“A spingere così in alto le quotazioni (questi livelli non venivano toccati dal 1980, anno successivo alla rivoluzione iraniana), sono state le tensioni internazionali create dai programmi nucleari di Iran e Corea del Nord. Teheran è il quarto produttore mondiale di greggio e ha minacciato ritorsioni nelle forniture, se da parte dell'Occidente arrivassero sanzioni per i test di arricchimento dell'uranio”, citano le fonti ANSA.
Non avevamo dubbi a riguardo, ma naturalmente la notizia vale un approfondimento, e qualche considerazione.
I titoli dei giornali di oggi parlano di “nuovo record storico” dei prezzi del petrolio, e aggiungono che secondo gli esperti la corsa al rincaro non dovrebbero rallentare, dato che la scorsa settimana le scorte Usa sono scese di altri 2,4 milioni di barili.

È di non molto tempo fa l’ammissione di Bush che fece scalpore: «L’America è drogata dal petrolio», disse il Presidente USA, «spesso importato da zone instabili del mondo. Il modo migliore per spezzare la dipendenza è la tecnologia». Bush desidera rimpiazzare con fonti alternative entro il 2025 oltre il 75% dell’import di greggio dal Medio Oriente e annuncia un aumento del 22% degli stanziamenti per la ricerca sull’energia pulita. Ma per adesso, la politica energetica USA di pulito ha ben poco.

Qualche mese fa, il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice stilava la lista degli “Stati Canaglia” che gli Stati Uniti dovevano perseguitare per il loro coinvolgimento col terrorismo. Eppure, a una pur banale e superficiale analisi, saltava all’occhio che tutte queste potenze straniere erano forti produttrici di petrolio,
Peter Phillips, nel suo libro 'Censura 2006: Le 25 notizie più censurate' (Nuovi Mondi Media, 2006), afferma che il vero motivo per un possibile attacco USA nei riguardi dell’Iran non è la loro ricerca sul nucleare. “I motivi economici preoccupano gli USA molto più di qualunque arma di distruzione di massa. Il vero pericolo è rappresentato dal suo tentativo di modificare il sistema economico mondiale utilizzando il petro-euro al posto del petro-dollaro. Un tale cambiamento viene considerato, nei circoli americani, come una vera e propria dichiarazione di guerra economica che appiattirebbe i profitti delle aziende americane provocando anche un probabile collasso economico. Nel giugno del 2004 l’Iran aveva manifestato la sua intenzione di creare un centro di scambio petrolifero internazionale (una borsa) basata sull’euro. L’iniziativa trovava il favore sia di molti paesi produttori sia di molti paesi consumatori. Naturalmente questa borsa si sarebbe trovata a competere con la borsa petrolifera di Londra (International Petroleum Exchange - IPE-), e con quella di New York (New York Mercantile Exchange - NYMEX-), ambedue in mano americana. Se l’Iran, seguito da altri paesi produttori, fosse disposto ad accettare l’Euro al posto del Dollaro l’economia americana si troverebbe ad affrontare una vera e propria crisi.”
Nel frattempo, come goccia che fa traboccare il vaso, è di poco fa la notizia che ora Cuba, per estrarre il proprio petrolio, si farà aiutare tecnologicamente ed economicamente dalla Cina.
Le riserve petrolifere finora erano divise esattamente a metà tra Cuba e USA da un trattato firmato nel 1977. Ma ora Pechino ha firmato un contratto con Cuba per lo sfruttamento dei giacimenti nel golfo della Florida, mentre gli americani sono disperati per il vertiginoso aumento del prezzo della benzina che potrebbe fare perdere le elezioni al partito di governo e i petrolieri del Texas masticano amaro per la nazionalizzazione dei loro interessi in Venezuela.

