Libia: ora tuoni e fulmini, poi sarà tempesta

di Alberto Roccatano

Esca esterna, per grassi e ingordi topi e rintronati (nostrani) topini, ben illuminata al centro della vasta gabbia-trappola mortale dell'Africa del Nord: la Libia.

Era da poco stato pubblicato dal sito di Nexus, l’articolo sull’Egitto (Ma che fretta d’Egitto).
Incontrai, casualmente, degli amici studenti che lo avevano letto. Ci scambiammo delle valutazioni e ci ritrovammo a parlare della Libia: “Le informazioni che pubblicano sono tante ma insufficienti.”, “Non si riesce a comprendere il senso di quanto sta accadendo.”, “Quello che hai scritto sull’Egitto fa pensare che ci sia altro.”, “Ma perché non fai un articolo sulla Libia?”.
Ho pensato a quella chiacchierata. Ho cominciato a raccogliere materiale sulla Libia; l’ho raccolto in una rete organica; ma non bastava; informazioni contraddittorie, insufficienti, assenti. Reazione: enciclopedie, emeroteche, biblioteche. Sto lavorando su un articolo micro-saggio, non su un libro, mi dicevo di fronte a quella mole di dati che avevo raccolto. Bisognava cercare di analizzare meglio tutto quel materiale; trovare i punti chiave di raccordo che certamente dovevano esserci; sintetizzare in modo organico le oltre duemila pagine di dati; non perdere di vista lo scopo di questo (improbo) lavoro: rendere disponibili queste informazioni a coloro che sulla Libia vorrebbero sapere di più (compresi gli amici studenti). Ecco, questo articolo-saggio è il mio piccolo contributo, senza pretese esaustive, per chi vuole sapere di più sulla vicenda libica (che si prospetta foriera di guai). Al di là di quanto può apparire dalla divisione titolistica dei paragrafi, la questione Libia è un unicum stellare nel quale converge ognuno dei paragrafi che a loro volta sono singolarmente in collegamento diretto con tutti (e ognuno de)gli altri. È stata una grande fatica che metto a disposizione di chi davvero vuole fare (a sua volta) la fatica di leggere. Nello sfondo di questo unicum stellare (relativo alla questione libica), si intravvede sia lo sforzo di comprendere cosa stia davvero avvenendo in quella (resa) disperata terra libica, sia cosa sta accadendo ad ognuno di noi, mentre è chiamato a relazionarsi con gli altri, a non chiudere le porte della comprensione, per paura. (Non si indicano nemici in questo micro-saggio; si fa solo riferimento alla sconosciuta stupidità umana) I tempi che vengono non sono fatti per i paurosi. Il coraggio di vedere come stanno davvero le cose, cammina col coraggio di dare fiducia alle relazioni, che è anche il coraggio di mettere su famiglia, anche stanti gli eventi che ci si parano di fronte. La vita protegge sempre chi si fida di lei.

Questi sono i paragrafi dell’unicum stellare:

 

Prima qualche cenno di storia antica

… poi qualche cenno di storia moderna

Quanto serve sapere sulla geografia e l’economia

Petrolio e gas

L’acqua

Le radici antiche delle tribù

La Libia del dopoguerra

L’errore di re Idris I

Nasce la nuova Libia

Una rivoluzione tribale

La Libia degli anni ’80 fino al primo decennio del 2000

Il lungo potere di Gheddafi e le tribù

Coincidenze mediterranee

La guerra civile indotta

E Bengasi andò alla guerra

“Arrivano i nostri, dicono loro”

Risoluzione ONU n. 1973/2011 – presentazione essenziale

L’alba di una interminabile Odissea

Il giogo tribale

La tempesta perfetta

 

… Se non vi siete intimoriti a leggere i titoli di questi (e)venti paragrafi, allora coraggio, ci vediamo all’ultima frase.

 

Prima qualche cenno di storia antica

Il nome Libia deriva dalla ellenizzazione (Libun) del nome di una antichissima tribù indigena (berbera) Libf, poi arabizzato in Libiyd. L’estensione della Libia è di 1.759.540 km2 (potrebbe contenere i confinanti Egitto e Tunisia); nel gennaio 2011 gli abitanti della Libia risultavano 6.597.960 (nel 1969 erano 1.866.000); ha una densità abitativa di quasi 4 abitanti per km2, una densità sconosciuta alla sovrappopolata Italia (sei volte più piccola) con i suoi quasi 200 abitanti per km2. Ma è una densità che si ingigantisce se si considera che il 70% della popolazione dimora lungo la più vivibile fascia costiera. Inoltre la differenza (in aumento) fra la popolazione del 1969 e quella di oggi, ci dice che la popolazione libica è in gran parte una popolazione di giovani. Da qui la facile presa dei miti tecnologici occidentali sulla sua popolazione.

La valle padana, prima che vi giungessero i romani era abitata dai Libici (dal latino Libici, e dal greco Libucoi); sarebbe utile ricordarlo ai padani di oggi, perché registrino (magari aiutati dalla storia antica di Vercelli) quanto è varia e instabile la storia dei popoli. E non deve sembrare strano se si rammenta che gli attuali (pochi) Berberi libici (rimasti) sono in gran parte alti, con occhi azzurri e anche biondi (come i loro antenati).

Nel 10° secolo e nel 7° secolo a.C. in Tripolitania, regione della Libia, i Fenici fondarono gli empori di Leptis Magna (fra le attuali Tripoli e Misurata, dove nel 193 d.C. nacque l’imperatore Settimio Severo) e di Sabratha (30 km a ovest di Tripoli). Queste due grandi città, dopo il dominio cartaginese, divennero, come tutta la Libia, una provincia romana; dopo essere state grandi centri commerciali dell’impero romano (destino tragico delle genti), furono abbandonate e, nel tempo, ricoperte dalle sabbie del deserto. I due siti archeologici furono scoperti, nel 1920, da archeologi italiani. Fu proprio nella prima metà del 1900 (il 1º gennaio 1934) che quelle terre ripresero ufficialmente l’antico nome “Libia”, riproposto, nel 1903, dal geografo italiano Federico Minutilli che rivitalizzava l’antica denominazione dei greci. Comunque gli scavi non hanno completamente riportato alla luce questi importanti siti archeologici, ancora in gran parte sepolti sotto la sabbia, della antica regio Tripolitana, ai tempi dell’imperatore Diocleziano una provincia autonoma.

Una terra che nasconde i resti di altre antiche città. Alla fine del 2009, sulla parte occidentale del protetto Golfo di Bomba nella Marmarica della Cirenaica, ad opera di archeologi italiani vennero scoperti, sotto le acque del mare, i resti di una grande città romana del 2° secolo d.C. dove si lavorava la porpora. Una città che porta i segni di un evento distruttivo, seguito ad un grande terremoto.

Dalla antica Cirene (oggi Shahhat) prende invece il nome l’altopiano della Cirenaica divisa tra le province di Bengasi, Derna, Ge-bel Achdar.

Cirene (gr. Kurhnh, lat. Cyrene), (vedi Pindaro e Callimaco) era una ninfa, figlia del re dei Lapiti, Ipseo, di cui si era invaghito Apollo. Nelle Georgiche virgiliane si racconta di Cirene che insegna al figlio Aristeo a sacrificare alle ninfe, per far tornare le api negli alveari abbandonati.

È da Cirene che viene il cireneo evangelico, che abita a Gerusalemme, costretto dai soldati romani a portare la croce del Cristo. Da questo episodio il termine cireneo ha assunto il significato di colui che si addossa il peso di un altro. Secondo Basilide lo gnostico il Cristo non morì in croce, fu il cireneo ad essere crocefisso al suo posto. Anche il Corano (IV, 157) afferma, riferendosi a Gesù il Messia, che per certo non lo hanno ucciso.

Queste informazioni, unite alle precedenti sulla antica presenza di città romane, hanno il compito di sottolineare quanto la Libia abbia elementi che la collegano con l’antica storia del nostro paese e con le origini del cristianesimo. In queste terre la religione islamica venne portata dalle invasioni arabe provenienti dal vicino Egitto nel 642-643 d.C.

poi qualche cenno di storia moderna

I berberi, una popolazione che si dedica alla pastorizia e all’agricoltura (sono rari i berberi nomadi), sono originari del nord Africa; molti di loro dalle fattezze nordiche (pelle chiara, occhi azzurri e qualche volta capelli biondi o rossi atlantideo), dopo aver subito l’invasione araba (nel 642) in gran parte si convertirono all’Islam. Anche se Sant’Agostino di Ippona, un padre della Chiesa cattolica, era berbero. Con l’invasione dell’11° secolo, la presenza demografica araba cambiò le fondamenta sociali della popolazione. Solo in ristrette aree montuose si ritrovano micro-popolazioni che rivendicano l’antica identità berbera. Tuttavia erano arabo-berbere le dinastie che dominarono la Tripolitania fino alla conquista, nel 1551, degli eserciti ottomani. Da quella data, quella che oggi chiamiamo Libia, finì sotto il dominio turco che durò, di fatto, fino al 1911. Il dominio ottomano si stabilì, soprattutto, lungo le aree costiere della Cirenaica e della Tripolitania; mentre il vasto interno desertico rimaneva abbandonato e lasciato alle tribù nomadi che vivevano intorno alle oasi del deserto.

Quando l’Italia, nel 1911, aprì il confronto militare con la Turchia, per dare avvio alla conquista delle terre libiche, si trovò per lungo tempo a fronteggiare la resistenza della confraternita religiosa islamica della Senussia, che aveva il suo caposaldo all’interno della Cirenaica. A fomentare i Senussi era l’Inghilterra, come il futuro si occuperà di dimostrare, perché fu proprio il paese di Albione a indicare il primo Re del neonato regno Libico, appunto nel senussita re Idris I.

La resistenza della confraternita senussita si protrasse, con alterne vicende, anche dopo la conclusione della guerra con la Turchia, nell’ottobre 1912; pochi sarebbero in grado di reggere il racconto di alcuni episodi atroci che caratterizzarono questa guerra.

Una terra priva di materie prime, di fonti di energia termica e idraulica, una popolazione a cui erano sconosciuti i lavori agricoli: questa era la terra “conquistata” dall’Italia che cercava il titolo imperiale. E, per essere all’altezza del titolo cercato, fu varato un programma trentennale di valorizzazione e colonizzazione contadina diffusa nelle aree rese agricole (attraverso la costruzione di villaggi rurali affidati a coloni provenienti dall’Italia); di riorganizzazione amministrativa (prefetture, comuni, poste, telegrafia, trasporti); di assistenza sanitaria; di controllo e distribuzione di acque potabili (portare l’acqua a Tripoli, per esempio); di costruzione di una rete stradale, adeguata allo sviluppo indotto nel territorio, che tenesse conto dei porti e delle antiche carovaniere, valorizzandoli. Un programma che fu attuato, quindi furono trovati gli ingenti capitali necessari, ma furono sottratti alle necessità delle aree italiane più povere, soprattutto nel meridione.

L’intenzione era evidente, non si voleva dominare politicamente e al minor costo possibile un territorio considerato colonia; lo si voleva preparare a divenire, a tutti gli effetti, terra metropolitana italica (come un tempo era stata provincia romana); tanto è vero che, con un apposito regio decreto del 3 febbraio 1939, quattro delle province libiche (è escluso il Fezzan, il retroterra desertico tripolitano) entrano a far parte del territorio metropolitano del Regno d’Italia.

Ai nativi musulmani, a precise condizioni (se avessero accettato la leva militare, per esempio) e su loro richiesta, era data la possibilità di ottenere una cittadinanza italiana speciale che non li avrebbe obbligati a rinunciare al loro status personale e successorio.

Chiaro che non era tutto oro quello che veniva mostrato luccicante (la sudditanza, reale e psicologica, faceva i suoi bravi danni e il razzismo e gli atti criminali – il gas contro i ribelli degli italiani in Etiopia – minava la credibilità del programma-Libia che, invece, si sarebbe dimostrato di tutto rispetto). Infatti gli italiani, anche se volevano mostrarsi generosi, in Libia erano sempre una forza occupante e quindi, aiutati dai turchi e dai tedeschi, non era strano che gli arabo-berberi cercassero armi; per quasi trent’anni le rivolte continuavano a scoppiare come fuochi mai sopiti.

Comunque, dopo essere stata duramente coinvolta, sconvolta e distrutta nella seconda guerra mondiale, a seguito della sconfitta dell’Italia, la terra libica venne occupata dagli eserciti francese e inglese.

Quindi, sotto l’egida dell’ONU, il 7 ottobre 1951 l’assemblea nazionale delle tribù libiche approvava la costituzione federale libica. Il 24 dicembre 1951, col trasferimento dei poteri dalla Francia e dall’Inghilterra, nasceva il Regno Unito di Libia, uno stato federale parlamentare retto da una monarchia ereditaria. Fu proclamato re Mualimmad Idris (ibn) el Mahdi es-Senùsi.

Ai coloni italiani rimasti in Tripolitania vennero garantite le loro proprietà; mentre ai circa 5000 coloni, costretti ad abbandonare la Cirenaica per gli eventi bellici, non venne permesso il ritorno.

Gli Stati Uniti si impegnarono a sostenere il nuovo stato con il versamento annuo di 1 milione di dollari, poi implementato, per venti anni; in cambio ottennero di poter installare vicino a Tripoli una loro grande base aerea (Wheelus Field). Anche gli Inglesi ottennero di poter mantenere, nel territorio libico, sia una base navale nel porto di Tobruk, sia la presenza di truppe corazzate per un pronto intervento nel vicino oriente. Le truppe Francesi lasciarono il Fezzan e il profondo sud della Cirenaica, confinante col Ciad che già occupavano, solo dopo un accordo firmato il 10 agosto 1955.

Dobbiamo considerare “normale” o “strana” questa disponibilità verso l’orbita angloamericana dell’Emiro Mualimmad Idris, divenuto re, tenuto conto che alcuni osservatori lo consideravano “di orientamenti conservatori e prosecutore della concezione clericale oscurantista islamica della senussia”?

 

Quanto serve sapere sulla geografia e l’economia

Il territorio ha segni antichi di attività vulcanica e di periodi di sommersioni marine che ci ricordano che la Libia di ieri ha dovuto convivere con la possibilità che si scatenassero terremoti disastrosi.

Intorno alla Libia, affacciata sul mare libico, in parte a strapiombo (con l’altopiano cirenaico), corrono i confini di sei paesi: Tunisia, Algeria (a Ovest), Niger, Ciad (a Sud), Sudan (a Sud-Est), Egitto (Est). Le linee di confine, che si allungano in pieno deserto, hanno la caratteristica di non essere ben marcate e gli sconfinamenti diventano peccati veniali.

Fra queste troviamo le minoranze Berbere e Tuareg, sempre insofferenti, anche quando si mostrano leali, delle altre tribù arabe. I Berberi e i Tuareg si muovono liberamente nel sud libico, appunto senza tenere conto dei confini con l’Algeria, il Niger, il Ciad. Sono tribù nomadi con le quali i servizi segreti francesi hanno instaurato legami già dai primi del 1900. I Berberi non amano molto Gheddafi, che pure ha sangue berbero, perché lo accusano di avvantaggiare la cultura araba cercando di reprimere le radici e la cultura berbere.

Estesa per 450 km e profonda 235 km, fra gli altopiani della Tripolitania e della Cirenaica, la profonda insenatura della Grande Sirte ai cui estremi sono le città di Misurata (Tripolitania) e Bengasi (Cirenaica).

La nord-occidentale Tripolitania si affaccia sul mare, con la sua pianura costiera e il suo altopiano, si interfaccia con la Tunisia, quindi discendente verso meridione, si immerge nell’immenso deserto del Fezzan.

Anche il ripidissimo altopiano della Cirenaica affacciato sul mare, mentre mostra qua e là terrazzamenti e gradini, discende verso meridione, incontrando depressioni di origine carsica, dove si disperdono i piccoli corsi d’acqua provenienti dalle alture.

Il monte più alto, al confine con il Sudan e l’Egitto, è il Jabal al Uwayn?t che raggiunge i 1934 m.

Elevato, sulla costa tripolitana, il lungo rilievo del Jabal Naf?sah arricchisce di acque la popolosa sottostante pianura, la Jif?rah, rendendola una unica e grande oasi; è questa l’unica area della Libia veramente ricca di acque (di superficie, perché sotto la Libia c’è un mare d’acqua dolce). Meno dolce la discesa del rilievo del Jabal al Akhdar che si allunga in promontori rocciosi sulla costa Cirenaica dove il clima è più favorevole. Si comprende perché la gran parte di terra coltivabile e di pascoli si trovino nella regione di Tripoli e in quella di Bengasi. Soprattutto in Cirenaica si è sviluppato l’allevamento di ovini e caprini da parte di popolazioni tradizionalmente nomadi. Importanti anche gli allevamenti di bovini e di cammelli.

Nello sfondo marino della Cirenaica Marmarica (Tobruk) si allunga l’isola greca di Creta; mentre nello sfondo della Tripolitania, di fronte a Tripoli, l’isola di Malta si arrocca e l’isola di Lampedusa si offre, insperata propaggine italiana, ai disperati della madre Africa.

Di fronte alle coste si pesca il tonno rosso, che è una specie protetta, e le sardine, oltre alle spugne, che, in gran parte, si pescano di fronte alle coste sirtiche e cirenaiche da aprile a settembre.

Prima di accennare all’uso agricolo del suolo superficiale, apriamo una parentesi per quanto riguarda le ricchezze del sottosuolo.

Praticamente, siamo stati ufficialmente informati, fino ai primi anni ’50, che il sottosuolo libico è abbondante solo di sale (9000 t nel 1969), mentre alcuni giacimenti di fosfati erano risultati economicamente inutilizzabili.

E se, invece, il petrolio già fosse stato identificato nel sottosuolo libico e proprio negli anni ’30?

Il geologo Ardito Desio (è morto a 104 anni nel 2001 e merita una visitina: www.arditodesio.it), nel 1926, mentre faceva rilevamenti sul territorio libico, necessari per la pubblicazione di una carta geologica della Libia, scoprì l’esistenza di grandi bacini di acqua dolce. Nei pressi dell’Oasi di Marada, vicino Zeltan in Cirenaica, nel 1932, Ardito Desio trovò sia un giacimento di sali di potassio che petrolio a 2mila metri di profondità. Da allora fu un collaboratore fisso dell’Agip che avviò, già da quegli anni, un intenso programma di ricerche petrolifere.

[E l’uranio nella così chiamata Striscia di Aozou nel deserto libico di fronte al Ciad va calcolato?

È necessario ricordare agli smemorati che proprio questa striscia di terra, nel trattato del 1935 “Trattato Mussolini Laval”, veniva ceduto dalla Francia all’Italia?

E, perché, dopo la seconda guerra, cacciata l’Italia dalla Libia, nel quadro di un più ampio accordo, nel 1955, che prevedeva il richiamo delle truppe francesi ancora presenti in territorio libico, la Francia chiese ed ottenne di tornare in possesso di questa, evidentemente agognata, striscia di terra dal neo re Idris I?

E come dobbiamo considerare la guerra tra la Libia e il Ciad, sempre motivata dal possesso di Aozou, che si concluse con l’occupazione manu militari (con le armi) di quel conteso territorio da parte della Libia rivoluzionaria nel 1976?

E va configurata solo come una tardiva contesa territoriale, sostenuta dalla Francia (dal 1976 erano passati dodici anni), la reazione militare del Ciad, nel 1987, che costrinse i libici (sostenuti dai sovietici e dai cubani) a ritirarsi da Aozou; tenendo aperto un confronto militare “strisciante” con la Libia che ebbe fine solo quando, nel 1991, la corte internazionale di giustizia riconosceva al Ciad il possesso di quel conteso territorio?

