Gruppi, fazioni, partiti, tribù, famiglie. Faide, scontri, difesa e attacco, ragione e torto. Da sempre gli uomini sembrano combattersi tra loro e ciò rientra nella norma, come se la guerra, in tutte le sue varianti, fosse connaturata all'esistenza umana, ancorata alle radici ancestrali, primitive, dell'Umanità, quando ancora la 'civiltà' non si era sviluppata. Oggi però uno studio condotto da due antropologi finlandesi e pubblicato su Science del 19 luglio scorso, intitolato Lethal Aggression in Mobile Forager Bands and Implications for the Origins of War (“Aggressioni letali nelle bande nomadi di raccoglitori ed implicazioni nelle origini della guerra”), potrebbe dimostrare il contrario.

I due sono Douglas Fry e Patrick Söderberg, dell'università Åbo Akademi di Vasa, in Finlandia, che hanno analizzato 148 casi di morte violenta documentati nello Standard cross-cultural sample (“Campione standard trans-culturale”), la più ampia raccolta di documentazione etnografica sulle tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori. Il modello sociale più antico, quello della “società per bande”, in cui l'umanità avrebbe vissuto per almeno diecimila anni, secondo la classificazione proposta nel 1938 dall'antropologo evoluzionista Julian Steward. Analizzando le aggressioni letali avvenute nelle 21 tribù studiate (australiane, africane, americane, asiatiche), solo una ventina sarebbero riconducibili a scontri fisici tra gruppi di persone organizzate, come si potrebbe definire la guerra nella sua essenza, e perlopiù riscontrabili presso gli aborigeni Tiwi dell'Australia.

“Quando abbiamo studiato i casi di morte violenta, per il 55% si trattava di una singola persona che ne uccideva un'altra. Non si trattava di guerra”,

ha raccontato Fry all'Indipendent.

“Concentrandoci sui conflitti tra gruppi, il modello tipico era dato da scontri tra famiglie e omicidi motivati dalla vendetta, quindi anche in questo caso non si trattava di guerra”.

Inoltre, secondo i due ricercatori l'85% delle uccisioni rilevate sarebbe avvenuto tra membri dello stesso gruppo sociale ed i due terzi sarebbero attribuibili a liti familiari, dispute sulle donne, incidenti o esecuzioni imposte dalla comunità. Quasi sempre gesti compiuti da singoli contro altri singoli, dunque. Da qui la conclusione che la guerra non sia un tratto caratteristico di questo tipo di società, in cui l'uomo sarebbe vissuto per il 99.9% della sua storia, ma un'acquisizione recente.

Una tesi che fa riaffiorare la diatriba antropologica e filosofica intorno allo 'stato di natura': per alcuni condizione idilliaca a cui aspirare, per altri realtà di caos e violenza a cui solo l'impulso della ragione scientifica, motore della civiltà e della rivoluzione industriale, avrebbe saputo mettere ordine. Tra questi ultimi, il principale è l'inglese Thomas Hobbes, che nel suo Leviatano (1651) descriveva lo stato di natura come una condizione di guerra di tutti contro tutti (bella omnium contra omnes), dovuta alla natura violenta dell'essere umano, che lo spingerebbe a comportarsi con il prossimo come homo homini lupus (come un lupo verso i propri simili). Da qui la necessità che ogni singolo membro della collettività si 'de-naturalizzi', divenendo 'cittadino' e spogliandosi della propria libertà di azione (foriera secondo Hobbes di divisioni e violenze) per cedere ogni diritto civile ad un unico potere coercitivo esterno, rappresentato dal Sovrano. In questa concezione antropologica, lo Stato ha il compito di instaurare la pace, che viene definita come “il terrore che regna sotto la spada del sovrano”, esercitando il suo potere sulla collettività attraverso il meccanismo della 'rappresentanza', con cui il popolo ed i cittadini si riconoscono come soggetto politico solo nel momento in cui rinunciano al proprio potere decisionale, attraverso la delega. 
 


Sopra: frontespizio della prima edizione del Leviatano (1651)


Tra gli studiosi di filosofia politica, però, sono ormai diversi coloro che mettono in discussione questo paradigma. Tra tutti, Giuseppe Duso, dell'università di Padova, secondo cui Hobbes, partendo da una considerazione dello stato di natura non fondata sulla realtà, avrebbe costruito un paradigma che crea proprio le condizioni da cui Hobbes proponeva la fuga. Una condizione molto più simile, infatti, alla realtà sociale di oggi che all'antico modello della comunità, intesa come organismo (e non mero corpo) sociale. Una comunità il cui modello originario e archetipico è proprio quello della società di cacciatori-raccoglitori su cui verte lo studio di Fry e Söderberg.

I due antropologi non sono però stati risparmiati dalla critica, che li accusa di aver retro-proiettato le tribù nomadi di oggi in quelle di migliaia di anni fa: trasferimento indebito di proprietà tra situazioni non omologabili, un 'errore epistemologico grave'. Obiezione che però sarebbe da estendere anche a ricerche che giungono a risultati opposti, come quelle di Jared Diamond, dell'università di Cambridge, che nel suo saggio Il mondo fino a ieri utilizza la stessa retro-proiezione per dimostrare, invece, la brutalità delle tribù 'primitive' di oggi e di ieri. Chi avrebbe ragione?

“Non abbiamo mai trovato scheletri abbandonati in gran numero, come avrebbe dovuto essere nel caso di guerra campale. Le armi? Non così poi tante e molto probabilmente necessarie alla caccia. Neanche le famose pitture murali riportano casi del genere e del resto son ben poche”,

scrive Pier Luigi Fagan su Megachip, che aggiunge un invito a

“liberarci dall'obbligo di essere prettamente scientifici per poter dire qualcosa, cercare una nuova via della comprensione umana (…), soprattutto per quei campi in cui non c'è alcuna altra possibilità altrimenti di lanciare delle tesi di comprensione”. 

Ma i due ricercatori finlandesi non sono i primi ad inoltrarsi in queste nuove terre. Già Raymond Case Kelly, dell'università del Michigan, scriveva in Warless societies and the origin of the war (“Le società non belligeranti e l'origine della guerra”, del 2000) che l'origine delle guerre, nelle tribù dell'antico Messico che presentavano delle divisioni interne tra clan armati gli uni contro gli altri, fosse nell'ineguaglianza della distribuzione delle risorse, non nella scarsità di queste. Un fattore che si può riscontrare anche oggi e che sembra marcare maggiormente l'attualità dello stato di natura hobbesiano, prodotto del paradigma del Leviatano e non causa della sua formulazione. Un paradigma che ancora oggi funge da base e giustificazione alla civilizzazione dell'Occidente, ora chiamata globalizzazione, e del dominio geopolitico anglosassone. Forse per questo incontestabile?

Come scrive Fagan:

“Se non giustificata geneticamente o per altra via di dettato naturale, la guerra potrebbe risultare imbarazzante, sia perché evidentemente si proporrebbe come un portato della nostra incapacità primitiva a convivere in situazioni complesse, sia perché sarebbe una contro-evoluzione ovvero un epifenomeno del disagio della civiltà e non una forma atavica dalla quale non potremo mai emanciparci”.

Un innesto, quindi, un concetto 'alieno' all'essere umano. Ma allora, nella guerra di tutti contro tutti che conduciamo ogni giorno, siamo realmente noi stessi o siamo 'alienati'?


Tratto da PuntoZero n.7, aprile 2014