Una "Terza Guerra Mondiale" combattuta "a pezzi", tra chi vorrebbe un mondo in fiamme e chi si prodiga a portare acqua. E nel mezzo, ci siamo noi, esseri umani che si ritrovano in un sistema che porta in nuce, dentro di sé, la guerra come condizione del vivere sociale. Dalla Siria all'Italia, dallo Yemen all'Africa, da Israele ai Balcani e anche altrove, cerchiamo di seguire il filo che ci conduce oggi alle origini di un conflitto antico, di una grossa grassa guerra mondiale che può ancora trasformarsi in un'aspirazione di Pace. 


Nell'ultimo numero di PuntoZero ho affrontato diversi argomenti, e principalmente quello della cosiddetta Terza Guerra Mondiale a cui forse ci staremmo preparando: una guerra su scala globale, che coinvolgerebbe tutto il pianeta e la maggioranza dei suoi abitanti in modo decisamente più massivo rispetto ai precedenti conflitti che hanno avuto questa etichetta. In particolare, mi sono soffermato sul ruolo del Vaticano nell'approccio a questi preparativi, mostrando la differenza che emergeva nei fatti tra la politica e le prese di posizione reali di Benedetto XVI e quelle di Francesco, che si accompagnano a questioni irrisolte come la legittimità canonica delle dimissioni di Ratzinger, il dubbio che queste non fossero davvero motivate da problemi personali ma da costrizioni esterne, e sulle molte questioni sorte in seguito all'elezione di Bergoglio a Vescovo di Roma, che portano con sé la possibilità reale che la sua elezione al soglio pontificio sia ritenuta invalida. Questioni che si potrebbero confinare ad un ambito ecclesiale se non fossero in relazione con la situazione geopolitica attuale e con l'espandersi a livello globale dei conflitti "regionali", i cui focolai continuano a trovare ardenti piromani come inaspettati pompieri. Se ad avere la meglio sarà il Fuoco o l'Acqua, lo deciderà il Futuro.

Nel mentre, vorrei proprio riprendere il filo di quanto già scritto sia per aggiornarvi sulle situazioni internazionali di cui ho trattato, sia per ampliare il nostro orizzonte in uno sguardo globale, che comprenda appunto tutto il nostro Pianeta, alle prese con una sfida dalla quale può ancora uscire vincitore insieme ai suoi abitanti. Per farlo, cominciamo ancora dall'attuale vescovo di Roma, Jorge Mario Bergoglio, al secolo Francesco, che in diverse occasioni ha parlato di "Terza guerra mondiale", "combattuta a pezzi". L'ha fatto in quattro occasioni. Durante il volo di ritorno dalla Corea del Sud, il 18 agosto 2014:

"Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli".

Poi il 13 settembre, durante l'omelia della messa celebrata nel Sacrario militare di Redipuglia, proprio per ricordare i cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale:

"Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni”.

Il 30 novembre, di ritorno dalla Turchia:

"È una mia opinione, ma sono convinto che noi stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto. Dietro questo ci sono inimicizie, problemi politici, problemi economici".

E più di recente, il 6 giugno 2015, a Sarajevo:

"Nel nostro tempo l’aspirazione alla pace e l’impegno per costruirla si scontrano con il fatto che nel mondo sono in atto numerosi conflitti armati e una sorta di terza guerra mondiale combattuta a pezzi".

Ebbene, prendendo spunto da questo mantra del vescovo di Roma, la definizione di Terza Guerra Mondiale "combattuta a pezzi" sembra essere la più adatta per definire l'attuale situazione internazionale.

Da dove vengono i tamburi di guerra? I due paesi più nominati dai nostri media in proposito sono ormai l'Ucraina (da oltre un anno) e la Siria. Quest'ultima è stata oggetto di una campagna mediatica senza precedenti da parte dei nostri mezzi di informazione a partire dal 2011 fino al 2013, quando nel settembre di due anni fa una mobilitazione internazionale che ha avuto come principale sceneggiatore il Presidente russo Vladimir Putin e come attore non protagonista lo stesso Vescovo di Roma, è servita ad evitare che l'amministrazione Obama si lanciasse in una nuova avventura come quella di Bush jr. in Iraq nel 2003, che avrebbe portato ad un conflitto su scala planetaria. Per due anni e mezzo, infatti, tutti i tentativi di muovere guerra alla Siria hanno trovato l'opposizione diplomatica e militare della Russia e della Cina, e persino l'allora Pontefice Benedetto XVI decise nel 2012 di usare il proprio viaggio in Libano per una presa di pozione contro l'infiltrazione occidentale in Siria, causa principale del conflitto. In seguito, l'ipotesi di un attacco diretto di Washington contro Damasco è stato messo da parte, ma solo temporaneamente, prima che a neanche un anno di distanza le cronache internazionali non ricominciassero la loro azione martellante sulle atrocità compiute dall'ISIS proprio in Siria, e in Iraq. Ma di cosa si tratta e cosa sta succedendo davvero in Siria?


