Un omicidio con molte stranezze quelle del giovane Giulio Regeni, avvenuto in un paese come l'Egitto il cui governo ha coltivato fino ad ora buone relazioni con l'Italia, in particolare dopo la scoperta da parte dell'ENI di un importante giacimento di gas naturale al largo delle coste egiziane (notizia a cui aveva già fatto seguito nel settembre scorso un attentato a Tripoli, in Libia, di cui vi avevamo dato notizia) e che finora ha arrecato parecchi danni alle milizie dello Stato Islamico in Libia, come la Russia in Siria. [Red.]


Le stranezze del caso Regeni, ucciso dall’Arabia per far un dispetto all’Italia

Il caso del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni assassinato al Cairo, il cui corpo è stato ritrovato solo alcuni giorni dopo, non è un puro fatto di cronaca nera.
Altre volte è successo che nostri connazionali siano stati uccisi e magari anche sottoposti a torture in Paesi stranieri, ma si è sempre trattato di atti di pura delinquenza. Questa volta è invece quasi sicuro che dietro quel delitto ci sia qualcosa di più preoccupante: un atto politico.
Che Regeni non si trovasse in Egitto per turismo era notizia ufficiale, così com’è evidente che frequentasse gruppi di sindacalisti in rotta con il potere e malvisti dalle attuali Istituzioni. Ciò che non è chiaro sono i reali rapporti che lo studioso aveva con costoro: si trattava solo di voler conoscere la realtà a puri fini di studio o esisteva un legame di complicità con queste forze di opposizione? Gli articoli che inviò al Manifesto e pubblicò su di un sito internet erano puro giornalismo o avevano altri scopi? Di sicuro, qualunque siano i retroscena e le ragioni del suo agire, non c’è alcuna giustificazione per quel che gli è successo, ma sapere esattamente ciò che faceva e chi era veramente è molto utile per capire la sua morte e per indirizzarci verso i colpevoli di quell’atto feroce.

Il giornalista Fabio Squillante, direttore dell’Agenzia d’informazione Nova, formula in merito all’accaduto ipotesi molto suggestive che vale la pena di sottoporre a particolare attenzione. Anch’egli non può formulare altro che pure osservazioni sulla stranezza di alcuni eventi, ma crediamo che le nostre forze investigative inviate sul posto dovrebbero fare ricerche anche in questa direzione.
Squillante comincia col far notare che il professore italiano che doveva incontrarlo nella serata, già alle 23.30 del 25 gennaio, chiama direttamente l’Ambasciatore italiano al Cairo (quindi tre ore dopo l’orario fissato per l’incontro e in un`ora inconsueta per parlare direttamente con il capo della nostra diplomazia locale, salvo fatti particolarmente gravi) per informarlo della scomparsa. Quest’ultimo allerta immediatamente i nostri servizi presenti in Egitto. Tale prontezza d’intervento lascia pensare che il soggetto fosse già conosciuto, monitorato e considerato “a rischio”. La conferma viene dal fatto che quasi subito arriva in Egitto il generale Alberto Manenti, direttore della nostra Agenzia d’intelligence AISE

Lo stesso ritorna a Roma solo il 4 febbraio, cioè lo stesso giorno in cui è fatto ritrovare il cadavere di Regeni, ritrovamento effettuato, guarda caso, in prossimità di una caserma della polizia. Quello stesso giorno era in arrivo una delegazione d’imprenditori italiani guidata dal Ministro Guidi in persona.
Poiché è assodato che il nostro connazionale era stato ucciso già giorni prima, è solo una pura coincidenza che il corpo sia ritrovato esattamente in quel momento?
Squillante si domanda se le sevizie (inutili se, come risulterebbe da alcune testimonianze, i servizi egiziani lo tenevano già sotto controllo e quindi conoscevano sia i suoi contatti sia i suoi spostamenti) così come la coincidenza delle date e il luogo non siano stati orchestrati da qualcuno che volesse dare un “duro colpo alle relazioni tra Italia ed Egitto”.