E la Francia, che da tempo si occupa dell’uranio ciadiano della striscia di Aozou, nelle montagne del Tibesti, forse ha scoperto che le vere gigantesche miniere si trovano nel dirimpettaio Tibesti e deserto libico?

È inseribile questa serie di informazioni fra i veri, non conclamati, motivi dello scatenamento di una guerra civile per procura che tradisce una grande, altrimenti inspiegabile, fretta?]

Sperando che questa “improvvisa parentesi”, che va proprio memorizzata, si mostri utile per capire meglio certi passaggi dei paragrafi che seguiranno, torniamo agli aspetti agricoli di questa terra di Libia che geograficamente, comunque, permette una modesta economia agricola in grado di esportare olive, arachidi, agrumi, arance, mandarini, limoni.

Un paese povero dipendente dall’estero per quanto riguarda l’alimentazione della sua gente non può rinunciare agli introiti assicurati da potenze straniere che, in cambio, chiedono e ottengono di poter mantenere basi militari ed eserciti nel suo territorio. Questa sarebbe stata la sorte della Libia se, alla fine degli anni ’50 del 1900, non si fosse dimostrato raggiungibile il petrolio nelle vaste terre libiche. Da quel momento, appena dieci anni dopo, il prodotto nazionale lordo della Libia balzerà a 22 milioni di sterline libiche e il reddito pro-capite annuo salirà a 170 sterline libiche. Allora, nel 1960, la Libia faceva parte dell’area della Sterlina da cui fu espulsa nel 1971, a seguito della decisione della Libia di permettere alla sua banca centrale di battere una moneta autonoma: il Dinaro Libico.

Quanto alla nuova moneta libica, potrebbe essere stata molto disturbante la circostanza che, a differenza del Dollaro, che non era costretto alla conversione aurea dal 24 dicembre 1913, stranezza della storia, proprio nel 1971 (il 15 agosto, decreto Nixon) viene definitivamente sganciato dall’obbligo della conversione, mentre il Dinaro libico, dal 1971, ha una parità aurea di 2,48828 g. ed è una moneta garantita dalle riserve auree della banca centrale libica che ammontano a 150 tonnellate.

La Libia non chiede prestiti a nessuno, si presta i denari (Dinari) da sola e anche questo potrebbe disturbare chi è abituato a “premere su” e a “decidere per conto dei” paesi resi indebitati.

A proposito di economia, i cosiddetti “ribelli” si sono premurati di informare il mondo che, mentre se la stanno ancora giocando contro Gheddafi, loro si sono portati avanti, creando dal nulla la banca centrale di Bengasi e, naturalmente, hanno anche nominato il relativo governatore; non solo, si sono anche premurati di informare il mondo che loro si sono anche fatti, sempre dal nulla, la loro “Compagnia petrolifera libica”.

Anche l’osservatore più sprovveduto comprende che queste due informazioni ne rendono visibilissime altre due:

1 questa “rivoluzione” è stata pianificata,

2 la pianificazione richiede aiutoni esterni sofisticati e non aiutini esterni raffazzonati lì per lì.

Nella raccolta di dati, per la struttura di questa ricerca documentale, ha trovato riparo, insperato conforto di analisi, un articolo pubblicato, il 13 aprile 2011 da Ellen Brown su Truthout (una organizzazione progressista senza scopo di lucro). Il titolo è perfettamente coerente con quanto fino ad ora esposto in questo paragrafo minieconomico: Libia: tutto questo per il petrolio, o tutto questo per il sistema bancario?”

(Il sito che lo ha messo in rete e la fonte:

www.resistenze.org – popoli resistenti – Libia – 25-04-11 – n. 361 – da: http://www.uruknet.de/?s1=1&p=76880&s2=17 – Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova – URL dell’articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=4605)

Ellen Brown, in un suo precedente articolo, cita un libro del generale Wesley Clark, dal titolo apparentemente fuori tema: Winning Modern Wars” (Vincere le guerre moderne).

Il generale racconta di aver ricevuto, da amici al Pentagono, la confidenza che, due mesi dopo l’11 settembre 2001, si stavano predisponendo piani di guerra contro l’Iraq, la Siria, il Libano, l’Iran, la Somalia, il Sudan e la Libia.

La riga sul primo della lista, evidentemente, era già stata tirata; Ellen Brown si chiedeva cosa potessero avere in comune quei sette paesi, in lista, preparatoria, di attesa per una loro invasione.

Il punto in comune fra questi sette paesi (va aggiunto, guarda caso, anche l’Afghanistan), è che nessuno di loro è rappresentato fra le 56 banche aderenti alla Banca dei Regolamenti Internazionali. Questo organismo è praticamente la banca centrale dei banchieri centrali. Il sancta sanctorum del sistema bancario mondiale, che non rende conto a nessun governo, che è semplicemente di proprietà di se stesso. (Ovvero, aggiungo io, a qualcuno rende conto, ma sarebbe disturbante sia dirlo che dimostrarlo)

Nei miei precedenti lavori avevo fatto notare che Saddam Hussein si era dato la zappa sul piede da solo, quando aveva deciso di vendere il petrolio iracheno in cambio di euro e non in cambio di (petro)dollari.

Il libico Gheddafi, non solo, come ho accennato qualche riga prima, si è dotato di riserve auree e a queste riserve auree ha vincolato il dinaro libico; ha fatto di più: si è messo a proporre agli altri paesi africani di organizzare una unità economica africana, sostituendo il dollaro USAense con il “dinaro aureo”, evidentemente anche lui vincolato a reali riserve d’oro.

La proposta è piaciuta a molti paesi arabi e africani ma gli USA e l’occidente non sembrano aver molto apprezzato. Il presidente francese Nicolas Sarkozy definiva Gheddafi, una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano. Scrive la Brown.

Ancora la Brown sottolinea la circostanza, sulla quale ho già sopra informato il lettore, e cioè che la Banca centrale della Libia batte moneta per conto suo, non pretende interessi, il denaro libico (vedi la costruzione del Grande fiume artificiale) è utilizzato per la crescita economica del Paese; non una scatola vuota con la sola funzione di succhiare energie alla gente con gli interessi e di elargire profitti e bonus ai praedator bancari.

La vera anomalia della Libia è la trasformazione diretta dei proventi del petrolio e del gas in progetti per trasformare in terra fertile il deserto, per assicurare una istruzione veramente gratuita, per costruire stabili servizi di assistenza sanitaria e sociale.

Mi ha colpito leggere le parole di Ellen Brown che richiamano quanto ho già scritto: Allora, questa nuova guerra è stata scatenata per il petrolio o per il sistema bancario? Forse per entrambi i motivi – e anche per l’acqua!”, perché, accedendo liberamente all’energia, all’acqua e utilizzando “l’ampio credito (libero da interessi) per sviluppare le infrastrutture, per accedere alle risorse naturali, una nazione può essere libera da creditori stranieri.”

Qui mi preme ripetere la frase che già si trova nelle righe precedenti perché emerga l’identità di vedute con Ellen Brown:

La Libia non chiede prestiti a nessuno, si presta i denari (Dinari) da sola e anche questo potrebbe disturbare chi è abituato a “premere su” e a “decidere per conto dei” paesi resi indebitati.

Se basta non avere sotterfugi e non voler sfruttare nessuno per divenire una minaccia e trovarsi su una lista nera di qua e di là dall’Atlantico, converrà che l’attenzione agli eventi che ci vorticano intorno diventi più pronta alla logica; converrà che la memoria si rafforzi, cercando di farla durare di più delle 24 ore, tanto durano le notizie che ci costano solo cinque minuti di attenzione; converrà che si rifletta meglio sulla frase salvagente, scritta in un fogliettino-promemoria, dentro il portafoglio di un gigantesco numero di persone: Non abbiamo tempo per noi, incastrati come siamo nelle trappole del mondo economico che ci vuole gestire la vita.

Ora possiamo tornare a parlare dell’economia libica.

La Libia non ha mai smesso di investire, dagli anni ’70 del 1900, per costruire la propria autonomia nel campo industriale petrolchimico, meccanico, elettromeccanico, nell’industria alimentare, nei materiali da costruzione, nel campo manifatturiero, sostenendo anche le molteplici attività artigianali in particolare la produzione di tappeti, vestiario tradizionale, la lavorazione della terracotta.

Il vero problema libico è la dipendenza da manodopera straniera che si attesta a circa un terzo della popolazione complessiva della Libia. Questo significa che la popolazione libica si è avvantaggiata e si avvantaggia dei proventi del petrolio.

Quando nasce un cittadino libico riceve da subito un sussidio permanente che viene implementato se decide di studiare all’estero. Ci sono libici fuori corso, nelle università europee da decenni, che ancora ricevono il sussidio di mantenimento agli studi.

Sono questi sussidi permanenti la voce principale, se non unica, del reddito pro-capite annuo dei cittadini libici che, per esempio, nel 2008 superava i 16.115 $ USA.

Due domandine.

Quante famiglie italiane si “sentirebbero povere” con questa certezza di introito annuo.

Quali sono, allora, i veri motivi di questa strana guerra civile palesemente indotta dall’esterno.

Piccolo utile promemoria: 1 Dinaro libico valeva, nel 1971, 3,04 Dollari USA. Oggi il Dinaro libico, che risente della guerra civile indotta, vale 0,8120 Dollari USA, ovvero, 0,5456 Euro.

 

Petrolio e gas

Le compagnie petrolifere USAensi, dal 1955, forti di nuove tecniche di perforazione che potevano raggiungere maggiori profondità, rispetto agli anni ’30, avevano iniziato una campagna di perforazioni alla ricerca del petrolio; quando, nel 1959, la Esso ne trovò in quantità gigantesca a Zelten, fra la Cirenaica e la Tripolitania Sirtica (magari utilizzando le risultanze delle ricerche dell’Agip con il geologo Ardito Desio), non sapeva che stava cambiando le sorti economiche di un paese che sembrava destinato a rimanere povero. A Zelten seguirono altre scoperte di giacimenti di petrolio sia nella Tripolitania sirtica (Mabruk, Hofra, Raguba, Beda, Ora, Samah, Waha), sia nell’entroterra cirenaico (Giala, Amal, Serir, Augila). (Serir si rivelerà un giacimento ancora più grande di Zelten; questo avrà la sua importanza negli sviluppi della guerra civile libica che motiva questo lavoro di ricerca.)

A seguito di concessioni di vaste aree a un gran numero di compagnie petrolifere, centinai di pozzi si dimostrarono produttivi e il petrolio che ne scaturiva si dimostrava di ottima qualità, avendo un basso tenore di zolfo che ne facilita la raffinazione.

Un effetto indiretto della scoperta del petrolio nella vita economica della Libia fu l’abbandono della coltivazione della terra e l’impulso verso il terziario; un effetto diretto fu invece una più marcata ingerenza negli affari interni della Libia da parte dei paesi occidentali (USA, Inghilterra e Francia in prima linea).

Non solo petrolio ma anche gas naturale si trova nel sottosuolo libico. Nel Fezzan si trova il gas Natron (carbonato sodico); normale dunque che la produzione di energia elettrica sia anche di origine termica.

La Libia ha gigantesche riserve di petrolio, sono le maggiori del continente africano, e la conseguente produzione ed esportazione la pone al primo posto fra i paesi africani. La nostra Eni, per esempio, estrae petrolio dal giacimento di Bouri, di fronte al mare di Tripoli, (scoperto nel 1976 e entrato in produzione nel 1988), dal bacino di Murzuk, nel deserto del Fezzan, a 800 chilometri a sud di Tripoli, dal 1997. Naturalmente è presente in altre parti del territorio libico già dal 1959.

L’Eni importava dalla Libia circa 500.000 barili di petrolio al giorno e la produzione petrolifera libica era di circa 1,6 milioni di barili al giorno, prima della crisi, di cui stiamo per trattare.

Dunque, quale sarebbe il disturbo provocato dall’Eni alle altre compagnie petrolifere.

A meno che sia considerato disturbo l’inserimento della Gazprom russa fra le compagnie petrolifere presenti in Libia, in forza di un accordo di cessione di quote con l’Eni.

Oppure, e in aggiunta, nel mirino potrebbe esserci l’accordo del 2007 fra l’Eni e la società petrolifera libica NOC. L’accordo si basa su un ribasso del 7% che le altre società petrolifere hanno considerato “terrificante” perché anche nei loro confronti la Libia avrebbe potuto “strappare intese simili”. Ce ne informa il multiposizionato Wikileaks (Ansa 1-02-2011).

Quello che manca a questa informazione e che potrebbe aumentare l’allarme delle altre compagnie petrolifere è che l’Eni ha anche firmato lo scorso 20 dicembre 2010, a Palazzo Chigi che è la sede del Governo italiano, in piena “ebollizione del pentolone libico” tenuto in caldo con legna ben secca da solerti mani oltreAtlantico, oltrAlpe e oltreManica, un accordo per costruire, nell’area El Aghella, nel Golfo della Sirte, mille case, un impianto di dissalazione e un porto navale. Il presidente dell’Eni, Paolo Scaroni, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Si tratta di un accordo in linea con la strategia matteiana del gruppo” perché il nostro obiettivo è anche quello di inserirci nelle politiche di sviluppo dei Paesi in cui siamo presenti per “rendere accettabile la nostra presenza”. Enrico Mattei sarebbe d’accordo, meno, molto meno, chi ne ha cercato e ottenuto la morte in uno “strano” incidente.

Nella stessa giornata, a palazzo Chigi veniva firmato anche un accordo con l’Anas, che aveva vinto una gara, indetta dal Governo italiano, per la costruzione dell’autostrada libica Ras Adjir-Emsaad.

L’autostrada litoranea, lunga 1750 Km (lungo il percorso della strada costruita nel periodo “coloniale” italiano), collegherà i confini libici della Tunisia con quelli dell’Egitto.

L’imponente opera stradale, finanziata dallo stato italiano, è prevista nel trattato di amicizia Italia-Libia firmato a Bengasi il 30 agosto 2008.

Che l’accordo del 2007, accompagnasse, più che precedesse, quello del 2008 è nella logica dell’appianamento dei contrasti fra Stati sovrani che si impara nell’asilo delle scuole di diplomazia. Ma si sa, a Wikileaks non si può chiedere troppo.

A proposito di Wikileaks; alcuni studenti mi hanno chiesto cosa ne pensassi. Rispondo così.

Cosa accadrebbe, nel vostro cervello (che spero ricco di neuroni più di quanto petrolio ci sia in Libia) se, seguendo un corso di sociologia, il vostro docente vi chiedesse, a brutto muso, di portargli, da a lì a 30 giorni, una relazione sulle abitudini della gente che abita nel quartiere tal del tali, utilizzando, come elemento informazionale, solo i secchi della loro spazzatura?

Bene vi accadrebbe di aver cominciato a capire come funziona Wikileaks.

Per ora fermiamoci qui. Ci sono, però, due finali osservazioni da fare e mettere a memoria riguardanti il petrolio (e il gas) libico:

Sarà proprio il petrolio la potente leva che darà forza alle spinte di emancipazione della società libica.

Non sanno i perforatori di pozzi che l’animo beduino, tenda, cammello, deserto e silenzio, più che al petrolio da importanza all’acqua.

 

L’acqua

Che la Libia sia arida è evidente dalla sua rappresentazione geografica. Che solo un paese come l’Italia potesse trovare il coraggio di lanciarsi, nei primi decenni del 1900, in impegnativi lavori idraulici per convertire quelle terre in aree agricole senza farsi intimorire dal deserto è ormai storia.

Quello che invece è poco noto è che durante le prime perforazioni di pozzi alla ricerca di giacimenti di petrolio (fortuna e sfortuna della Libia), sia negli anni ’30 (Ardito Desio) che negli anni ’50, vennero confermate le scoperte geologiche italiane, circa l’esistenza di profondi giacimenti di acqua dolce. Ad oggi, sono stati individuati quattro giganteschi depositi molto antichi di acqua; è la sua antichità geologica che ha richiamato il termine “fossile”. Quell’acqua risale al periodo geologico nel quale quell’intera area desertica (non limitata alla sola Libia; si ritiene che la superficie complessiva possa essere di 2 milioni di chilometri quadrati e si estende sotto l’Egitto, il Ciad e il Sudan), era ricoperta di rigogliosa vegetazione e di laghi di acqua limpida. [Ma nel profondo sottosuolo libico sta lentissimamente avvenendo qualcosa di non prevedibile: è anche quella parte di terra che si sta preparando agli eventi futuri.]

I giacimenti sono stati trovati nell’area di Marzuk, nel Fezzan (dove perforava l’Eni), nell’Hamada e nell’area sirtica della Tripolitania, nell’area di Kufra in pieno deserto, nello spigolo sud-est della Libia di fronte all’Egitto, lungo il Tropico del Cancro.

La Libia è un paese assetato, come troppi paesi africani purtroppo, e di fronte a questa scoperta non era certo peregrina l’idea di usarla, questa benedetta acqua fossile. Nei primi anni ’80 (1983) prese il via un progetto “faraonico”. Il Libya Great Man Made River Project. Dagli antichi e profondi depositi geologici l’acqua è stata convogliata in un fiume sotterraneo artificiale senza uguale al mondo. Un fiume artificiale che porterà l’acqua fino alla costa nel Golfo della Sirte, a Tripoli, a Bengasi, a Tobruk; cioè in aree dove vive il 70 per cento della popolazione libica. Secondo i tecnici, queste acque occupano un bacino di 35.000 km quadrati, grande come due volte il Lazio, ad oltre 1.000 metri di profondità, (ma potrebbe essere una stima per difetto).

È l’acquedotto più lungo della terra quello che i libici chiamano il grande fiume artificiale (Great Manmade River, GMR). Progettato dalla filiale inglese della USAense Brown and Rooth. Realizzato in 24 anni dall’impresa sud-coreana Dong Ha. Il grande fiume ha una portata giornaliera di 6 milioni di metri cubi e scorre in tunnel sotterranei per 4000 chilometri in condotte di calcestruzzo precompresso dal diametro di quattro metri.

Tre sono le linee portanti: quella ad est si diparte dai pozzi di Kufra e Tazerbo e giunge a Bengasi già dal novembre 1994; quella ad ovest si diparte dai pozzi di Sarir, Wadi Aril e Fezzan e giunge a Tripoli già dall’agosto 1996; quella che collega Tripoli a Tobruk passando da Sirte, come se fosse una grande “P” greca (come la rappresenta il lancio Ansa del 4 aprile 2011 che ne parla).

Un lavoro gigantesco che qualcuno teme possa essere stato utilizzato da Gheddafi per costruire nascondigli o forse micro-città sotterranee, oltre a strade sotterranee percorribili da mezzi militari. In circa venti anni di lavori se ne potrebbero di fare di cose… (Si vede che Gheddafi vuole fare concorrenza alla Pianura Padana.)

Il costo (conosciuto) del progetto, che la Libia si è totalmente autofinanziato con gli introiti petroliferi, è di 30 miliardi di dollari. Alla Libia è stato fatto notare che sarebbe costato di meno costruire impianti di desalinizzazione lungo la costa; la risposta di Tripoli? Eccola: La loro manutenzione avrebbe costretto la Libia ad una inaccettabile e continua dipendenza dall’estero.

Queste riserve si esauriranno in un tempo breve, visto l’utilizzo intensivo che se ne intende fare e il loro esaurimento potrebbe determinare conseguenze imprevedibili sul microclima costiero libico.