Georce Monbiot, dal suo sito www.monbiot.com. ci rammenta i veri motivi delle recenti campagne militari USA. “Nell'industria petrolifera se ne parla a bassa voce. Ogni generazione ha il suo tabù, e questo è il nostro: che la risorsa sulla base della quale sono state costruite e impostate le nostre vite stia esaurendosi. Non ne parliamo perché non riusciamo nemmeno ad immaginarcelo. Questa civiltà se lo nasconde. Il petrolio in sé non scomparirà, ma estrarre quello che resta sta diventando sempre più difficile e costoso. La scoperta di nuove riserve ha raggiunto l'apice negli anni 60. Ogni anno, consumiamo quattro volte il petrolio che troviamo. Tutte le grandi scoperte sembra siano state fatte molto tempo fa: i 400 milioni di barili nel Mare del Nord sarebbero stati considerati insignificanti negli anni ‘70. I nostri approvvigionamenti futuri dipenderanno dalla scoperta di piccoli nuovi giacimenti e da un migliore sfruttamento di quelli grandi. Nessun esperto del settore dubita che la produzione globale di petrolio diminuirà entro breve tempo. La sola domanda è fra quanto tempo. Le proiezioni più ottimistiche sono quelle del Dipartimento per l'Energia statunitense, secondo le quali ciò non accadrà fino al 2037. Ma l'agenzia americana di informazione sull'energia ha ammesso che i dati del governo sono stati edulcorati: le sue proiezioni sono state basate sulle previsioni di domanda di petrolio, forse per non seminare il panico nei mercati finanziari. Altri analisti sono meno ottimisti. Il geologo petrolifero Colin Campbell calcola che l'estrazione globale scenderà prima del 2010. Il geofisico Kenneth Deffeyes ha riferito a New Scientist di essere "sicuro al 99%" che l'anno di massima produzione mondiale è stato il 2004. Anche se gli ottimisti avessero ragione, saremo giunti a raschiare il fondo del barile prima del termine della vita di molti di quelli che sono oggi di mezza età. La disponibilità di petrolio diminuirà, la domanda globale no. Nella giornata di oggi bruceremo 76 milioni di barili; entro il 2020 utilizzeremo 112 milioni di barili al giorno, dopo di che la domanda prevista subirà un'accelerazione. Se i rifornimenti scenderanno e la domanda crescerà, presto ci troveremo di fronte a qualcosa a cui le economie industriali avanzate non sono abituate: la scarsità di prodotto. Il prezzo del petrolio andrà alle stelle. A seguito di questo aumento di prezzo, i settori che oggi dipendono pressoché totalmente dal petrolio greggio - principalmente i trasporti e l'agricoltura - saranno costretti a subire una contrazione. Considerando che i cambiamenti climatici causati dal consumo di petrolio stanno cuocendo il pianeta, questo potrebbe sembrare un evento positivo. Il problema é che le nostre vite sono strettamente dipendenti dall'economia del petrolio. Le nostre periferie sempre più estese sono impossibili da servire senza automobili. Prezzi alti del petrolio significano prezzi alti per il cibo: molti dei sempre più numerosi abitanti del pianeta soffriranno la fame. Questi problemi saranno esacerbati dal legame diretto fra i prezzi del petrolio e il tasso di disoccupazione. Le ultime cinque recessioni negli Stati Uniti sono state tutte precedute da un aumento del prezzo del petrolio. L'unica risposta razionale all'imminente fine dell'età del petrolio e alla minaccia del riscaldamento globale è di ripensare le nostre città, la nostra agricoltura, le nostre vite. Ma ciò non può accadere senza una massiccia pressione politica, e il nostro problema è che nessuno è mai insorto a favore dell'austerità. La gente scende nelle piazze perché vuole consumare di più, non di meno.”

