Una riflessione a caldo sui giochi politici che hanno portato al mandato esplorativo per Maria Elisabetta Alberti Casellati: e se fosse tutto programmato?
Proviamo a chiedercelo, per una volta, senza la pretesa di voler dimostrare ciò che ancora è in fase di svolgimento. La nuova legge elettorale impedisce al centrodestra a guida di Matteo Salvini di governare da solo, non consentendo a tale coalizione di avere la maggioranza dei seggi, prevista invece dal Porcellum (che ha affidato la maggioranza assoluta a PD e SEL, consentendo così lo svolgimento dell'intera legislatura). Questa legge, il "Rosatellum", di cui l'ex presidente della Corte Costituzionale Paolo Maddalena ha scritto sull'ultimo numero di PUNTOZERO (ne potete leggere un estratto qui) è stata votata anche dalla Lega, che pure oggi si trova, a causa di tale legge, privata della possibilità di indicare il Presidente del consiglio.

Al contempo, il Rosatellum ha costretto la Lega ad allearsi con Forza Italia e con Silvio Berlusconi (a sua volta incandidabile, salvo futuro possibile parere contrario della Corte di Strasburgo), legame con i quali diventa per il Movimento 5 Stelle a guida Di Maio motivo di incompatibilità per la formazione di una coalizione di governo tra pentastellati e centrodestra, ovvero tra le due sponde politiche che, pur presentando posizioni molto differenti su temi importanti, in primis sull'immigrazione, hanno in comune l'opposizione parlamentare ai governi di Renzi e Gentiloni e la comune campagna referendaria contro la riforma costituzionale renziana. Un loro accordo sarebbe stato quindi nell'ordine delle cose, e avrebbe costretto entrambi a convergere sui punti programmatici comuni, di revisione delle riforme che hanno contrassegnato l'era Renzi.
L'impossibilità che sembra emergere invece di questo accordo spinge invece il movimento pentastellato verso un accordo con il PD, ritenuto molto poco probabile inizialmente, al quale sarebbero stati presumibilmente contrari la maggioranza degli elettori di entrambe le forze politiche se fosse stata presentata loro questa ipotesi in campagna elettorale.
Tale governo, magari allargato agli anti-renziani di LeU, difficilmente potrebbe prevedere un passo indietro rispetto all'era Renzi, dovendo contare sui necessari voti del PD. Al contrario, ciò che potrebbe maggiormente caratterizzare l'accordo tra le due forze politiche potrebbe essere proprio l'approvazione dello IUS SOLI, di cui si è taciuto in campagna elettorale, e l'opposizione al quale ha favorito in questi anni la crescita elettorale della Lega.
Quest'ultima, a sua volta, dimostrerebbe agli elettori di aver provato a fare un governo "di cambiamento", ma senza riuscirci, e sarebbe favorita dal permanere all'opposizione del governo Pd-M5s, continuando ad utilizzare lo scontento verso l'UE e verso le politiche migratorie per accrescere il proprio bacino elettorale. Non governando a livello nazionale, l'unico livello al quale la Lega potrebbe esprimere capacità di governo continuerebbe a rimanere quello a lei più congeniale, e per rafforzare il quale è nata, ovvero quello regionale, dove i vari Fontana, Zaia (forse Fedriga?), potranno continuare a chiedere un aumento di poteri e competenze destinate alle regioni, che gli elettori non tarderanno a confermare con il loro voto. Così, la linea "nazionalista" ed euroscettica inaugurata da Salvini, che ha impedito l'altrimenti quasi certa bancarotta politica del partito nell'era Maroni, ma che oggi si trova impossibilitata ad esprimersi nella guida di un governo nazionale, finirebbe per favorire invece l'erosione di sovranità statale interna da parte delle amministrazioni regionali, contribuendo anche in Italia al processo di disgregazione degli stati nazionali che sta avvenendo in molti Paesi europei (in primis la Spagna, di cui ho scritto nell'articolo L'irresistibile fascino del Kosovo), in vista di una Europa federale delle Regioni. Non dimentichiamo che fu proprio Roberto Maroni, ex segretario della Lega, ex governatore della Lombardia, a minacciare velatamente Salvini, durante un'intervista televisiva con Lucia Annunziata il 18 marzo scorso, di un possibile rovesciamento di tutte le giunte regionali e locali in cui governano Lega e centrodestra, qualora Salvini e Di Maio raggiungessero un'intesa di governo che escluda Forza Italia. Quel Roberto Maroni che, all'indomani del referendum sull'autonomia lombarda e in seguito al tentativo di proclamazione d'indipendenza della Catalogna, affermava: 