Per ora va sottolineato che questo mega acquedotto ha permesso, per esempio, la realizzazione del progetto agricolo di Abou-Aicha, 9mila ettari nella pianura di Al Jfara, a sud ovest di Tripoli, dove sono state costruite 665 fattorie di cinque ettari ciascuna. L’obiettivo finale è rendere fertile l’arida terra del deserto.

A proposito (Ansa del 4 aprile 2011), il ministero dell’Agricoltura della Libia ha reso noto che i bombardamenti degli aerei invasori” mettono a rischio le infrastrutture e le condotte idriche del grande fiume artificiale da cui dipende il 70% della popolazione libica, oltre alla possibilità di provocare disastri umani e ambientali. Nel sottosuolo libico corrono tre distinte reti di condutture, una, appunto, riguarda l’acqua; le altre riguardano il petrolio e il gas.

Giocare alla guerra con queste condutture potrebbe mostrarsi pericoloso, oltre che criminale.

I corsi che portano acqua in tutte le stagioni sono pochissimi e fra questi ne ricordiamo due, uno in Tripolitania, l’Uadi Caam, l’altro in Cirenaica, l’Uadi Derna; è evidente, dunque, quanto questa condizione endemica di carenza d’acqua per l’irrigazione agricola, crei problemi pressoché irrisolvibili. Se poi si considera che le falde acquifere esistenti nella fascia costiera sono prossime all’esaurimento e, richiamando acqua salmastra, incrementano la salinità del suolo negandolo alla coltivabilità, lo scenario si fa drammatico e si comprende come il rinvenimento dei depositi di acqua fossile sia stato così provvidenziale per le necessità idriche della popolazione libica raccolta in gran parte nella fascia costiera.

Non tutti gli anni sono piovosi, vi sono annate asciutte ed annate piovose. Per avere un’idea del clima della costiera libica, bisogna avere presente il clima della Sicilia meridionale.

Nella costiera libica le temperature medie del mese di luglio si assestano fra i 24 e i 25°C e quelle di gennaio fra i 12 e 13°C, quanto alla piovosità media nei periodi invernali si registrano precipitazioni annue fra i 300 e i 400 mm.

Mano a mano che ci si allontana dalla costa, aumenta l’escursione termica e si riduce sia la piovosità che i periodi di pioggia (clima steppico litoraneo).

Sugli altopiani della Tripolitania e della Cirenaica, per 2 / 4 mesi del semestre invernale, spesso dalle nuvole scendono violenti acquazzoni.

Oltre gli altopiani si distende il pre-deserto; in questa fascia di territorio, mano a mano che ci si avvicina al deserto, le piogge diminuiscono sempre di più, le temperature si innalzano progressivamente, fino a divenire molto elevate quando inizia il deserto vero e proprio e si registrano forti escursioni termiche diurne.

(I Berberi e i Tuareg nomadi sono perfettamente abituati a queste elevate escursioni termiche.)

In corrispondenza del vasto Golfo della Sirte fra la Tripolitania e la Cirenaica, non vi sono altopiani e quindi il clima desertico giunge fino alla costa che appare brulla e sabbiosa. Questa distesa desertica che giunge fino al mare ci informa che il Sahara, già vasto come l’Africa del nord, si sta espandendo ed è difficile per gli uomini fermarlo.

Chi si trova a trascorrere delle giornate in pieno deserto, deve anche sopportare gli effetti del Ghibli, un vento caldo e secco che soffia da sud.

I beduini sanno, invece, conviverci con questo vento e con questo duro deserto.

 

Le radici antiche delle tribù

La caratteristica chiave della Libia, che non è possibile sottovalutare, è quella del gran numero delle sue tribù, fra loro non amalgamabili ma solo collegabili. È l’incognita permanente del problema Libia, non solo di oggi, di un secolo fa o di qualche secolo fa. È una incognita, legata anche alla sua condizione geografica, cui abbiamo già accennato, che risale a qualche millennio fa.

Per cercare di fisicizzare questa incognita ho deciso di ricorrere a l’opera Storie di Erodoto di Alicarnasso (484 – 425 a.C.), lo storico greco che verificava sul campo le cose che raccontava. Naturalmente non è l’unica fonte storica disponibile, relativa alla Libia e ai Libici, ma ci sarà utile per dare corpo fisico ad una incognita che è bene avere presente, soprattutto nella gravissima e attuale crisi libica. Gli induttori esterni di questa guerra civile non hanno tenuto conto di questa incognita; non hanno neanche idea dei fuochi incontrollabili che stanno accendendo.

Prima di affrontare insieme la lettura delle righe che seguono dobbiamo tenere presente che il termine Libya, per Erodoto, è pressoché l’attuale Africa del Nord; non è, totalmente e geograficamente, trasferibile nei limitatissimi confini geografici della Libia di oggi. D’altra parte questi passi di Erodoto sono stati scelti, non perché Erodoto abbia circumnavigato o attraversato a piedi l’Africa del nord; piuttosto, perché ha certamente interrogato le genti che ha incontrato nei suoi viaggi nelle terre che, in fin dei conti, erano dirimpettaie della Grecia, Egitto compreso, (e i riscontri dei suoi riferimenti geografici nella Libia di oggi, lo confermano).

Con questa piccola essenziale premessa, affrontiamo la visione della Libia e dei Libici che aveva il nostro, greco, nomade storico.

Così Erodoto racconta la Libia nelle sue Storie:

è disabitata e deserta” (2-34); è popolata di fiere e a sud di questa zona delle fiere non c’è che sabbia, aridità tremenda, paese sprovvisto di tutto” (2-32).

Parlando del lago di Meri, presso il quale è stato costruito un labirinto, leggete cosa dice e ricordatevi del grande fiume artificiale: “Mi dicevano gli abitanti del paese, tra l’altro, che questo lago sbocca nella Sirti libica per una via sotterranea che si affonda a occidente verso l’interno del continente lungo la catena montuosa che sovrasta Menfi (2-150).

Così, invece, racconta i libici (a cui non era sconosciuta la Padania greca).

Quanto all’impossibilità di controllare le tribù dell’immenso interno della Libia, con cui si sono misurati sempre gli invasori di turno (come sarà dimostrato nei prossimi paragrafi di cenni di storia antica e moderna), ecco quanto scrive Erodoto sulla Libia che Dario, re di Persia, avrebbe voluto conquistare:

“… a mio modo di vedere, quella spedizione aveva come intento la conquista della Libia, poiché molti e di varia razza sono i popoli della Libia e, di essi, soltanto pochi erano sottomessi al re di Persia; i più, invece, non si davano alcun pensiero di Dario (4-167).

Ritiene i Libici legati ai Pelasgi, infatti dice che

nessun popolo possiede il culto di Posidone fin dai primordi, tranne il popolo libico che l’onora da sempre” (2-50).

Li distingue fra coloro che abitano lungo le coste e quelli che abitano il selvaggio e arido interno:

– gli Asbisti che vivono oltre la Cirene costiera e sono i più abili guidatori di quadrighe (4-170);

– i prolifici Nasamoni, essendo loro costume di aver molte mogli (4-172);

– i pacifici e incapaci di violenza Ganfasanti che rifiutano rapporti con altri popoli (4-174);

– i Maci, che si radono a ciuffo (4-175);

– i Gindani, le cui donne portano degli anelli di cuoio intorno alle caviglie (4-176);

– i Lotofagi, i quali vivono cibandosi esclusivamente del frutto di loto (Questo frutto di loto è grosso quanto una bacca di lentisco e per dolcezza è molto simile al frutto della palma: i Lotofagi ne traggono anche un vino) (4-177);

– i Maclui, che portano i capelli lunghi (4-180) che si cibano di loto, ma non è il loro unico cibo, vivono lungo il fiume Tritone che sfocia nel vasto lago Tritonide (nella attuale Tunisia, di fronte alla Piccola Sirte) (4-178);

– gli Ausei che vivono nella parte opposta del fiume Tritone e possiedono le loro donne in comune (4-180).

Questi che sono stati nominati sono i Libici nomadi stanziati lungo la riva del mare (4-181).

Nella profondità a sud della costa, lungo un interminabile ciglione sabbioso, ogni dieci giorni di marcia si trovano colline di sale ognuna con una sorgente d’acqua; è il motivo per cui lì intorno vivono altre popolazioni; fra queste i progenitori delle tribù del Fezzan (a sud della attuale Tripolitania): i Garamanti, distanti dai Lotofagi trenta giorni di cammino, che coltivano la terra coperta di sale coprendola con altra terra e seminandola, “Questi Garamanti vanno a caccia degli Etiopi con i loro carri a quattro cavalli, poiché gli Etiopi trogloditi sono i più veloci alla corsa di tutti gli uomini dei quali noi abbiamo sentito parlare. Mangiano essi serpenti, lucertole e simili rettili; usano una lingua che non ha somiglianza con alcun’altra, ma emettono delle strida che ricordano quelle dei pipistrelli.” (4-183)

Distanti altri dieci giorni di cammino, intorno ad un’altra collina di sale e acqua sorgiva, vivono gli Ataranti che non hanno nome individuale e che maledicono e offendono il sole che brucia uomini e terra. (4-184)

Ancora dieci giorni di cammino, ancora una collina di sale con la sua sorgiva e uomini che vi abitano intorno. Questi uomini si chiamano Atlanti perché proprio lì vicino c’è un altissimo monte sempre coperto di nubi la cui base è ristretta e perfettamente rotonda che viene chiamato Atlante. Questa popolazione non si ciba di nessun essere vivente e non sogna mai “… sostengono gli abitanti del luogo che esso sia la colonna che sostiene il cielo. (4-184)

Tutte queste genti che vivono intorno alle colline di sale vivono in abitazioni costruite con blocchi di sale; se cominciasse a piovere le loro case si scioglierebbero.

Penetrando ancora nella terra libica, oltre il ciglione e verso sud il paese è deserto, senz’acqua, senza animali, senza pioggia, senza piante; non c’è traccia alcuna di umidità.” (4-185)

Dopo questo viaggio nel passato, con Erodoto che ci ha fatto da cicerone, cominciamo a comprendere perché non è possibile scindere il territorio libico dalla presenza, millenaria, del gran numero delle tribù che lo abitano.

Se ne resero conto anche gli Arabi che avevano iniziato la conquista dei territori circostanti, cominciando dall’Egitto. Nel 643 toccò alla Libia, occupata dalle tribù berbere. Lo scontro fu durissimo ma infine gli Arabi, essendo più numerosi, ebbero la meglio. Ma i Berberi, fuoco sotto la cenere, improvvisamente scatenarono una vasta ribellione che durò due decenni. Alla fine ebbero ancora il sopravvento gli invasori arabi che decisero di “occupare anche demograficamente” il territorio occupato militarmente. (Gli arabi sapevano di non potersi fidare dei Berberi e dunque misero in campo il generale Facciopiùfigliio.) I Berberi, che rifiutarono la mescolanza con gli invasori, divennero minoranza; invece, la mescolanza secolare fra Arabi e Berberi determinò la nascita di tribù Arabo-Berbere; sono quelle che in gran parte dominano lo scenario territoriale libico. Fra i mischiati, soprattutto in Cirenaica, gli Arabo-Berberi che si erano convertiti all’Islam, la religione degli invasori. Tuttavia le tribù berbere, anche se arabizzate, rimanevano tribù non controllabili, soprattutto all’interno del deserto Sahariano libico. Inoltre, va tenuto presente, le differenze fra le tribù dell’est, dell’ovest e del sud furono sempre (anche ferocemente) marcate. Anche se, e va messo a memoria, le tribù sirtiche, per la loro centralità fra quelle dell’est, del sud e dell’ovest, hanno sempre avuto un ruolo raccordante e derimente, ovvero risolutorio, dei disaccordi fra le circostanti tribù.

Quella appena esposta, è una valutazione tutta interna alle dinamiche intertribali; per gli “esterni”, invece, come si direbbe a Roma, erano solo “sorci verdi”. Basti ricordare, a titolo esemplare, che nel 13°, 14° secolo il controllo della Tripolitania, da parte degli eserciti arabi, si limitava alla città di Tripoli e al suo circondario; mentre, gran parte del territorio interno della Tripolitania era sotto il controllo di un gran numero di tribù indipendenti, di fatto, dal potere centrale. Così avvenne anche sotto il dominio turco, durante il quale la Libia era divisa in due unità amministrative distinte, quella della Cirenaica e quella della Tripolitania. Nella parte finale del 1800, alcuni Pascià turchi si erano alleati con le tribù berbere della costa, assumendo il controllo di Tripoli, Bengasi, Derna. La Turchia fu costretta ad inviare un esercito che riprese il controllo delle città costiere penetrando anche nel Fezzan; ritenendo una dispersione di forze il controllo completo del profondo deserto. Anche l’Italia, nella parte iniziale del 1900, si trovò a fare i conti con le ribellioni delle tribù dell’interno libico, e dovette sperimentare che, anche quando il controllo del territorio libico sembrava raggiunto, c’era sempre qualche tizzone ben nascosto sotto la cenere.

Anche la popolazione della Libia di oggi è divisa in tribù; e questa divisione può essere giocata da potenze esterne contro gli interessi unitari della stessa Libia. È importante sottolinearlo e rammentarlo, per quanto poi vedremo nelle analisi della questione libica.

 

La Libia del dopoguerra

Come già accennato nei paragrafi precedenti, la Libia negli anni ’40 del 1900, l’Italia sconfitta, alla fine del conflitto si ritrovò militarmente occupata: la Gran Bretagna occupava tutta la fascia costiera della Tripolitania e della Cirenaica, mentre la Francia occupava il Fezzan e la parte più meridionale della Cirenaica, ai confini con il Ciad.

La storia attuale della Libia comincia a delinearla l’Assemblea delle Nazioni Unite, quando raccomandava di procedere, celermente, alla costituzione di uno stato indipendente e sovrano; dopo aver bocciato, il 18 maggio 1949, la proposta di suddivisione territoriale dei ministri degli esteri Ernest Bevin (Gran Bretagna) e il conte Carlo Sforza (Italia); la proposta italo-inglese assegnava in amministrazione fiduciaria per dieci anni (già da allora si è cominciato a giocare col significato apparente delle parole) la Tripolitania all’Italia, la Cirenaica alla Gran Bretagna e il Fezzan alla Francia.

Tutte queste manovre avvenivano mentre, nello sfondo, poco conosciuta, si profilava la pressione dell’URSS, che voleva entrare in gioco in Libia, e chiedeva l’amministrazione fiduciaria della Tripolitania. Questo preoccupava molto la Francia.

L’ONU invece con la risoluzione 289 del 21 novembre 1949 raccomanda:

– che la Libia, compresa la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, sia costituita in stato indipendente e sovrano;

– che questo avvenga entro il 1° gennaio 1952;

– che sia costituita una assemblea nazionale, costituita dai rappresentanti degli abitanti della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan, con il compito di formulare la carta costituzionale e decidere circa la forma di governo della Libia;

– che sia appositamente costituita una Commissione delle Nazioni Unite, formata da dieci componenti: uno per ognuna delle tre regioni libiche, uno in rappresentanza delle minoranze, sei in rappresentanza di Gran Bretagna, Francia, USA, Italia, Egitto, Pakistan. A capo di questa commissione viene nominato il conte olandese Adrian Pelt.

Sono i sistemi rappresentativi della popolazione libica negli organi deliberativi, escogitati da Adrian Pelt, che mostrano la corda del controllore. Infatti, il conte Pelt si trova di fronte un problema. L’Assemblea ONU ha deliberato che l’Assemblea nazionale libica, che deve decidere sulla costituzione e sulla forma di governo, sia «debitamente rappresentativa degli abitanti»; il termine debitamente non gli piace proprio e preferisce il termine “pariteticamente”, perché la rappresentanza paritetica definisce un numero unico di rappresentanti, per ognuna delle parti. Quindi se le parti sono tre, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, i rappresentanti saranno tre, uno per ogni regione. Ma il “debitamente” della delibera ONU significa che debbono essere rappresentati gli abitanti di ognuna delle tre regioni e non solo le singole regioni.

Il perché di questa “resistenza etimologica” del conte Pelt è presto spiegato. Utilizzando numeri interi, la popolazione, allora, della Tripolitania era di 800.000 abitanti, quella della Cirenaica di 250.000 abitanti, quella del Fezzan di 45.000 abitanti. Chiara la differenza “diplomatica” dei due termini? Se i rappresentanti degli abitanti nell’Assemblea nazionale fossero stati, ad esempio uno ogni diecimila abitanti, nell’Assemblea nazionale sarebbero entrati 80 rappresentanti della Tripolitania, 25 della Cirenaica e 5 del Fezzan. Invece il commissario ONU Adrian Pelt propone (notare i numeri) che ognuna delle tre regioni inviino 25 rappresentanti ognuna.

Normale, logico, che dagli scranni del Senato italiano, il 28 ottobre 1950, si siano levati dubbi che il conte Pelt, invece che rappresentare l’ONU, rappresentasse gli interessi inglesi della Cirenaica e quelli francesi del Fezzan e che si stessero cercando i “sistemi istituzionali” per mantenere il controllo effettivo (e militare) della nascente (libera) nazione, soprattutto delle (autonome) regioni della Cirenaica e del Fezzan. (Il motivo di questo gioco delle tre carte in salsa diplomatica era la circostanza “politica” che La Tripolitania era notoriamente molto legata all’Italia.)

Di fronte alle perplessità della logica, che certamente sono sopravvenute dalle tribù, più che dalle regioni, si paventa una leggera correzione del sistema centrale paritetico, proponendo uno stato, a limitato regime federale, che garantisca una base di rappresentanza alla variegata area delle tribù libiche. Ma se, e parliamo della Libia, i vari ambiti federali si centralizzano in modo paritetico regionale, si creano le condizioni di ingovernabili multi spinte centrifughe. E questo effetto squilibrante diviene tanto più concreto, soprattutto, se negli organismi centrali è prevista la designazione paritetica, piuttosto che una libera elezione; avverrebbe, infatti, che una minoranza (la Cirenaica e il Fezzan) prevarrebbe sulla maggioranza (la Tripolitania).

Alcune piccole convenienze venivano mostrate alle tribù cirenaiche eventualmente perplesse sulla struttura istituzionale che si andava prefigurando. Nel paragrafo dedicato alla storia moderna della Libia si fa cenno dei circa 5mila coloni italiani a cui non venne permesso di tornare in possesso dei loro beni nelle fattorie agricole della Cirenaica. Qui si comprende perché.

Del resto, la formulazione “paritetica” della gestione rappresentativa, non risolveva l’esistenza di divergenze profonde fra le realtà tribali presenti nelle tre province. Divergenze che, come gli eventi odierni dimostrano, erano radicate proprio in Cirenaica e Tripolitania. Il tentativo di costruire un tessuto urbano nell’area Tripolitana, per esempio, è agli antipodi di quello di Bengasi “orientata” da una società che risente della presenza di una realtà tribale che fa riferimento ad una “rete” di confraternite mistiche islamiche sulle quali si era basata, a cavallo degli anni ’40 e ’50 del 1900, la nascita dell’emirato cirenaico.

Finalmente, il 7 ottobre 1951, l’Assemblea Nazionale libica, di cui abbiamo visto le difficoltà istitutive, approvata la costituzione federale libica, dichiara la nascita del Regno Unito di Libia, uno stato a forma federale parlamentare, indipendente e sovrano, retto da una monarchia ereditaria, e proclama re Mualimmad Idris (ibn) el Mahdi es-Senùsi.

