Lettera aperta a Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera.

Il multimediale è davvero destinato a divorare la carta?

Che un pubblicista scriva ad un professionista per di più direttore di un giornale prestigioso come il Corriere della Sera, che io ritengo sia conoscitore dei poteri forti, potrebbe sembrare avventuroso, velleitario oltre che presuntuoso. Ritengo che l’intelligenza sia in grado di attutire eventuali differenze di potenziale. Inoltre il Lei, verso un collega giornalista, è utilizzato per il fatto che scrivo non semplicemente a nome personale e non necessariamente a nome di altri giornalisti che pure potrebbero riconoscersi in quanto qui viene detto.

Ho ben presente la delicatezza degli eventi trascorsi che vengono qui accennati (e che non sono relegabili nel passato, se ancora fibrillano oggi), pure li ho affrontati, ritengo, con la terzietà espositiva necessaria e nel pieno rispetto delle persone, come mi è congeniale. Del resto i sommovimenti finanziari che hanno anche condotto al controllo estero di aziende italiane non sono scindibili dai sommovimenti politico-giudiziari che hanno sconvolto e continuano a sconvolgere il nostro paese da almeno trent’anni. Il buio che avvolge ancora la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 basti a sottolineare questa valutazione.

Questo testo va letto con due domande gigantesche nello sfondo:

Ci sono informazioni non esternate, riguardanti prossimi rivolgimenti epocali, non necessariamente provenienti dal gruppo editoriale che spingono il Direttore ad essere così drastico con i colleghi del Corsera, fino a giungere al preventivo assenso alla denuncia dei patti sindacali?

L’investimento tecnologico nella multimedialità non si teme che possa apparire come un comodissimo marchingegno per buttare fuori dalla “macchina Corriere”, persone concrete portatrici di esperienze che a priori si riterranno non in grado di adattarsi alle “nuove tecnologie”, misconoscendone lo spirito di sacrificio e la disponibilità?

 

Gentile signor Direttore

Ho, di fronte, la lettera che il 30 settembre 2010 ha scritto ai suoi colleghi impegnati, con Lei, nella giornaliera rappresentazione del mondo, visto dalla finestra stampata e web del Corriere della Sera.

Purtroppo, non mi è stato possibile scrivere prima questa lettera, visto che siamo ormai a metà dicembre del 2010. Tuttavia non è trascorso troppo tempo e le questioni aperte dalla sua lettera non possono essere chiuse in un cassetto. Quando ho letto la sua lettera, il Corriere è il giornale che leggo più spesso, da giornalista pubblicista che si misura con il web, mi sono venuti in mente, per primi, due pensieri (apparentemente non connessi, ma lo sono, con gli altri riguardanti il lavoro giornalistico e la tecnologia prossima ventura ad esso collegata). Il primo pensiero mi riportava all’articolo di Sergio Bocconi di venerdì 28 maggio 2010 nel quale si informavano i lettori che era stata proposta, da una parlamentare del PDL, una commissione di inchiesta sulle circostanze che avevano condotto alla vendita del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Comprare un giornale, di rilievo poi, è come mettere un personale timbro su una pregiata finestra (mediatica) di carta. L’articolo si preoccupava di riassumere i fatti che avevano portato, dopo le fibrillazioni iniziate negli anni ’70, all’insolvenza del gruppo per conclamate e corpose perdite, nei primissimi anni ’80. Non erano tempi facili per il Corriere della Sera che passava da una casa editrice dissestata ad un’altra altrettanto dissestata. La corsa trafelata a nervi tesi cercava di fermare la caduta nel baratro del fallimento, evitato, nel 1984, con la vendita ad una cordata di salvataggio. Un ennesimo delicatissimo passaggio di proprietà che, dopo un quarto di secolo, mostra ancora le doloranti cicatrici proprio in quegli scontri parlamentari di quella fine maggio 2010. La domanda su chi comanda in Italia chissà quante volte se l’è vista tirare addosso, signor Direttore.

[Il forte si mesce col vinto nemico, col novo signore rimane l’antico; l’un popolo e l’altro sul collo vi sta si premura di informarci quel gran conoscitore delle deludibili speranze dei portatori silenti dei costumi patrii che fu Alessandro Manzoni. È per chi ci legge, non per lei signor Direttore (che invece sa quanto sia importante, per un qualunque editore, il lettore pagante) che rammento questo passo dell’atto terzo del coro dell’Adelchi; non è per Lei che rammento questo passo manzoniano ma per quel volgo, che è ancora disperso e che nome ancora non ha; mentre il nome “italiano” chi vuole più che lo neghi, compassionevolmente e accoglitivamente, a chi, nei tempi del grande mischiamento europeo.]