Sulla via di Damasco

Come vi abbiamo spiegato nel precedente numero di PuntoZero [negli articoli Tra Sacro e Profano. Un'altra Storia possibile e Terrorismo for dummies] sin dal 2011 è stata operata in Siria una infiltrazione di gruppi armati, addestrati ed organizzati per rovesciare il Presidente in carica, Bashar el-Assad.

Come riportano molte testimonianze, come ad esempio quelle di numerosi religiosi che prestano e hanno prestato servizio nel paese (cattolici, ortodossi, islamici, protestanti, ebrei) questi gruppi armati ("ribelli" per i mezzi di informazione occidentali) hanno tre caratteristiche: sono ben armati e organizzati, sono sostenitori di una forma di islamismo "radicale" fedele alla Legge coranica (Sharia), che impongono nei villaggi conquistati e sottratti temporaneamente all'amministrazione laica siriana, e larga parte di loro non è siriana, ma proviene da 80 paesi del mondo. Sì, avete capito bene: come confermava ad esempio padre Antanig Ayvazian, il capo spirituale degli armeni cattolici dell’Alta Mesopotamia, intervistato il 24 agosto 2013 da Quotidiano Meeting, prima di partecipare all'annuale Meeting di Comunione e Liberazione, i ribelli

"mica sono siriani: vengono da 80 Paesi del mondo, la maggior parte neanche conosce l’arabo. Anche Israele fa passare le armi dai suoi confini, per combattere Assad".

Infatti, secondo padre Ayvazian:

"Il 99% di quello che si dice su Assad non corrisponde alla verità. Si è mai chiesto [rivolto all'intervistatore, ndr] se sia possibile che per una sola persona si faccia una guerra che ha distrutto la struttura di un Paese intero uccidendo centomila persone [fino al 2013, ndr]? Neanche un bambino lo digerisce: vuol dire che Assad è un pretesto!".

Il motivo?

"La Siria è storicamente amica della Russia, e dunque si vuole privare Mosca dell’unico accesso sul Mediterraneo che le resta disponibile. In secondo luogo la Siria è l’unico Paese arabo a non avere debiti col mondo, perché abbiamo un livello di produzione che fa paura a tanti Stati. Ma la banca internazionale è interessata perché tutti siano indebitati con essa, per lucrare su interessi miliardari e dirigere l’economia delle nazioni. Infine, non va giù a nessuno la tolleranza religiosa eccezionale che c’è stata fino ad oggi nel mio Paese: uno schiaffo alle dominazioni di una sola etnia che accadono in tutti gli Stati confinanti".

Nell'intervista, anche un paragone polemico tra la Siria e l'Arabia Saudita,

"dove non ci sono sindacati, l’Emiro fa quello che vuole e le donne sono considerate un nulla",

ma l'attenzione occidentale è catalizzata sulla laica Siria. E infatti è proprio dai paesi arabi in cui vige la Sharia, Arabia Saudita e Qatar in primis, che provengono molti dei miliziani che combattono in Siria contro Assad e in Iraq contro il governo di Bagdad, ma anche dall'Occidente: Europa, Nord America, Australia (foreign fighters li chiamano i nostri giornali).