A proposito, visto che da più (interessate) parti viene affermato che in Cirenaica nessuno ha intenzione di proclamare un emirato, conviene informare che nel 1949, l’Assemblea delle nazioni Unite stabiliva che l’Inghilterra (che occupava “fiduciariamente” la Cirenaica), entro il 1° giugno 1949, avrebbe dovuto autorizzare l’emiro Idris es Senussi – che si era autoproclamato emiro islamico della Cirenaica – a proclamare l’indipendenza del suo paese e doveva riconoscerlo come legittimo capo del governo della Cirenaica.

 

L’errore di re Idris I

A dimostrazione che le perplessità (esterne) sulla gestione della questione libica da parte della commissione ONU erano fondate, nelle elezioni del 2 febbraio 1952, ebbe la maggioranza il partito indipendentista. Un mese dopo la Libia entrò nella Lega Araba. Nel decennio seguente l’avvicinamento della Libia all’Egitto si fece più marcato. Sia l’università di Bengasi, nata nel 1956, sia l’istruzione elementare e media vennero affidate a personale docente proveniente dall’Egitto.

Le pressioni da parte delle tribù, però, si facevano sempre più forti. Si mostrava quanto fosse prevedibile che uno stato centralista non potesse, allo stesso tempo, gestire la finzione federale, come si era prospettato nel progetto del commissario ONU Adrian Pelt.

In tutta la Libia solo un quarto della popolazione sapeva leggere e scrivere e, fra questi, i laureati erano un numero irrisorio. Il re, che era anche una autorità religiosa senussita, cercò di fare il re ritenendo di essere legittimato dal suo ruolo religioso. Nel 1963 mentre veniva concesso il voto alle donne, venne abolita la forma federale dello stato e il regno monarchico divenne unitario e necessariamente autoritario. Del resto, erano già stati aboliti i partiti ed era stata sciolta l’Assemblea Nazionale. Ma non pare che le tribù (e i loro clan) siano state disturbate da questi scioglimenti.

Anche il Senato venne riformato, i suoi 24 componenti, anziché scelti pariteticamente dalle singole province, venivano nominati senatori dal re in persona.

Il consiglio dei ministri assunse i poteri esecutivi, i consigli amministrativi delle tre province vennero sciolti e le province riorganizzate in dieci governatorati di nomina regia.

Questa decisione del re Idris I si configura come un vero colpo di stato perché cancellando le istituzioni frutto di una decisione, almeno di facciata collegiale, ha dato forza alle tribù dell’est. Infatti con il cirenaico re Idris erano le tribù cirenaiche a detenere il potere effettivo, mentre le più numerose tribù tripolitane ne erano tenute fuori. Era solo questione di tempo, Re Idris Emiro della Cireniaca e della Tripolitania, aveva aperto la strada ad una reazione violenta da parte delle tribù tenute fuori dal potere decisionale.

La Libia deve fare i conti con il suo tessuto sociale tribale (nel senso migliore del termine) e l’elenco dei governatorati, ovvero Muhafazah, ci serve per capire e posizionare la geografia tribale della Libia. Ecco l’elenco.

La Cirenaica: tre governatorati: Al Jabal al Akhdar – Benghazi – Darnah.

In questa area la tribù di Obeidat è il riferimento della confederazione precaria delle tribù Harabi senza contare le altre tribù (Al-Zuwayya, Obeidat e altre…), è suddivisa in 15 clan. La confraternita dei senussi, che molti osservatori sospettano collegata con l’attuale fondamentalismo islamico, è quella che ha espresso il re ed è il riferimento della maggioranza degli abitanti della Cirenaica. Alla fratellanza islamica senussita fanno riferimento almeno un terzo dei libici.

La Tripolitania: quattro governatorati: Al Khums – Az Zawiyah – Misratah – Tarabulus.

Qui è la base della più grande tribù della Libia, distribuita fra Tripoli e il sud di Tripoli, la tribù di Al-Warfallah, che rappresentava, allora, da sola, un milioni di libici ed è suddivisa in 52 clan.

A questa area tribale fanno anche riferimento le tribù di Magariha e Qaddhafa, che sono i gruppi principali delle tribù sirtiche fra le quali quella di Al Farjane. La tribù Qaddhafa è quella cui è collegato Gheddafi.

Il Fezzan: due governatorati: Awbari – Sabhah.

Nel deserto del Sud abitano i Tuareg che fanno parte della tribù berbera.

La Tripolitania e il Fezzan hanno uno governatorato in comune: Al Jabal al Gharbi.

L’anima senussita della Libia di Re Idris I, pur tenendo conto del sostegno alla fratellanza islamica senussita da parte della Gran Bretagna, si mostra disturbata dalle ingerenze nella vita economica del paese, seguite alla conferma della presenza di profondi giacimenti di oro nero (come anche viene chiamato il petrolio); quindi, sotto pressione dell’anima tribale che cerca l’emancipazione della Libia, e non vedendo volentieri le eccessive concessioni a favore delle compagnia petrolifere straniere (soprattutto quelle raccomandate dai paesi che avevano in Libia basi militari), sempre l’anima senussita che deve tenere conto delle altre anime libiche spinge il sovrano, nel 1964, a chiedere che le truppe britanniche lascino il paese e che venga chiusa la base aerea USAense vicino Tripoli. Richiesta che, con calma, viene recepita dai paesi che intanto continuavano ad avere in Libia basi militari.

Dopo 6 anni nei quali la Libia era di fatto governata da un re che si nominava da solo i rappresentanti del suo vasto territorio, mentre re Idris I si trovava in Turchia per motivi di salute, un gruppo di militari prese il potere, senza spargimento di sangue, e dichiarò decaduta la monarchia e proclamò la Repubblica Libica Araba, era il 1° settembre 1969. Il sovrano, che ormai aveva 79 anni, rinunciò al trono e fu poi accolto in esilio in Egitto.

Che dietro questi militari ci fossero le tribù organizzate dell’ovest (che usavano l’Italia come base operativa e Nasser come bandiera), divenne chiaro quando venne promulgata una nuova costituzione che assegnava il potere ad un Consiglio della Rivoluzione formato totalmente da civili. Fu formato un nuovo governo, ma, appena tre mesi dopo, il ministro della difesa e dell’Interno vennero rimossi, perché accusati di complotto contro il nuovo stato repubblicano. I ministri erano dei militari. Da questo momento comincia la storia pubblica di Mu’Ammar El-Qadhdafi, un capitano (subito promosso colonnello) dell’esercito libico.

 

Nasce la nuova Libia

Nel gennaio del 1970 venne formato un nuovo governo, nel quale Mu’Ammar Gheddafi era capo del governo e insieme ministro della difesa. Il nuovo governo della Libia chiese che fossero accelerate le procedure di uscita (iniziate nel 1964) di tutte le truppe straniere presenti nel territorio libico.

Messa fine alla collaborazione militare con la Gran Bretagna, il 31 marzo i britannici abbandonarono le loro basi. Il 30 giugno gli statunitensi lasciarono la base aerea di Wheelus, come accennato nel paragrafo dedicato alla storia della Libia.

I beni degli ebrei e degli italiani in Libia, ovvero quelli che erano rimasti e che si limitavano sostanzialmente all’area della Tripolitania, vennero espropriati dallo stato. Non fu una bella scena vedere il rientro dei 20.000 italiani costretti ad abbandonare la Libia in attesa di un indennizzo promesso in 15 anni e che, dopo 40 anni, non ha neanche raggiunto il 25% dei beni personali incamerati dalla Libia. Aveva già il petrolio la Libia; aveva anche bisogno di 37 mila ettari con 352 fattorie, 500 negozi, 1.750 abitazioni, 1.200 autoveicoli, aerei, trattori di proprietà dei cittadini italiani espulsi; dei 400 miliardi di lire (di allora) dei cittadini di religione ebraica? (Angelo Del Boca, «Gheddafi, una sfida dal deserto», Laterza, 1998)

Occorre mettere a memoria, perché sia utile per prevedere e prevenire eventi futuri, che la legge di esproprio nei confronti degli italiani fu un fulmine a ciel sereno. Infatti nei primi mesi di vita del nuovo governo repubblicano giungevano segnali di disponibilità verso le minoranze italiane. Gli italiani in Libia vissero come un vero voltafaccia l’improvvisa aggressività nei loro confronti che culminò con la legge di esproprio del 21 luglio 1970.

Si farebbe un errore di grave superficialità a valutare questi repentini cambiamenti di posizione politica come scatti umorali di una singola personalità. Come abbiamo già valutato, la chiave degli improvvisi mutamenti negli orientamenti politici sta nella ricerca di equilibrii, questi si sempre mutevoli, resi necessari della complessa realtà tribale della terra libica. I cambiamenti improvvisi decisi dal re Idris I, per risolvere le “pressioni sempre mutevoli” provenienti dalle galassie tribali, lo dimostrano in pieno.

Del resto quando il nuovo governo libico si attivò per concretizzare un patto di cooperazione politica e militare con i confinanti Egitto e Sudan, e quando cercò poi di proporre improbabili confederazioni con altri stati (Algeria, Marocco, Mauritania, Tunisia), e poi anche solo con la vicina Tunisia, la vera motivazione del tentativo di inserire la Libia all’interno di una confederazione multi-stato va ricercata proprio nel tentativo di minimizzare, in un ambito politico-istituzionale più vasto, le endemiche interne frizioni tribali.

Ecco perché, però, quando dalle “esposizioni internazionali” la Libia viene messa in difficoltà, le reazioni delle tribù all’interno sono immediate e “molto cattive”.

Sono gli squilibri interni che costringono il rappresentante di una piccola tribù sirtica a riposizionamenti continui, sia in politica interna, per stroncare i chiacchiericci; sia in politica estera per depotenziare “costruttivamente” le eterne e inconciliabili rivalità tribali.

È dunque un grande equilibrista il Gheddafi che il 5 aprile 1974, mantenendo la carica di capo dello stato e delle forze armate, rinuncia all’incarico di Primo Ministro cedendolo a Abd As-Salam Gialloud, della tribù Magariha. È ancora un grande equilibrista il Gheddafi che nel 1979 si oppone al piano di pace con Israele proposto da Answar Al-Sadat, si avvicina alle posizioni della Siria; appoggia, anche finanziariamente, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) con a capo il leader Yasser Arafat.

 

Una rivoluzione tribale

La dimostrazione finale che la rivoluzione, che ha a capo Gheddafi, è una rivoluzione che tiene conto della realtà tribale della Libia, diviene visibilissima, dal 1977, anno nel quale la nuova costituzione dichiara la Libia una democrazia popolare diretta che assume la denominazione ufficiale di Jamahiriya ovvero governo delle masse, libico, popolare, socialista.

Nel nuovo ordinamento, le ambasciate diventano “Uffici Politici”. (Sembra un soviet in salsa libica si potrebbe dire sorridendo)

Nel nuovo ordinamento, i rappresentanti del popolo negli organi esecutivi sono scelti dal Congresso Generale.

Gli organi esecutivi sono:

– il Comitato generale del popolo

– il Segretariato generale, composto da 6 membri.

Uno dei 6 componenti è il Segretario Generale che ha le funzioni di Capo dello Stato.

Interessante, per comprendere, la conformazione tribale della Libia è la suddivisione amministrativa definita dalla nuova (più tribale) Costituzione.

Le unità amministrative non sono più 10, come sotto re Idris I, ma sono 46.

i Congressi Popolari di base che eleggono il Comitato Generale del popolo sono 186.

E sono 186, perché sono complessivamente 186 le tribù e i clan delle tribù principali che hanno il diritto di essere rappresentati nel Comitato Generale del popolo.

Il sistema giudiziario si diparte dalle Corti di Prima istanza, nelle 46 unità amministrative, le superiori Corti di Appello e quindi una Corte Suprema.

L’importanza che viene data alle realtà tribali di base già si stava esprimendo negli anni precedenti, che meglio non si potrebbe, nell’utilizzo “popolare” dei proventi della vendita del petrolio, dei quali la Libia si riappropria. A questo scopo finale viene fondata la Società nazionale del petrolio la NOC (National Oil Corporation), che assorbe le società petrolifere straniere nazionalizzate e si associa con quelle non nazionalizzate, attraverso apposite joint ventures a capitale in maggioranza libico. Allo stesso tempo vengono aggiornate le concessioni di estrazione petrolifera, previo corposo aumento delle quote che vanno versate allo stato. Dopo la guerra del Kippur, nel 1973, il governo decise di nazionalizzare tutti i pozzi petroliferi e di aumentare ulteriormente il prezzo del petrolio.

La ricchezza petrolifera venne investita, come già è stato detto, per migliorare la vita della popolazione, intervenendo nell’edilizia abitativa, potenziando il settore scolastico, riorganizzando e potenziando l’intera rete stradale.

Gheddafi tenta una terza via socialista araba al socialismo; una visione socialista araba dell’economia che superi le vie battute dal capitalismo e dal comunismo ateo (mi viene qui in mente la lettera di Komeini a Gorbaciov, dopo il crollo dell’URSS).

Per attutire le frizioni con le tribù più integraliste, viene applicato il calendario lunare islamico, spingendo perché, sia pure gradualmente, il diritto civile, il diritto penale e l’alimentazione vengano riportate nell’alveo del diritto islamico (la Shariah).

Il fatto è che Mu’Ammar El-Qadhdafi ci crede a questa nuova creatura istituzionale che immagina armatura protettiva della Libia tribale. Si dimette da capo dello stato, rinuncia a tutte le cariche politiche, si definisce “capo della Rivoluzione”; si spoglia di ogni autorità. Eppure la sua autorevolezza carismatica è gigantesca, sia fra il popolo libico che all’estero. Di fatto detiene un reale e concretissimo potere decisionale e orientativo. Ma… e il ma lo conosciamo ormai, è il rappresentante di una piccola tribù della Sirte.

Gheddafi aveva iniziato a riorganizzare le sue idee sulla rivoluzione. Un lavoro durato tre anni, alla fine dei quali (nel 1979) era pronto, in tre volumi, il Libro verde” della rivoluzione.

Le “frizioni tribali” si facevano sentire e Gheddafi voleva difendere la “sua rivoluzione” che continuava a sperare che divenisse la rivoluzione di tutti i libici.

Gli oppositori erano automaticamente anti-rivoluzionari per cui era legittimata una dura campagna contro di loro, sia in Libia che all’estero. Ma, Gheddafi, imparò, a sue spese, che, a volte, essere più moderati, può rendere la vita meno pericolosa fra i rappresentanti delle tribù che baciano le mani e fingono sorrisi.

 

La Libia degli anni ’80 fino al primo decennio del 2000

Si dipanano gli anni ’80, inizia un periodo di difficili rapporti con gli Stati Uniti.

Nel 1981, sopra i cieli del Golfo della Sirte, si confrontano caccia libici e statunitensi. Due aerei libici vengono abbattuti e la Libia, denunciando la violazione delle acque territoriali del golfo della Sirte, sulle quali ritiene di avere sovranità, minaccia una rappresaglia contro le basi NATO. La risposta immediata fu l’embargo sulle importazioni statunitensi di petrolio libico.

Il 27 maggio 1984, qualche anno dopo l’abbattimento di due caccia libici nei cieli della Sirte, qualcuno armò un gruppo armato che tentò, senza riuscirci, di attaccare la residenza bunker di Gheddafi, vicino Tripoli. (È sempre duro vivere fra tribù non amalgamabili)

Nel 1986, Ronald Reagan accusa Gheddafi di ospitare e nascondere cellule terroristiche a Bengasi e a Tripoli. Le due città vengono bombardate, a Tripoli, Gheddafi sfugge miracolosamente al lancio di missili, ma viene uccisa una sua figlia. (Trent’anni dopo sembra un vizio irrefrenabile il lancio di missili sulle abitazioni di Gheddafi e dei suoi familiari evidentemente considerati “obiettivi militari” da colpire piuttosto che “obiettivi civili” da evitare)

Lampedusa venne mirata per vendetta (e mancata) da due missili. La Libia accusava l’Italia di aver dato appoggio logistico al bombardamento su Tripoli che aveva ucciso una sua figlia.

La Libia, durante la Guerra del Golfo, nel 1991, che vedeva gli USA in confronto militare con l’Iraq, si oppose sia a Saddam che aveva invaso il Kuwait, sia all’uso della forza contro L’Iraq.

L’anno seguente, rifiutava di concedere l’estradizione di due cittadini libici indiziati per l’attentato al volo Pan-Am 103 sopra Lockerbie (sulla Scozia). A seguito di questo diniego (l’intertribalità ha le sue regole) le Nazioni Unite decretarono delle sanzioni che furono rinnovate fino al 1995.

Delle dispute di dominio territoriale (1973) e del conseguente confronto con il Ciad (1987 – 1994) e delle sue reali motivazioni abbiamo già detto nei precedenti paragrafi.

La politica estera della Libia negli anni ’90 si pone di traverso ai tentativi di controllo e “pacificazione” dell’area mediorientale da parte degli USA.

Di traverso sul processo di pace fra Israele e Palestina. Di traverso nelle vicende della Somalia, dove vengono appoggiate fazioni ostili alle interferenze statunitensi.

Le espulsioni reciproche di diplomatici fra Gran Bretagna e Libia diventano come i tuoni dalle nuvole, in attesa di un ancora lontano temporale.

Il vero timore del Gheddafi sirtico sono i movimenti armati di matrice islamica che attecchiscono facilmente nella regione cirenaica e accendono fuochi che possono essere appiccati anche nel Fezzan e in Tripolitania.

Quando, nel 1996, in Algeria nasce il Gruppo Islamico Combattente (FIG), l’allarme delle tribù tripolitane e sirtiche è elevatissimo. Il Sudan fondamentalista e i cittadini del Sudan in Libia sono messi sotto stretto controllo; molti sudanesi che lavorano in Libia sono espulsi per timore che fra loro vi siano fondamentalisti integralisti che fomentino il fondamentalismo libico-cirenaico. Temendo che in Libia si stiano preparando gruppi islamici integralisti, come in Algeria, il Governo mette in atto procedure repressive durissime. (I componenti delle tribù colpite allora dove credete che siano oggi, fra i difensori di Gheddafi o fra chi lo vorrebbe morto? Quando, nel complesso scontro armato in campo, un giornalista intervista un cittadino libico che afferma che Gheddafi dovrebbe essere ucciso, se volesse fare davvero giornalismo, dovrebbe anche chiedergli non da quale città sta parlando, ma a quale tribù appartiene – se mai lo volesse dire).

Eppure la Libia viene accusata di dare riparo e sostegno a gruppi integralisti islamici. (È un problema che esiste ma andrebbe analizzato con la microgrammatura dei veri osservatori politici e non con il tonnellatismo dei servitori sciocchi di un potere che sa costruire, usare, diramare anche ciò che dice di combattere strenuamente.)

Negli anni ’90, comunque, finiscono, anche per l’intervento del vaticano di Giovanni Paolo II, le sanzioni contro la Libia. Mentre l’orizzonte diplomatico mostra meno nuvoloni neri, la Libia concede l’estradizione dei cittadini libici accusati di essere gli autori dell’attentato di Lockerbie (di cui accenneremo).

Per la Libia il 2003 fu un anno importante: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU mise fine alle sanzioni decise dal 1992.

La Libia, su richiesta di USA e GB, accettava di predisporre gli atti per giungere alla firma di un trattato di non proliferazione delle armi di sterminio e a permettere le relative ispezioni che fossero state disposte dall’Agenzia internazionale dell’energia atomica; i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti vennero stabilmente ripresi; e quindi l’embargo USA, nei confronti della Libia, revocato.

