A questi due articoli relativi alla questione vicentina potrebbe perfettamente essere affiancato un terzo articolo, questo scritto nel novembre del 2003. Sono passati cinque anni da allora. L’articolo l’avevo fatto per la testata web lombardiacitta.com e riguardava la questione del crocefisso che un genitore islamico aveva chiesto di togliere dalle pareti delle aule scolastiche frequentate dai suoi figli. Nel contesto di quell’articolo si affrontava la questione del rapporto fra religioni altre nel nostro Paese e si proponeva la ex Jugoslavia, come cartina di tornasole, per valutare quanto si va ormai non piacevolmente strutturando nel Paese Italia. Anche questo articolo di cinque anni fa potrebbe essere utile al lettore che vorrebbe avere strumenti personali di analisi e di sintesi che gli permettano di vedere con più chiarezza fra le scure nubi che si stanno addensando nel nostro futuro prossimo.

La guerra del crocefisso:
un nervo scoperto

Il giudice del tribunale de L’Aquila ha ordinato di rimuovere il crocefisso da un’aula della scuola materna di Ofena, in Abruzzo, come richiesto dal presidente di una associazione di mussulmani che ha un figlio (ne ha altri due più piccoli) che frequenta quella scuola.
Questa ordinanza ha creato una grande quantità di polemiche, pro e contro il mantenimento del crocefisso in quell’aula scolastica.
Un Islamico, dunque, chiede ed ottiene, da un tribunale italiano, di poter rimuovere il crocefisso dall’aula della scuola materna frequentata dal figlio. Il motivo addotto ed accolto è che il bambino sarebbe “disturbato” da quell’immagine.
Questo episodio ha profondamente colpito le intelligenze degli abitanti della stessa Ofena e dell’intera popolazione italiana.
Accade che, a difesa della presenza del crocefisso in quell’aula, si pronuncino cittadini ai quali, fino alla provocazione di Ofena, non interessava minimamente che ci fosse o no un crocefisso in un’aula scolastica. Oppure, accade che esponenti di partiti, che hanno fatto battaglie per la laicità dello Stato italiano, si ritrovino a difendere un’immagine confessionale in luogo pubblico, in nome delle radici culturali di questo paese.
Viene sottolineata la mancanza di reciprocità con i paesi Islamici nella protezione del senso religioso di ogni singolo individuo. Oppure, si fa notare che una persona, ospitata in un paese, non può pretendere di cancellare i segni religiosi e culturali del paese di cui è ospite.
Ma davvero la questione è tutta qui? Davvero è una questione tutta interna al nostro Paese? Non indica, invece, questo episodio, che è apparso un nervo scoperto nella vita di un paese occidentale ed europeo? Un nervo scoperto che si chiama “società multietnica”. Cioè il tipo di società che i paesi europei vorrebbero costruire, facilitando la presenza nei loro territori di etnie e culture differenti, che rappresenterebbero la loro “ricchezza” presente e futura.
Se, in questi giorni, alterati dalla legale ordinanza di un magistrato de L’Aquila, provaste a toccare questo “nervo scoperto”, constatereste che il dolore corrisponde alla vicina Jugoslavia. Sarebbe naturale la vostra meraviglia. Che c’entra la Jugoslavia con una questione che sta facendo discutere il nostro Paese.
Intanto cominciamo a dire che la Federazione Jugoslava è una ex Federazione. Dovreste ricordare quando, nel 1991, le truppe tedesche ed austriache furono poste in allarme nei giorni precedenti la dichiarazione di secessione da parte della Slovenia.
Dovreste ricordare, sempre nel 1991, il pronto riconoscimento del Vaticano, regnante Papa Wojtyla, della cattolica Croazia, dopo che, insieme alla Slovenia, aveva dichiarato la sua secessione dalla Federazione degli “slavi del sud”, che questo significa la parola Jugoslavia; una Repubblica che federava, fino alla fine degli anni 80 la Slovenia, la Croazia, la Bosnia Erzegovina, la Serbia (con le province autonome del Kosovo – con forte presenza di popolazione albanese mussulmana – e Vojvodina – con forte presenza di popolazione ungherese – retaggio della dominazione austro-ungarica) e la Macedonia.
Dovreste anche ricordare la guerra che immediatamente divampò fra i Croati e i Serbi, che cercavano di impedire la dissoluzione della Jugoslavia e di proteggere la popolazione serba in Croazia. Una guerra che terminò sette mesi dopo, con un accordo che durò fino all’agosto del 1995, quando la Croazia si riprese il territorio ceduto (la Krajna) e ne cacciò i serbi che, da profughi giunsero nel Kosovo scatenando le violenze della comunità albanese e le reazioni altrettanto violente dei serbi, creando le premesse dell’intervento Nato contro la Serbia cinque anni dopo.