Quell’articolo mostrava (unitamente alla reazione che avrebbe provocato di lì a poco) quanto quelle vicende fossero ancora dentro le “segrete cose” (anche giudiziarie) di questo paese, impoverito, anche, del suo volgo campestre. Solo ferite, ancora doloranti, potevano provocare la reazione di Angelo Rizzoli, ex editore del Corriere della Sera. L’ex editore lamentava, infatti, nella lettera indirizzata a Lei signor Direttore e ai suoi lettori, che l’articolo di Sergio Bocconi conteneva “falsità ed inesattezze” e che le vicende giudiziarie richiamate erano riportate “in modo impreciso e sconclusionato”. Vale la pena rammentare come l’ex editore terminava la sua lettera (il grassetto è mio); “Chiedo solo che la verità su queste vicende ancora oscure venga definitivamente accertata per non essere ancora una volta il capro espiatorio di operazioni più o meno illecite e spregiudicate realizzate da altri soggetti nel loro esclusivo interesse.”

La Sua risposta, dalla Sua mediatica finestra di carta di quella domenica del 30 maggio 2010, signor Direttore, fu immediata, circostanziata, precisa, rispettosa. Ripensando a quegli anni assai dolorosi, e abbiamo avuto modo di parlarne più volte, sono convinto che lei abbia pagato un prezzo personale assai elevato, e abbia subìto una lunga e penosa detenzione. Sulle sue spalle giovanili pesarono eredità ingombranti, ambizioni eccessive e, soprattutto, amicizie pericolose. Lei, certamente, fu vittima di molte circostanze. Ma non una vittima priva di responsabilità personali.” Lei scrive pur facendo notare che conosce Angelo Rizzoli da più di trent’anni” e che il suo rapporto con lui è un rapporto amichevole, sincero.” Ma perché, signor Direttore io sto accennando a questa sua lettera del 30 maggio 2010, mentre Le sto scrivendo per quella che Lei ha scritto esattamente quattro mesi dopo, il 30 settembre 2010. Il motivo si trova in una frase che l’avvocato di Angelo Rizzoli, e non lui personalmente, Le invia il 1 giugno 2010. La frase è quella che La indica come “un giornalista acuto ed indipendente” (il grassetto è mio) che deve essere coniugata con quella della sua risposta contemporizzata, posta fra parentesi, “(non ho clienti né committenti)”. Una indipendenza difesa con forza e pubblicamente in circostanze concrete è, appunto, il primo dei due pensieri che mi sono venuti in mente leggendo la Sua lettera. Insomma: il pulpito è credibile, ho pensato.

Il secondo pensiero è stato quello di vederLa come il direttore di una compagnia teatrale, che non fa teatro comico, e che salito sul palco, dove appena si è chiuso il sipario, alla fine del primo atto (il titolo nell’opera è “Gli attori siete voi”), per intrattenere il pubblico e prepararlo alle novità del secondo atto. Mentre il direttore della compagnia intrattiene il pubblico, si sente il tramestio tecnologico del cambio di scenario che si prepara dietro le, non ancora visibili, quinte. I primi della fila dell’immenso teatro mediatico sono i giornalisti del Corriere; nelle file posteriori ci sono i giornalisti delle altre testate giornalistiche di ogni tipologia, pubblicisti compresi. Poi, curiosi e incuriositi, un numero gigantesco di lettori delle innumerevoli e diverse testate del fluidissimo mondo mediatico. Un teatro mediatico, appunto, che è parte funzionale e strutturale dell’immenso teatro della vita a cui Lei si stava rivolgendo (forse non del tutto consapevolmente). È soprattutto questo secondo pensiero che motiva questa pubblica lettera che Le scrive un giornalista pubblicista fra i tanti che La stavano a sentire in quel Suo richiamo di attenzione che non riguarda, a di là di quanto sembrerebbe, solo i “colleghi” della Sua “Finestra di carta”. I problemi che Lei signor Direttore pone, sembrerebbe a bruciapelo, ai suoi colleghi non sono problemi singolarizzabili o minimizzabili alla testata che Lei dirige in modo indipendente; riguardano veramente tutti coloro che sono coinvolti nella mutevole movimentazione delle notizie fra il dove e da chi si formano e al chi ne vuole essere informato.