Le rivelazioni di Scott Ritter

Qualcuno si domanderà se noi giornalisti di frontiera non si sia completamente impazziti: in fondo, uno stato sovrano come gli Stati Uniti, sotto l’egida dell’ONU, ha affermato che l’Iraq di Saddam (ex “stato Canaglia”) era un pericolo per l’umanità, per via delle sue temibili “armi di distruzione di massa”. Ebbene, a questo riguardo qualche elemento illuminante ce lo può fornire Scott Ritter.
Ritter è un ex membro dell’intelligence del corpo dei Marines, nonché ex ispettore dell’ONU in Iran per la famigerata ricerca delle armi di distruzione di massa, che di recente non ha risparmiato critiche all’amministrazione Bush. Già nel 2004 scriveva: “Il programma Oil For Food traeva origine dalla risoluzione del consiglio di sicurezza, promossa principalmente dagli Stati Uniti, ratificata nell'aprile del 1995 ma non entrata in vigore fino al dicembre 1996. Durante questo arco di tempo la CIA appoggiò due tentativi di colpo di stato contro Saddam, il secondo dei quali, il più famoso, uno sforzo congiunto con gli inglesi, che implose nel giugno del 1996, al culmine dei negoziati per l'attuazione del programma Oil For Food. Il programma oil for food non è mai stato un sincero sforzo di sostegno umanitario, ma piuttosto un espediente politicamente motivato teso ad attuare la reale politica degli Stati Uniti: un cambio di regime. Attraverso vari meccanismi di controllo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano la possibilità di aprire e chiudere il flusso di petrolio a proprio piacimento. In questo modo gli americani hanno potuto autorizzare un'esenzione di un miliardo di dollari inerente l'esportazione di petrolio iracheno per la Giordania, oltre che legittimare i miliardari traffici illegali di petrolio lungo il confine turco, dal quale hanno tratto vantaggio tanto l'alleato Nato Turchia quanto i fautori di un cambio di regime nel Kurdistan. Contemporaneamente, mentre il segretario di stato americano Madeleine Albright stava negoziando con il ministro degli esteri Primakov riguardo a un accordo mediato dai russi per porre fine all'impasse tra l'Iraq e gli ispettori delle Nazioni Unite nell'ottobre/novembre 1997, gli Stati Uniti chiudevano un occhio sulla creazione di una compagnia petrolifera russa a Cipro. Questa compagnia petrolifera, guidata dalla sorella di Primakov, comprava petrolio dall'Iraq grazie al programma Oil For Food a prezzi irrisori per poi rivenderlo a pieno prezzo di mercato principalmente alle compagnie americane, spartendosi equamente la differenza con Primakov e gli iracheni. Questo patto, promosso dagli Stati Uniti, ha generato profitti per centinaia di milioni di dollari sia per i russi che per gli iracheni, fuori dal controllo Oil For Food. È stato stimato che l'80% del petrolio illegalmente fuoriuscito dall'Iraq sotto il programma Oil For Food sia finito negli Stati Uniiti. In maniera analoga, utilizzando il suo potere di veto sul comitato 661, creato nel 1990 per monitorare e gestire le sanzioni economiche contro l'Iraq, gli Stati Uniti furono capaci di bloccare milardi di dollari di beni umanitari legittimamente aquistati dall'Iraq sotto l'egida dell'accordo Oil For Food. E quando Saddam si mostrò troppo abile nell'arricchirsi con le tangenti, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna idearono un nuovo sistema di vendita del petrolio che forzava potenziali aquirenti ad impegnarsi in contratti petroliferi nei quali il prezzo sarebbe stato deciso dopo che il petrolio era stato venduto, un meccanismo perverso che portò rapidamente la vendita del petrolio ad un arresto, privando di denaro il programma Oil For Food al punto che miliardi di dollari di contratti umanitari non poterono essere pagati dalle Nazioni Unite. La palese corruzione del programma Oil For Food era reale, ma non è scaturita in seno alle Nazioni Unite, come sostengono Norman Coleman ed altri. Le sue orgini risiedono in una politica moralmente corrotta di strangolamento dell'economia Irachena, messa in atto dagli Stati Uniti, nel contesto di una più ampia strategia di cambio di regime. Dal 1991 gli Stati Uniti avevano fatto capire chiaramente, attraverso successive affermazioni di James Baker, George W Bush e Madeleine Albright, che le sanzioni economiche, legate all'obbligo iracheno di disarmarsi, non sarebbero mai state ritirate anche se l'Iraq avesse adempiuto ai suoi obblighi e si fosse disarmato, fino a quando Sadam Hussein non fosse stato rimosso dal potere. Tale politica è rimasta inalterata per oltre un decennio, durante il quale centinaia di migliaia di iracheni sono morti a causa di queste sanzioni. Mentre il denaro derivante dalla vendita illegale di petrolio serviva in realtà a finanziare la compravendita di armi convenzionali e la costruzione di palazzi, la stragrande maggioranza dei fondi era versata in programmi di recupero economico che hanno permesso all'Iraq di emergere dalla rovina finanziaria pressochè totale del 1996. Nel 2002, alla vigilia dell'invasione guidata dagli americani, a Baghdad gli affari prosperavano, i ristoranti erano gremiti e le famiglie camminavano liberamente attraverso giardini ben puliti. Adesso prendete questa immagine e confrontatela con la realtà di Baghdad oggi, e la corruzione estrema che era il programma Oil For Food diventa lampante.”