"L’Europa e la sua governance non funzionano, perché l’Europa non è uno Stato federale come gli Usa".

"Ecco perché Lombardia e Catalogna vogliono che cambi, quello che è accaduto è un segnale che hanno dato i popoli”.

Come riportava l'agenzia ASKA il 31 ottobre 2017: 

“Voglio l’Europa delle Regioni – ha detto ancora – la Lombardia ha 10 milioni di abitanti e sarebbe la sesta regione d’Europa, ma non conta niente adesso. Voglio che le Regioni più forti economicamente contino di più”.

Maroni non è nuovo a queste dichiarazioni. In diverse occasioni ha affermato di criticare la posizione "lepenista" dell'attuale segretario della Lega, dichiarandosi favorevole alle "macro-regioni", alle "euro-regioni" e ad un'Europa federale sul modello di Altiero Spinelli.
Nella corsa per la segreteria della Lega, che il 14 maggio 2017 ha visto riconfermare Salvini attraverso le elezioni primarie, l'avversario interno dell'attuale segretario era Gianni Fava, all'epoca assessore all'agricoltura della giunta Maroni e maroniano doc. Costui dichiarava al Giornale il 4 maggio 2017: 

"La Lega è autonomista e indipendentista, non posso credere che il nostro riferimento europeo sia un soggetto che al secondo punto del suo programma ha la cancellazione delle regioni e delle autonomie. È la negazione della nostra storia". 

Il riferimento è al Front National di Marine Le Pen. La leader nazionalista francese si è più volte espressa contrariamente alla prospettiva euroregionalista (posizione che appartenne anche a Charles De Gaulle, sostenitore di una "Europa delle Patrie"), che eroderebbe ulteriormente la sovranità degli Stati creando un legame diretto tra le regioni e Bruxelles, limitando così ulteriormente la sovranità dei popoli senza che questi se ne accorgano (o addirittura con il loro esplicito, inconsapevole, consenso).
L'ex governatore lombardo ha rimarcato la sua posizione l'11 gennaio scorso, intervistato da Il Foglio circa la rinuncia a correre per il rinnovo del mandato al Pirellone (nonostante la vittoria referendaria), dichiarando esplicitamente che se fosse stato cittadino francese avrebbe votato per Emmanuel Macron anziché per la leader del Front National, poiché nella visione dell'attuale inquilino dell'Eliseo...

"esiste un'idea di valorizzare l'Europa delle regioni e tanto mi basta per dire no a ogni forma sciatta di nazionalismo".

Forse, il tentativo di trasformare la Lega in un partito "nazionalista", che aveva spinto Salvini fino ad un dialogo con CasaPound e alla formazione di liste comuni con il nome di "Sovranità" e con lo slogan "Prima gli italiani" (da notare che il movimento di destra ha tra i suoi punti programmatici l'abolizione delle regioni), non essendo stato messo all'angolo dai suoi oppositori interni e dopo essere uscito rafforzato proprio dalle elezioni politiche nazionali, potrebbe oggi contribuire indirettamente a rafforzare proprio l'attuazione del progetto di "federalizzazione disaggregativa" dell'Italia, nell'ottica di quell'Europa federale delle regioni auspicata da Maroni. 
Se tale ipotesi, che per ora resta soltanto tale, finisse per concretizzarsi, non potrei che complimentarmi con il regista e con gli attori sul palco, per la notevole capacità di dissimulazione finora dimostrata.