Estratto #2

Tratto dal primo capitolo: "Rimini-Tripoli"

Mi incuriosì la nazionalità dell’uomo che divideva il taxi con me: un “canadese”. Sapevo che in Libia operavano tecnici americani del settore petrolifero e, non essendoci alcuna ambasciata USA in suolo libico (quella del Belgio ne curava gli interessi solo per i casi di emergenza), questi giravano con passaporto canadese. Lo squadrai a fondo ma non ci trovai nulla di eccezionalmente strano, anche per i miei canoni tutt’altro che normali. Una volta partiti iniziai a riflettere, pensavo che dopo l’incontro con il maresciallo Paolini qualcosa di strano stava iniziando ad aleggiarmi intorno,e ciò non mi piaceva affatto. Fino ad allora avevo vissuto come in un gioco, la mia vita stessa era un gioco, ero sempre allegro e di buon umore e credevo di essere al di sopra di tutto e di tutti, come mi fosse garantito una sorta di “appoggio divino”. Mi venne allora in mente l’episodio della mia vita che fino ad allora aveva forse più fomentato il mio sentimento verso qualcosa di superiore. Ad appena diciotto anni infatti, prendendo il brevetto di volo basico, stavo percorrendo la tratta Locarno-Sion, Sion-Lugano, Lugano-Locarno, quando la torre di controllo mi chiamò e mi disse:
«Ascolta HB-CNX,» (era la sigla del mio Cessna 152, “hotel-bravo-charlie-november-xray”) «stanno decollando dei Mirage militari in addestramento, sanno che sei un aereo scuola e verranno a farti paura, rilassati che non ti accadrà nulla».
Sino ad allora avevo visto i caccia militari solo da terra, ma vederli in volo da un aereo molto lento fu un’esperienza pazzesca, mi sfrecciavano ai lati e fui preso dalla paura, credevo che non mi avessero visto. Iniziai così a muovere le ali e ad accendere e spegnere il faro d’atterraggio. Non sapevo più cosa fare per farmi vedere. Andarono via ma con mia grande sorpresa, quando rimisi gli occhi sulla rotta, mi resi conto di aver perso i punti di riferimento, e iniziai così a girovagare sopra le valli svizzere, completamente alla cieca. Credendo di aver riconosciuto alcune località, mi indirizzai verso di queste convinto di potremi raccappezzare sul da farsi, ma la dura verità era che mi ero completamente perso. Fu allora che mi prese il panico e decisi di tentare un atterraggio d’emergenza. Morale della favola: non mi feci nemmeno un graffio. Il mio istruttore non credeva ai suoi occhi poiché il 99 % di chi fa questi incidenti, ci rimette la vita...

Il taxi procedeva e io continuavo a pensare a tutto quello che mi era capitato di strano di recente, al maresciallo Paolini e al motivo del suo interesse nei miei riguardi. Non avevo nessuna intenzione di parlarne ai miei amici libici, specialmente agli ufficiali dell’esercito... A Tripoli conoscevo tutti. Quando andavo al Suq, nel mercato vecchio, quasi ad ogni bancarella mi invitavano per il tè. Tripoli era tutta addobbata di bandiere verdi come ogni fine agosto, giacché si preparava alla festa del primo settembre, il giorno in cui Gheddafi, nel 1969, aveva preso il potere. Il colonnello Mohammed Mansour, una mia conoscenza, era solito invitarmi a casa sua per cena. Ci teneva molto, mi stimava e io l’ho sempre considerato un uomo eccezionale. Aveva quattro figli e tre figlie, una villa a ridosso di Tripoli con svariati terreni e persino un campo da golf, ottenuto dopo aver bonificato una parte di terreno sabbioso. Il Colonnello, tempo prima, mi aveva preso da parte durante una delle nostre serate, e mi aveva detto:
«È tempo che parliamo seriamente, Benjamin».
Benjamin era il mio soprannome da pilota e così tutti iniziarono a chiamarmi e a conoscermi così. Finimmo un ottimo couscous e il Colonnello disse ai figli di congedarsi e lasciarci soli. Mansour si fece serio e mi disse:
«Ascolta Luigi,» era la prima volta che mi chiamava con il mio nome di battesimo «tu sei l’unica persona alla quale posso confidarlo, perché sarai tu a esser scelto per dover portare avanti il contatto».
Non capivo e gli dissi:
«La ascolto Colonnello Mansour ma sinceramente non comprendo, di cosa si tratta?».
«Ascolta Luigi, tutto ciò che noi sappiamo è errato, la vera storia dell’umanità trova i suoi primi riferimenti nella mitologia degli antichi Sumeri ed Egizi, ma non mi riferisco a ciò che vi si legge o vi si scopre, sebbene molta di quella “divina” conoscenza sia tenuta nascosta. Mi riferisco a ciò che io ho visto con questi occhi e alle persone con le quali ho parlato vis-à-vis. Vedi, Benjamin, c’è una base sotto le Montagne Verdi, una base segretissima, alcuni pensano che sia stata fatta costruire dal nostro Governo, ma non è così. C’è sempre stata. L’abbiamo solo scoperta, ma ciò che è impressionante è che esiste un condotto che rimane volutamente chiuso, ma io so dove conduce».
Il discorso si faceva sempre più interessante, ma non capivo ancora cosa, in quella circostanza, Mansour cercasse di comunicarmi e perché lo volesse rivelare proprio a me...

 

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