Dovreste ricordare come andò a finire, invece, in Bosnia Erzegovina dove si scontrarono, con atrocità tremende da ognuna delle tre parti in guerra, serbo bosniaci (cioè cristiani ortodossi), croato bosniaci (cioè cristiani cattolici) e islamici bosniaci. Andò a finire che la Bosnia Erzegovina, la regione dove si trova Sarajevo, da cui scoppiò la scintilla della prima guerra mondiale, si ritrovò governata collegialmente da tre Presidenti, a turni di 8 mesi, un serbo, cioè un cristiano ortodosso, un croato, cioè un cristiano cattolico, e un mussulmano, l’unico chiamato direttamente col suo nome religioso.
Da notare che, nella nuova Bosnia, i cristiani e i mussulmani sono uniti da una federazione mentre i cristiani ortodossi da soli formano una Repubblica. Anche se i mussulmani bosniaci sono un po’ speciali, stranezze della storia: sono le propaggini moderne di quei Catari, in fuga dalla Francia, dove la Chiesa Cattolica romana aveva deciso di sterminarli, e che trovarono protezione presso i Turchi (gli Ottomani) che allora occupavano buona parte dei Balcani e lo stesso Kosovo (che presero nel 1389).
Un equilibrio ultra instabile, segno visibile dell’insipienza politica di coloro che si sono assunti le responsabilità storiche di compiere uno scempio politico. Uno scempio mantenuto in vita artificiosa con la presenza di circa 22mila soldati Nato e un rappresentante ONU per gli Affari Civili, inserito nell’ordinamento statale bosniaco, con la potestà di interdire le attività pubbliche ai funzionari che si rivelassero contrari, alla pace religiosa imposta alla regione bosniaca.
Crollata l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti e l’Inghilterra, trascinandosi dietro il resto dei paesi Nato e la stessa ONU, hanno affrontato l’annosa questione dei Balcani, chiamati anche “il ventre molle d’Europa”; sfasciando la Federazione jugoslava. Bisognava pur approfittare dell’assenza del gatto rosso sovietico.
Al banchetto divisorio delle spoglie della Federazione jugoslava non partecipano i Paesi, invece allarmati, di religione cristiana ortodossa come la Grecia (in fibrillazione per le mire albanesi sulla contigua Macedonia) e la Russia.
Il riconoscimento della rinnovata Federazione Jugoslava fra Serbia e le sue due provincie autonome) e il Montenegro proviene principalmente dalla Russia e dalla Cina (che poi vedrà bombardata la sua ambasciata a Belgrado da aerei USA durante l’attacco Nato alla Serbia). Ma l’ONU non riconoscerà alla minimizzata nuova Jugoslavia di mantenere il suo posto alle Nazioni Unite; mentre ammette all’ONU la Slovenia, la Croazia e la Bosnia.
Avrete anche, freddamente, notato la presenza “attiva” della religione islamica e di quella cristiana cattolica, intente a sottrarre qualche ghiotto piatto regionale alla religione cristiana ortodossa, che è la religione della Serbia, motore della costruzione della Federazione Jugoslava. Avrete anche registrato il fatto che, per aggiungere l’Italia fra i paesi disponibili ad usare i loro eserciti contro la Serbia (che non aveva nessuna intenzione di lasciare Il Kosovo di fatto all’Albania (islamica), si è anche provveduto a cambiare il Presidente del Consiglio del Governo italiano.
Avrete certamente preso nota che l’Italia ha messo a disposizione le sue forze armate contro la Serbia solo dopo la nomina di un nuovo Presidente del Consiglio, esponente del partito di maggioranza della coalizione di centro sinistra, i Democratici di Sinistra (che hanno ereditato le strutture che furono del PCI). È fatto storico che, nella primavera – estate del 1999, le coste della regione Puglia affacciate sull’Adriatico, da cui proveniva il, nuovo e mirato, Presidente del Consiglio italiano, hanno subito l’affronto dell’installazione di sistemi antimissile in funzione antiserba.
