Un inatteso e stupefacente collegamento tra la moderna pratica della riflessologia plantare e gli antichi egizi potrebbe letteralmente rivoluzionare lo studio di queste antiche civiltà.



a cura di Carlo Ongaro


Per poter presentare questa antica e nobile disciplina bisogna prima far chiarezza sulla sua genesi. Ancor oggi molte persone confondono la riflessologia plantare con la medicina energetica orientale che sta alla base dell’agopuntura. In realtà le prime testimonianze scritte sono di un medico colono americano, che nei primi del ’900, dopo l’incontro con l’antica popolazione dei nativi della regione del New Messico (pueblo Hopi ed Anasazi), formulò una teoria nella quale si ipotizzava una sorta di specularità riflessa tra organi/apparati/tessuti e le zone del piede, creando così una vera e propria mappa. Egli racconta che i medici locali, utilizzando un tipo di massaggio ritmato sul piede del malato, riuscivano a risolvere problematiche fisiologiche altrimenti irrisolvibili.
Con la seconda guerra mondiale questa disciplina ha cominciato ad espandersi partendo dalle regioni dell’Europa centrale.
Un’altra e ben più antica documentazione iconografica, scoperta in questi ultimi decenni, proviene  dalla più blasonata ed “occidentalissima” civiltà Egizia.
Siamo a Saqqara, la tomba è quella del cosiddetto medico Ankh-mahor. In una stanza, nella parete di sinistra, si vede chiaramente una scena (figura a) definita dai riflessologi moderni come la più antica testimonianza di attività riflessologica, spostando e retrodatando di circa 4000 anni (siamo nel 2330 a.c.) l’inizio di questa disciplina.



(fig. a)


Si notano due persone di pelle scura (Nubiani?) che trattano i piedi e le mani (in realtà oggi sappiamo  che le stesse regole riflessologiche plantari valgono anche per le mani) di due “malcapitati”!
Perché malcapitati? Perché oggi, come allora, la riflessologia ha come fondamento principale la sensazione dolorifica. Con un movimento detto “a bruco” o basculante, compiuto con il primo dito, il riflessologo individua sul piede la zona corrispondente all’organo/tessuto alterato, zona che si presenta dolente, allocando così la problematica e elaborando in seguito un iter per l’eventuale soluzione del problema.
Infatti nella zona sovrastante l’immagine viene esplicitato, in geroglifico, questo contenuto: “guariscimi! ma non farmi male” (in realtà, e devo dire come sempre capita in questi casi, tra gli egittologi c’è una leggera discordanza nella traduzione di questa iscrizione, ma il senso del testo rimane). Quindi, se nel geroglifico si parla di “guarire” e di dolore, che è un fondamento della riflessologia, e nell’immagine viene rappresentato il tipico movimento, allora significa che si tratta inequivocabilmente di riflessologia.
Ma è proprio così!? ….. o meglio, solo così!?
Nel voler indagare un po’ più approfonditamente ci si accorge che i conti non tornano, e forse il nostro antico autore ha voluto testimoniare qualcosa in più e di diverso: pagine di un “libro” ancora da interpretare.
Nel fare ciò ci siamo avvalsi (“siamo” sta ad indicare un gruppo di persone che lavora nel laboratorio riflessologico italiano: LaRI) di un testo scritto da due egittologi francesi, Mathieu e Grandet.
Il primo dubbio riguarda Ankh-mahor: cosa ci fa un sacerdote Ka (posizione elevata nella gerarchia egizia), quale egli era, nel trattare una materia non sua, ma tipica di un medico?
Come mai, se si tratta di una antica cura, e qui è doveroso fare l’avvocato del diavolo, essa non è riportata nella ricchissima letteratura medico/egizia? Ma soprattutto, guardando l’immagine, perché l’autore ha voluto rappresentare la scena con quattro persone, di cui due di colore scuro e due chiare? Come mai (e qui è abbastanza inconcepibile) il secondo personaggio da sinistra non guarda ciò che sta facendo? Come mai sono in quella posizione così strana e seminudi? Come mai, visto che si tratta della sua tomba, non si è fatto rappresentare come il suo rango richiedeva? Perché il suo cliente gli “ordina” di guarirlo, ma senza fargli male? Chi poteva ordinare qualcosa a un sacerdote Ka?
In realtà, l’immagine sottostante alla scrittura non è solo una rappresentazione dell’azione riflessologica, bensì quelle quattro figure rappresentano un’altra iscrizione, cioè una scrittura fatta per immagini, che era antecedente al geroglifico!
Insomma, una sorta di mini stele di Rosetta, in cui in alto viene posta la nuova scrittura e in basso la sua traduzione, utilizzando la vecchia scrittura monumentale per immagini, tanto cara ai sacerdoti.
In realtà la datazione di questo reperto si attesta proprio a cavallo tra due periodi fondamentali: l’antico regno, in cui la scrittura non era il geroglifico, ed il medio regno, in cui tra le altre cose si stava affermando un nuovo tipo di linguaggio, il geroglifico.


