Di certo, i mass media non hanno banchettato con questo tema, come invece fanno, con una enfasi ed una impudica frenesia che talvolta raggiunge il paranoico, per altri soggetti.

La Convenzione di Aarhus prende il nome della città danese in cui è stata sottoscritta da una ventina di paesi il 25 giugno 1998. E' stata ratificata alcuni anni dopo dai vari governi (europei, ma anche della ex Unione Sovietica: ovviamente assenti gli Stati Uniti d'America, che vivono con la presidenza Bush jr. la loro più cupa e intransigente stagione antiecologica) ed è entrata in vigore il 30 ottobre 2001.

La Convenzione di Aarhus, sebbene non abbia scaldato i cuori dei popoli, è stata salutata con entusiasmo davvero straordinario. Per Kofi Annan, segretario generale dell'ONU, è "la più ambiziosa impresa di democrazia ambientalista realizzata sotto gli auspici delle Nazioni Unite".

Klaus Topfer, direttore esecutivo dell'United Nations Environment Programme, la saluta come "una occasione d'oro"; mentre per Costas Themistocleous, ministro dell'agricoltura di Cipro, "è la prima volta che l'ambiente è così strettamente collegato ai diritti umani".

Per Satu Hassi, ministro dell'ambiente ed energia di Danimarca, "la data di entrata in vigore della Convenzione di Aarhus segna un giorno speciale nella legislazione ambientale internazionale".
Il nostrano Altero Matteoli ha dichiarato: "La Convenzione di Aarhus è lo strumento più avanzato al mondo nella promozione dei diritti del popolo a giocare un ruolo attivo nella creazione di una società più ecologicamente sostenibile".

Ma, in nome degli dei!, cosa stabilisce questa provvidenziale Convenzione? Quale balzo gigantesco essa farà compiere alla umanità redenta da legislatori sì meritevoli?
Essa, in parole semplici e veritiere e non con la retorica litania dei suoi artefici, ha un solo scopo: permettere ai cittadini di sapere cosa si sta decidendo sulla qualità della loro vita presente e futura. Quello che ad ogni persona ragionevole appare (ed è) il più ovvio e naturale dei diritti, viene sbandierato dai governanti come una clamorosa prova di democrazia.

L'obiettivo della Convenzione è sensibilizzare i cittadini sui problemi ambientali favorendo l'accesso all'informazione e la loro partecipazione al processo decisionale. Ma cosa c'è in tutto questo che non dovrebbe già essere normalmente previsto?

Perché proclamare un atto di fulgida democrazia quello che è il più irrinunciabile diritto di tutti, ovvero conoscere (almeno conoscere...) quello che i governi intendono fare del mondo in cui tutti vivono? Quale è il merito? E perché mai un governo, che si dice rappresentante del popolo, non dovrebbe fornire informazioni e coinvolgere i cittadini (per i quali dice di lavorare) nel processo decisionale?
Insomma: quale gioia dovremmo provare, quale riconoscenza per un atto dovuto?

La Convenzione, poi, fissa diverse limitazioni che lasciano sempre e comunque ai governi la decisione finale in merito ad ogni procedimento. L'accesso alle informazioni prevede dieci casi in cui esso non è consentito: il rifiuto, ad esempio, è ammesso nel caso in cui l'autorità pubblica non sia in possesso dell'informazione richiesta. E questo è lapalissiano: non posso dare quello che non ho. Tuttavia, chi garantisce che la autorità pubblica non neghi di disporre di quei dati che invece ha ma non vuole diffondere?

Il rigetto di una domanda è anche previsto per motivi di segreto delle deliberazioni delle autorità pubbliche, ed allora siamo sempre allo stesso punto: l'autorità concede solo quelle informazioni che intende concedere. Dov'è, dunque, la grandiosa ventata liberatrice e democratica della Convenzione di Aarhus?

Il segreto commerciale e industriale viene riconosciuto e difeso dal documento, e quindi una grossa fetta di informazioni "delicate" non arriverà mai al popolo, nonostante tutte le belle parole dei ministri.
Ma la perla di tutta questa fiaba mi sembra il punto in cui è stabilito che informazioni possono essere rifiutate al pubblico per motivi di carattere confidenziale dei dati, e siamo daccapo: chi decide cosa e quanto un dato sia confidenziale? E del resto, ha senso definire confidenziale.

Applicando alla lettera la Convenzione di Aarhus, noi oggi non potremmo disporre di dati relativi allo scoppio della centrale nucleare di Chernobyl, perché tale sciagura poteva essere coperta dal segreto per almeno un paio di motivi previsti dalla Convenzione: motivi di segretezza per difesa nazionale e per pubblica sicurezza. E state pur certi che, se occorre, i governi sapranno interpretare nel modo più creativo i termini del trattato...

Nonostante i colpi di grancassa dei governi, non mi sento di festeggiare la Convenzione di Aarhus, che francamente non considero una meravigliosa opportunità, quanto piuttosto una occasione perduta.
E non mi sento neppure di accoglierla secondo il principio "meglio questa che niente": è proprio con tale sillogismo avvelenato che i governi ci propinano tutto quello che vogliono, ed il sistema del bastone e della carota forse può andare bene per docili muli, non per esseri umani che tentano di usare al meglio il loro cervello.

La Convenzione di Aarhus mi sembra paradigmatica sulla reale natura del rapporto tra autorità e cittadini: tale rapporto non è fondato su una serie di effettive garanzie di trasparenza e verificabilità, ma soltanto sulle dichiarazioni a senso unico di chi governa. E' infatti chi governa che decide se e come riconoscere quegli stessi diritti che concede alle popolazioni le quali (notate bene!) sarebbero rappresentate limpidamente dai governanti medesimi... Neppure Houdini si sottopose mai a funambolismi così contorti! Infatti: come salvare capra e cavoli?

Come salvare la faccia splendente della Dea Democrazia e, al tempo stesso, continuare a comandare? Come continuare a pretendere l'osservanza delle proprie decisioni e, al contempo, la solerte partecipazione dei cittadini a decisioni che li scavalcano o li schiacciano?

Risposta: con tanti trattati che, sulla carta, rappresentano "le più ambiziose sfide della democrazia ambientalista", ma che tra una riga e l'altra fissano, discreti ma insormontabili, limiti, paletti, ostacoli, eccezioni, discrezionalità, vincoli...

Mi viene in mente un caso recente di sedicente trasparenze delle autorità... L'ente gestore di una diga per anni si rifiutò di comunicare dati e informazioni ad una associazione ambientalista; infine, non potendo continuare sfacciatamente questo atteggiamento dittatoriale, si dichiarò pronto a fornire i documenti richiesti, ma con una sola, piccola condizione: ogni fotocopia andava bollata!!

Duole dirlo, ma la Convenzione di Aarhus non è il meglio che si possa fare in tema di ambientalismo e di diritto alla informazione.
Secoli fa, nell'ancien regime, le costituzioni erano "graziosamente concesse" dai sovrani. Oggi le formule sono molto cambiate, e i termini in voga sono partecipazione, confronto, dialogo, trasparenza...
La sostanza è ancora paurosamente, tristemente la stessa.

Per quanto ciò sia inquietante, proprio questa è la tendenza generalizzata della politica del Duemila: ciò che conta (ciò che deve contare) non è quello che si fa effettivamente, ma quello che si dice di stare facendo. La finzione si sovrappone sempre di più alla realtà, creando un "mondo virtuale parallelo" che dà corpo, ogni giorno di più, ad incubi orwelliani.
Un dato relativo all'ambiente, cioè allo spazio naturale, cioè in ultima analisi a tutti noi?