Vi sono aspetti della sua lettera, e qui entro nel vivo del suo testo, che riguardano naturalmente il suo necessario rapportarsi, sia pure complicante, con i primi della fila (di quel teatro immaginario che prima rappresentavo) che sono poi i suoi colleghi, del Comitato di redazione prontissimo alla replica, come si è visto dai due giorni di sciopero, testo-replica che insieme al suo “perturbatio vitae” (Questa lettera vi complicherà la vita. Lei scrive) si trova allegato al termine della presente, (non per Lei signor Direttore, ma per chi nell’aperto web – appunto – mi leggesse e ci volesse avere sott’occhio.)

Mi piace immaginare il giornale come il giornale di bordo di una nave, piccolo mondo in movimento dove tutto quello che vi accade viene annotato, perfino sposarsi davanti al comandante o lasciargli in deposito un testamento. La società nelle sue innumerevoli varietà e singolarità dovrebbe essere visibile nelle stanze organizzative di un giornale. Ci si informa, ci si specchia, ci si verifica, ci si orienta nei fogli (anche virtuali) di un giornale. Ecco perché stimolare i giornalisti, mentre esprimono le loro capacità intellettuali nel rispondere alle attese così variegate dei lettori, ad utilizzare le nuove strumentazioni tecnologiche è di per sé una sfida interessante. Ma è anche una sfida pericolosa. Ci si scotta a toccare con mano la tecnologia che è sempre bollente e ancora (e per molto tempo) in piena trasformazione. Investire oggi in una tecnologia così velocizzata quanto sofisticatizzata può davvero mostrarsi rischioso per chi non si rende conto che sarà costretto, proprio per le dinamiche della particolarissima e miratissima crisi economica in campo, ad investire non per un breve, medio, periodo ma per un lunghissimo periodo, a causa della velocissima obsolescenza delle proposte tecnologiche proposte dal mondo multimediale. Il mondo economico non ha nessun interesse a mostrare la corposità delle soluzioni tecnologiche a lungo termine; vuole solo avvinghiarti nelle sue spire immaginifico-tecnologiche. (Adesso fammi vedere come farai a meno di me, pensa mentre infila la sua proboscide nel tuo portafoglio.)

Per esempio Lei accenna al lancio degli abbonamenti del giornale sull’iPad, ma va anche detto che il costo de l’iPad parte dalle 500 Euro in su. Non è proprio per tutte le tasche, in questo tempo di crisi epocale, credo. Allo stato delle cose l’iPad non può assumere, dunque, una valenza generale, come pare di comprendere dal suo scritto complicante. E, sempre per quanto riguarda l’iPad che funziona con la rete senza fili; non credo debba essere sottaciuto il rischio sulla salute che potrebbe comportare l’essere costantemente avvolti da una rete di onde radio, sia sul posto di lavoro ultramedializzato che nelle abitazioni degli inseguitori multimediali.

La chiave di questo suo intervento si trova nel rapporto che va organizzato più che ripensato tra l’informazione vista attraverso la finestra cartacea, che va a passi veloci, e quella vista attraverso la finestra digitale del web, che va ad una velocità sempre più elevata e sempre meno “umana”. Di solito si ritiene che chi va troppo veloce debba rallentare per aspettare chi va troppo piano. Ora, la velocità, sempre più implementata, del web coinvolge anche il cartaceo che difficilmente riuscirà a tenere il passo se non cambierà il suo modo di essere “cartaceo”. Ancora un esempio, signor Direttore? Eccolo. Ho un particolare foglio in tasca; è ripiegato in più parti e ha l’aspetto (quanto a misure) del tesserino di giornalista che anche Lei come me ha da qualche parte in un taschino del vestiario. Quando questo foglio ripiegato viene aperto non mostra pieghe e rimane rigido, perfettamente foglio di giornale, quanto a misura totalmente estesa. Apparentemente è trasparente e privo di qualunque indicatore funzionale. Invece … pollice e indice stretti nell’estremità destra (o sinistra per i mancini) in basso e … appare il giornale, il Corriere della Sera, nel nostro esempio [di un giorno non così lontano, come sembrerebbe da questo esempio fanta (ma) scientifico]. Se un lettore volesse avere di fronte le due lettere, motivanti questo mio contributo pubblico, potrebbe prendere i due testi qui sotto e portarli in alto, a sinistra e a destra del foglio, mentre mi legge. Dentro questo foglio, come il vecchissimo iPad, si può scorrere l’intero Corriere della Sera e non solo. Abbonamento pagato, naturale, che l’editore vuole la sua parte per reggere queste “diavolerie”. E tanto per non perdere di vista l’obsolescenza (che anche il mondo economico pretende la sua perenne parte) i giornali, dell’un po’ più in là, non avranno bisogno di pressioni di dita per far funzionare (tra le innumerevoli funzioni) il cercailgiornaledelgiornox, il girafogli o il cercarticoli. Tutto onde cerebrali, pensi signor Direttore. Anche se da giornalista curioso e sospettoso qualche problemino circa la libertà mentale concomitante alla libertà di stampa, certo Le si affaccerà, tarlino impertinente. Una lettera, dunque, la Sua, che tocca la questione principe che dovrebbe interessare l’intera categoria giornalistica e il fatto che io mi sia sentito coinvolto, sia pure come giornalista pubblicista che è nato nel web e si misura col web, dimostra che questo interesse lo ha creato, non credo solo per quanto mi riguarda.

