Qualunque “giallo” che si rispetti ruota intorno a un delitto, ovviamente. E per ogni delitto esiste una “scena del crimine”.

Si tratta di una scena piuttosto suggestiva, in questo caso. Ci troviamo nell’esclusiva Upper West Side di Manhattan, all’ingresso di uno dei più antichi e celebri complessi residenziali di New York City, The Dakota, che ha ospitato, tra gli altri, stelle di celluloide del calibro di Lauren Bacall, Judy Garland e Boris Karloff, ugole d’oro come Roberta Flack e Liza Minnelli, un signore del pentagramma come Leonard Bernstein e il “genio in punta di piedi” Rudolf Nureyev. Un edificio tanto lussuoso all’interno quanto spettrale all’esterno, scelto non a caso da Roman Polanski per le riprese del suo classico del brivido, Rosemary’s Baby.

Il delitto in questione è stato raccontato talmente tante volte che qui basta qualche pennellata per rievocarlo. Verso le 23 dell’8 dicembre 1980, davanti alla cancellata d’accesso del Dakota giace esanime e sanguinante, con quattro pallottole piantate nella schiena, la rockstar più famosa del mondo.
Accanto a lui, a tenergli la testa tra le braccia c’è sua moglie, una controversa artista giapponese le cui urla (non troppo dissimili, secondo i maligni, da quelle incise nei suoi primi dischi solisti) trafiggono la relativa quiete di un “Monday night in the Big Apple” solo in apparenza come tanti altri.
A qualche metro di distanza, un giovanotto occhialuto, grassottello e tozzo – che solo pochi istanti prima aveva assunto una posa militare, con le gambe allargate, per scaricare la sua calibro 38 addosso alla vittima – se ne sta lì lugubremente fermo a frugare tra le pagine di una copia in brossura di The Catcher in the Rye di J.D. Salinger, la bibbia degli adolescenti disadattati d’oltreoceano.
Il portiere del Dakota gli urla: “Lo sai cos’hai fatto?”.
E lui, con il proverbiale sguardo fisso davanti a sé, replica imperterrito: “Ho appena sparato a John Lennon”.

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