Ma cosa è il Kosovo per la Serbia; quali sono i motivi per i quali questa regione è difesa in un modo così determinato. Tentiamo di comprenderlo con la frase seguente: il Kosovo sta alla Serbia come il Lazio sta all’Italia. Perché non ci sfugga il significato di questa equivalenza, occorre sottolineare che nel Lazio c’è, solo a titolo esemplificativo e non esaustivo, il Monastero di Subiaco, quello di Montecassino, che sono alla base del cristianesimo cattolico italiano ed europeo; senza scordare, naturalmente, la presenza di Roma e del Vaticano, centro fisico della cristianità cattolica italiana e mondiale.
Non può sfuggire, allora, il pesante significato politico della presenza di generali russi, alla solenne messa della pasqua ortodossa che si svolse a Belgrado, a ridosso dell’attacco militare Statunitense, Nato e Italiano contro la Serbia. La pressione della Chiesa ortodossa mondiale doveva essere stata molto forte. Esattamente come lo sarebbe stata quella cattolica mondiale, se fosse stato in gioco il Lazio per l’Italia.
Il Kosovo, per i Serbi, è la culla dei monasteri cristiani ortodossi nei Balcani, è il territorio avamposto della difesa della cristianità, strappato all’impero ottomano, è un’importantissima area archeologica; è anche una ricchissima area mineraria da cui si estraggono piombo, rame, ferro, argento e oro. L’oro è la vera motivazione dell’importanza che l’impero Romano e quello Bizantino (cristiano di rito greco ortodosso) assegnavano a questa regione.
Il bel Danubio blu (quanti walzer sulle sue sponde), legato alla storia europea di cui esprime le profonde radici culturali, attraversa la Serbia.
Nel Kosovo si sono insediate, nel tempo, un gran numero di famiglie di religione islamica provenienti dall’Albania, motivo per il quale, dopo la distruzione della Jugoslavia, l’Albania voleva, annettendo la regione kosovara, costruire la “Grande Albania”, di cui avrebbe dovuto far parte anche un pezzo di Macedonia (che era uscita dalla Federazione nel settembre del 1991), confinante con la regione macedone greca.
La tolleranza di questi insediamenti era motivata dal fatto che la Jugoslavia voleva dimostrare di essere uno stato federale multietnico. Una repubblica popolare federale, nella quale la differente scelta religiosa non era interpretata come pericolo, ma come arricchimento di una società che voleva dimostrare di essere al di sopra del credo religioso o etnico, avendo fatto la scelta vincolante della laicità e del principio federativo. Non è a caso, quindi, che la Jugoslavia di Tito si sia trovata a capo dei Paesi non allineati.
Belle parole sognanti, se viste in controluce, avendo come fonte luminosa “il ventre molle d’Europa”, trasformato in piccoli stati i cui confini sono stati tracciati dalla scelta religiosa delle loro popolazioni, più che dalle loro etnie.
Così una federazione multietnica, e area di contatto diretto fra le tre religioni nate nei secoli seguenti il crollo dell’Impero romano, entrata, o meglio, fatta entrare in crisi, si è divisa in singoli stati autonomi, differenziati, non da interessi economici o geopolitici diversi, ma dalla professione religiosa della maggioranza della popolazione che abita le singole realtà regionali geografiche.

