Sono appena tornato da una lunga passeggiata per le strade deserte della mia città, e scrivo queste brevi note.
La mia è una media città del Nord, con poco meno di 120.000 abitanti, oggi quasi tutti chiusi in casa, in osservanza alle disposizioni del governo per contrastare il diffondersi del Coronavirus.
Io sono uscito perché, com’è noto, l’attività motoria è consentita purché non in gruppo.
Nella mia lunga camminata di due ore ho incontrato al massimo una quindicina di persone. Pochissime auto. Negozi quasi tutti chiusi. Una scena che sembra preparata per un film di fantascienza. Gli eventi di queste settimane mi suscitano alcune riflessioni. Premetto che non sono un medico, ma un intellettuale, e solo come tale mi sento in diritto di fare conoscere la mia opinione. (Per il significato del termine e della funzione di intellettuale, rimando a Pasolini: «sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».)
Non intendo occuparmi di teorie del complotto, per almeno un motivo: ora non è garantita la distanza obiettiva dai fatti, troppo incalzanti e gravi, per avere una lucidità di giudizio, necessaria quando si tentano analisi così  complesse.
Tuttavia, ciò che accade sotto gli occhi di tutti è già di per sé abbondante materia di osservazioni e di inquietudini.
1) Sottomettersi per combattere un nemico comune. L’entusiastica rapidità, direi anzi la foga con cui la gente (nota bene: la gente, non il governo) invita a “stare a casa” è sbalorditiva. Tutti noi abbiamo avuto nel cellulare almeno un paio di messaggi Whatsapp che, più o meno scherzosi, più o meno perentori, intimavano di “non uscire”. 
Ho visto un breve video in cui un giovane gridava al balcone “ce la faremo!”, con le vene del collo gonfie, gli occhi sbarrati, in una vera esaltazione mistica da crociato. Ho visto video dove qualcuno suonava l’inno di Mameli alla finestra. Questa non è solidarietà, è frenesia di sentirsi una massa granitica compatta (che orrendi ricordi accendono queste parole!) contro un nemico: noi contro lui.
2) Più il nemico è indefinito, più aggrega la sottomissione per combatterlo. Un nemico invisibile può essere dovunque, dunque è il nemico più pericoloso in assoluto. E più il nemico è pericoloso, più occorre essere bravi, disciplinati, fedeli combattenti. Il nemico perfetto richiede un perfetto esercito che lo affronti, dunque tutti obbedienti e pronti agli ordini dei sagaci generali.
3) Nella sottocultura popolare, i buoni sono idoli, in misura direttamente proporzionale alla pericolosità del nemico che stanno combattendo. Così vediamo alzare inni ed encomii a CRI e Pronto Soccorso, in una sorta di venerazione che ha tratti simili a quella religiosa. Nella mia città, ad esempio, ho visto uno striscione in lode della locale CRI. Intendiamoci: è giustissimo apprezzare l’attività e la dedizione degli operatori sanitari, al cui plauso mi unisco di tutto cuore. Ma non dimentichiamoci che essi esistono proprio per questo, è il loro lavoro: CRI e Pronto Soccorso sono stati creati proprio per queste contingenze. Il fatto che in Italia esista una sanità pubblica è un pregio della nostra società, e forse questa emergenza farà riflettere qualche mascalzone che vorrebbe imporre qui l’infame modello statunitense.
Ciò che stupisce è la emotività quasi bambinesca con cui si nominano super eroi e salvatori dei bravi professionisti. Ma questo è funzionale ad un fine: compattare la massa in una visione apocalittica, e non razionale, della gestione clinica del contagio.
4) Il prigioniero migliore è colui che non sa di esserlo. Milioni di persone in Italia si sono volontariamente consegnate agli arresti domiciliari. Tutti  dicono: «un piccolo sacrificio oggi per poi essere liberi sani e felici domani». Giusto. Purché questa esperienza resti per sempre negli annali della virologia, e non si insinui nell’arte di governo. È facilissimo e molto economico controllare una popolazione di reclusi in casa. Uno che si intendeva assai di peccati, disse: «A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina». Ecco, non voglio pensare che un domani qualche uomo di potere rimpianga i bei tempi in cui tutti stavano in casa a guardare la televisione e cerchi, in qualche modo, di rimettere in attività la formula.
5) Realtà alternativa? No, grazie. Una mia amica mi ha mandato una lunga lista di musei che si possono visitare virtualmente. Ho cancellato i links senza neppure sfiorarne uno. I musei si vivono, non si guardano sotto vetro. Così come i cosiddetti social sono un miserabile surrogato inaccettabile della vera socialità. Questa esperienza vorrebbe forse testare la validità del fittizio mondo elettronico come realtà alternativa: stai a casa, guarderai il mondo. Se la massa ne sarà soddisfatta, in un prossimo futuro forse qualcuno (chi? perché? come?) vorrà proporre la finta realtà dei sedicenti social in sostituzione della realtà vera, fatta di corpi, bocche, mani, occhi, sguardi, voci… tutte cose che qualunque governo fatica a controllare, da sempre.
Un chiarimento, per finire. Non credo affatto che questa emergenza planetaria sia stata voluta, pianificata, realizzata da qualche potenza.
Ma credo, e temo, che possa essere un laboratorio che verrà utilizzato dalla cultura del potere che sta strangolando sempre di più ogni autentica libertà individuale.
Se adesso il motto è resta a casa, propongo di arricchirlo di un seguito necessario: ma non un secondo di più ad emergenza finita.