Chi sono davvero gli ‘Stati Canaglia’?

Stati Canaglia: secondo gli Stati Uniti devono considerarsi tali (l’espressione fu usata per la prima volta da Colin Powell) quei Paesi che, qualunque sia il loro regime interno, possiedono armi di distruzione di massa e soprattutto appoggiano o praticano direttamente il terrorismo all’interno del loro territorio o fuori dei confini a danno di Paesi terzi. L’FBI americano così definisce il terrorismo: "Uso illegale della forza e della violenza contro persone o proprietà a fini intimidatori o coercitivi nei confronti di un Governo, della loro popolazione civile o di ogni loro parte, per l’ottenimento di obiettivi politici o sociali". Ora che si parla così tanto di terrorismo internazionale e dalle misure per sconfiggerlo, è opportuno chiedersi chi siano davvero i veri terroristi e gli autentici stati canaglia.
Se si cercano le definizioni ‘ufficiali’, emergono le prime sorprese. Il 27 giugno 1986 la Corte internazionale di Giustizia dell’Aia giudicò gli USA colpevoli di terrorismo ai danni del Nicaragua: il verdetto sanzionò che la guerra contro lo Stato sovrano del Nicaragua era stata condotta con metodi terroristici, da terroristi (le squadre della morte dei Contras, finanziate e addestrate da Washington), nella violazione delle più elementari norme di legalità internazionale. Uno dei testimoni diretti delle operazioni, David Mac Michael, membro della CIA, ha dichiarato che "gli atti più noti del terrorismo americano in Nicaragua furono il bombardamento del deposito petrolifero di Corinto... poi ci infiltrammo lungo la frontiera con l’Honduras e assassinammo diversi funzionari civili, fra cui medici, insegnanti, sindacalisti... l’addestramento avvenne anche su suolo americano, all’Accademia internazionale di Polizia di Washington".
Naturalmente la lista in questione è lunga e non si ferma solamente al Nicaragua. Discutendo sulla lotta contro l’Apartheid in Sudafrica, il prof. Noam Chomsky, professore al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, negli Stati Uniti, ebbe a dichiarare: "I potenti possiedono le maggiori risorse per l’uso della violenza, ma quando sono loro a usare violenza la chiamano autodifesa; al contrario, quando sono le vittime, quello si chiama terrorismo. Nel 1988, quando il Governo americano era alleato del Governo razzista di Pretoria il Pentagono definì Nelson Mandela (premio Nobel per la pace) ‘uno dei più pericolosi terroristi del mondo’". Nell’autunno del 1965, con un colpo di stato, il generale Suharto prese il potere in Indonesia. Stati Uniti e Gran Bretagna temevano che il PKI, forte di un sostegno di massa fra i contadini, potesse trasformare l’Indonesia in un bastione antioccidentale passando nel blocco sovietico. Il generale Suharto in pochissimo tempo fece massacrare circa due milioni di persone, in maggioranza civili innocenti. La stampa americana si profuse in lodi di Suharto. Il New York Times lo descrisse come "un raggio di luce in Asia". Newsweek dichiarò: "E’ la speranza là dove non c’era". I diplomatici angloamericani esprimevano grande soddisfazione. Mentre a El Salvador, nel dicembre 1981, il battaglione Atlacatl dell’esercito salvadoregno compie una strage al villaggio di El Mozote: uomini, donne, e bambini vengono uccisi dentro la Chiesa a fucilate e coltellate. 