Se io volessi parlare degli spigoli di una circonferenza, farei un discorso assurdo. Ma sarebbe non meno assurdo un commento sulla strage dei ragazzi di Beslan, perché non si può razionalmente parlare di ciò che è opposto ad ogni caratteristica umana.

Non intendo parlare della efferatezza di quella carneficina, non solo.

Non voglio parlare del dolore infinito che certi episodi continuano a ispirare, pur se siamo ormai esposti ad un continuo carosello di scempi e di tragedie.

Vorrei parlare della evidente follia dell’attacco alla scuola in Ossezia: colpire i bambini, da sempre, scatena una rabbiosa furia di vendetta; scatta in ciascuno di noi – soprattutto se genitore – l’atavico meccanismo che fa combattere fino alla morte per la difesa delle proprie creature; si toccano insomma energie e meccanismi profondi, inconsci, ancestrali: fare del male ad un bambino è l’abisso della malvagità e, istintivamente, ripugna come nient’altro.

Dunque, chi prende in ostaggio dei bambini, in una scuola, con i loro insegnanti commette politicamente il più idiota dei suicidi, perché si attira automaticamente l’esecrazione di tutti, anche di chi avrebbe avuto forse interesse o indulgenza verso le rivendicazioni.

Beslan è un nuovo, mostruoso capitolo di un copione che potremmo intitolare “La follia al potere”.

Noi, ora, stiamo vivendo in un mondo che ha globalizzato non solo l’economia (e l’ha globalizzata ad esclusivo beneficio dei capitalisti), ma ha diffuso un’allucinata condizione di costante assurdità.

Chi governa, chi detiene il/un potere sufficiente ha deciso di stravolgere il senso comune, le regole non scritte della civiltà umana: è assurda l’invasione americana dell’Iraq, è assurda la ferocia fondamentalista, è assurdo il massacro degli innocenti di Beslan, è assurda la tentazione di indicare “il cattivo” e di sterminarlo con nuove crociate, è assurda l’illusione che basti essere armati fino ai denti per avere sicurezza e pace.

E che tutto ciò sia assurdo non lo dice un intellettuale in vena di moralismi; lo dimostrano i fatti, lo certificano gli eventi, lo urlano i poveri corpi straziati di centinaia di bambini, uomini, donne maciullati a Beslan.

Da tre anni a questa parte, il caos è la strategia del potere, sia che si autodefinisca legittimo e democratico, sia che venga condannato come terrorismo.

Se esaminiamo sommariamente le azioni “forti” degli Usa, dobbiamo constatare che l’amministrazione di Bush jr ha imboccato gagliardamente la via dell’assurdo, scatenando una guerra il cui esito era del tutto imprevedibile.

I neocons immaginavano (forse ispirati da qualche versetto biblico o da una nuova interpretazione dell’Apocalisse, opera da loro prediletta) che in Iraq sarebbe stato come nell’Europa del 1945, con le folle festanti ad accogliere i liberatori.

Non era difficile capire che il parallelismo era assurdo.

Ma si è trattato di banale imbecillità, o forse c’è qualcosa che non appare subito evidente?

Io credo che tutta la confusione delirante che avvelena i punti caldi della terra non sia casuale, non sia affatto una variabile impazzita o una funzione sfuggita al controllo e alla previsione. Io credo, al contrario, che questa assurda politica neocolonialista sia stata voluta dai neocons, e che il caos attuale (chi è nemico di chi? chi è amico di chi?…) sia l’ambiente più favorevole al folle sogno di potere mondiale cui mirano i neocons statunitensi.

In una situazione di paura costante e diffusa, i benpensanti chiedono più polizia e più soldati. Non si chiedono, queste anime elette, chi e perché abbia innescato questa assurda spirale di terrore e violenza. No, questa riflessione è troppo profonda per le loro teneri menti, abituate ad una ricettività passiva da pecore (o da telespettatori, il che è la medesima cosa): nelle loro menti ottuse, vi è il Capo che comanda e quello che dice lui va bene per tutti; se non ti va bene, non sei dei nostri, sei un nemico, vai eliminato.

Credo che nelle tribù più primitive della Nuova Guinea vi sia un’analisi sociopolitica più raffinata.

I benpensanti reclamano un poliziotto ad ogni angolo, chiedono telecamere, controlli ed ispezioni e dicono “tanto non ho nulla da nascondere”; ma provate a chiedere loro notizie sui loro conti correnti, sugli stipendi, sui titoli azionari e gli immobili che possiedono, provate a proporre una tassa (magari per dotare di armi più potenti le loro adorate forze dell’ordine) e vedrete di questi galantuomini un aspetto del tutto inedito, molto più nervosetto e virulento di quello del bravo patriota e giudice esemplare.

