Estratto #1

Tratto dal quarto capitolo: "Ombre nel deserto"

Quel giorno tornai a casa e nuovamente mi misi a studiare i luoghi dove avrei dovuto passare il mio futuro anno, anche se per sole due settimane al mese. Uno era a Ghat e non c’era nulla da studiare: era in mezzo al deserto e quindi potevo stare solo dentro la base, attrezzata con aria condizionata. Ma quello che volevo sapere sui luoghi in cui stavo per avventurarmi era qualcosa di diverso. La cosa che iniziò a interessarmi fu l’altra base dove avrei dovuto trascorrere gli ultimi sei mesi, sempre con intervalli di due settimane operative e due libere per tornare a Tripoli, in Italia o dove mi sarebbe stato gradito andare. Iniziai ad informarmi finché non trovai le seguenti informazioni sul luogo dove avrei dovuto recarmi:


Tibesti è la catena montuosa più elevata del deserto del Sahara. Di origine vulcanica, il massiccio montuoso è ubicato nel Sahara centrale e più precisamente nella regione di Borkou-Ennedi-Tibesti nella parte nord-occidentale del Ciad dove occupa una vasta area di forma grossomodo triangolare. Le pendici settentrionali del massiccio si estendono fino al territorio della Libia. Il massiccio è caratterizzato da elevate pareti di roccia vulcanica scura modellata dall’erosione. La vetta principale culmina con i 3415 metri del monte Emi Koussi, altre vette sono il Kegueur Terbi (3376 m), Tarso Taro (3325 m), il vulcano attivo Pic Tousside (3265 m), il Soborom (3100 m) e il Bikku Bitti (2260m), che si trova in territorio libico. Nel massiccio si ha un clima sensibilmente più umido di quello dell’area desertica circostante, le precipitazioni annue sulle aree più elevate sono stimate intorno ai 12 cm e l’escursione termica nell’arco della giornata è molto ampia. L’area fu abitata dalle popolazioni Tebu che intrattenevano relazioni commerciali con Cartagine fin nel lontano 500 a.C. Le montagne sono note per le loro pitture rupestri risalenti a epoche comprese fra il 5000 a.C. e il 3000 a.C. Nel massiccio si trovano diversi geyser e sorgenti di acqua calda, vi si trova inoltre un cratere vulcanico largo oltre 3 miglia ricoperto di sale bianchissimo. Il principale centro abitato è Bardaï, centri minori sono Zouar e Aouzou.

