre ad aggravare i guasti circa la riduzione delle terre fertili sul Nilo già provocata dalla costruzione della diga di Assuan.

Non è solo il mare a preoccupare gli egiziani. L’autunno del 2010 è stato caldissimo, le temperature hanno raggiunto i 40 gradi (al Cairo a giugno si sono toccati i 50 gradi). Le tempeste di sabbia stanno diventando normali, l’ultima si è verificata il 30 gennaio 2011 (una gigantesca scia di sabbia di centinaia di chilometri) e si è allargata al Mediterraneo dopo aver investito il Cairo e il delta del Nilo. Il calore ha effetti sulla produzione agricola. Le verdure stanno raggiungendo prezzi proibitivi.

I pomodori da 7,95 sono aumentati a 15 lire egiziane al chilo. Le melanzane ormai costano 12 lire, il record lo hanno raggiunto i fagioli che sono giunti a 20 lire al chilo. Valutate questi numeri con lo stipendio di poche centinaia di euro che guadagna un impiegato statale medio e avrete la preoccupante unità di misura che può far comprendere perché i poveri o manifestavano o concordavano con la richiesta di aumento degli stipendi. In Egitto si parla ormai di emergenza alimentare e le armi, i computer, i telefonini non si mangiano.

In questo micro-scenario inseriamo le due informazioni cui accennavo qualche riga sopra.

Sono due informazioni che potrebbero aver provocato l’accelerazione di un piano destabilizzante e preparatorio del governo mondiale.

Ecco la prima.

Il 29 dicembre 2010 l’ANSA lanciava una notizia che stranamente rimase poco nota. Informava che al largo della costa israeliana, incontestabilmente in acque israeliane, era stato trovato un gigantesco giacimento di gas. Gli effetti di questa scoperta potrebbero portare ad un riposizionamento della politica economica in tutta l’area mediorientale. Per esempio Israele potrebbe non avere più bisogno del gas egiziano (le ripercussioni nella sua economia interna sarebbero disastrose). Ma non è la sola valutazione che deriva da questa informazione. È molto istruttivo il riportato del lancio ANSA (XRH 29-DIC-10 19:14 NNNN) e può perfettamente essere inserito fra le motivazioni di questa fretta di sparigliare gli equilibri politici ed economici della regione medio orientale anche relativamente alla sua dipendenza con l’Europa.

Ecco cosa dice il lancio, i grassettati sono le mie sottolineature.

        Un “gigantesco” giacimento di gas naturale al largo della costa israeliana, dentro l’area in cui lo stato ebraico ha diritti esclusivi di sfruttamento, apre davanti a Israele una “nuova era”: l’autosufficienza energetica e perfino l’ingresso, tra diversi anni, nel ristretto club dei paesi esportatori di gas.

        Le dimensioni del giacimento, denominato Leviatan, e di un altro, denominato Tamar, sono a quanto pare tali che c’è già chi ipotizza il giorno, ancora lontano, in cui potrebbe essere anche il gas israeliano a soddisfare la sete di energia dell’Europa.

Intanto i due giacimenti di gas hanno suscitato le gelosie dei vicini di casa. Il Libano, primo tra tutti, che già accusa Israele di impadronirsi di gas situato in aree sulle quali Beirut ora rivendica diritti esclusivi.

        Un’affermazione che Israele respinge seccamente, affermando che i giacimenti sono incontestabilmente in acque israeliane e dichiarando che sarà pronto a difenderli con tutti i mezzi a sua disposizione.

        Proprio per evitare possibili controversie tra loro Israele e Cipro hanno firmato nelle scorse settimane un accordo che delimita i confini delle aree di diritti economici esclusivi di ciascuno stato. In considerazione dello stato di guerra esistente un accordo analogo col Libano non è per ora evidentemente possibile.