Ancora un pensiero, orientato verso il suo Cdr questa volta. Non sarà una sfida da poco quella di proteggere la figura professionale giornalistica, non solo dal sottopagamento e dallo sfruttamento tecnologico in atto e prossimo venturo, occorrerà anche distinguerla dagli abborraccianti, copiaincollanti e scopiazzanti e/o indebitamente appropriantisi del lavoro altrui, “figure” permesse dal “meraviglioso” web. La stessa figura del giornalista diverrà più poliedrica, tecnologicamente parlando. La parola scritta ormai si accompagna con l’immagine e non è più impossibile che un giornalista sia anche fotografo e sappia usare le tecnologie sempre più necessarie all’organizzazione della finestra mediatica di carta.

La televisione non ha ucciso la radio solo perché la radio ha mantenuto la sua capacità di trasmettere immagini alle intelligenze degli ascoltatori. Anche le parole scritte sono in grado di trasmettere immagini, ecco perché alcuni libri sono pieni di immagini anche senza fotografie o disegni, o richiami al web col, non proprio gratuito ma promettente, QR (Quick Response).

Il rispetto delle capacità va di pari passi col riconoscimento economico delle capacità. Se si è costretti a vivere nel mondo economico almeno si cerchi di proteggere gli intelligenti dai debordanti furbi (cresciuti di numero col web). E questo vale per il mio lavoro, e dovrebbe essere il compito del suo Cdr e la sua preoccupazione, signor Direttore, nel momento in cui regge l’urto fra i Suoi colleghi, le attese dei suoi lettori e l’Editore. Quanto state decidendo nel ridiscutere modi e funzioni della ricerca informativa che offrite, poi, ai vostri lettori non riguarda solo voi. Sappiate, che di fatto, siete battistrada e questa consapevolezza è anche una grande responsabilità.

La tecnologia è uno schiaccia sassi, inseguirla costringe ad una costante fibrillazione della e nella quotidianità, questo deve essere ben presente a chi si occupa di informazione; quindi sia a Lei che al suo Cdr. Il problema nasce quando il sostenitore economico dell’impresa vede l’informazione come accidente aggiuntivo ed utilizzativo degli altri giganteschi, necessariamente profittevoli obiettivi che lo interessano primariamente. A questo va pesantemente aggiunto il progressivo tirarsi fuori dello Stato nel sostenere i “veri” costi sociali dell’informazione, soprattutto per la “vera” piccola editoria. Fra Stato e Distribuzione fanno a gara nel sostenere virtualmente la libertà di stampa privandola, nella pratica, della sua gemellina siamese: la libertà di distribuzione.

Ecco perché è importante che diate importanza a questo confronto che non può essere gestito da chi la stampa la vuole rendere meno libera e trova una perfetta occasione proprio dai sistemi multimediali, molto più controllabili della carta stampata, a dispetto di chi penserebbe il contrario.

Che questo confronto sia capace di proteggere libertà di stampa e giornalisti dipende anche da Lei signor Direttore. Dipende da Lei perché ritengo debba rimanere vincolato sia all’indipendenza del suo ruolo, sia quanto ad assenza personale di clientela o di committenza, come abbiamo visto nella prima parte di questa mia, spero utile, pubblica lettera.