Tutto sembrava andare bene dunque. Perfino l’annosa questione dei danni coloniali, che l’Italia avrebbe provocato alla Libia, venne risolta con un accordo fra i due paesi, anche se in questo accordo non ha trovato soluzione l’altra annosa questione dei danni provocati a 20mila italiani costretti a tornarsene in Italia a mani vuote. (Ma si sa la politica, spesso, ha bisogno di essere così realistica che mentre corre incontro al realismo non vede lo zeppo secco di un albero che gli sta per entrare nell’occhio.)

 

Il lungo potere di Gheddafi e le tribù

Dopo gli errori di Re Idris I, valutati nel precedente paragrafo, era nelle cose che fra le tribù covasse il malcontento (sempre fuoco sotto la cenere, ma troppi “osservatori” se ne dimenticano).

La rivolta contro re Idris, pochi vogliono sottolinearlo, era di fatto una rivolta contro le tribù senussite della Cirenaica; da quelle tribù proveniva la classe dirigente di cui solo si fidava il re senussita. (Esattamente le esatte motivazioni inverse di oggi)

A capo della rivolta la più numerosa tribù della Tripolitania, che già conosciamo, la tribù di Warfallah, a cui si erano unite le tribù della Tripolitania sirtica (il territorio di fronte al golfo della Sirte), la Magariha e la Qaddhafa.

A chi legge, ormai, non rimane incomprensibile che sarà una tribù sirtica, la Qaddhafa, ad indicare il riferimento di questa rivolta tribale e, poi, popolare: Gheddafi, appunto.

Dall’altra tribù sirtica, la Magariha, forte di un accordo di ferro con la potente Warfallah, arriverà invece, nel 1973, il primo ministro: Abdessalam Jalloud che prenderà il posto di Gheddafi.

Va ancora considerato che le remore fiduciarie fra le tribù sono parte inscindibile endemica della loro stessa esistenza. Del resto è la chiave interpretativa delle modifiche istituzionali che portarono re Idris I a trasformarsi in un re dispotico e dittatoriale, anche in forza dell’importanza che nel mondo islamico ha la carica di Emiro.

Di converso assume consequenzialità logica che la ribellione al dispotismo abbia condotto le tribù verso la nascita di uno Stato, apertamente dichiarato, socialista.

Dentro questa visuale, sarebbe riduttivo considerare eccessivo che Gheddafi abbia cercato di assicurare alla tribù dei Qaddhafa il controllo dell’aeronautica.

Questa sua “remora” gli permise di contrastare il tentativo di colpo di stato organizzato nel 1993 proprio dalla tribù Warfallah e da quella che esprimeva il primo ministro Jalloud, la sirtica Magariha.

Solo dentro la società intertribale può essere compreso l’arresto domiciliare di Jalloud e non il suo assassinio.

Dentro la questione dell’aereo, diretto da Londra a New York, esploso in volo sopra Lockerbie, nel 1988 si trovava implicato, e quindi condannato all’ergastolo, un componente della tribù Magariha, Mohamed al Megrahi. Il suo rilascio per motivi di salute, che il primo ministro britannico ha negato fosse il frutto di un accordo con Gheddafi, e il fatto che Al Megrahi sia stato accolto all’aeroporto trionfalmente dallo stesso Gheddafi, indica (ancora una volta dirlo non guasta) che i rapporti o gli scontri intertribali in Libia dovrebbero fare da sfondo a qualunque analisi coinvolga quel paese.

Se, poi, questa vicenda (Lockerbie) mentre si mostra come fumo che impedisce di vedere chi veramente ha appiccato l’incendio, e, solo a fumo diradato, mostra chi se ne sia ufficialmente assunta la colpa, non voglia raccontare altro.

Gaio Crispo Sallustio (86-34 a.C.) nella sua “Guerra di Giugurta” (un principe di Numidia un po’ pasticcione nei rapporti con Roma), dove parla anche dell’antica Leptis che abbiamo già incontrato nel primo paragrafo, ci racconta che fra i cartaginesi e i cirenesi era sorta una disputa su quale fosse esattamente il punto di confine fra i loro territori.

Per trovare una soluzione ci si sarebbe affidati a due coppie di corridori che avrebbero corso partendo una da Cartagine e una da Cirene. Dove i corridori si fossero incontrati lì sarebbe stato fissato il confine fra i due territori. Partita la corsa, i corridori cirenesi incontrarono i fratelli Fileni, che correvano per Cartagine, prima di quanto si aspettassero e li accusarono di essere partiti prima del tempo stabilito. Dopo animata discussione, i cirenesi proposero ai fratelli Fileni che avrebbero accettato quel punto di confine solo se loro avessero accettato di farsi seppellire vivi nel punto dell’incontro; diversamente i corridori cirenesi avrebbero ripreso la corsa e dove fossero giunti avrebbero accettato di morire allo stesso modo.

I fratelli Fileni accettarono di morire per Cartagine e in quel punto fu costruito un altare in loro onore. Quel luogo è a 500 chilometri ad est di Tripoli, ed è ancora l’attuale confine con Bengasi. Che esattamente quel luogo sia ancora oggi dedicato ai fratelli Fileni, forse con ritrosia tribale, la dice lunga sul carattere delle tribù libiche.

Sempre considerando l’intertribalità, è lo stesso Gheddafi che cerca, dopo lo strappo rivoluzionario, di riallacciare i rapporti con le tribù cirenaiche. E poi, la frase “bacia la mano che non puoi mordere” immerge tutta la sua filosofia nell’attesa del momento giusto per eliminare l’avversario, mentre gli si sorride e gli si offrono opportunità. Il guaio è che questi “sorrisi” sono vicendevoli. Non c’è mai un debole in questo tipo di rapporti.

È questo lo sfondo dell’allargamento del governo libico ad esponenti delle tribù cirenaiche. Certo, in questo “allargamento” c’è anche la considerazione che l’affidabilità di alcuni clan della tribù Warfallah si stia mostrando traballante. Ecco dunque l’apertura di contatti con alcuni clan della potente confraternita senussita, della tribù Harabi; da cui proviene Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, cui verrà affidato il ministero della Giustizia. Ecco i contatti con la tribù Obeidat da cui proviene il generale Abdul Fatah Younis, a cui viene affidato il ministero dell’interno.

Ai due cirenaici della federazione Harabi è stata affidata la repressione degli oppositori al regime di Gheddafi. Repressione portata a termine con determinazione; quanto alla loro fedeltà a Gheddafi, uno della tribù sirtica dei Qaddhafa, ricordiamoci del baciamano, dei denti digrignati, dell’emiro senussita re Idris I defenestrato.

 

Coincidenze mediterranee

Potrebbe essere riscontrabile che, in quella giornata di venerdì 27 giugno 1980, navi militari non italiane stavano solcando il Mediterraneo a ridosso del canale di Sicilia?

Potrebbe essere riscontrabile che Gheddafi quello stesso giorno si trovava a Ginevra per la Conferenza delle nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD – United Nation Conference on Trade and Development) perché proprio quel giorno veniva costituito, dopo un lungo negoziato avviato dal 1976, il Fondo Comune per le materie prime (CFC – Common Fund for Commodities) un organismo finanziario intergovernativo con lo scopo di consolidare lo sviluppo socio-economico dei paesi produttori di materie prima e specialmente, fra questi, i Paesi meno avanzati?

Potrebbe essere riscontrabile che Gheddafi, per tornare in Libia, abbia affittato a Ginevra un aereo di linea?

Potrebbe essere riscontrabile che questo aereo di linea abbia utilizzato nella sua parte finale il corridoio aereo Bologna-Firenze-Ustica nella fascia oraria 18,15 – 19,20?

Potrebbe essere riscontrabile che questo aereo sia, invece, atterrato a Malta dove un aereo attendeva Gheddafi per condurlo in Libia?

Potrebbe essere riscontrabile che l’aereo di linea Itavia IH 870 che avrebbe dovuto partire alle 18,15 per giungere a Ustica alle 19,20, accumulò ritardi già dal primo pomeriggio di quel venerdì 28 giugno 1980?

Potrebbe essere riscontrabile che quell’aereo, a causa del ritardo accumulato entrò nel corridoio Bologna-Firenze-Ustica alle 20,08 con una previsione di arrivo alle 21,13?

Potrebbe essere riscontrabile che qualcuno stesse aspettando al varco Gheddafi sui cieli mediterranei?

Potrebbe essere riscontrabile che se fosse stato ipotizzabile un agguato aereo questo avrebbe potuto far parte di un piano coinvolgente oppositori di Gheddafi in patria, servizi egiziani (i rapporti tra Libia ed Egitto erano molto tesi allora) e non meglio precisate potenze straniere presenti nell’area?

Potrebbe essere riscontrabile che Gheddafi fosse stato avvertito della trappola in preparazione?

Potrebbe essere riscontrabile che l’affitto di un aereo di linea e il passaggio esattamente nella fascia oraria prevista per il DC9 Itavia fosse stato suggerito o concordato?

Potrebbe essere riscontrabile che, troppo tardi, qualche agente dei servizi di un paese mediorientale abbia informato gli organizzatori dell’agguato che Gheddafi avrebbe sorvolato quell’area con un aereo di linea preso in affitto?

Potrebbe essere riscontrabile che l’aereo dell’Itavia, in ritardo, sia stato inserito fra gli obiettivi ricercati?

Potrebbe essere riscontrabile che vi sia stata concitazione ed incertezza sul da farsi?

Potrebbe essere riscontrabile che un aereo militare sorvolante il DC9 dell’Itavia abbia ingenerato l’errore che l’aereo Itavia fosse invece l’aereo affittato da Gheddafi?

Potrebbe essere riscontrabile che vi sia stata una battaglia fra aerei militari di diversa nazionalità?

Potrebbe essere riscontrabile che, nel corso di questa battaglia, l’aereo sia stato urtato, o addirittura colpito, e abbia perso l’assetto di volo a seguito del quale è precipitato in mare e quindi si è compiuta la tragedia che ha provocato la morte di 81 persone, compresi 12 ragazzini e due neonati?

Prendiamo atto dell’incertezza che appare dalle secche domande sopra elencate e facciamo un balzo di 30 anni e osserviamo quanto accade intorno alla Libia. Potremmo registrare, questa volta con riscontri, quali sono quelle potenze straniere che, a distanza di 30 anni, ancora navigano e volano intorno alla Libia.

1980 più 30 è uguale a 2010.

Sono trenta anni di storia del nostro Paese nei quali abbiamo dovuto registrare l’esistenza di eventi non noti che avevano la potenza di provocare cambiamenti epocali nel nostro Paese. Cambiamenti epocali che in un tempo futuro, potremmo scoprire essere stati gestiti da altri Paesi che non hanno mai voluto che l’Italia fosse un paese veramente libero. Ci sono momenti, e questo è uno di quelli, nei quali, stranamente, il tempo accorcia le distanze e fa divenire evanescenti le corazze dei nascondigli. Quando questo avviene la violenza si fa tremenda.

Siamo nel tempo in cui i giovani africani sono stati convinti che nel loro paese vanno costruite le stesse possibilità di guadagnarsi di che vivere che ci sono nei paesi europei.

Vogliono anche loro il diritto al telefonino, al computer, agli elettrodomestici, all’automobile, alle belle e potenti moto, ai bei vestiti; a non faticare troppo per vivere, insomma.

Quindi è facile, dentro questa fibrillazione speranzosa di un destino migliore, inserire orientamenti illusori, funzionali a chi vuole solo utilizzarli, ma non accontentarli.

 

La guerra civile indotta

Siamo nell’ottobre del 2010, in Libia naturalmente. Giovedì 21 ottobre la Libia ha sottoscritto con la Francia un accordo di cooperazione che fa seguito a quello siglato fra i due Paesi nel 2007, che ha come obiettivo finale la costruzione di una centrale nucleare a scopi civili e un raccordo permanente nel settore bancario, petrolifero e delle energie rinnovabili. Sembra vada tutto bene, dunque, fra i due paesi. Ma si verificano eventi che vanno collegati e non lasciati distinti come si sarebbe portati a fare. (Di seguito, tutte le note datate si riferiscono ad analoghi lanci ANSA)

Venerdì 5 novembre, l’agenzia di sicurezza interna arresta 10 giornalisti che lavorano presso la Libya Press, una agenzia giornalistica. Lanci di agenzie sostengono che la Libya Press faccia parte di un gruppo editoriale fondato dal figlio di Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi. Le motivazioni degli arresti viene suggerito che siano collegate ad articoli usciti nell’agenzia e nella collegata rivista Oea che denunciavano fenomeni di corruzione e il tentativo di vietare ai giovani provenienti dagli studi all’estero di occupare posti di potere nel sistema statale. Negli arresti di giornalisti sarebbe coinvolto anche il settimanale Oea, che prima era un quotidiano, è stato prima sospeso e poi chiuso.

Questo è quanto viene ufficialmente detto; mentre sulle motivazioni degli arresti anche dopo che i giornalisti verranno liberati su intervento personale di Gheddafi, silenzio assoluto.

Il 23 dicembre, relativamente ai lanci di agenzia del 7 novembre che collegavano l’agenzia Libya Press ad un gruppo editoriale di sua proprietà, il figlio di Gheddafi, Seif al-Islam, in una nota inviata alla Fondazione Gheddafi di cui è Presidente, ha dichiarato che non esiste nessuna lotta di successione tra lui e i suoi fratelli; inoltre ha smentito che lui sia proprietario dell’agenzia Libya Press.

Questo significa che le notizie collegate agli arresti, sapendo che i servizi libici stanno mettendo assieme i dati del progetto per far cadere il regime, si configurano come facenti parte di un progetto preordinato di informazioni non vere, come si dimostrerà soprattutto nei primi tre mesi della guerra civile strisciante visibilmente indotta dall’esterno, che, proprio dai primi di novembre, sono lanciate a grappolo nel mondo mediatico (utilizzate proprio come bombe molto sofisticate), sia per confondere le idee, sia per orientare reazioni “sociali” verso la predisponenda guerra civile indotta.

La comprova giunge il 18 gennaio 2011, e proviene proprio dalla Libya Press che continua ad essere collegata al figlio di Gheddafi, nonostante la precisa smentita del 23 dicembre 2010. È una notizia che vuole creare scompiglio nell’esercito, ma ormai il gioco è scoperto. L’agenzia che non è riferibile al figlio di Gheddafi, ma si dichiara che lo sia, accusa alcuni ufficiali dell’esercito di essere corrotti (a parte che l’accusa di corruzione dentro il mondo economico è come dire che l’automobile, dono del mondo economico, rotola sulle ruote); accusa l’esercito di inefficienza e di sovradimensione, di occupare territorio per addestramento e caserme.

Si può solo registrare che il 7 novembre (domenica) le autorità libiche emettono un ordine di espulsione, entro 24 ore, nei confronti di un diplomatico dell’ambasciata USA a Tripoli.

Il diplomatico è l’incaricato per le questioni politiche dell’ambasciata e viene accusato di essersi recato nella città di Yafran, a sudovest di Tripoli. L’ambasciata si è trincerata dietro un comprensibile no comment.

Bene, si da il caso che fra le tribù che si sono ribellate al governo libico e hanno dato inizio alla guerra civile ce ne sono alcune posizionate nell’area della cittadina di Yafran che, appunto, è stata teatro di scontri fra opposte fazioni.

Yafran, il 3 aprile 2011, è stata accerchiata e il 23 aprile è stata occupata dalle forze lealiste libiche.

Il sospetto che il diplomatico USAense, già dalla seconda metà del 2010, stesse “preparando” la futura e “spontanea guerra civile”, converrete, è altissimo.

Ma le stranezze continuano. Lunedì 29 novembre si tiene a Tripoli il terzo vertice tra Unione europea e Africa. Sono previste presenze europee di alto livello (il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione Barroso). È prevista la presenza del primo ministro italiano e del presidente francese; ma all’ultimo momento Nicolas Sarkozy fa sapere che non ci sarà.

Si può ipotizzare che il Presidente non sia andato a Tripoli per evitare domande imbarazzanti? Domande, per esempio, circa la presenza “di un ministro libico” a Parigi, dal 21 ottobre con tutta la famiglia, ufficialmente per motivi di salute, ma non risulterebbe vero ai servizi libici?

Infatti, le forze di sicurezza libiche stanno cercando, proprio nei giorni del vertice, Nuri El-Mismari ministro del Protocollo e Cerimoniere; appurato che si trova a Parigi, le autorità libiche ne chiedono l’estradizione; la motivazione ufficiale, quella che viene fornita alle autorità francesi, è l’accusa di sottrazione di fondi pubblici. Le autorità francesi comunicano che El-Mismari è stato arrestato domenica 28 novembre in un appartamento “dove risiedeva temporaneamente” e rilasciato due settimane dopo.

Il rifiuto dell’estradizione, il conseguente rilascio del(l’ex) ministro libico, la sua richiesta di asilo politico, può far presumere che Nuri El-Mismari non fosse a Parigi per motivi di salute? Si possono elevare dubbi sulla presenza di un ministro libico a Parigi, proprio a ridosso dei sommovimenti “(nell’intenzione) popolari” che di lì a un mese si sarebbero verificati in Libia?

Un articolo di Franco Bechis su Libero del 23 marzo 2011, dà corpo a questi dubbi.

Da lui veniamo a sapere che il Mismari vive si a Parigi ma presso l’Hotel Concorde Lafayette. Collaboratori diretti di Sarkozy entrano più volte nell’Hotel. Il 16 novembre Mismari nella sua suite riceve un considerevole gruppo di persone che giunge presso l’hotel, dove si svolge una lunga e fitta riunione con gente che è arrivata a bordo di auto blu. Il 18 novembre una delegazione commerciale francese giunge a Bengasi; ufficialmente si cercano commesse; del resto il 21 ottobre c’è stata la firma di un accordo di cooperazione fra i due paesi. Tutto appare normale. Mischiati alla delegazione agenti francesi hanno il compito di incontrare il colonnello dell’Aeronautica Abdallah Gehani che il Mismari ha indicato come disposto alla diserzione.

In realtà, già da mesi, i servizi libici hanno sentore di qualcosa che sta accadendo e non hanno certo perso di vista il Mismari. Sanno anche che in realtà non è stato messo in carcere ma tenuto agli arresti domiciliari presso la sua suite.

Potrebbero essere questi i motivi reali del perché Sarkozy non si è fatto vedere a Tripoli il 29 novembre al vertice fra la UE e l’Africa?

Il 23 dicembre giungono a Parigi Farj Charrant, Fathi Boukhris e All Ounes Mansouri. Si incontreranno con Mismari e li ritroveremo fra gli organizzatori della rivolta del 17 febbraio 2011 a Bengasi e nella conferenza nazionale dell’opposizione. Solo che Franco Bechis ci informa che Mismari avrebbe svelato i segreti militari del colonnello Gheddafi, la mappa del dissenso e delle forze in campo; ma francamente analizzando la sua intervista che riporto nelle righe seguenti la cosa non mi sembra credibile.

L’ex ministro libico che ha chiesto asilo politico alla Francia, dove è giunto il 21 ottobre 2010, appare come persona che ha tramato contro il suo Paese, con l’aggravante di averlo fatto nella posizione di ministro, il 23 febbraio ha rilasciato una intervista all’Agenzia stampa francese Afp (Agence France Presse).

L’ex ministro, relativamente ai sommovimenti in Libia, denominati “insurrezione” si è premurato di dare informazioni di prima mano (da Parigi, si sa, si è meglio informati che stando direttamente a Tripoli).