        L’intesa israelo-cipriota non è piaciuta nemmeno alla Turchia, che ha già tesi rapporti con Israele e che nega la legittimità di un accordo che, secondo Ankara, è stato negoziato senza tenere conto degli interessi della Repubblica di Cipro del Nord (riconosciuta solo dalla Turchia). Non è piaciuta nemmeno all’Egitto che, a quanto risulta, ha chiesto chiarimenti a Nicosia.

        L’annuncio dato oggi alla Borsa di Tel Aviv dal consorzio di imprese che hanno scoperto il giacimento Leviatan è stato quasi trionfale: gli ultimi test indicano che nel sito si trovano riserve di gas naturale pari a 450 miliardi di metri cubi. Il valore stimato è di 45 miliardi di dollari. È una stima non definitiva poiché in considerazione delle dimensioni di Leviatan (325 kmq), saranno necessari ancora altri due test per una valutazione ancora più precisa.

        In ogni caso, hanno detto esperti del settore, è chiaro che si tratta di un giacimento “gigantesco” – sicuramente il più grande scoperto nell’ultimo decennio – il cui sfruttamento, grazie alle royalties che lo stato incasserà, avrà profondi effetti sull’economia israeliana e probabilmente anche riflessi politici.

        Già si parla, per esempio, di un gasdotto che congiungerà la Grecia a Israele e che potrebbe essere prolungato a Eilat, sul Mar Rosso. Da qui il gas potrà raggiungere i mercati asiatici. È uno scenario che imporrà enormi investimenti ma i capitali e la volontà a quanto pare non mancheranno.

        C’è inoltre la reale possibilità, a giudizio degli esperti, che sotto i giacimenti di gas possano celarsi pure importanti riserve di petrolio. (ANSA)

 

Ora la seconda, che va inserita nei rapporti fra l’Iran, l’Egitto e il resto dei paesi arabi. Nel gennaio del 2009 i servizi segreti egiziani sventarono un complotto iraniano contro Mubarak, la notizia fu pubblicata dal quotidiano israeliano Yediot Aprono, nell’aprile 2009. Le guardie rivoluzionarie iraniane, il 9 gennaio, avevano promesso un milione di dollari a chi fosse riuscito ad attentare alla vira di Mubarak perché ritenuto complice di Israele. Si era allora costituto un gruppo di molte decine di giovani, che si addestravano in appositi centri che si erano offerti di entrare in Egitto per portare a compimento l’attentato progettato; i giovani avevano giurato sulla tomba dell’ayatollah Khomeini, nella città santa di Qom. La missione dei giovani però non giunse a compimento perché il servizio segreto egiziano rese discretamente noto all’Iran che aveva scoperto il complotto e aveva provveduto a sbarrare l’ingresso ai volontari. Il problema, per i governi dei paesi arabi era il progetto nucleare iraniano. Il presidente egiziano Mubarak iniziava ad ipotizzare che l’Egitto sarebbe stato costretto a dare il via al programma di armamenti nucleari se l’Iran avesse portato a termine il progetto di armamento atomico. Questi progetti intenzionali erano stati esposti da Mubarak ad alcuni esponenti politici USA durante il World Economic Forum di Sharm El Sheik che si era tenuto nel mese di maggio del 2008.

L’Egitto intendeva contrastare le operazioni dell’intelligence iraniane in territorio egiziano. E aveva fatto sapere agli USA che, se l’Iran avesse persistito con le operazioni di interferenza negli affari interni egiziani, l’Egitto lo avrebbe interferito in Iran. Infatti Soleiman rende noto che i servizi segreti egiziani avevano già cominciato a reclutare agenti in Iraq e Siria. (Queste note provengo da un lancio ANSA del 2 dicembre 2010 che richiama un analogo cablo Wikileaks.)

 

Chi ha fretta di giungere al governo mondiale del pianeta sta utilizzando i mezzi che gli sono propri e, mi pare che stia emergendo in tutta la sua drammaticità, che i servizi segreti, di qualunque governo del pianeta, non hanno neanche idea dei mezzi di cui dispone.

 

 

Alberto Roccatano

 

23 febbraio 2011