In quest'ultimo caso, si tratta in gran parte di immigrati di seconda generazione di fede islamica e, in minor parte, di occidentali convertitisi all'Islam. Questa forma di adesione all'Islam, cosiddetto "radicale", e di indottrinamento alla Guerra Santa o Jihad avviene attraverso le moschee ed i centri culturali islamici, che si sono sviluppati in Occidente man mano che cresceva l'arrivo di genti di fede islamica attraverso l'immigrazione. Strutture che in gran parte fanno riferimento alla Fratellanza Musulmana, organizzazione sorta nel secolo scorso in Egitto ed estesasi a tutto il mondo islamico, fino a stringere amicizia con l'amministrazione USA di Eisenhower nel 1954 stipulare un accordo con i governi di Washington e Londra nel 2005, che si fondava sulla rinuncia all'attività terroristica diretta in cambio della diffusione di moschee, centri islamici e opere caritatevoli ispirate alla religione coranica in Occidente. In Italia dipende dalla Fratellanza Musulmana l'Ucoii, Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia, principale organizzazione musulmana nello Stivale e principale interlocutore islamico delle istituzioni italiane. Lo scopo dichiarato della Fratellanza è di estendere anche in Occidente la Legge Islamica, ritenuta l'unica perfetta perché impressa nel Corano (che per l'Islam non è solo di origine divina, ma è Allah stesso, incarnatosi nel Libro). La figura intellettuale di maggior spicco della Fratellanza è l'egiziano, naturalizzato qatariota, Yusuf-al-Qaradawi, che fu estromesso dall'Egitto insieme a tutta la Fratellanza per le sue idee radicali: Qaradawi ha pubblicamente legittimato il diritto degli uomini a picchiare le proprie mogli, e durante la campagna elettorale a sostegno dell'allora futuro presidente Mohamed Morsi  ha affermato che la priorità politica dei musulmani egiziani non dovrebbe essere il contrasto ad Israele bensì l'uccisione degli omosessuali. Nonostante ciò Qaradawi è considerato uno degli oppositori "moderati" ad Assad in Siria ed è in buoni rapporti con esponenti di spicco della Compagnia di Gesù (di cui fa parte anche Bergoglio) come padre Thomas Michel, consigliere di Wojtila nel dialogo con l'Islam, e indirettamente con l'amministrazione Obama: il procacciatore di fondi ufficiale della Fratellanza in Occidente altri non è che Malik Obama, fratello del Presidente USA e legato attraverso l'ex presidente sudanese 'Abd al-Rahman Siwar al-Dhahab all'Unione del Bene, presieduta proprio da Qaradawi. 


Provate allora a prestare attenzione e ad osservare quanto possa essere facile per chi regge i fili di queste strutture di potere utilizzare la rete di moschee e centri culturali islamici in occidente, legate in gran parte ai Fratelli Musulmani, per arruolare giovani reclute da mandare a combattere in paesi che devono essere destabilizzati per la loro vicinanza politica, economica e militare alla Russia (come la Siria e l'Iraq), oltre che per le loro riserve di gas (in Siria) e di petrolio (in Iraq). Da qui alla creazione dell'ISIS basta solo che le forze aree della Coalizione anti-terrorismo guidata dagli USA, anziché bombardare i miliziani dell'ISIS bombardino le infrastrutture civili siriane ed irachene (come accade puntualmente) ed il gioco è fatto. 

Ma queste dinamiche ci mostrano anche come questa guerra, mondiale, sia giocata su due fronti rispetto a noi che la stiamo osservando: fuori casa, in Siria, in Iraq, in Libia, ma anche in Europa. Infatti l'indottrinamento coranico che funge da base ideologica (un controllo mentale basato su convinzioni rigide a cui viene fornita una giustificazione religiosa) avviene di pari passo con l'acuirsi del disagio sociale, dovuto alla mancata integrazione di queste genti nel tessuto sociale e culturale italiano. Proprio questo spinge molti giovani immigrati di fede islamica a rifiutare di conseguenza l'ambiente in cui si trovano ospiti, perché non integrati, e a rifugiarsi nelle strutture religiose islamiche, che come nei Paesi Arabi creano corrispondenza e coesione tra i musulmani, anche grazie al sostegno dato ai membri più poveri della umma (la comunità islamica) che sono quindi incentivati a rimanere legati alla moschea. A questi si aggiungono giovani italiani ed europei che, disillusi dal mondo circostante e alla ricerca di punti di riferimento morali nel progressivo venir meno dei valori "tradizionali", vedono nell'Islam (o nelle ideologie estremiste, come nel caso ucraino) una possibile valvola di sfogo alla loro rabbia (e magari anche le 72 vergini promesse a chi muore per Allah, meglio se rapite dai villaggi siriani senza passare per l'altro mondo). Ecco che allora l'uccisione di cristiani di cui i media riportano spesso e volentieri notizia, e la loro conseguente graduale scomparsa dal Medio Oriente, risultano uno strumento di guerra estremamente utile per spingere ad uno scontro di civiltà, e magari portare la guerra civile anche in Occidente attraverso la diffusione della Jihad, la rabbia popolare per la discriminazione della popolazione locale a vantaggio degli immigrati e tutte le conseguenze di una situazione di cattività indotta, sia per gli immigrati che per chi li ospita.