Ecco cosa ha detto l’informatissimo Nuri El-Mismari, mentre si diceva certo di una caduta imminente di Gheddafi:

l’insurrezione in Libia ha causato la morte di oltre mille persone di cui 600 a Tripoli”;

Gheddafi “non ha nemmeno il 5% del Paese con lui” (ed essendo El-Mismari un ministro del governo che riconosce a Gheddafi il titolo di “Guida del Paese” lo saprà bene);

che Gheddafi “ha dei mercenari” che “stanno uccidendo tutti. Sparano alla cieca.” (E lui dovrebbe saperlo se nell’esercito libico sono state inquadrate delle truppe, non libiche, da utilizzare come interposizione degli scontri fra tribù.)

L’ex ministro si è anche premurato di informare l’intervistatore che dalla Libia gli era giunta notizia che la figlia di Gheddafi, Aisha, stava fuggendo a Cipro (e questo dimostra da quali informati informatori fosse informato l’ex ministro libico, rappresentato, dagli informati servizi francesi, come informatissimo).

Possiamo presumere che la presenza a Parigi di questo personaggio (che potrebbe essere stato raggiunto da altri personaggi libici giunti a Parigi nei mesi precedenti) dimostri che la Francia sia coinvolta in pieno, come gli USA, in questo sommovimento che si dimostra esternamente guidato?

Possiamo presumere, invece, che questo stesso personaggio sia stato inserito, suo malgrado, nel progetto di disinformazione che da dicembre 2010 avvolge la Libia?

Per esempio, Mismari è a Parigi dal 21 ottobre 2010 e, anche secondo l’articolo di Franco Bechis su Libero, si trova lì con tutta la famiglia. Ebbene, appena ha rilasciato l’intervista che è su riportata, appaiono lanci di agenzie le quali affermano che quelli del regime, per vendicarsi di lui e per costringerlo al silenzio, gli hanno rapito le figlie che risulterebbero scomparse da Tripoli.

Se non ci trovassimo di fronte alla tragedia di un Paese, tutto questo apparirebbe semplicemente ridicolo.

O, peggio, rappresenterebbe il confuso scenario, privo di credibilità che attende la Libia dell’agognato dopo Gheddafi.

Coloro che stanno giocando con le tribù libiche, questo dimostra tutta questa vicenda, comunque vada a finire, le ritengono di livello inferiore e fingono con loro tanto e più di quanto perfettamente sanno della loro ingovernabile abitudine alla finzione con i non tribali.

Nel mese di gennaio prende il via il piano preparato da almeno 6 mesi, come intuibile e come dimostrano le notizie sopra riportate.

Ritenendo di togliere forze al progetto, perfettamente noto ai servizi segreti governativi, febbraio 2011 inizia con il lancio di un investimento di 150 miliardi di dinari libici (89 miliardi di euro).

Il piano, già operativo, prevede:

– la realizzazione di 300.000 appartamenti, all’interno di progetti riguardanti 41 città libiche, tre aeroporti, dieci porti; la riorganizzazione e l’espansione della rete elettrica, la costruzione di nuove scuole e nuovi presidi sanitari (è Khaled Al Gaouil, segretario dell’Ufficio generale libico per i progetti che lo comunica);

– la creazione di quasi 400 nuove aree industriali in diverse regioni con invito ai giovani di fornire servizi e creare attività produttive in quelle aree (è Ali Bakir, capo dell’Ufficio generale libico delle zone industriali, che lo comunica).

La televisione di stato diffonde un documentario che presenta questo gigantesco progetto che creerà 40mila nuovi posti di lavoro e vuole creare le condizioni per diminuire la dipendenza da mano d’opera straniera. I giovani libici hanno di che scegliere, se volessero davvero fare la fatica di lavorare, perché i settori produttivi di queste aree riguarderanno i materiali da costruzione, l’agroalimentare, l’ingegneria civile, le stazioni di benzina, centri sanitari, commerciali, amministrativi e tutto l’indotto del terziario (Ansa, 3 febbraio 2011).

Questa informazione non sta qui per caso; mostra che una parte minoritaria della società libica (quella cirenaica) è accecata dal luccichio della vendetta per interposte e altrui armi (che non sono mai gratuite) e preferisce cogliere l’occasione di una resa dei conti (offerta dall’esterno e, dal 1970, ricercata) piuttosto che cimentarsi alla costruzione di una società che dia lavoro e autonomia economica a tutti.

Che un piano industriale, concretissimo, come questo, in un paese normale sarebbe accolto come un progetto di vita affrontabile per almeno 200mila persone, cada, invece, nel vuoto, dimostra che le fibrillazioni iniettate nella società libica per stravolgerne gli equilibri precari, stanno conducendo in modo irreversibile verso una guerra civile indotta. Una guerra ormai scatenata, i cui effetti catastrofici, in una società tribale come quella libica, non solo saranno di una durata che supera la vita delle singole persone, ma, per lunghissimo tempo, saranno ingovernabili. E non ci si illuda di poter governare questo sfascio con le armi. Il passato tribale libico evidentemente, è sconosciuto agli apprendisti stregoni che hanno dato fuoco alla Libia.

 

E Bengasi andò alla guerra

A Bengasi prende forma la Conferenza nazionale dell’opposizione libica. Tutti coloro che non ne possono più di Gheddafi (quello della piccolissima tribù sirtica) sono invitati a partecipare ad una grande manifestazione di massa indetta per giovedì 17 febbraio 2011. Questa è la data nella quale le tribù cirenaiche, ufficialmente, si scontrano con la maggioranza delle tribù tripolitane che sanno benissimo schierate, magari con motivazioni differenti, proprio con Gheddafi e comunque, con o senza Gheddafi, rifiutanti la “guida” cirenaica di una guerra civile che si annuncia (come resa dei conti) senza quartiere.

E perché non ci siano dubbi su chi stia gestendo questo “andiamo alla guerra che abbiamo chi combatte per noi”, è la stessa data a mostrarlo a chiunque voglia “vedere in tempo”. La data del 17 febbraio, infatti, hanno chiarito esponenti della conferenza nazionale dell’opposizione, è stata scelta perché è l’anniversario del 17 febbraio 2006. In quel giorno, a Bengasi, erano state indette manifestazioni islamiche, ufficialmente, perché, in Europa, erano state pubblicate vignette dell’immagine del profeta Maometto ritenute offensive, se non blasfeme. Queste manifestazioni “si trasformarono, improvvisamente” in manifestazioni contro il regime tripolitano di Gheddafi, intorno al consolato italiano e, purtroppo, ci furono anche dei cittadini libici morti, nel concitamento degli scontri di piazza. Questa data-anniversario, dunque, era stata scelta “in ricordo delle vittime dell’Intifada scoppiata a Bengasi” nel 2006.

È cominciata l’avventura, “la giornata della collera”, appunto, che vedrà gente in piazza non solo a Bengasi, che, come si può perfettamente intuire non è pienamente in mano alle tribù senussite cirenaiche; è evidente che corposi clan di tribù diverse dalle senussite la abitano e con questi clan che appoggiano Gheddafi si scontrano le tribù senussite bengasine, e non è vero che tutte siano contro Gheddafi.

Per il resto, l’uso di internet e della telefonia mobile con le diramazioni verso il web (Facebook, Twitter, Youtube), che abbiamo già visto da vicino negli eventi egiziani (ma qui pesa anche la vicina Tunisia oltretripolitana), farà la sua brava parte, sotto l’osservatore sornione, quello si veramente esterno, che sa, da mesi, in che trappola sofisticata si infileranno i topi ingordi e ingolositi da quello che volutamente, in piena e cosciente finzione blandizia, chiamano “il 1989 arabo.

A Tripoli manifestazioni di migliaia di sostenitori di Gheddafi; costretti o pagati assicurano, da Bengasi, quelli che si dicono ben informati.

L’est è in fiamme, annunciano i lanci delle agenzie coinvolte nel super-lavoro libico. Sono lanci dove il numero di morti annunciato dai testimoni (non controllati) di turno è sempre in crescita e le reazioni governative vengono minacciosamente definite “devastanti”.

Poi scenari già visti, telefoni e rete internet bloccati.

Una guerra civile da tavolino, sembra, quella che si sta scatenando. Da tavolino con sopra tutto l’armamentario tecnologico (e l’elettricità funzionante, una comoda sedia, tutto il lungo tempo che serve) che permetta la connessione con 30mila amici di Facebook a cui annunciare che le città di Al Badia e Derna sono state liberate (non si sa chi le ha liberate e da chi) e che il potere è passato al popolo; bisognerà credergli è un esule libico, è uno dei promotori della “giornata della collera”; peccato che vive, al sicuro, in Svizzera.

Non credo valga la pena di cronologizzare eventi che visibilmente non dipendono dagli umori improvvisi di una piazza infuriata. Appare tutto artato, manipolato, anche nei suoi effetti drammaticamente mortali. Né vale la pena di inseguire “testimoni”, “manifestanti”, libici in esilio, rappresentanti del Consiglio Nazionale Transitorio, che ne raccontano di tutti i colori: che l’esercito si sta schierando con loro, che Gheddafi dura solo qualche giorno; poi che è fuggito, poi è morto, poi sta ancora fuggendo; poi si è rifugiato in Venezuela, poi non lo vuole nessuno; poi se ne deve andare in esilio; poi lo vogliono giudicare loro; poi che sta usando i mercenari neri contro il popolo (e si dimentica che metà popolazione libica è nera e che i neri, e libici, sono anche nell’esercito), poi che i mercenari sono 35mila; poi che i mercenari sono ben pagati per ogni ammazzato; poi che la NATO non bombarda abbastanza, poi che l’occidente dovrebbe far fuori Gheddafi, perché loro non ce la fanno; e non si rendono neanche conto che stanno parlando della NATO come se fossero i loro mercenari contro Gheddafi (e forse è la sola immagine giusta, involontariamente esposta); poi che vogliono le armi; poi che non daranno il petrolio a chi non li aiuta; poi che manterranno tutti gli accordi presi dalla Libia; poi che noi siamo il popolo libico, fa niente se qualche milione di tripolitani dice la stessa frase; poi che noi siamo 61 tribù contro Gheddafi e fa niente se dall’altra parte ce ne sono 125. E potrei, ve lo assicuro, riempire pagine di questi poi… uno in contraddizione piena con l’altro e provenienti dalle stesse identiche persone.

Dentro questo chiacchiericcio trasformato dal mondo mediatico, non sempre virtuosamente terzo fra i contendenti, in notizie-bugie di tutti i tipi, compresa quella delle immagini di un cimitero vero trasformate negli effetti della furia omicida di un Rais impazzito; quelle di città annunciate come prese dagli insorti e tranquillamente risultanti sotto controllo governativo. Qui la responsabilità è tutta dei trasmettitori di informazioni a cui evidentemente fa timore, nel pieno di una guerra civile, scendere direttamente in campo per raccontare come stanno le cose e quindi ci si affida alla testimonianza (che va tenuta riservata, sapete ne va della sicurezza personale) che racconta, l’impossibile, l’inverosimile, e le coscienti malvagie menzogne utili alla guerra mediatica già partita, e lo abbiamo visto, dal novembre del 2010 e preparata molto prima.

Vale per tutto, prima di saltare all’intervento ONU che passerà la mano (armata) alla NATO, la chiacchierata che, il 19 febbraio, dopo l’annunciato furioso 17 febbraio, un giornalista Ansa si è fatto con un italiano che è rimasto bloccato a Bengasi.

L’intervistato, che vive in montagna con una famiglia libica da tre anni, era andato in auto a Bengasi, distante 35 chilometri, per cercare del pane; si è trovato di fronte una città fuori controllo. Tutti gli uffici istituzionali e del governo, compresa una banca, che ha incontrato sul suo cammino erano incendiati. Tutto risultava saccheggiato e distrutto. Per le strade non c’era nessuno.

Mentre cercava di tornare verso casa avevano cercato di bloccarlo con un sasso in mezzo alla strada. Vive in un campo, insieme ad altri 2 italiani, dove si trovano in tutto 30 persone che lavorano presso un cantiere di Derna distante 350 chilometri; quella stessa mattina, racconta, il loro campo è stato attaccato dai rivoltosi che hanno svaligiato tutto. Tutti questi lavoratori stanno decidendo di lasciare Bengasi, ma l’aeroporto è bloccato dai rivoltosi. “Il nostro connazionale” (è un inciso dell’Ansa che ritengo importante ai fini di una corretta analisi che si diparta da eventi sul campo), afferma che «la responsabilità è degli “islamisti” che stavano aspettando il momento giusto per attaccare il governo, e dopo quello che è successo in Tunisia e in Egitto si sono scatenati».

(Giocare con il fuoco, in mezzo a distese di petrolio, non dovrebbe essere considerato salutare)

 

Arrivano i nostri, dicono loro”

“Sarà un bagno di sangue, dovete intervenire”, “Gheddafi ci bombarda”, “dateci le armi” gridano da Bengasi alle potenze occidentali, ormai in scoperto gioco. Sparano sulla folla a Bengasi e a Misurata, raccontano. Il bilancio dei morti, che poi è il numero che verrà utilizzato per stilare e votare la risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, continua ad alzarsi e ad abbassarsi, come se non fosse di per sé drammatico constatare l’inevitabilità dei morti quando si scatena uno scontro fra due fazioni opposte.

L’unico che chiaramente parla di una guerra civile in atto è l’inascoltato figlio di Gheddafi Saif al Islam, che il 21 febbraio 2011 ha parlato alla televisione libica. Saif al Islam Gheddafi ha smentito le notizie di centinaia di morti durante i disordini in alcune città libiche (l’indomani ha dato le stime ufficiali di 300 morti di cui la metà a Bengasi); ha, invece, ammesso che per un gioco perverso fra la struttura tribale libica e la presenza di petrolio la Libia potrebbe sprofondare nella guerra civile; ha fatto cenno anche all’esistenza di un “complotto” ordito da un non meglio identificato “movimento separatista”; ha quindi aggiunto, e ritengo avrebbe dovuto allarmare chi si rappresenta come arbitro, che sono stati sottratti equipaggiamenti bellici alle forze armate, fra questi carri armati e pezzi di artiglieria (ANSA).

Piuttosto, sapete come ha ribattuto alle dichiarazioni televisive di Saif al Islam un “manifestante bengasino” in collegamento telefonico con la CNN? Ha detto che è il figlio di Gheddafi che vuole la guerra civile. L’adagio popolare italiano che stigmatizza il bue che da del cornuto all’asino, qui ci sta tutto.

È una guerra civile a tutti gli effetti, dovrebbero, infatti, ribattere gli osservatori alle richieste di intervento di sostegno di una sola parte. E nelle guerre civili non ci si infila, al massimo, l’arbitro (l’ONU?) chiede, anzi impone, che fra le parti si giunga ad una tregua e si discuta sulle questioni in campo, cercando soluzioni eque.

Vi pare di aver visto un arbitro in circolazione?

È come una partita di pallone dove una delle due squadre sta vincendo, nonostante il comportamento scorretto dei giocatori avversari, dei quali metà sono stati allontanati dal campo, e ci sia, improvvisamente, una invasione di campo dei giocatori squalificati, non solo tollerata dall’arbitro che palesemente approva; ma lascia che gli stessi guardialinee si mettano a giocare anche loro contro la squadra che sta vincendo, mettendosi pure a fare facili, proditorie reti, approfittando della loro posizione co-arbitrale.

E attenzione perché dentro questo scenario di scatenamento incosciente di una guerra civile fra tribù si possono mettere in atto episodi tremendi per poi incolparne la parte mortalmente avversaria.

Solo esemplarmente (e non per orientare verso “i veri” colpevoli che se venissero davvero cercati bisognerebbe cercarli fuori dalla Libia) riporto alcune righe di un reportage dell’inviato Claudio Accogli per l’Ansa. Il coraggioso collega si trova a Zawia, 40 km a ovest di Tripoli. Dove si sta festeggiando la ripresa della città da parte delle forze governative. È interessante quanto dice un giovane ufficiale, perché definisce bene, senza volerlo, la potenzialità degli insorti e chi siano invece quelli che si propongono come veri mercenari super armati, pronti poi a prendersi l’intero Paese e accontentare le rivalità tribali dividendo il paese a pezzettini come un antico mosaico romano (Cirene ringrazierà, Bengasi non credo). Altrettanto interessante è la voce dell’adolescente che piange la morte di un suo amico ad opera di quelli che chiama “loro”; e “loro” sono gli stessi che non stanno nella pelle per “l’insperato aiuto militare esterno certamente mandato dal cielo” e sparano per aria per la contentezza.

«Sconfiggerli (gli insorti, ndr) non è stato difficile – assicura un giovane ufficiale dell’Esercito –. Il problema è quello che dicono di noi, che siamo noi a uccidere i civili, mentre le cose vanno esattamente al contrario, sono loro che fanno le stragi”. Loro sono gli stranieri, qualcuno li chiama arabi: Il mio amico più caro è morto, loro lo hanno ucciso, grida un adolescente, ma non si capisce esattamente a chi si riferisca, probabilmente a quelle cellule collegate ad Al Qaida nel Maghreb islamico che Gheddafi accusa di essere dietro al complotto per destabilizzare il Paese e consegnare le sue risorse petrolifere agli occidentali.»

Dobbiamo aspettarci accuse reciproche di esplosioni di pozzi petroliferi, di lancio di bombe su popolazione inerme, e dobbiamo aspettarcelo soprattutto quando la fazione raffazzonata che ha scatenato la guerra civile verrà, (ma a chi servono le risoluzioni ONU?) ben armata, rimanendo raffazzonata. Da quel momento, ed è questo, tutto potrà avvenire, la guerra sporca si arricchirà di episodi vergognosi, tutto diverrà possibile. Il problema sarà, drammaticamente, il dopo.

La Francia, il segnalinee di una partita truccata (i suoi aerei più volte – uso sproporzionato della forza – hanno attaccato i mezzi corazzati dell’esercito libico per conto di una fazione in conflitto) prepara l’intervento ONU, cercando di forzare la mano alle recalcitranti (almeno così sembra) Russia e Cina, invita le autorità libiche al “dialogo” e condanna “un uso sproporzionato della forza che non è accettabile”.

Perché, poi, ci sia anche un avvertimento verso i sordi che hanno solo sensibilità petrolifere, il capo della tribù Al-Zuwayya (che come già sappiamo fa parte della confederazione delle tribù Harabi, della confraternita dei Senussi, sospettata di essere propaggine del fondamentalismo islamico) lo sceicco Faraj al Zuway ha dichiarato all’emittente panaraba Al Jazira, parlando a nome della sua tribù che controlla alcuni pozzi petroliferi della profonda Cirenaica, che, se non cesserà immediatamente “la repressione dei manifestanti” [non ha detto lo sterminio o l’assassinio, o il bombardamento dei manifestanti: ha, proprio usato il termine “repressione”] “Fermeremo le esportazioni di petrolio verso i Paesi occidentali entro 24 ore”.