1.200 i morti, tutti civili. A distanza di tempo gli USA riconobbero che "il battaglione Atlacatl fu addestrato dai militari degli Stati Uniti nel 1981... L’addestramento fu condotto nel Salvador" (Memorandum 1-90/51466). Allora, chi sono gli "Stati canaglia"? Stati Uniti e Gran Bretagna hanno armi di distruzione di massa, ospitano e addestrano terroristi dentro e fuori il loro territorio e usano direttamente o indirettamente metodi terroristici per colpire e danneggiare i loro avversari. Famoso era il piano, previsto negli anni ’60 dalla CIA, per avvelenare i sigari di Fidel Castro! Per non parlare della cronaca più recente, dove nei confronti di 22 agenti CIA, responsabili del rapimento su suolo italiano dell’Imam della Moschea di Milano, Abu Omar, sono stati emessi addirittura degli ordini di arresto da parte della magistratura.
Noam Chomsky continua a illuminarci sulla strategia di politica estera degli USA. «Uno studio segreto del 1995 del Comando Strategico, che è responsabile dell'arsenale strategico nucleare, tratteggiò il pensiero base. Rilasciato grazie al Freedom of Information Act, lo studio, Elementi sulla deterrenza nel post guerra fredda (Essentials of Post-Cold War Deterrence), mostra come gli Stati Uniti hanno spostato la loro strategia dissuasiva dalla defunta Unione Sovietica ai cosiddetti stati canaglia come Iraq, Libia, Cuba e Corea del Nord. Lo studio sostiene che gli Stati Uniti usino il loro arsenale nucleare per presentarsi come "irrazionali e vendicativi se i loro interessi vitali sono attaccati". Ciò "dovrebbe essere una parte della caratteristica nazionale che prospettiamo a tutti gli avversari, specialmente gli Stati canaglia". "Nuoce presentarci come troppo razionali e calmi", tanto meno impegnati in tali sciocchezze come il diritto internazionale e gli obblighi di trattato. "Il fatto che alcuni elementi" del governo degli Stati Uniti "possano sembrare essere potenzialmente 'fuori controllo' può essere utile a creare e rafforzare paure e dubbi nella testa degli avversari". La relazione risuscita la "teoria del pazzo" di Nixon: i nostri nemici dovrebbero rendersi conto che siamo matti ed imprevedibili, con una straordinaria forza distruttiva al nostro comando, così si piegheranno al nostro volere per paura. A quanto pare, l'idea fu escogitata in Israele negli anni '50 dal partito laburista al governo, i cui leader "spingevano verso atti di pazzia", riporta il Primo Ministro Moshe Sharett nel suo diario, avvertendo che "diventeremo matti (nishtagea)" se fermati, una "arma segreta" puntata in parte contro gli Stati Uniti, non considerati sufficientemente affidabili a quel tempo. Da parte dell'unica superpotenza mondiale, che si ritiene uno stato fuorilegge ed è soggetta a pochi vincoli da parte dell'elite interna, quella posizione pone non pochi problemi al mondo. Subito dopo la caduta del muro di Berlino, finito ogni ricorso alla minaccia sovietica, l'Amministrazione Bush presentò la sua richiesta annuale al Congresso per un sostanzioso aumento del budget del Pentagono. Spiegò che "nella nuova era,prevediamo che la nostra forza militare resterà un sostegno essenziale all'equilibrio mondiale, ma... le necessità più probabili per l'uso delle nostre forze militari potranno non riguardare l'Unione Sovietica, ma il Terzo Mondo, dove nuove capacità ed impostazioni possono essere richieste", come "quando il Presidente Reagan diresse la forza aerea e navale americana sulla Libia nel 1986" per bombardare bersagli civili ed urbani, spinto dallo scopo di "contribuire allo sviluppo internazionale della pace, libertà e progresso all'interno del quale la nostra democrazia - e le altre nazioni libere - possono prosperare".»

