Della crisi ucraina abbiamo visto diversi aspetti, dalla sua origine con il colpo di stato del febbraio 2014 contro il presidente Victor Yanukovich, fino alla guerra nel Donbass e al recente riconoscimento da parte del governo di Kiev dell'autonomia per questa regione, con la ferma contrarietà dei gruppi di estrema destra come Settore Destro che minacciano un nuovo colpo di stato, questa volta contro l'attuale Presidente, Petro Poroshenko. 

Uno degli elementi balzati ai nostri occhi occupandoci di queste vicende, ma decisamente poco noti all'opinione pubblica, è un contratto siglato nel gennaio 2014 tra il governo di Kiev e le multinazionali Chevron e Shell per l'estrazione di gas di scisto nelle regioni orientali del Paese (quelle che oggi sono luogo di conflitto tra autonomisti ed esercito ucraino), per un periodo di cinquant'anni, prolungabile nel tempo, che prevedeva la deportazione coatta della popolazione in altre regioni per favorire le procedure di estrazione (cfr. Jacopo Castellini, Frammentazione e Realtà: perché una guerra in Europa nel XXI secolo?, su PuntoZero di novembre 2014). Tra le risorse naturali ucraine ambite dalle multinazionali sembra esservi però anche ciò che gli ucraini hanno di più caro, ovvero... la loro stessa terra. 

In un articolo scritto da Marko Marjanovich e pubblicato sul blog Slavyangrad il 29 giugno 2015, si cita infatti come oggetto di brama straniera la “terra nera” dell'Ucraina, ovvero un tipo di suolo particolare chiamato chernozem che si trova soltanto in due zone del mondo: una di questa comprende anche l'Ucraina, e parte della Moldavia e della Russia. Si tratta di un terreno molto fertile, grazie alla sua alta percentuale di humus (dal 7 al 15%) e alle elevate percentuali di acidi fosforici, fosforo ed ammoniaca, che permette quindi una resa agricola molto elevata. 

Nonostante una moratoria iniziale del governo ucraino sulla vendita di terreni a stranieri, le multinazionali agro-alimentari sono riuscite a rovesciare a loro favore la situazione, acquistando numerosi lotti di terra “nera” ucraina approfittando della disperazione economica del governo e delle pressioni esercitate dall'Unione Europea per la “liberalizzazione” dell'agricoltura ucraina, in un paese in cui gli OGM sono stati ufficialmente messi al bando nell'era Yanukovich. 

Secondo un rapporto dell'Oakland Institute dal titolo The corporate takeover of the ukrainian agricolture (“L'acquisizione dell'agricoltura ucraina da parte delle corporation”) per aggirare la moratoria sull'acquisto di terreni che scadrà il 1° gennaio 2016, una delle strategie adottate è stata influenzare le scelte dell'agribusiness ucraino dall'interno: così la statunitense Cargill ha provveduto all'acquisto del 5% della UkrLandFarming, la più grande “banca” di terreni agricoli del Paese. In aggiunta, a favore dell'agro-chimica e degli OGM, l'accordo di associazione tra Ucraina ed Unione Europea (propedeutico ad un ingresso di Kiev nell'UE) siglato a dicembre 2014, che nella clausola 404 impegna il governo ucraino a “promuovere l'uso di bio-tecnologie” nel suo territorio. Inoltre, altri due colossi dell'agro-chimica produttori di OGM come Monsanto e Dupont siedono nel consiglio di amministrazione dell'Associazione per i Semi Ucraina, che ha lo scopo di 

“implementare le nuove tecnologie” e “le migliori nuove varietà e [colture] ibride in Ucraina”. 

L'Associazione per i Semi Ucraina si adopera anche per avere 

“parte attiva nello sviluppo di una legislazione ucraina che riguardi l'incremento del mercato dei semi” 

(ci si potrebbe chiedere quanti dei giovani manifestanti che nel novembre 2013 diedero il via alle proteste di piazza Maidan a Kiev per l'ingresso del loro Paese nell'UE, si sarebbero aspettati questi risvolti).

Una delle aziende più attive nell'acquisto di terreni in Ucraina è anche AgroGeneration, con sede in Francia e con migliaia di ettari in Argentina, che ha acquistato 120mila ettari nel Paese europeo allo scopo di 

“trasformare la terra e migliorare sensibilmente la resa agricola ucraina”, investendo su “fertilizzanti di prima classe, semi e prodotti chimici per l'agricoltura allo scopo di aumentare i profitti dalle coltivazioni di grano”. 

