Pochi sanno che l’inventore del primo personal computer è stato un italiano e ci sembra opportuno percorrere brevemente la sua storia, non tanto per patetiche rivendicazioni di sapore revanscista, quanto perché lo riteniamo utile a comprendere i meccanismi che muovono attualmente l'economia mondiale in fase di globalizzazione.

Pier Giorgio Perotto, ingegnere torinese, entra in Olivetti a ventotto anni, dopo una breve esperienza in Fiat e dopo esser stato assistente del professor Ferrari al corso di aerodinamica del Politecnico di Torino. L’azienda di Ivrea, leader mondiale delle macchine per ufficio, contava cinquantamila dipendenti ed una presenza in 170 paesi, e il suo direttore generale era un ex operaio geniale, Natale Capellaro, che aveva progettato la famosa calcolatrice “Divisumma 24”.

Adriano Olivetti aveva stretto un accordo con l’Università di Pisa per costruire un calcolatore elettronico; il progetto era stato affidato a Mario Tchou, figlio dell'ambasciatore cinese a Roma, formatosi alla Columbia University.
Era l'epoca dei grandi calcolatori, figli del famoso “Univac-I”, del peso di cinque tonnellate, nato nel 1950. Il laboratorio Olivetti passò presto dalla fase progettuale a quella esecutiva: a Borgolombardo (nel Milanese) ed a Caluso (vicino Ivrea) sorsero le sedi della Divisione elettronica che già nel 1959 sfornò lo “Elea 9003”, primo calcolatore elettronico interamente italiano. La Divisione elettronica Olivetti arrivò a tremila dipendenti.

Adriano Olivetti morì nel 1960. Mario Tchou perì in un incidente stradale sulla Milano-Torino l'anno seguente. All’Olivetti in difficoltà finanziarie (anche per l’acquisto dell’americana Underwood) arrivarono i cosiddetti “salvatori”: Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI e Centrale.
Nonostante la resistenza degli eredi di Adriano Olivetti, la decisione fu consequenziale a quanto aveva detto il presidente della Fiat Vittorio Valletta:

 “La società di Ivrea è strutturalmente solida...sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico.”

Il “neo” fu estirpato “in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale”, come scrisse più tardi Perotto: la Divisione elettronica scomparve nel 1964 assorbita nell’OGE, Olivetti General Electric in partnership con General Electric, anche se si trattava di una partnership per modo di dire: la GE infatti era presente al 75% e, tre anni dopo, controllava la totalità dell’azienda che nel 1970 fu ceduta alla Honeywell.

L’ingegner Perotto manifestò subito il proprio dissenso sull'operazione e gli americani lo rispedirono all’Olivetti con la speranza di renderlo inoffensivo.
Speranza che, però, risultò vana, dal momento che Perotto, nel laboratorio milanese dove era stato destinato insieme a qualche collaboratore, nel 1964 realizzò il sogno che coltivava fin dai tempi dell'università. Sembrandogli infatti assurdo dover passare per i tecnici per poter inserire qualche dato in un mainframe collocato chissà dove, realizzò la “Programma 101”, meglio conosciuta come la “perottina”.

Si trattava di una macchina da tavolo con tastiera del peso di 30 chili che usava una scheda magnetica come ingresso ed uscita (una floppy card precursore del “floppy disk”) e come memoria la cosiddetta “linea magnetorestrittiva”. Adottava un nuovo linguaggio di programmazione, antenato del Basic, basato su sedici istruzioni e stampava su una striscia di carta alla velocità di 30 caratteri al secondo.
Nel 1965 la macchina fu portata dall’Olivetti, tra l’imbarazzo e l’indifferenza del vertice aziendale, al “Bema Show” di New York, la grande fiera dell’innovazione. Lo stand dell’azienda di Ivrea era molto grande, a forma semicircolare, con un palcoscenico sul quale erano presenti tutte le novità del settore tradizionale.
La “perottina” era invece segregata in una saletta alle spalle dello stand . Il pubblico, però, ignorò i prodotti messi in bella mostra e fece la coda (fu necessario organizzare una sorta di servizio d’ordine) nella saletta.
Esperti, appassionati, stampa si entusiasmarono: era il primo computer da tavolo mai visto. Era venduto a circa due milioni di lire ed a 3.200 dollari negli Stati Uniti. Ne furono comprati (alcuni anche dalla Nasa) 44mila esemplari. Le aziende concorrenti della Olivetti restarono dapprima allibite, poi iniziarono a copiare: la Hewlett-Packard dovette sborsare 900 mila dollari poiché il suo “HP-9100” non era altro che un clone della “perottina”.

I pc come li conosciamo arrivarono dieci anni dopo; la loro rivoluzionaria novità fu il microprocessore sviluppato da Intel nei primi anni ‘70 grazie a Federico Faggin, fuggito dall’Olivetti a Silicon Valley dopo l’abbandono dell’elettronica da parte dell’azienda di Ivrea.

Perotto ricevette diversi riconoscimenti per la sua opera e morì a Genova il 23 gennaio 2002.
La fine dell’Olivetti la conosciamo come storia recente: dopo essersi ridotta ad assemblare pc Ibm-compatibili, nel 1996 con l’ingresso di Roberto Colaninno divenne un “contenitore finanziario” ed il 12 marzo 2003 il marchio Olivetti venne cancellato dalle imprese italiane quotate in borsa ad opera di Marco Tronchetti Provera, suo ultimo proprietario.
E così l’industria informatica italiana è finita nell’archivio dei ricordi, soprattutto grazie alla classe imprenditoriale nostrana che, con la sua miopia, ha finito per farsi assorbire e neutralizzare da quei colossi multinazionali che attualmente guidano a tutta velocità il treno della globalizzazione economica.



(articolo ricevuto via email, tratto dalla pubblicazione “prurito militante” della comunità militante Genova genovamilitante@libero.it)