L’ultima faccenda giudiziaria degli amministratori emiliani del PD indagati per mangerie (ma gli amministratori di tutti i partiti che contano sono mediamente così, l’abbiamo visto cento volte) ci ricorda una ragione strutturale per la quale non è avvenuto, e non è possibile che avvenga, il recupero economico e funzionale del Paese.

Le imprese e i consumatori, se da un lato soffrono di una (artefatta) deprivazione di liquidità e del blocco degli aggiustamenti del cambio della valuta nazionale, dall’altra parte sono gravati da imposte assurde, necessarie a pagare:
- opere e forniture pubbliche che in Italia costano il triplo o il quadruplo che in Francia o Germania, perché apparati dei partiti e della burocrazia ci mangiano dentro assieme ai loro compari imprenditori (il fatto che le opere e le forniture pubbliche costano 3, 4, 5 volte che in altri paesi europei dà la misura di quanto mangiano i partiti e i burocrati – altroché i 60 miliardi all'anno di tangenti, stimati dalla Corte dei Conti!) ;
- centinaia di migliaia di stipendi e rendite improduttive e immeritate, che rendono la pubblica amministrazione molto meno efficiente e molto più costosa, ma che però danno il voto, quindi la legittimazione, ai politici, alla partitocrazia.
In tutto si tratta non di 20, ma almeno di 150 miliardi l’anno.

Nessun potere basato sugli apparati dei partiti potrà tagliare queste cause di declino, perché sarebbe tagliare il ramo su cui siede. È ovvio: i partiti si ribellerebbero. Ed è ovvio, dunque, che Renzi inganna sapendo di ingannare quando promette di rilanciare il Paese tagliando gli sprechi e i parassiti. Le uniche spese comprimibili sono quelle che non rendono in questi termini, cioè quelle sane.

Renzi, col suo governo e la sua maggioranza, dipende dal voto dei partiti, cioè volente o nolente poggia su apparati di spreco e parassitismo, come tutti i premier italiani, quindi fa sostanzialmente le stesse medesime cose. Non ha scelta. Infatti, non ha chiuso le provincie come centri di spesa e non ha eliminato le società partecipate che sono state individuate come inutili (anzi, ha liquidato il commissario alla spending review Cottarelli che le voleva chiudere). Non lo ha fatto, perché i centri di spesa e clientela sono fonti di lucro per la partitocrazia e offrono ai politici poltrone ben pagate e da cui si mangia lautamente.

La Germania e il capitalismo europeo certamente non intervengono per cambiare questo stato di cose perché hanno interesse a che le cose continuino così, onde poter continuare a fare ciò che vogliono in Italia, e dell’Italia. È possibile però che il disastro occupazionale interno e/o le necessità di maggiore finanziamento della NATO a seguito del graduale disimpegno USA in Europa, apparso nel recentissimo vertice in Galles, costringano a togliere il peraltro arbitrario e irrazionale vincolo del 3% sul pil al deficit pubblico, per fare più spesa pubblica militare. Come è possibile pure che ciò comporti l’uscita dell’Italia dall’Eurosistema, o la ristrutturazione dell’Eurosistema (magari con un Eurosud e un Euronord). Voci autorevoli entro il sistema bancario italiano parlano di gennaio o febbraio 2015 come possibile momento di rottura.

Allora vi chiedo: una crisi e un passaggio di tanta importanza, in cui si dovrà difendere gli interessi nazionali dalla già sperimentata prepotenza tedesca e da una UE strumentalizzata da Berlino, possono legittimamente essere gestiti da un governo e da un premier privi di mandato popolare (succeduti ad altri due pure privi di tale mandato)? Che ora si sostengono solo su voti scroccati con promesse poi subito tradite?  E da un capo di Stato  novantenne, e che si è già ripetutamente dimostrato molto, troppo sensibile alle indicazioni tedesche? Non sarebbe meglio cambiarli al più presto, tutti e due?

Marco Della Luna


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