In un crescendo di violenze ormai inarrestabili, mentre lo scenario, dove le menzogne mediatiche razzolano come le galline nell’aia, è definitivamente ed inequivocabilmente uno scenario di guerra civile, con vittime non tutte innocenti, ma destinate a divenire migliaia, con armi anche pesanti, missili compresi, a disposizione degli insorti, tanto che tutti i paesi stanno evacuando le loro rappresentanze diplomatiche ed aiutano i loro cittadini ad abbandonare il Paese. La situazione ormai è drammatica, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU viene investito della questione libica. Quindi, dopo discussioni interminabili, dove si gioca di fioretto con le parole (e l’inglese è una lingua che si presta a molti trabocchetti significanti), giunge, attesa e preannunciata, il 17 marzo 2011, la risoluzione dell’ONU. Signori del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con tutto il rispetto per il ruolo che vi assumete, cercando di equilibrare una terra così disturbata, possibile non vi abbia attraversato neanche il soffio di un dubbio, quando, resa pubblica la vostra risoluzione, nelle strade di Bengasi la gente festeggiava; e c’era anche gente che sparava per aria, perché lì usa così per mostrare contentezza. Non vi è trasalito almeno il pensiero: “dove abbiamo sbagliato”? Neanche quando una fazione popolare si è convinta che l’ONU la protegge chiamandola popolo, contro l’altra, che invece l’ONU non considera popolo? E neanche vi è trasalito un minidubbio quando la Francia ha giustificato i suoi raid aerei perché è un modo per aiutare il popolo a liberarsi; e nessuno di voi ha ritenuto di chiedere alla Francia quale fosse esattamente il popolo che deve essere liberato? E davvero senza questi raid aerei ci sarebbe stato un bagno di sangue? E chi ha convinto gli insorti che potevano insorgere, chi si è messo a sostenere con le armi una fazione in una guerra civile? Ve le siete fatte queste domande, signori del Consiglio di Sicurezza dell’ONU?

 

Risoluzione ONU n. 1973/2011 – presentazione essenziale

Contraddizioni preambolari

Grava sulle parti in causa nei conflitti armati la responsabilità primaria di prendere tutte le misure possibili per garantire la protezione dei civili,

La risoluzione, nel suo preambolo afferma che grava sulle parti in causa, quindi ad ambedue le fazioni in pieno conflitto armato, di garantire la protezione dei civili. Come si possa chiedere che in una guerra, appunto civile, le parti in causa non si scannino fra di loro è veramente incomprensibile.

In realtà in tutto il suo preambolo la risoluzione dell’ONU commette il gravissimo errore di non riconoscere che in Libia si sta svolgendo, in piena regola una guerra civile e che non c’è un governo impazzito che si è messo a sparare sulla sua gente ma un governo che sta cercando di difendere la sua integrità territoriale che pure viene richiamata nella parte finale del preambolo. Nella guerra di secessione del sud dal nord negli Stati Uniti d’America cosa avrebbe fatto l’ONU, avrebbe creato le condizioni perché i sudisti non fossero attaccati dai nordisti? E questa scelta non sarebbe stata una scelta di campo?

In queste condizioni reali sul terreno che significa:

Riaffermando il proprio impegno a salvaguardare la sovranità, indipendenza, integrità territoriale e unità nazionale della Jamahiriya Araba di Libia,

se non fingere di non vedere che uno degli effetti finali di questa guerra civile può invece portare ad una divisione della Libia. Una finzione che continua proprio nell’espressione del primo punto della risoluzione che non chiarisce a chi viene richiesto il cessate il fuoco.

1 Richiede l’immediata adozione di un cessate il fuoco e la completa cessazione di ogni violenza e di qualsiasi attacco o abuso a danno di civili;

Cosa si intende esattamente per no fly zone.

Le motivazioni dell’interdizione al volo sono quelle di permettere il passaggio di mezzi per l’assistenza umanitaria e la loro sicurezza, e…

4 … per proteggere i civili e le aree a popolazione civile minacciate di attacco nella Jamahiriya Araba di Libia, compresa Bengasi,…

e perché in questo passaggio la risoluzione dell’ONU ha sentito la necessità di aggiungere compresa Bengasi alla Repubblica Libica? Cosa nasconde questa aggiunta? Che forse Bengasi ha fatto sapere che non vuole più far parte della Libia? Converranno gli estensori della risoluzione che questo passaggio fa a pugni con quello che sopra è esposto e nel quale l’ONU si pone a salvaguardia dell’integrità della Repubblica Libica. Integrità che intende essere protetta…

4 … escludendo l’ingresso di una forza di occupazione straniera in qualsiasi forma e qualsiasi parte del territorio libico,

Chiarite le motivazioni, vediamo la deliberazione vera e propria:

6 Delibera di imporre un’interdizione su tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya Araba di Libia, allo scopo di contribuire a proteggere i civili;

sembrerebbe tutto chiaro solo che è quel prendere tutte le misure necessarie per imporre l’osservanza dell’interdizione sui voli riferita a singoli stati o organizzazioni di stati che agiscano su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, che pone molti dubbi interpretativi. Infatti su questo punto ha giocato la Francia dichiarando che avrebbe potuto agire in modo autonomo.

8 Autorizza gli Stati Membri che abbiano informato il Segretario Generale e il Segretario Generale della Lega degli Stati Arabi, che agiscano su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, a prendere tutte le misure necessarie per imporre l’osservanza dell’interdizione sui voli stabilita dal paragrafo 6

In realtà il paragrafo 6 è stato bellamente alterato nella sua interpretazione perché non abbiamo assistito ad un impedimento di voli ma a bombardamenti indiscriminati anche sulle città che notoriamente sono abitate e la no fly zone ha come funzione portante la difesa dei civili non provocare morti fra i civili.

Anche stanti le dichiarazioni del 20 marzo 2011, rilasciate al quotidiano la Repubblica dal generale Wesley Clark, ex comandante supremo delle forze Nato durante la guerra del Kosovo, secondo il quale La risoluzione dell’Onu, è nettissima riguardo all’obiettivo finale: sbarazzare la Libia del dittatore Muhammar Gheddafi. Per questo il Consiglio di sicurezza ha autorizzato il ricorso a ogni mezzo, salvo l’occupazione militare del Paese. In breve tutto è lecito, o quasi” (ma quale testo della risoluzione ONU 1973 ha letto il generale Clark), questi bombardamenti sono illegali.

Questi bombardamenti lanciati sia dalla Nato che dagli aerei francesi, in quanto francesi e non in quanto parte della Nato, si sono configurati sia come totalmente illegali rispetto alla stessa formulazione della risoluzione, sia come pieno aiuto e affiancamento agli insorti di una guerra civile. Come dovrebbe essere configurato un conflitto anomalo come questo, quando vengano colpite infrastrutture, come i ripetitori televisivi, e nello stesso tempo si concedano agli insorti canali televisivi satellitari.

Che la Nato e la Francia si siano esposti, nella vicenda libica, esattamente come mercenari degli insorti (che evidentemente pagano in petrolio, potremmo legittimamente sospettare) è talmente evidente che c’è da meravigliarsi che il Consiglio di Sicurezza non si sia riunito su richiesta di Russia e Cina che, pure, a parole, ma, allo stato, solo a parole, si sono mostrati in disaccordo con le operazioni militari messe in atto.

Certo il ministro degli esteri russo, Serghiei Lavrov, in visita in Serbia, da Belgrado, il 19 aprile, dopo un mese di bombardamenti senza tregua sul territorio libico ha lanciato un monito alle potenze della coalizione dei “volenterosi”, accusandole di violare il mandato ONU (perché la Repubblica non intervista il generale Clark, per verificare se la risoluzione che ha lui è la stessa che ha il ministro Lavrov).

Certo va tenuto conto che il prossimo anno ci saranno le elezioni presidenziali in Russia e gli atti istituzionali preparatori stiano determinando contrasti molto visibili fra il presidente Medvedev e il Primo Ministro Putin. Le presidenziali, dunque, potrebbero essere la motivazione di un profilo medio, piuttosto che basso, della Russia sulla grave questione libica, che meriterebbe un profilo alto.

Lo stesso embargo sulle armi, visto quanto sta avvenendo e la constatazione della quantità di armamenti, di fatto, in mano agli insorti (che si sono anche permessi raid con aerei ed elicotteri oltre che battaglie campali con carri armati e artiglieria) dimostra che le norme si applicano solo se conviene. Del resto anche il diritto internazionale, stirato, allungato, mancante di pagine intere, non ha fatto una bella figura in questa vicenda libica,

13 Delibera che il paragrafo 11 della risoluzione 1970 (2011) sia sostituito dal seguente paragrafo: “Invita tutti gli Stati Membri, e in particolare gli Stati della regione, sia che agiscano su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, allo scopo di assicurare la rigorosa applicazione dell’embargo sulle armi stabilito dai paragrafi 9 e 10 della risoluzione 1970 (2011).

 

Osservazioni.

Sotto l’ombrello di questa risoluzione, si è tentato e si sta ancora tentando di uccidere Mu’Ammar Gheddafi; questo mentre si dichiara, palesemente mentendo, che non si vuole giungere alla sua uccisione. Intanto, è così vero, che quando si sa che Gheddafi si trova in qualche parte della Libia, proprio lì si scatena, purtroppo, un bombardamento mirato. Di questa mirata ricerca bombardiera è rimasto vittima l’ultimogenito di Gheddafi, Saif al-Arab, il 1 maggio 2011. Gli aerei Nato hanno colpito proprio l’abitazione dell’ultimo dei figli di Gheddafi di 29 anni, mentre con lui si trovava anche suo padre e sua madre, erano presenti anche amici e parenti… anche tre nipoti di Gheddafi sono morti, oltre a suo figlio. Lui si è salvato, sempre per miracolo.

A questo punto occorre una piccola fermata riflessiva. Il lettore avrà ancora in mente la parte finale del paragrafo “Coincidenze mediterranee”. Bene, è a quelle parole finali che si collegano le righe qui sotto.

Abbiamo appurato che i missili “intelligenti” puntano a Gheddafi: qualcuno lo vuole proprio morto, proprio come quella notte del 27 giugno 1980.

Ma chi sono quelli che vogliono Gheddafi morto, come gli sconosciuti di quella notte di agguati. Certo non lo dichiareranno al mondo intero, ma fra loro si invieranno messaggi ufficiali precisi, solo che vanno letti alla rovescio (come si fa nei riti di asservimento alla malvagità, da parte di incoscienti che si illudono di sapere esattamente chi sia l’essere, al quale si stanno asservendo).

E quale è il messaggio preciso, in sintesi? Eccolo!

Uccidere Gheddafi non è il nostro obiettivo Segretario di stato USA 27 marzo 2011

Uccidere Gheddafi non è il nostro obiettivo Primo Ministro britannico 1 maggio 2011

Uccidere Gheddafi non è il nostro obiettivo Presidente francese 4 maggio 2011

Uccidere Gheddafi non è il nostro obiettivo Ministro Esteri italiano 28 aprile 2011

Domanda: “A quali paesi fanno riferimento i caccia che bombardano la Libia?”

Risposta: “I jet sono statunitensi, britannici, francesi e si sono aggiunti anche i recalcitranti italiani.”

La stessa dichiarazione viene fatta anche dal Comandante dell’Operazione Unified Protector, il generale canadese Charles Bouchard, nel corso di una conferenza stampa nel quartier generale dell’Alleanza Atlantica a Bruxelles. Il generale ha pressoché testualmente detto L’obiettivo del bombardamento Nato che ha colpito il quartiere generale di Gheddafi a Tripoli non era l’eliminazione del colonnello libico. (È incredibile, oltre che offensivo dell’intelligenza media di miliardi esseri umani, è come se il colonnello Claus von Stauffenberg avesse ammesso di aver portato la bomba nel quartier generale di Hitler in quel 20 luglio 1944, ma l’obiettivo non era la sua eliminazione)

E siccome chi è pieno di soldi (sia pure petroliferi e futuribili) per pagarsi i mercenari “se la canta sempre” eccovi Mohammoud Schmamam, responsabile per i media del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, che se l’è cantata proprio da Roma. Il responsabile dei media si trovava, il 4 maggio 2011, a Roma in preparazione di una riunione del gruppo di contatto che si sarebbe tenuta l’indomani. Il responsabile dei media, nel corso di un incontro stampa, ci ha tenuto a far sapere che loro, gli insorti, ritengono che Gheddafi debba essere eliminato con ogni mezzo, che è un “obiettivo legittimo” dei raid della Nato.

Di questo “progetto eliminatorio” fa parte anche il deferimento di Mu’Ammar Gheddafi di fronte alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja per crimini di guerra contro l’umanità.

(La sua giurisdizione e prevalenza sui singoli ordinamenti giudiziari nazionali è messa in discussione da molti esperti di diritto internazionale, per questo è stato predisposto un trattato internazionale da sottoporre alla firma dei Paesi che, accettandolo, si obbligano a consegnare alla giustizia chiunque sia sotto accusa nell’ambito di un processo davanti all’Alta Corte).

Il tribunale olandese, si può star certi, finirà con una richiesta di arresto internazionale. Lo schiacciasassi è in funzione, solo che non vuole schiacciare solo Gheddafi.

L’inchiesta del Cpi per crimini contro l’umanità, sollecitata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, il 26 febbraio 2011, era stata aperta il 3 marzo scorso, e riguarda otto persone, tra cui il colonnello Gheddafi e tre dei suoi figli. L’11 maggio 2011, veniamo informati da un portavoce che il procuratore, Luis Moreno-Ocampo, sta “investigando” su Gheddafi e su suo figlio Saif Al Islam appunto per crimini contro l’umanità. Infatti il procuratore Ocampo, il 4 maggio, ha già messo sull’avviso il tribunale che “gli servono” tre mandati di cattura che verranno rivelati lunedì 16 maggio 2011. In quella data, il procuratore ha chiesto al tribunale dell’Aja di approvare la sua richiesta di arresto per Mu’Ammar Gheddafi, il figlio Saif Al Islam e per il capo dei servizi segreti libici Abdullah al Senoussi.

Fra il 3 marzo e il 15 maggio 2011, Ocampo è andato in missione 30 volte in 11 paesi. Dal 3 marzo, compreso, al 15 maggio, compreso, sono trascorsi 73 giorni. Il che vuol dire che, il procuratore ha fatto 30 viaggi in 11 paesi utilizzando, compresi l’andata e il ritorno, la media di 2 giorni, 10 ore e 24 minuti per ogni missione. In questo periodo temporale, sono stati esaminati 1200 documenti e sono state condotte più di 50 interviste; al fine di raccogliere elementi di prova buoni e consistenti, circa le responsabilità individuali nella repressione della popolazione civile. Inoltre Le prove mostrano che le forze di sicurezza libiche hanno condotto attacchi sistematici, e su grande scala, contro la popolazione civile.

Si converrà che questa temporalità appare insufficiente a definire accuse gravi come quelle sulle quali Moreno Ocampo ha il mandato di investigare; eppure il procuratore ritiene siano sostenute da prove sufficienti a convincere il tribunale a deliberare l’ordine di arresto nei confronti delle tre personalità libiche. Se in un tempo così breve, trascorso praticamente solo a viaggiare, il procuratore Ocampo è riuscito a studiare 1200 documenti, ad analizzare 50 interviste da cui ha tratto l’impianto accusatorio; se il tribunale dell’Aja dovesse considerare convincente questo impianto accusatorio messo su praticamente in due mesi e procedere all’emissione dei relativi mandati di arresto; vuol dire che forse avremmo dovuto chiedere l’intervento del Tribunale dell’Aja per trovare i responsabili della morte di 81 persone che in 30 anni non sono usciti fuori.

Siamo sbalzati fra le nuvole, al disopra di quel Mediterraneo che è stato muto testimone di un evento tragico, esattamente in quel giorno del 27 giugno 1980.

Sta a chi legge fare le relazioni se le ritiene opportune. Nessuno deve sentirsi costretto ad accettare la relazione che propongo; ma invitato a rifletterci si.

A rifletterci perché sappiamo che cercavano Mu’Ammar Gheddafi quelli che dichiarano ancora, e ufficialmente, che non lo vogliono mica uccidere; solo colpire, per caso, con un missile.

A Bengasi si sono dati alla pazza gioia, gli spari per aria si sprecavano, talmente erano felici. Tanto le munizioni mica se le devono comprare.

E a proposito di spese di guerra, chi paga l’enorme quantità di missili lanciati sulla Libia?

Sarebbe interessante conoscere analiticamente la presentazione del “conto di guerra” agli uffici amministrativi dell’ONU (gli USA da una parte contribuiscono a mantenere in piedi l’ONU, dall’altra, con gli interventi militari per suo conto, si riprendono con gli interessi, quanto hanno versato e le svuotano le casse).

Finito il mandato ONU, perché finirà, i giornalisti italiani dovrebbero chiedere ai rappresentanti italiani di richiedere e ottenere i conti di guerra libici presentati sia dalla Nato che da ognuno dei singoli paesi fra “volenterosi” compresa la Francia e l’Italia.

E quanto all’intervento “molto umanitario” dell’ONU che ne dice il Consiglio di Sicurezza dell’utilizzo di bombe ad uranio impoverito (perché da qualche parte va trovata la discarica degli avanzi nucleari)?

Chi risponderà delle malattie che colpiranno, nei prossimi decenni, tutta quella povera gente libica (i convinti ad insorgere, compresi) messa una contro l’altra da finti “volenterosi” sostenitori, “protettori” e moralizzatori?

Quanto al congelamento dei beni, che potranno essere resi disponibili appena sarà possibile alla popolazione libica, voglio solo sottolineare che si tratta di beni libici e non personali di Gheddafi; che questa scelta sta creando gravi problemi agli studenti libici all’estero, ai quali sta mancando l’aiuto mensile che questi fondi assicuravano loro.

Per esempio il 13 aprile a Londra centinai di studenti libici hanno manifestato contro il Governo britannico perché sono rimasti senza soldi. Non pochi di loro sono rimasti bloccati in una sorta di limbo burocratico, i visti sono scaduti e non c’è modo di procedere al loro rinnovo, in quanto l’agenzia britannica di Tripoli, che dovrebbe occuparsene, è stata costretta a chiudere i suoi uffici.

Il Governo ha dovuto impegnarsi per cercare di sbloccare questi fondi, “congelati” in modo indiscriminato da una cattiva interpretazione della risoluzione dell’ONU. I fondi sono molto corposi perché mantengono agli studi un gran numero di studenti. Nel precedente anno accademico gli studenti libici erano 2.880, e molti fra loro, di istruzione secondaria, seguono corsi di letteratura inglese, di ingegneria, di informatica. La quasi generalità (l’80%) utilizza le borse di studio delle aziende libiche che in parte si sono ritrovate i conti bancari in Inghilterra bloccati. La situazione è talmente grave, e certamente coinvolge anche altri atenei in Europa, che le università inglesi stanno erogando prestiti di emergenza per sostenere i giovani nelle spese di prima necessità (lancio Ansa pari data).

 

L’alba di una interminabile Odissea

Dopo la risoluzione dell’ONU si forma la “Coalizione dei volenterosi”, così si identificano i Paesi “interessati” alla Libia, non interessati alle sorti della Libia, come si può ormai incontestabilmente verificare.

I “volenterosi” passano la palla ai militari della Nato. Le operazioni militari hanno sempre bisogno di un nome e i generali della Nato se ne inventano uno, lì per lì. Dalle iniziali che pensano di utilizzare esce casualmente il nome Dawn of the Odyssey. Il nome piace e fa il giro del mondo, poi viene minimizzato in Odyssey dawn. Solo che come tradurre questo binomio: Alba dell’Odissea? Oppure Odissea all’Alba? Il termine Odissea implica un evento molto lungo nel tempo, appunto come l’omerica Odissea di Ulisse; quindi nel giro di 10 giorni, qualcuno si rende conto della trappola semantica dove si è infilata l’armata dei volenterosi e… propone in tutta fretta di cambiare nome in Unified protector (protettore unificato). (Non si capisce chi dovrebbe essere protetto e contro chi. È il termine protettore che, francamente, in italiano non suona molto bene, per i significati collegati al meretricio ben, generalmente, noti.)