Più lo leggevo e più era come se il mo cervello andasse per i fatti suoi senza la mia volontà. Io stavo solo a guardare, e lo seguivo. Aouzou stava nella striscia per cui Gheddafi pochi anni prima aveva scatenato una guerra pazzesca contro il Ciad, sostenendo i ribelli e annettendo al suo territorio praticamente tutta la zona. La cosa incredibile era che quella regione è ricchissima di uranio, ma quello che mi colpiva di più era il fatto che, come avevo appena letto, in quella zona c’erano tracce di passaggi umani risalenti ad almeno 7000 anni fa. Cercavo di lottare con me stesso, mi ripetevo che non mi interessava per nulla, che io dovevo fare il mio lavoro e non vedevo perché tutto ciò mi stesse insidiando la mente: cosa diavolo mi stava accadendo? Perché mi spingevo ad interessarmi a queste tematiche? Mi balzarono in testa idee di ogni genere, ma ciò che più mi preoccupava era la pubblicità della birra con il pinguino. Pensai che non potevo sottrarmi, dovevo seguire quello che il destino aveva in serbo per me. Ebbi a quel punto la certezza che non stavo andando lì solo ad addestrare piloti per soldi e passione e anche, perché no, per potere, ma che qualcosa mi stava chiamando e mi stava portando lì per altre ragioni, molto più importanti. Beh’, per oggi è abbastanza dissi tra me e me, cercherò di non pensarci più sino a lunedì, quando incontrerò il colonnello Mansour, e gli porrò qualche domanda a riguardo di questa faccenda, senza ovviamente andare nello specifico ma cercando di capire dalle sue risposte qualcosa in più. Non mi interessavano informazioni sul lavoro offertomi, ma sulla zona e soprattutto sul perché una base aerea fosse posta lì, e come mai il corso di base anzi, nel mio caso quello pre-basico, ai giovani piloti non si sarebbe potuto fare nelle vicinanze di Tripoli invece che in in basi molto più lontane e segrete. Me ne andai al mare e cercai di non pensarci sino a domenica sera, quando mi sarei preparato qualche domanda da porre al mitico Colonnello Mansour.
Il venerdì, giorno di festa nei Paesi musulmani, come sempre andai alla spiaggia. Era una giornata a dir poco stupenda e caldissima. Raggiunsi la spiaggia privata del complesso residenziale in cui alloggiavo.
Era bellissimo: c’erano gli Ambasciatori con le loro famiglie, c’erano vari clubs, campi da tennis, palestre e all’ingresso parecchi militari. Nessuno poteva entrarvi se non invitato o in compagnia di un residente.
Appena arrivato in spiaggia incontrai Adnan, un mio amico di vecchia data che però non vedevo da qualche mese. Fu una gioia per me, perché faceva parte del gruppo di amici d’infanzia con i quali sono cresciuto, nonostante, come proprio nel suo caso, alcuni di loro li avessi persi di vista da tempo. Tripoli, alla fine, allora era piccola e i luoghi d’incontro, specie per gente che viveva più “all’occidentale”, erano pochi, quindi prima o poi ci si incontrava e si faceva affidamento proprio su questo per mantenere i contatti. Adnan era il figlio del più quotato archeologo della Libia che insegnava all’Università di Tripoli e aveva deciso di seguire le orme del padre. Lo accompagnava sin da piccolo nelle sue esplorazioni e per la sua età era molto preparato, soprattutto per ciò che riguardava il passato del popolo e del territorio libico, deserto sahariano compreso.
Prendemmo un drink sulla terrazza del casotto sulla spiaggia entrambi contenti di esserci rivisti. Discutemmo di più cose ma, ad un certo punto, mi saltò in mente così, come un lampo, la forma della struttura che avevo visto nel deserto, come la cuspide di una piramide. Non ci avevo pensato subito ma Adnan era la persona più adatta per aiutarmi a capirne di più. Gli spiegai la cosa e rimasi sorpreso quando mi disse candidamente: «Forse mio padre ne sa di più, anzi sicuramente. Quanto a me, non credo ci sia nulla da quelle parti».
Al che io gli dissi:
«Adnan, quello che mi interessa sapere è se è possibile che io abbia preso un abbaglio, che si possa trattare del gioco del vento sulle dune,oppure no».
«Non credo sia il tuo caso Luigi» mi rispose.
«Allora, Adnan, devi farmi un favore. Chiedi a tuo padre se gli risulta che da quelle parti ci sia qualcosa» gli diedi le coordinate precise, dato che le avevo memorizzate perfettamente.
«Se non mi chiami vuol dire che è solo un mio errore di valutazione; in caso contrario mi raccomando chiama, perché considero la cosa molto importante».
Adnan mi disse che mi avrebbe chiamato comunque. Ci salutammo ripromettendoci di non perderci più di vista per mesi come accaduto negli ultimi tempi, e anzi Adnan aggiunse:
«Facciamo una cosa, vieni a cena da noi così parliamo direttamente con mio padre».
«Ottimo Adnan,» risposi «vengo molto volentieri!».
Mi disse ancora:
«Facciamo dopodomani, perché tra due giorni è certo che mio padre sarà a casa».
«Ok, chiamami domani sera per conferma» gli dissi.
Il traffico di quel lunedì mattina era particolarmente intenso, la mia Land Rover, sprovvista di aria condizionata con i vetri aperti risultava ancora vivibile, ma quando il traffico era fermo c’era da impazzire dal caldo.
Per questo portavo sempre con me delle camicie o delle t-shirt di ricambio. Arrivai davanti alla grande base dell’Aeronautica Militare dove il colonnello Mansour mi attendeva nel suo ufficio. Mi cambiai la camicia, mi diedi una sistemata e mi incamminai verso il mio destino, perché capivo perfettamente che stavo andando dritto verso ciò che il fato mi aveva riservato. Quello era il primo dei passi che mi avrebbero catapultato verso scenari per i quali stavo preparandomi dalla nascita, seppur inconsciamente...
 

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