Noi, i generosi occidentali

Spesso mi sono chiesto cosa volesse dire “Missione di Pace”, quando a condurre le famigerate missioni di pace spesso e volentieri sono i carri armati. Più d’uno dirà che c’è da stare tranquilli, perché, in fondo, si tratta di operazioni svolte sotto l’egida dell’ONU, e quindi compiute, di sicuro, per la sicurezza e il benessere delle popolazioni afflitte del terzo mondo.
Non la pensa così William Easterly. A lungo collaboratore della Banca Mondiale, Easterly nel suo ultimo libro attacca 50 anni di costosi e dannosi 'Grandi piani' di aiuti ONU voluti dall'alto.
William Easterly, oggi professore alla New York University, è stato per 16 anni 'reseach economist' della Banca Mondiale. Il titolo del saggio è 'The White Man's Burden - Why the West's efforts to aid the rest have done so much ill and so little good' (Il fardello dell'uomo bianco - Perché i tentativi dell'Occidente di aiutare il resto del mondo hanno prodotto così tanto male e così poco bene).
"L'Occidente non può trasformare il resto del mondo - scrive Easterly - E' una fantasia pensare che l'Occidente possa trasformare società complesse, con storie e culture molto differenti, in una qualche immagine di se stesso. La più importante speranza per i poveri è avere i propri ricercatori, che prendano a prestito idee e tecnologie dall'Occidente solo e nella misura nella quale queste siano adatte alle loro esigenze". I ricercatori locali, ecco la chiave per Easterly. Nel suo libro li contrappone ai 'planners', ai pianificatori che calano i loro progetti dall'alto, a cominciare dai criticatissimi 'Obiettivi del Millennio' messi a punto dall'Onu e sostenuti a spada tratta dai principali Paesi occidentali. "I pianificatori vogliono elaborare un piano globale per eliminare la povertà - spiega Easterly in un'intervista al quotidiano francese Le Monde - e io penso che questo sia impossibile. Le Nazioni Unite hanno già riconosciuto che gli Obiettivi del Millennio non saranno raggiunti alla data prevista (il 2015). Nessuno dispone di informazioni sufficienti per elaborare un piano mondiale che abbia una sola possibilità di riuscita. Le realtà sono talmente differenti a livello locale, talmente complesse". Al contrario, sostiene invece Easterly, i ricercatori "hanno un approccio molto più pragmatico, più decentralizzato. Cercano delle soluzioni concrete a problemi circoscritti, come ha fatto Muhamed Yunus in Bangladesh creando la Gramen Bank, la prima banca per il microcredito. E' questa la strada. L'aiuto deve rispondere, caso per caso, ai bisogni locali ed essere sottoposto a una verifica sistematica". Infatti i cosiddetti aiuti umanitari, secondo l'economista americano, non solo mancano di una efficace programmazione (i piani globali delle istituzioni mondiali non sono credibili) ma hanno anche l'handicap di non essere sottoposti ad alcun tipo di controllo. "L'Occidente ha già speso 2.300 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari negli ultimi cinquant'anni, e ancora non è riuscito a far avere a tutti i bambini medicine dal costo di 12 centesimi per prevenire le morti per malaria. L'Occidente ha speso 2.300 miliardi e non è ancora riuscito a far avere reti per il letto dal costo di 4 dollari alle famiglie povere. L'Occidente ha speso 2.300 miliardi e non è ancora riuscito a far avere alle madri tre dollari a testa per prevenire la morte di cinque milioni di bambini. E' una tragedia che così tanta compassione non porti neanche questi risultati minimi per chi ne avrebbe bisogno".

Forse, prima di dare il via a qualche altra discutibile ‘Missione di Pace’ sponsorizzata dall’ONU, allo scopo di sgombrare il campo da pericolosi “Stati Canaglia”, gli Stati Uniti dovrebbero cercare di togliere dall’occhio dell’aquila americana la biblica trave. Alle pagliuzze altrui, come è sempre stato, baderà chi ha ancora gli occhi per vedere come stanno realmente le cose.

“Vedete la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave nel vostro. Quando vi sarete tolti la trave dagli occhi allora sarete in grado di togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello” (Tommaso, 26).