A questo punto si potrebbe obiettare che tutte quelle stranezze figurative potevano essere una bizzarria di questo antico “scienziato”, come voler dire che nel bel mezzo di un trattato scientifico l’autore inserisca un intero capitolo di barzellette.
Tenendo ben presente che nell’antica scrittura, come in quella nuova del medio regno, ogni minimo particolare aveva un significato preciso, il luogo stesso, cioè la tomba, non lascia dubbi sull’importanza dei contenuti, criptati dall’autore.
Ma se tutto ciò è vero perché essere così ermetici?
La risposta sta nella natura stessa della lingua egizia: per scrivere e per tradurre il geroglifico occorre una tecnica detta a “rebus”, che di per sé qualifica il problema come qualcosa di enigmatico. Si può ben immaginare che il geroglifico tragga così spunto dall’antica lingua fatta per immagini, altrettanto enigmatica e tuttora sconosciuta. Si sa anche che la casta sacerdotale aveva innumerevoli conoscenze in ambito scientifico (le piramidi di Giza sono uno dei tanti risultati), ma soprattutto questa sapienza non doveva essere divulgata, nemmeno al Faraone di turno.
Quindi, tornando alla figura a, si può evidenziare che i 4 personaggi rappresentino uno schema e, ponendo come chiave interpretativa strutture speculari tra loro (es. pelle chiara /pelle scura, sguardo a destra /sguardo a sinistra, 2 posizioni uguali / 2 posizioni contrapposte, ecc ecc) si può ragionevolmente pensare che all’interno di questa struttura figurativa esista un linguaggio 
alfanumerico, detto comunemente linguaggio binario: una sorta di schema. 
Ma la cosa che ci ha lasciato letteralmente di stucco, e qui si denota la sapienza dell’antico autore, è che lo stesso linguaggio binario, come ipotizzato dal sottoscritto, sembra essere l’ipotesi più accreditata del fenomeno fisiologico/riflessologico.
Per farla breve, contemporaneamente Ank-mahor ha scritto in antico e nuovo linguaggio, ha posizionato le figure riproducendo lo stesso significato in linguaggio binario (vedi figura b), linguaggio, in questo caso non più geroglifico ma fisiologico, che avverrebbe tra mani/piedi e l’organismo. 



(fig. b)


Ciò sta a significare che la legge fisiologica che soggiace alla riflessologia è in qualche modo legata alla struttura di un linguaggio:  così come Ank-mahor scrive e parla, così il riflessologo attraverso il piede e la mano comunica qualcosa all’organismo.
Se tutto ciò fosse vero, la sintassi e la grammatica di questo linguaggio biologico sarebbero costruite con tutte quelle regole riflessologiche tramandateci da chi ci ha preceduto. 
Ma cosa comunichiamo? È possibile parlare senza sapere ciò che si dice? Ma soprattutto, cosa dice il mondo accademico sul discorso di una eventuale informatizzazione biologica dell’organismo umano?
A questo punto lo studio si fa pesante, noi del laboratorio per prima cosa abbiamo teorizzato e dimostrato in maniera inoppugnabile che l’azione riflessa sul piede  non può che essere una azione binaria (vedi figura 1).