Ecco la fine degli stati basati su società multietniche. Conviene, allora, lasciare entrare tante diverse genti nel nostro Paese? Ecco il nervo scoperto.

Di fronte a queste considerazioni è difficile assilentire chi incolpasse l’Italia di non essersi opposta alla distruzione della Repubblica Popolare Federale Jugoslava. (La visita del Presidente Ciampi nella Serbia del dopo Milosevic, nel gennaio 2002, ha portato un tardivo sostegno alla “Integrità” della Federazione). Infatti quale paese, se non l’Italia, avrebbe avuto un vero ed ineludibile interesse nazionale ad attivarsi, fino allo stremo, per impedire l’annientamento della Federazione Jugoslava, dirimpettaia dello stretto Adriatico. La questione Jugoslava doveva, da subito, essere una questione italiana, già quando gli albanesi del Kosovo nel 1981 reclamano l’indipendenza, non era passato neanche un anno dalla morte di Tito; quando nel 1989 la Slovenia inserì nella propria costituzione il diritto di secessione che attivò nel 1991. Purtroppo, mentre la Jugoslavia cominciava a perdere i pezzi rendendo inevitabile la disperazione e i drammi delle sue popolazioni, l’Italia degli anni ‘90 era rinchiusa in se stessa, nelle sabbie mobili di tangentopoli, incapace di fermare, come sarebbe stato suo interesse, la lacerante distruzione della federazione degli “Slavi del sud”.
In questo contesto abbiamo assistito, apparentemente impotenti, all’arrivo di profughi nelle coste italiane, specialmente albanesi – ma come si sfascia la Jugoslavia e qui vengono gli Albanesi? – cosa che dovrebbe ancora trovarsi nella nostra memoria recente e tenere alto l’allarme per il futuro.

In prossimità dell’intervento USA-Nato contro la Serbia era necessario tenere conto del fatto che erano comunisti i governanti della Serbia ed erano ex comunisti quelli del partito percentualmente più forte della coalizione al Governo in Italia. Del resto, ad esempio, la questione dell’acquisto di Telekom Serbia non potrebbe essere inserita (col senno di poi e per la gran quantità di dollari che conteneva) fra gli “aiuti” che un tempo i “partiti fratelli” al governo avrebbero posto in essere a favore di quello in difficoltà? Niente di male o di cui vergognarsi, se fosse stato vero e fosse stata chiarita e difesa la posizione politica che vi sottostava. Ma quale maggiore peso, invece, avrebbe avuto una posizione limpida dell’Italia, già dalla fine degli anni ‘80. Mentre i temi nazionalistici infiammavano le piazze delle città jugoslave, contro la determinazione di Paesi terzi di attentare alla integrità della Federazione Jugoslava. Se i Governi italiani avessero fatto lo sforzo, a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90, non facile bisogna ammetterlo, di prevedere il sangue, le lacrime, le distruzioni, le fughe da una regione all’altra, sotto le bombe, di centinaia di miglia di profughi inermi, vittime di incrociate “pulizie etniche”, che avrebbero comportato, in quel paese, la sequenza di guerre di secessione, che pure si sapeva che si stavano preparando e anche da chi erano fomentate.
I principali fomentatori dello scollamento forzoso della federazione jugoslava erano gli USA, che pure avevano scritto nella propria storia una dolorosa guerra di secessione. Questo Paese era lo stesso che avrebbe sostenuto la secessione della Sicilia, se l’Italia del dopo guerra avesse avuto un governo social-comunista.
Siamo stati incoscienti spettatori, quasi indifferenti, degli eventi che hanno preparato le sanguinose guerre di secessione nelle terre oltre adriatico, anzi di vere e proprie guerre di spartizione.

Ma soprattutto siamo stati costretti ad accettare passivamente la trasformazione di una Federazione multietnica in una serie di staterelli confessionali. E questo è avvenuto di fronte a casa nostra.