E’ questa, grosso modo, la base elettorale più consistente di tutte le forze reazionarie e conservatrici in tutto il mondo.

Questa massa (cioè questa massa di voti sicuri per certi politici) non riesce a sostenere il peso di una analisi politica più articolata del “io buono-tu cattivo-tu devi morire”.

Questa massa non avverte l’assurdo indotto, ma trova soltanto dei nemici da abbattere. Questa massa è spaventosa perché coagula e aizza gli istinti più bestiali della specie umana. Sono gli stessi che nell’Ottocento linciavano il primo disgraziato trovato per strada e poi tornavano tranquilli e soddisfatti nelle loro case, ad accarezzare la nuca del pupo.

In un mondo in cui le relazioni fra stati (e fra individui) sono state manipolate e spinte al caos, domina solo la minoranza che ha creato questa situazione. Oligarchie di petrolieri texani mandano a combattere e a morire soldati americani contro “irregolari” mandati alla guerra da oligarchie di miliardari islamici.

La gente è plastilina nelle mani di spietati gruppi di potere che non riconoscono alcun vincolo morale, che considerano le vite altrui come strumenti: come un martello, un cacciavite…

Nell’assurdo si possono fare assumere valori a piacere: poiché nulla è definito e stabile, tutto può essere chiamato arbitrariamente: l’invasione di un paese si chiama missione di pace; la guerra di chi vuole cacciare l’invasore si chiama terrorismo; il maniacale controllo governativo sulla popolazione si chiama misure di sicurezza; il sequestro di persone pacifiche e inermi si chiama lotta di liberazione: è il delirio elevato a sistema di dominio.

Davanti all’assurdo che dilaga, la sola interpretazione che riesco a formulare è che si tratti di una strategia di dominio. Oggi non è più possibile additare un solo nemico; la guerra fredda è finita e le due superpotenze (ma la Russia è ancora una superpotenza?) hanno dovuto inventare nuovi scenari guerreschi per continuare a dominare il pianeta.

L’America dei neocons ha superato l’ultima barriera della ragione e della logica ed ha inaugurato la più grandiosa delle guerre: una guerra totale contro un nemico sconosciuto ma terribile.

Chiunque, perciò, può essere un nemico, come ad esempio l’alleato di ieri (Saddam). In questo clima di allarme perenne, il potere statale può imporre ogni legge, ogni arbitrio, ogni sopruso sotto il velo della necessità di difesa.

Cambia il nome e il volto del Nemico, non cambia la assurda follia di vivere combattendo un nemico, anzi di esistere solo se si combatte un nemico.

Il sogno imperiale statunitense non nasce certo con Bush jr. Già nel 1945 il generale H. H. Arnold, comandante in capo dell’Aeronautica militare Usa durante la guerra, pensava che “per poter usare con profitto la nostra aviazione strategica dobbiamo avere basi in tutto il mondo, localizzate in modo da poter raggiungere qualsiasi obbiettivo che ci venga ordinato di distruggere” (“Global mission”, Harper and Bro., 1949, pagg. 586/587).

Un geopolitico Usa, John Kieffer, scriveva nel 1952: “Noi dobbiamo arrivare nei più lontani angoli del globo. Le nostre truppe devono essere presenti sul territorio di decine di altri stati. Le nostre prime linee di difesa devono trovarsi a migliaia di miglia dai nostri confini. La geopolitica è nella sua essenza opposta ai principi del diritto internazionale. Dal punto di vista della geopolitica l’unica legge che lo stato può seguire è la legge della forza: ho bisogno, voglio, prendo”. (“Realities of world power”, D. Mc Kay, 1952).

Davvero edificante, non c’è che dire!…

I falchi misticheggianti dell’amministrazione Bush jr hanno imparato questa bella lezione, e l’hanno messa in pratica: basta con la prudenza, basta con la ragionevolezza, basta con la cautela: usiamo la forza e usiamola senza scrupoli. E il primo prodotto di questa furia bellicista è stato il diffondersi convulso dell’assurdo, del caos, dell’imprevedibile.

Ma tutto ciò è stato ed è tuttora funzionale all’infame progetto, tanto che si può dire che il caos sia un’arma che hanno voluto impiegare per coprire le loro gravi responsabilità e per ottenere la sottomissione e la docilità delle masse, secondo il vecchio assioma “o con me o contro di me”.

Insomma: Bush agita lo spauracchio del caos mondiale, della minaccia terrorista, degli attacchi suicidi che possono colpire ovunque e sempre. Ma quanto il suo governo ha contribuito a creare questa situazione drammatica?

Se io fossi un parente di uno degli oltre mille morti americani in Iraq vorrei rivolgere questa domanda a Mister President.