Se il Corriere di de Bortoli viene raffrontato alla Fiat di Marchionne, chi vi sta osservando con interesse (e con ansia) vorrebbe sperare che sia il Corriere a dimostrare che la persona e il rispetto che le si deve viene prima della tecnologia; anzi è la tecnologia che deve essere asservita all’umanità e non viceversa, come vorrebbe il mondo economico senz’anima.

Con l’augurio che il vostro confronto produca buone novità per il mondo informazionale italiano.

Con cordialità,

Alberto Roccatano

15 dicembre 2010

 

Per www.nexusedizioni.it

Allegati:

1    Lettera di Ferruccio de Bortoli del 30 settembre 2010

2    Risposta del Cdr del Corriere della Sera del 3 ottobre 2010

 

La lettera del direttore de Bortoli

Cari colleghi

Questa lettera vi complicherà la vita. Ma la discussione che ne scaturirà ci permetterà di investire meglio nel nostro futuro di giornalisti del Corriere della Sera. E costituirà uno spunto importante per una discussione di carattere generale che la nostra categoria non può rinviare all’infinito. Di che cosa si tratta?

In sintesi vi potrei dire: investiamo di più nel giornale e nella qualità, ritorniamo a dare spazio ai giovani, ma ricontrattiamo quelle regole, in qualche caso autentici privilegi, che la multimedialità (e il buon senso) hanno reso obsolete.

Con molta fatica, grazie soprattutto al vostro senso di responsabilità, stiamo completando una ristrutturazione dolorosa ma necessaria che non ha messo però in cassa integrazione diretta alcun collega, com’è avvenuto in tutte le altre testate.

Ora si apre una fase diversa, ugualmente impegnativa.

Non mi nascondo le difficoltà. Il periodo che attraversiamo è difficile, in tutti i sensi.

L’editore è chiamato a investire sul giornale, e sull’intero sistema di diffusione dei suoi contenuti, con una rinnovata attenzione alla qualità e alla promozione di talenti giovani e multimediali.

Noi lo incalzeremo con il necessario puntiglio.

Parte non secondaria dei risparmi, resi possibili dalla ristrutturazione, deve andare ad accrescere la capacità di penetrazione del giornale nelle diverse aree di diffusione, rafforzandone l’autorevolezza e l’indipendenza, anche con nuovi prodotti allegati.

Nell’aggiornamento al piano editoriale sono contenute diverse proposte: dal rafforzamento del fascicolo nazionale a nuove cronache locali, dal nuovo inserto culturale della domenica alle iniziative sul web e sulla tv, all’assunzione di dieci giovani all’anno, attraverso la Rete e la selezione dagli stage universitari.

Ne discuteremo a tempo debito.

Questa condizione è, per chi vi scrive, irrinunciabile e pregiudiziale a ogni altro sviluppo editoriale, e al proseguimento di ogni forma personale di collaborazione.

Ma vi è una seconda condizione che, con sincerità forse un po’ brutale, io pongo alla vostra attenzione.

In questi mesi abbiamo compiuto significativi passi avanti nell’arricchire la nostra informazione, non solo sulla carta, ma anche e in particolar modo sul web.

Sono state lanciate nuove iniziative.

Edizioni del giornale sono disponibili, per la prima volta anche a pagamento, su Iphone e smartphone.

A due mesi dal lancio degli abbonamenti al giornale su Ipad, abbiamo già toccato la soglia delle settemila adesioni, la metà delle quali per un periodo di sei mesi o un anno.

Gli streaming di Corriere tv sono ormai largamente superiori a molti, e importanti, canali televisivi.

L’industria alla quale apparteniamo e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità.

Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l’insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso.

Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell’era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione.

Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione.

Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti.

Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti.

Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv.

Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera.

Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie.

Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi.

Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.

L’elenco, cari colleghi, potrebbe continuare.

È un elenco amaro, ma sono costretto a farlo perché, continuando così, non c’è più futuro per la nostra professione.

E, infatti, vi sfido a contare in quanti casi sulla Rete è applicato il contratto di giornalista professionista.

Tutto ciò deve farci riflettere. Seriamente.

Sediamoci attorno a un tavolo, chiedendo all’azienda di assumersi le proprie responsabilità, per stringere un nuovo patto interno all’altezza delle nostre sfide professionali ed editoriali.