Una grande potenza, che vanta non il migliore esercito del mondo, ma l’esercito più tecnologizzato del mondo, ha deciso di fare i suoi esperimenti di geopolitica in una Europa non più paese terzo fra i colossi in guerra fredda. Dopo la battaglia di Lepanto che venne combattuta e vinta per fermare la penetrazione turco-ottomana-islamica in Europa, leggeremo nei libri di storia che, dopo le sanguinose guerre di secessione, nei Balcani sono stati creati, qualche secolo dopo, stati di confessione islamica internazionalmente riconosciuti. Nulla da eccepire se questo non fosse avvenuto attraverso l’intervento delle armi.
Noi consideriamo importante la libertà di parola e di pensiero. Verifichiamo se questa libertà sia ancora reale e sia ancora ben radicata nel mondo occidentale. Proviamo a farci qualche importante domanda nel rumore di fondo della guerra mondiale al terrorismo scatenata dagli Stati Uniti.
Adattare la geopolitica mondiale alle esigenze attuali di una unica super potenza non si rivelerà, nel tempo medio lungo, un errore esiziale per la pace mondiale?
È vero o non è vero che lo sfascio jugoslavo dimostra che una società multietnica si regge solo se inserita all’interno di Stati centralizzati super presenti?
È vero o non è vero che lo sfascio jugoslavo dimostra che uno Stato basato su società multietniche subirebbe spinte centripete e centrifughe per lunghi secoli prima che si disinneschino le culture che rifiutano di amalgamarsi per principio e anzi basano la loro esistenza sul proselitismo?
La questione del terrorismo islamico e delle sue implicazioni geopolitiche non appaiono forse illogiche se applicate all’intervento decisivo statunitense per creare e far accettare una realtà politica islamica nei Balcani “ventre molle” d’Europa?
Non appare altrettanto illogica la pressione Statunitense per fare entrare l’islamica Turchia nella Comunità Europea? (anche se questa pressione era cinicamente funzionale agli interessi strategici degli USA per sferrare dal territorio turco un attacco a tenaglia contro l’Irak)
Il principio della guerra preventiva, accettato dal Congresso USA dopo l’attacco aereo alle due torri dell’11 settembre 2001, si è concretizzato nell’aggressione militare in Afghanistan e in Irak, non sta invece creando le condizioni di uno scontro di civiltà, negato nelle parole e realizzato nei fatti?
È lesa maestà porsi la domanda se sono formate da terroristi o da partigiani le formazioni militari che in Afghanistan (porta di penetrazione USA verso i giacimenti petroliferi della ex URSS) e in Irak si oppongono all’occupazione militare del loro territorio da parte degli anglo-statunitensi e dal loro alleati?
È lesa maestà avere dei dubbi sul principio del mantenimento armato della supremazia militare tecnologica mondiale statunitense?
Si può esprime pieno dissenso al principio della guerra preventiva applicata anche nei confronti di cui Paesi considerati una minaccia per gli Stati Uniti e fra questi quei Paesi che stessero per produrre armamenti uguali o superiori ai loro, quindi non solo quelli islamici?
Non viene a nessuno il dubbio che ci troviamo pericolosamente nelle mani di apprendisti stregoni che giocherellano con super tecnologie conosciute e no, e trascinati, praticamente a forza, nella loro visione geopolitica che troppo tardi potrebbe essere riconosciuta come folle?
Quali informazioni sostengono la decisione di interferire pesantemente nella vita dei singoli popoli. Quali potrebbero essere queste informazioni, sconosciute alla popolazione mondiale, che potrebbero giustificare queste scelte mortali per la pacifica convivenza fra popoli diversi?
Gli statunitensi a cui piace paragonarsi all’antico impero romano, non potrebbero crollare, proprio come è crollato l’impero romano, e far saltare una miriade di equilibri provvisori basati sulla loro forza tecnologica militare, compresi quelli di casa loro? Quindi perché dovremmo fidarci di loro?