Di questi 120mila ettari, 70 mila sono situati nell'oblast (provincia) di Kharkov, città di importanza strategica e militare per la consistente minoranza etnica e linguistica russa, repressa dal governo di Kiev in seguito alle proteste contro il colpo di stato del 2014. Tanto che Michael Bleyzer, presidente di AgroGeneration e nativo della città, ha proposto l'istituzione di un “Fondo per la Stabilizzazione Sociale” per la città e per le vicine province di Dnepropetrovsk, Zaporozhia, Kherson, Nikolaev e Odessa, al fine di evitare la creazione di una Repubblica Popolare autonoma da Kiev (come accaduto nel Donbass) o il sostegno popolare ad una eventuale invasione russa, come scritto da Bleyzer stesso su KyivPost il 30 aprile. Tutte le province citate da Bleyzer presentano come suolo il chernozerm o, nel caso di Odessa, sono punti di transito vitali per il mercato agricolo del Paese. Dnepropetrovsk in particolare, amministrata fino a marzo dall'oligarca israelo-ucraino Igor Kolomoiski, è stata oggetto di un contratto siglato nel 2013 tra l'agenzia governativa cinese Xinjiang Production and Construction Corps e l'azienda ucraina KSG Agro, per l'acquisto di 100 mila ettari, che avrebbero dovuto aumentare nel tempo fino ad arrivare a tre milioni di ettari (il 9% del territorio ucraino); il contratto si sarebbe dovuto estendere nel tempo per 50 anni, ma ad oggi tutti gli investimenti di Pechino nel paese sono stati congelati in seguito alla caduta di Yanukovich. Insomma, a molti sembra far gola il terreno fertile dell'Ucraina, in particolare per i prossimi decenni.

Infatti, il nostro Bleyzer è anche Presidente di Sigma-Bleyzer, un fondo di investimenti che nel 2005 ha ricevuto finanziamenti per 250 milioni di euro dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, a cui si sono aggiunti altri 10 milioni di dollari nel 2011 dallo stesso ente per permettere all'azienda di acquistare terreni in Ucraina. Nel 2012, un'istituzione finanziaria del governo USA, quale la Overseas Private Investment Corporation (OPIC) ha concesso al fondo di Bleyzer 50 milioni di dollari per il suo "Fondo per l'Europa dell'Est" (tutti finanziamenti precedenti al colpo di stato del 2014). 

Secondo Marjanovich, l'attitudine di Bleyzer all'invasione di nazioni sovrane si sarebbe già mostrata con l'occupazione dell'Iraq, quando il leader di AgroGeneration ha incoraggiato il governo USA a 

“creare ed implementare le misure politiche che instaureranno un clima favorevole per gli investimenti in Iraq” al fine di “rendere possibili cambiamenti economici e sociali in Iraq ed in altre nazioni della regione”. 

Una metodologia di azione implementata anche per l'Ucraina: un rapporto di Sigma-Bleyzer del maggio 2015, riferendosi alla guerra nell'Est del Paese, riportava che 

“il congelamento del conflitto presenta l'opportunità per il resto del paese di far ripartire gli investimenti e la crescita economica”. 



Michael Bleyzer (a sinistra) ed il candidato alle primarie repubblicane Ted Cruz (a destra) in Ucraina


Tra gli investimenti, anche la coltivazione del chernozem secondo i nuovi criteri agricoli di AgroGeneration (fertilizzanti chimici e semi brevettati). 

“La preziosa terra nera dell'Ucraina viene ogni giorno sempre di più annessa dalle multinazionali e va ad allungare la lista di risorse e settori nazionali che sono stati concessi ad investitori privati. Corporazioni private come AgroGeneration trovano un grande appoggio corporativo nel consiglio del membri dello US-Ukraine Business Council, che include (tra gli altri) Sigma-Bleyzer, Monsanto, Dupont, Cargill, Exxon, Raytheon e la Fondazione Bleyzer” scrive Marjanovich. L'obiettivo comune di queste corporation è fare pressione sul governo di Kiev per ottenere riforme politiche a loro favore; in particolare, per le multinazionali dell'agro-alimentare si tratta di "fare di tutto per agevolare la vendita di fattorie e terreni agricoli (ad investitori stranieri e ucraini) in tre o quattro anni”, 

secondo Heinz Strubenhoff, responsabile degli investimenti nell'agribusiness in Ucraina per la Banca Mondiale.

Perché questa fretta ci si potrebbe chiedere. E quale timore spinge all'acquisizione e alla coltivazione intensiva del chernozem ucraino, sottraendolo agli ucraini o a potenziali altri acquirenti stranieri (come i cinesi), approfittandone anche per imporre attraverso sotterfugi legali le coltivazioni OGM?