Per poter capire meglio il fenomeno prenderò in esame una parte dello studio concernente l’azione binaria nell‘azione riflessa.
Come detto precedentemente, il riflessologo muove dinamicamente nell’area interessata il primo dito, alternando ritmicamente pressione a depressione.

Ci sono due elementi che sono una costante:

A) il segnale dolorifico viene rilevato unicamente da una pressione 
B) Il punto o la zona deve essere distinta nel piede.

Analizzando il primo punto (A)  si deve dire che per poter sussistere l’azione pressoria, ci deve essere prima una condizione inversa ad essa. Infatti se il piede stesso fosse sempre in una condizione simile all’atto pressorio non potrebbe sussistere l’atto stesso e quindi non ci sarebbe  il segnale dolorifico: la frequenza pressione/depressione produce un fenomeno caratteristico, che i riflessologi chiamano segnale  “riflesso”. Dato che pressione e depressione sono due elementi bipolari espressi dalla stessa natura fisica , essi si possono rappresentare con due valori uguali ed opposti di uno stesso insieme.
Se uno (per convenzione) sarà il momento di pressione, zero sarà il momento di depressione (due valori opposti di uno stesso insieme ). Quindi “l’informazione-stimolo” espressa nell’unità tempo sarà zero-uno, rappresentata dalla figura 1 parte A.
Analizzando il secondo punto (B) si può affermare che per poter procedere all’azione riflessa e quindi  distinguere eventualmente una zona dolorosa, deve essere sempre presente, indipendentemente dall’ampiezza, un’altra area circostante ad essa non dolorante. Anche in questo caso, visto che si tratta di un medesimo elemento fisico (superficie interessata e superficie non interessata), se uno sarà (per convenzione) il punto attinente, zero sarà l’area immediatamente circostante non premuta.
In questo caso zero-uno sarà rappresentato dalla figura 1 parte B.

Solo con la diversificazione superficiale cutanea (vedi fig. 1 parte B)e la alternanza temporale tra pressione e depressione (vedi fig. 1 parte A) si può rilevare la specifica informazione. (figura 1).
Soddisfatte queste condizioni il riflessologo riesce a stabilire, tramite coordinate zonali, l’area esatta di alterazione dell’organismo. Come detto precedentemente l’iter si costruirà prevalentemente con riferimenti che coinvolgeranno le aree dolenti sul piede. Questo studio, molto più ampio, prende in esame e compara concetti come modulazione e demodulazione del segnale afferente delle vie nervose (teoria spazio-temporale) con un ingresso a frequenza costante eseguita sul piede (vedi studio comparativo).  
Chiudendo questa digressione riguardante l’elemento binario come causa del fenomeno riflesso, si può ritornare all’immagine di Ank-mahor, affermando che, ora, si può capire la strana posizione del  personaggio che non osserva ciò che fa. Se si prende come soluzione 1  lo sguardo verso destra si avrà 1110 viceversa 0001 se invece si prende come riferimento la pelle scura/chiara si avrà 0110 o 1001 ecc ecc  (Vedi figura b)
Da notare che le ultime due figure sembrano essere una speculare all’altra, mentre nelle prime due si riscontra una somiglianza; uguaglianza e specularità sono i 2 elementi che esprimono  la cosiddetta matematica binaria: figure che esprimono numeri, numeri che esprimono concetti.
Qui si conclude la prima parte di questo studio, nella seconda si prenderà in esame il concetto di spazio e tempo inerente al discorso riflesso/binario, si presenterà una nuova testimonianza e soprattutto si svelerà il perché delle posizioni accovacciate e la nudità dei personaggi.

 

Continua…

Leggi qui la seconda parte dell'articolo

Questo articolo (qui proposto in versione aggiornata) è stato pubblicato originariamente su NEXUS New Times nr. 86 (giugno-luglio 2010). La ripubblicazione è gradita, citando la fonte originaria e la presente dicitura.

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