È lecito avere dei dubbi sulla decisione di legare a finanziamenti alla Serbia la consegna ad un tribunale internazionale, quello dell’Aja, di Slobodan Milosevic, accusato di crimini di guerra?
È lecito domandarsi, allora, perché nessun tribunale sia stato proposto per l’unico Paese che ha usato bombe atomiche contro popolazioni civili durante un conflitto bellico e ha usato bombe all’uranio impoverito in tutti i recenti conflitti?
Appare davvero così strano che in molti, proprio in Italia, considerino lo stillicidio di questi arrivi in Italia su barconi d’ogni tipo, una volta dall’Adriatico, una volta dallo Ionio, una volta dal Tirreno, una vera e propria invasione?
Appare strano che questa precisa sensazione di invasione rimanga visibile nello sfondo mentre i barconi di disperati giungono a vista della nostra penisola e conviva con la triste consapevolezza delle sofferenze cui sono sottoposte famiglie intere, incastrate e incastonate in una ben ramificata organizzazione internazionale che li sbatte sulle nostre coste piene di cuori di mamma angosciati per la loro sorte?
I pezzettini geografici in cui è stato trasformato il paese che si affaccia sullo stesso nostro Adriatico, significa che la nobile scelta politica di una società multietnica può trasformarsi, all’improvviso, in una vera e propria occupazione di fatto di territori legati alla storia del paese ospitante etnie diverse. Nessuno, fra quelli che avrebbero potuto, ha voluto ascoltare l’allarme proveniente dalla Chiesa Ortodossa, che pure è cristiana.
Voi, se foste cristiani ortodossi, approvereste che il Patriarca moscovita ricevesse in visita fraterna l’esponente dell’altra Chiesa cristiana che ha lasciato che una grande offesa fosse lanciata alla Chiesa ortodossa nei Balcani?
Ma forse dovremmo farci, fino a che siamo in tempo, un’altra fondamentale domanda. Quando e come, esattamente e veramente, sono nati il Cristianesimo e l’Islamismo che si contendono terre e popoli attraverso il convincimento al Proselitismo?
L’Iran degli Ayatollah è così distante dal nostro Stato Pontificio?
I Vescovi Principi e i Papi Re, padroni di terre, di corpi e di anime, che hanno dato forma al nostro passato, potrebbero far sorgere l’affermazione: “abbiamo già dato”?
Sono secoli che l’Islamismo dimostra di non essere amalgamabile a nessuna altra cultura. Chiedete ai Russi da quanti secoli si scontrano nel Caucaso con l’irredentismo islamico, la questione non è riducibile alla Cecenia. Chiedete alla Cina quali problemi pongano le popolazioni di religione islamica. Chiedetelo all’India, dove gli scontri mortali fra Indù e Islamici sono storia quotidiana. Né la Beata Teresa di Calcutta ha modificato lo stato di questo scontro.
Potremmo fingere di non vederlo questo nervo scoperto che attraversa le radici essenziali del nostro Paese e non solo del nostro Paese. Potremmo non occuparcene per carità di patria e per tranquillità politica e sociale.
Non si faceva così anche con la Peste?
Il medico che avesse avuto la ventura di diagnosticare un caso di peste, in un ospedale cittadino in una qualunque delle città del nostro Paese nei secoli dell’infuriare della Peste in Europa, sarebbe stato rimproverato per procurato allarme. Questo povero medico, colpevole di aver riconosciuto la presenza del pestifero morbo, sarebbe addirittura stato aggredito anche fisicamente e costretto a smentire se stesso. Salvo che poi la peste non avesse divorato quella stessa gente che voleva che ne fosse negata la presenza.
La società multietnica paragonata alla Peste? Non è che stiamo esagerando? Si, può essere. Chi lo afferma potrebbe anche essere costretto al revisionismo delle sue affermazioni. Se poi la “malattia” misconosciuta, nonostante il dolore del nervo scoperto, dilagasse?

Alberto Roccatano

4 novembre 2003

(pubblicato su www.lombardiacitta.com)