Il motivo ufficiale del cambiamento del nome è che lo si è voluto rendere più rappresentativo della risoluzione dell’ONU. La sintesi della risoluzione e le valutazioni coordinate sono nelle righe precedenti e quindi anche il lettore si accorge che la motivazione non gira, anzi, addirittura, la peggiora. Il vero motivo sta proprio nel fatto che “qualcuno” ha mostrato la sua presenza nel tavolo da gioco e non è quello che dà le carte: è quello che ha costruito (dono dedicato ai furbi umani) il palazzo dei giochi. Andatevi a rileggere il passaggio sull’osservatore sornione nel paragrafo E Bengasi andò alla guerra, magari ci arriverete da soli a comprendere chi ha fatto questo scherzetto ai generali in cerca di un nome da dare a questa operazione militare.

Che le intenzioni non siano quelle dichiarate, si comprende dalle notizie giunte dalla Germania il 14 aprile 2011: la Nato sarebbe intenzionata ad aprire un suo ufficio di collegamento a Bengasi.

Se questo ufficio fosse effettivamente aperto e se qualche altro paese (per esempio la Francia) aprisse un suo ufficio diplomatico, sempre a Bengasi, si potrebbero creare (se proprio invece non si abbia l’intenzione di creare) le condizioni per un intervento di terra; se questi uffici, guarda caso, dovessero subire un attacco attribuito alle forze governative libiche. Se così avvenisse, ecco pronta la motivazione per rendere carta straccia il paragrafo 4 della risoluzione 1973 dell’ONU.

 

Il giogo tribale

L’intreccio tribale che emerge da una attenta analisi sulla storia e da una visione diretta sul campo è difficilmente comprensibile a un non arabo e a un non berbero.

Non sono intrecci che possono essere inseriti in un ambito democratico o dittatoriale, come, purtroppo, molti giovani, e non solo libici, che hanno studiato e stanno studiando nelle università europee, tendono a credere.

Quando da questi inestricabili intrecci emerge un equilibrio, sia pure incerto, è meglio prenderlo che lasciarlo.

Un lampo informazionale, per cercare di farmi comprendere.

Appena partita l’operazione Dawn of the Odyssey, avvenne che il comandante della US-Africom, richiesto di armare i ribelli libici, si era rifiutato di farlo perché gli era noto che molti di loro erano affiliati in Al-Qaida e stavano rientrando in Libia dall’Iraq; gli venne affidato un altro incarico perché non si trovasse in difficoltà, altri avrebbero gestito la cosa considerando in modo più ampio il da farsi. Bisognerà tenere conto anche dei cambiamenti in atto in Egitto; se la religione islamica diventa religione di stato, per esempio, staranno riflettendo negli uffici di analisi geopolitica della Nato.

L’equilibrio che la Libia ha trovato si è deciso, invece, di spezzarlo.

È il 2 marzo 2011, la guerra civile cerca di produrre i suoi effetti e i “ribelli” vengono invitati a formare un “governo ad interim” così tutte le procedure del diritto internazionale potranno essere attivate, secondo i piani.

Infatti viene annunciato che l’ex (da qualche giorno) ministro della Giustizia libico, Mustafa Mohamad Abdel Jalil, sarà il presidente del Consiglio Nazionale, che sarà composto da 30 membri in rappresentanza degli oppositori che hanno il controllo della Libia orientale. Era stata preannunciata dallo stesso Abdel Jalil la costituzione di un governo di transizione per portare il Paese alle elezioni.

A parte che questa informazione del 2 marzo 2011, come, con me, potrà valutare il lettore, sembra anticipare quella aggiunta incomprensibile del termine “Bengasi” nel preambolo della risoluzione ONU n. 1973; ma va anche considerato che la rappresentatività è limitata alla parte orientale (cirenaica) della Libia, e non di tutta la Libia. E dunque, signor Jalil, quale sarebbe stato il Paese che doveva essere portato alle elezioni?

Queste sono le dichiarazioni del 2 marzo, ma il 27 marzo, pochi giorni dopo, i giornalisti erano stati messi in preallarme perché il sito Quryna (quotidiano indipendente) avrebbe reso nota la composizione del nuovo governo libico ad interim che si sarebbe installato a Bengasi, mentre Tripoli sarebbe rimasta la Capitale.

Sarebbe stato lo stesso Jalil a comunicare che “del governo avrebbero fatto parte esponenti delle città liberate come per esempio Misurata e Zawiyah, oltre che di altri centri”: mentre altri incarichi sarebbero rimasti vacanti in attesa della liberazione di Tripoli e di altre città.

Tutti (in prima fila Francia, GB, USA, Italia) aspettano questo governo, ma il governo non si vede. E non si vede, perché le dichiarazioni di Jalil sono stigmatizzate da Abdel-Hafidh Ghoga, un avvocato di Bengasi, che fa sapere a Jalil che lui, che è tripolitano, a Bengasi non conta proprio nulla. Non solo, altri esponenti dell’opposizione a Gheddafi hanno promosso una conferenza stampa smentendo lo stesso Jalil, affermando che l’idea del governo provvisorio è solo una sua idea personale e che il Consiglio Nazionale ha solo compiti di coordinamento.

Chi gestiva l’operazione dietro le quinte si sarà certamente messo le mani nei capelli e si sarà chiesto cosa gli sia preso a Sarkozy per andarsi ad infilare in quel ginepraio.

Ma, tant’è, si dovette trovare la quadra. Infatti…

Il 6 marzo 2011 nasce il Consiglio nazionale di Transizione, il CNT, insomma.

Certo tutti si aspettavano un governo ad interim, ma questo passa il convento, in Cirenaica, bellezza.

E non è finita perché dei 31 nomi, Jalil più altri 30, fra cui l’avvocato Ghoga che assume l’incarico di suo portavoce (e nel linguaggio politico, anche non sofisticato, si sa cosa voglia dire no? Per chi non avesse compreso, gli hanno messo il cane da guardia vicino), ne vengono resi noti solo 9. Perché? Per motivi di sicurezza personale. Comunque il CNT, spalleggiato dalla Francia, dichiara di essere l’unico rappresentante della Libia, anche a livello internazionale. E da quel momento cercherà di essere “riconosciuto” ufficialmente come unico rappresentante della Libia, mentre esiste un governo in carica che nessuno ha dichiarato decaduto. Nelle segrete stanze delle diplomazie europee si saranno chiesti se il presidente francese sia in grado di intendere e di volere.

Fra i nomi noti, appunto, veniamo informati che esiste anche un comandante militare, il generale Younis al Obeidi (da qualche giorno) ex Ministro della Pubblica Sicurezza (pare che il suo nominativo sia stato “caldamente” proposto dai servizi britannici).

Cerchiamo di saperne di più, su questo CNT e ci aiuta la stampa francese, il settimanale Le Point.

Mustafa Abdel Jalil, 59 anni, dal 2007 ministro della Giustizia nel governo libico. È stato lui a firmare, per ben due volte, la condanna a morte delle infermiere bulgare accusate di aver contagiato centinai di bambini con il virus dell’Aids. Le infermiere furono tenute in prigione dal 1999 fino a quando, nel 2007, l’Unione Europea ne ottenne la liberazione. Eppure questa circostanza dovrebbe essere nota al presidente Sarkozy, visto che della vicenda se ne era direttamente occupata la sua ex moglie Cecilia Sarkozy. Che la Francia stia proponendo all’occidente di dare credibilità forzata ad una persona con questa storia alle spalle è veramente sorprendente. Soprattutto se annotiamo che al termine del vertice dell’UE a Bruxelles, appunto dedicato alla Libia, il Primo ministro della Bulgaria, Boyko Borissov, si è attardato a parlare con i giornalisti dichiarando che alcuni membri del CNT (che ormai è un ibrido diplomatico dal punto di vista giuridico) erano stati coinvolti direttamente nella grave vicenda delle infermiere bulgare. Ha detto, infatti, ai giornalisti “Ho spiegato ai leader europei che tra i membri del Cnt ci sono persone che hanno fatto torturare le infermiere bulgare nelle carceri libiche per costringerle a confessare”. Quanto ad una domanda sulla decisione che la Bulgaria prese di cancellare il debito della Libia ha stigmatizzato La liberazione delle infermiere ci è costata oltre 60 milioni di dollari”. Tutti hanno compreso che si riferiva a Jalil.

Il governo libico ha posto una taglia di 500.000 dinari (290.000 euro) per la cattura di Abdel Jalil che è stato definito una spia.

Abdel Fattah Younes, 67 anni, generale, anche lui ex (da poco) ministro dell’Interno del governo libico; era il numero due del regime. Amico personale di Gheddafi, era lui che si occupava di imprigionare gli oppositori e di torturarli.

Il ministro era sparito e Gheddafi, in un suo discorso, aveva dichiarato che era stato assassinato a Bengasi. Ma il generale era vivo e aveva comunicato che si era schierato con gli insorti, con la “rivoluzione del 17 febbraio”. Invitando i soldati ad unirsi agli insorti.

Ali Issawi, 45 anni, era ministro delle Finanze nel 2007 e, notare che era anche amico del figlio di Gheddafi, Saif (tanto per capire le relazioni tribali). Era ambasciatore libico in India e si è dimesso per raggiungere gli insorti.

Mahmud Jibril, 59 anni, è stato responsabile dell’Ufficio di sviluppo economico nazionale e poi divenuto responsabile degli affari esteri del CNT.

Fathi Terbil, avvocato, da sempre contro Gheddafi. Ha assunto la difesa delle famiglie dei 1.200 prigionieri politici uccisi nel 1996.

Khalifa Haftar, generale, eroe della guerra in Ciad. È stato coinvolto in un tentativo di colpo di Stato contro Gheddafi. Si è rifugiato, con altri suoi commilitoni, negli Usa. Non corre buon sangue fra Younes e Haftar. Sono troppo ambiziosi.

Omar Al Hariri, generale, era con Gheddafi nel colpo di stato del 1969. Dopo aver tentato di spodestarlo è finito in carcere. Dopo la rivolta è tornato in libertà. È evidente che non ama molto Gheddafi. (La tv di stato, il 10 marzo ha trasmesso una conversazione telefonica fra un ambasciatore degli Stati Uniti e Omar Hariri, che è stato definito un ‘lacché’, o ‘agente’. Lo riferisce l’agenzia Reuters.)

Abdul Al Hasadi, fa riferimento ad Al Qaeda. È stato anche prigioniero in Afghanistan. Ha il compito di addestrare i circa 300 giovani che si sono presentati volontari.

Abdel-Hafidh Ghoga, portavoce di Jalil, è l’avvocato di Bengasi, che fa sapere a Jalil che lui, che è tripolitano, a Bengasi non conta proprio nulla.

Che, con questi chiari di luna, gli Stati Uniti abbiano qualche perplessità circa il loro coinvolgimento è perfettamente comprensibile; saranno sul chi vive, perché sanno cosa è accaduto quando i francesi hanno dato forfait in Viet-Nam, non ha loro portato molta fortuna prendere il posto dei francesi.

Comunque, questa è la fotografia disponibile del CNT, che è il massimo che abbiano potuto fare le tribù dell’est. Nonostante questa anomalia, la Francia prima fra i paesi europei, poi a ruota anche dall’Italia hanno deciso di riconoscere il Consiglio Nazionale Transitorio Libico come se fosse, a tutti gli effetti, il governo legittimo della Libia. L’Italia ha partecipato alla riunione del gruppo di contatto a Doha il 13 aprile 2011, dove si è valutato che una soluzione politica è possibile solo se va via Gheddafi. Dunque si è presa una decisione che neanche è presa in considerazione nella risoluzione dell’ONU. Permane lo stupore che l’Italia partecipi a rappresentazioni che sembrano sempre di più scene di un teatro dell’irreale, considerando quali dovrebbero essere i suoi interessi da salvaguardare, tenendo certamente conto della difficile situazione che ormai si è determinata e che non è frutto del destino cinico e baro.

L’Italia dovrebbe sentirsi in seria difficoltà, registrando quanto, all’indomani dell’anomalo (giuridicamente e diplomaticamente parlando) incontro di Doha è stato dichiarato dal ministro degli esteri libico Khaled Kaim. Il ministro degli Esteri, secondo quanto riportato da Guardian, ha dichiarato che Non spetta agli altri Paesi togliere legittimità al nostro governo, si è lamentato per la richiesta di Francia e Inghilterra di implementare i raid Nato. È un chiaro appello ad uccidere civili e a distruggere le infrastrutture libiche. Non ha nulla a che vedere con il sostenere la democrazia. Stanno sostenendo dei ribelli che combattono contro un governo legittimo ha detto, ed è difficile dargli torto. E dovrebbe essere ascoltato non con sufficienza, soprattutto dall’Italia, quando informa i “volenterosi” che miliziani dei gruppi libanesi Hezbollah e Amal stanno addestrando gli insorti in Libia. (Ansa pari data)

Non si comprende in quale limbo diplomatico sia stato inserito il governo libico e, soprattutto in Italia, sarebbe interessante sapere quale sia lo status giuridico dell’ambasciatore libico in Italia.

Eppure Abdel Jalil, (niente di personale, naturalmente) che non è riuscito a formare, tutt’ora, un governo per l’evidente posizione contraria dei componenti principali della Cirenaica, viene lanciato allo sbaraglio verso i paesi occidentali, senza nessuna certezza sulle promesse del “dopo”, viene ricevuto come se fosse il primo ministro fantasma di una Libia in piena guerra civile.

Ed è tutto normale. È anche normale che non venga imposto un cessate il fuoco ai due contendenti, come dovrebbe fare qualunque vero arbitro a cui stessero a cuore le sorti dei civili innocenti?

“Non ce la facciamo, dovete darci una mano” si lamenta Jalil, quando viene ricevuto in Italia il 19 aprile 2011. Ma quando si è lanciato in questa avventura, allora, cosa, o meglio chi, lo ha convinto che ce l’avrebbe fatta.

Abdel Jalil, che è il presidente di un Consiglio transitorio, di cui non si conoscono 20 componenti e quelli che si conosco non si fidano uno dell’altro e, fra questi, quelli della Cirenaica mantengono le loro remore nei sui confronti, anche se per ora non lo sottolineano, questo signore (sempre niente di personale) incontra il Presidente della Repubblica come se fosse il primo ministro libico. E noi dovremmo considerare quanto sta avvenendo logico?

Abdel Jalil si incontra, a Palazzo Chigi, anche con Berlusconi e si aggiunge all’incontro anche Paolo Scaroni presidente dell’Eni che, come tutti i presidenti di società del livello dell’Eni, fa buon viso a cattivo gioco. Certo che bisogna tenere aperte tutte le uscite possibili conosciute quando un luogo conosciuto si trasforma in pericoloso e mortale labirinto.

L’altra stupefacente notizia, che ancora riguarda l’Italia, è l’improvvisa decisione del Primo ministro Berlusconi di allinearsi alla Francia, all’Inghilterra, agli Stati Uniti per bombardare il territorio libico.

La decisione è stata considerata improvvisa dagli osservatori, in quanto, fino al giorno prima, Berlusconi aveva una posizione ostativa sull’invio di aerei italiani per bombardare la Libia.

Il fatto che questa decisione sia stata presa appena dopo il vertice bilaterale fra Italia e Francia svoltosi venerdì 26 aprile 2011 a palazzo Madama, potrebbe fare pensare che ci sia stato qualche abboccamento riservato fra Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi?

(Convinto o costretto, signor Primo ministro?)

Un vertice dove non c’erano sorrisi e dove Sarkozy appariva infuriato, anche per gli attacchi ricevuti dai giornali vicini a Berlusconi (come Panorama che in copertina aveva “Sarkofago” per Sarkozy).

Questa operazione avventurosa sta producendo effetti imprevedibili e il rischio che si giunga ad eventi fuori controllo che potrebbero cambiare, in modo irreversibile, il rapporto Africa - Occidente è altissimo.

La tempesta perfetta

Il politologo statunitense Edward Luttwak, anche esperto di strategie militari, lo scorso 2 marzo, a Tokyo, dove si trovava per incontri di lavoro, ha rilasciato delle dichiarazioni ad Antonio Fatiguso dell’ANSA.

Edward Luttwak, ha lanciato l’allarme sulle ripercussioni imprevedibili degli eventi che stanno investendo il mondo arabo, sottolineando la preoccupazione che viene a crearsi circa il caso Libia. Luttwak ritiene che a causa delle proteste in aree da dove proviene il petrolio, potrebbero esserci problemi seri determinati dall’impennata dei prezzi del petrolio e questo potrebbe avere effetti diretti sugli assetti della geopolitica mondiale.

Il politologo si è mostrato preoccupato per la possibilità che il contagio dei sommovimenti si espanda nell’area di Al-Sharqiyya, dove gli sciiti sono in maggioranza e dove è concentrata quasi la totalità del petrolio saudita.

Se questo avvenisse, ha detto il politologo, ci troveremmo di fronte alla “tempesta perfetta” i cui effetti sarebbero totalmente imprevedibili. La caduta dei dittatori che già conosciamo apre prospettive che non conosciamo.

Basterebbe raffrontare questo allarme di Edward Luttwak con gli eventi che in queste pagine sono stati raccolti per chiedersi se chi sta manovrando per la caduta di Gheddafi, poniamo già dagli anni ’80, abbia ritenuto di poter prendere la palla al balzo forzando, facilmente, una ribellione in un’area di feroci confronti tribali, quale è la Libia. Il manovratore, approfittando dei sommovimenti che si stavano determinando nell’area geopolitica del Nord Africa, ha pensato di poter condurre a termine l’annoso obiettivo, evidentemente mancato più volte, non solo quel 27 giugno 1980.

Il manovratore si è anche illuso di poter “provocare” la scomparsa di chi tanto, e da tanto tempo, lo disturbava, nascondendosi dentro le ribellioni di piazza organizzate che, sarebbero state interpretate come “locali”, come quelle degli altri Paesi del Nord Africa; proponendosi come “salvatore” di chi aveva intanto buttato dentro una buca senza uscita; per essere certo che avesse necessità del suo aiuto per poterne uscire.

Ma, perché c’è un ma, il manovratore, che nel frattempo aveva cercato altri aiutanti nella manovra, non si è reso conto di quali gravi eventi, e ingestibili, avrebbe provocato; e sono tutti eventi che il vento che avvolge l’Africa conosce molto bene.

[Il vento che avvolge l’Africa sorride, dentro un soffio leggero, mentre parla con le stelle (una in particolare che conosce bene la Terra e sa cosa, e non è la Luna, le gira intorno): è vero che la stupidità umana non ha confini; a causa sua, a loro insaputa, si può costringere gli uomini a fare quello che non converrebbe a loro fare, e accade, a volte, a chi li tiene sotto costrizione, di notare un moto nelle profondità del loro animo, allora egli teme il loro risveglio e che scoprano le catene, invece quel moto diminuisce la sua profondità, percorre l’antico errato sentiero, rafforza il sottile pensiero che conduce alla loro certezza di essere molto furbi.

Caro vento, dolcissimo vento, vitale vento, furioso, a volte, vento; tu che puoi percorrere ogni angolo della Terra e raggiungere gli uomini perfino nei suoi luoghi più profondi, prendi i miei raggi e trasformali in messaggio stellare del Creatore di tutte le cose, soffia, leggero, sui loro volti un pensiero profondo: Io sono il pericoloso raccontatore dei mondi che si nascondono dentro il tuo mondo, perché non mi lasci parlare?]

Alberto Roccatano

Per www.nexusedizioni.it

17 maggio 2011