Si ricorda che i rapporti tra i nostri due Paesi sono stati ottimi fino ad ora e che la scoperta da parte dell’Eni di un enorme giacimento di gas nelle acque territoriali egiziane costituisce un ulteriore legame economico molto importante, sia per la nostra società petrolifera sia per le finanze egiziane. Anche il Governo di Al Sisi uscirebbe rafforzato dallo sfruttamento di tale giacimento, foriero di forte miglioramento per la bilancia commerciale egiziana. La stessa cosa non si può dire per gli interessi politici ed economici di qualche altro Paese. Attraverso serrate argomentazioni, il direttore esclude uno per uno: l’Egitto, l’Israele, la Turchia e pure la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Non resterebbe che l’Arabia Saudita:

“Non è nell’interesse di Riad che l’Egitto rafforzi la propria sovranità grazie all’indipendenza energetica. Del resto i Sauditi possono contare su notevoli strumenti d’influenza politica, a partire dai salafiti. Anche nelle Forze Armate egiziane sauditi ed emiratini hanno acquisito un peso mai avuto prima”.

Siamo sempre nel campo delle pure ipotesi ma, se si vuole restare a livello locale ed escludere le intromissioni straniere, l’idea affacciatasi dopo il ritrovamento del cadavere in quelle condizioni coinvolge immediatamente la polizia e/o i servizi segreti egiziani. Questa possibilità non può certo essere abbandonata ma, pensandoci bene, perché il Governo avrebbe dovuto autorizzare un’azione di questo genere con la conseguenza di mettere a rischio dei rapporti ottimali per entrambi i Paesi? O si è trattato di un atto non premeditato? Ma, se così è, perché le autorità locali si mostrano reticenti a collaborare con i nostri investigatori inviati in loco?
Il direttore di Agenzia Nova avanza due possibilità non necessariamente alternative: il regime non può sconfessare una sua importante struttura interna oppure non può permettersi di “denunciare l’azione esterna di un influente Paese straniero”.
A tutt’oggi, comunque, non si può negare che la morte di Giulio Regeni abbia già raffreddato le relazioni tra Roma e Cairo e che i reciproci rapporti economici siano in forse. Affermare con assoluta certezza che questo risultato costituisse il primario obiettivo di chi ha ucciso e torturato è impossibile ma, come disse il cinico Andreotti: a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina.

Articolo di Mario Sommossa - Fonte: it.sputniknews.com

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Non era complottismo: Regeni lavorò nell’intelligence

Roma, 16 feb – Cosa ha fatto Giulio Regeni nei dieci anni passati lontano da casa? Ha studiato, e con profitto, certo. Ma ha anche allacciato contatti, dentro e fuori dall’università. Contatti che lo hanno portato in Egitto e, forse, lo hanno indotto a comportamenti che qualche organizzazione ha ritenuto di dover punire con quella morte tragica e brutale. Già ieri avevamo fatto notare come il tutor di Regeni a Cambridge fosse legato a Open Democracy, il portale tramite cui George Soros “diffonde i diritti umani”, cioè destabilizza gli Stati sovrani. A Open Democracy e all’Università americana del Cairo (frequentata da Regeni) sarebbero inoltre legate firme importanti del Manifesto, con cui lo studente collaborava.

Oggi arriva un’altra notizia che complica ulteriormente le cose: mentre viveva in Gran Bretagna, lo studente friulano aveva lavorato per un anno presso un’azienda d’intelligence fondata da un ex funzionario americano implicato nello scandalo Watergate. Si tratta di Oxford Analytica, gruppo che analizza tendenze politiche ed economiche su scala globale per enti privati, agenzie e ben cinquanta governi. Insomma, intelligence privata, ad altissimo livello. Si tratta di un’organizzazione che ha uffici, oltre che a Oxford, a New York, Washington e Parigi, e vanta una rete di 1400 collaboratori. Giulio vi ha lavorato dal settembre 2013 al settembre 2014. Il fondatore di Oxford Analytica si chiama David Young, uomo dello staff di Nixon con il compito di stoppare le fughe di notizie nello scandalo Watergate. Nel board dell’organizzazione figurano anche John Negroponte, ex direttore della United States Intelligence Community e Sir Colin McColl, ex capo dell’MI6, il servizio segreto inglese. La storia si complica sempre di più.

Articolo di Giorgio Nigra - Fonte: ilprimatonazionale.it