Ma una cosa deve essere chiara fin dall’inizio. Se non vi sarà accordo, i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso.

Sono convinto che avremo modo di riflettere su questa mia proposta, insieme ai colleghi dell’intera redazione, e di convenire su tutto ciò che è necessario fare per non ipotecare ancora di più il nostro già incerto futuro.

Ferruccio de Bortoli

30 settembre 2010

 

La lettera del Cdr del Corriere della Sera

 

 

Caro lettore,

il Corriere della Sera non è stato edicola per due giorni. Anche il suo sito Corriere.it ha mantenuto il silenzio per questi due giorni.

Una decisione presa dalla redazione e dai suoi rappresentanti sindacali, che qui tenteranno di spiegare le motivazioni di questo sciopero.

Quella del giornalista è per moltissimi aspetti una professione come le altre. La sua peculiarità è di informare su tutti gli aspetti della società in modo libero da condizionamenti di qualunque genere e forte di un diritto di critica attraverso il quale può svolgere il suo ruolo civile di “cane da guardia”: a difesa dei cittadini e della circolazione delle idee, contro l’aggressione di poteri più o meno forti.

Per assolvere questo compito e onorare questo impegno-dovere, spesso etica personale e codici deontologici non sono sufficienti.

Quindi nel corso degli anni (e purtroppo il Corriere nella propria storia ha sperimentato sulla propria pelle fasi molto buie) la nostra redazione è riuscita a dotarsi di altri strumenti: accordi interni, a volte anche ratificati per via giudiziale, che tutelano il giornalista da pressioni, minacce, ricatti; e che di conseguenza tutelano il lettore da informazioni distorte, parziali, scorrette, censurate. Rischi che non appartengono alla preistoria, ma possibili anche nella situazione attuale del Corriere, con un azionariato composto da molti imprenditori e vertici della finanza che non hanno certamente nell’editoria il loro core business; e in presenza di una politica tanto annaspante quanto invadente.

Altri patti difendono invece, per la dovuta chiarezza verso chi acquista il nostro giornale, il marchio Corriere rafforzandone l’identità e la specificità.

Una lettera della Direzione al Comitato di redazione – presentata a freddo in sostituzione dell’inizio di una trattativa prevista da mesi – poneva come pregiudiziale di qualunque confronto l’abolizione di queste regole di garanzia.

Un paravento di accuse ingiustificate tentava di legittimare un attacco alla tutela della libertà di stampa. Si addossano alla redazione responsabilità che appartengono a scelte editoriali e imprenditoriali errate e spesso dissennate.

Si imputa ai giornalisti il rifiuto della modernità e della sfida tecnologica, quando da oltre due anni la redazione chiede – come dimostrano diversi comunicati e lo stesso accordo sullo stato di crisi firmato al ministero – di conoscere i piani di sviluppo aziendali e gli investimenti sulla multimedialità senza ottenere mai nessuna risposta concreta, ma solo promesse e annunci.

Penalizzata anche economicamente da una pesante ristrutturazione e senza avere a disposizione mezzi adeguati ai tempi, la redazione del Corriere ha comunque – e faticosamente – cercato di percorrere alcune strade innovative e sperimentali: dalle video chat, ai video reportage, ai video editoriali, ai contributi audio per le edizioni on line e da poco (perché da poco è disponibile in Italia) anche iPad.

Con spirito di sacrificio, senza alcun riconoscimento, nell’interesse del giornale, dell’informazione e del lettore.

Adesso, con questi scioperi, la Redazione chiede per l’ennesima volta all’Azienda e alla Direzione di aprire finalmente un tavolo sul quale poter lavorare seriamente, con responsabilità, senza pregiudiziali e senza altri fini che non siano quello di soddisfare l’interesse dei lettori salvaguardando l’indipendenza, la qualità, l’identità, la libertà del Corriere della Sera. E nel rispetto del lavoro dei suoi giornalisti.

Durante la giornata di venerdì, a sciopero in corso, la redazione ha ottenuto dalla Direzione l’offerta di un tavolo di confronto senza pregiudiziali al quale, ovviamente, il Cdr è pronto a partecipare.

Il Comitato di Redazione del Corriere della Sera

(Paola D’Amico, Daria Gorodisky, Andrea Nicastro, Mario Pappagallo, Maria Rosa Spadaccino)

Pagina 36 – (03 ottobre 2010) – Corriere della Sera

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