In una società apparentemente "senza valori" e senza punti di riferimento, la Sharia offre dei punti di riferimento fissi a chi si converte all'Islam, come l'accoglienza materna nella umma e quindi nella rete di solidarietà islamica (prescritta dal Corano), in cambio però dell'adesione ad una morale rigida, spesso intollerante. E priva di contatto interiore, come poteva scrivere il filosofo neopositivista Bertrand Russell, paragonando l'Islam al Bolscevismo (cioè ad un'ideologia):

"Islamismo e Bolscevismo sono religioni pratiche, sociali, non spirituali, impegnate a conquistare il dominio del mondo terreno",

aggiungendo che

"i loro fondatori non avrebbero resistito alla terza tentazione nel deserto di cui parla il Vangelo”.

Infatti, l'unica forma mistica presente nell'Islam è quella della tradizione Sufi, che però è nata zoroastriana, con influssi cristiani e catari, e ha visto molti Sufi convertirsi all'Islam solo esteriormente per evitare l'esclusione sociale. 


A questo si aggiunge il possibile scardinamento dello stato di diritto dovuto all'introduzione di elementi coranici nella legislazione italiana: l'ultimo caso è quello della ratifica della Convenzione internazionale dell’Aja su “responsabilità genitoriale e misure di protezione dei minori”, votata a marzo dal Parlamento. I legislatori italiani si sono impegnati ad introdurre la kafala, cioè la legislazione islamica sulle adozioni, per le adozioni di bambini provenienti dai paesi in cui è in vigore la Sharia. La kafala prevede che un figlio orfano dei genitori sia dichiarato automaticamente islamico (perché figlio di Allah) e possa quindi essere adottato solo da islamici. Una norma che in Italia impedirebbe a genitori non islamici di adottare bambini musulmani: potrebbero farlo, secondo la Sharia, solo dopo essersi convertiti. Una situazione che quindi subordinerebbe la legislazione laica a quanto previsto dalla legge islamica, e che va aggiungersi ad alcune sentenze di tribunali francesi e spagnoli che negli anni scorsi hanno fornito attenuanti alla violenza compiuta dai mariti se prescritta dal Corano (Qaradawi approva). 

Nell'aprile scorso, inoltre, in Francia il gruppo “Laicité et République moderne” , guidato dal deputato socialista Yann Galut e dalla senatrice verde Esther Bernbassa, ha presentato al premier francese Manuel Valls un rapporto dal titolo “Rivedere la toponimia della Francia alla luce del vivre-ensemble” in cui si propone di cancellare dai nomi dei paesi e città francesi ogni riferimento alla cristianità. Secondo gli estensori del rapporto, infatti:

“Una crescente porzione della popolazione di origine musulmana è colpita da nomi della toponomastica che sono manifestazioni di un tempo arcaico, quando l'identità della Francia, lontano da assumere i tratti della pluralità, si definiva  esclusivamente sotto il segno di un cristianesimo trionfante e totalitario”. 

Insomma, questa guerra viene combattuta non solo su più fronti geografici, ma anche su fronti culturali e giuridici, religiosi, morali, e non soltanto "a pezzi" ma con una visione strategica globale. Una guerra combattuta attraverso lo spostamento di genti dalla loro terra natìa verso l'Europa, ed in particolare l'Italia, a danno sia loro sia di coloro che vengono ospitati. Una guerra di territorio, una guerra che scatena paure ataviche, una guerra anche spirituale per il mantenimento del controllo sulle coscienze, estremizzando addirittura la moralità sociale e religiosa attraverso l'Islam, con buona pace della laicità intesa come rispetto di tutte le culture e tradizioni.


CONTINUA....

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