Marcello Foa ha la buona informazione nel sangue: venne assunto a Il Giornale da Indro Montanelli nel 1989, collabora con prestigiose testate, amministra un importante gruppo editoriale elvetico, ha scritto Gli Stregoni della Notizia (vedi NEXUS nr. 116).
Lo abbiamo incontrato a Lugano all'Università della Svizzera Italiana, dove insegna giornalismo
internazionale.

Professor Foa, quando si è reso conto la prima volta che l'informazione ci stava manipolando?
È una sensazione che ho avuto facendo il mestiere di giornalista, una sensazione crescente, essendo
stato per tanto tempo caporedattore per gli esteri e poi inviato speciale de Il Giornale; con il passare
degli anni mi rendevo conto sempre di più che le informazioni che noi davamo in buona fede, alla prova dei fatti, ovvero quando la verità storica veniva appurata dalle commissioni internazionali e dagli storici, o talvolta soltanto da dichiarazioni a breve termine, non corrispondevano o erano troppo distanti da quello che avevamo raccontato inizialmente con troppa sicurezza.
A quel punto ho cominciato a chiedermi com’era possibile che a sbagliarmi non fossi soltanto io come giornalista della mia testata, ma come simultaneamente si sbagliassero anche i redattori del NewYork Times, del Guardian, di Le Monde o di qualunque altra testata del mondo occidentale. È da lì che ho cercato di risalire alla sorgente per capire dove nascesse il problema. Facendo questo percorso a ritroso, mi sono reso conto dell'importanza e della potenza degli spin doctor.

Sono i mass-media che ci manipolano, oppure sono i mass-media ad essere manipolati?
Entrambi: i mass-media hanno ovviamente una capacità di condizionamento sulle masse perché alla fine il loro potere risiede proprio in questo, è evidente. A loro volta i mass-media sono manipolati, ma non penso che ci sia una costrizione diretta; questa è una mia convinzione che non tutti condividono. A me non è mai capitato in trent’anni di mestiere che mi chiamasse un ministro oppure un'ambasciata per dirmi di pubblicare o non pubblicare, non ho neanche ricevuto allusioni, perché questo è troppo sciocco come metodo per essere efficace.
Credo sia molto più un condizionamento di sistema, ovvero che ci siano dei vincoli impliciti che un
giornalista sente e a cui si adegua; altre forme di condizionamento efficaci sono quelle che agiscono
sulle fonti. Esemplifico: se tu devi verificare una notizia e devi rivolgerti a qualcuno che deve dirti se la notizia è vera, a chi ti rivolgi? Ti rivolgi a quelle che noi consideriamo le rappresentanze della nostra sovranità popolare e della convivenza civile, ovvero alle istituzioni. È molto più facile manipolare la fonte dentro le istituzioni e fare in modo che la notizia abbia l'apparenza di un'attendibilità, di una certificazione sicura, piuttosto che andare a dire al giornalista devi pubblicare questo o quello. Questi sono metodi da dittatura o da stati autoritari. Ecco perché la manipolazione è molto sottile e qui si crea la catena. Tu manipoli o induci i media in una certa direzione, ed essi a loro volta indurranno l'opinione pubblica nella stessa direzione. È una catena in due passaggi.

I manipolatori sono coordinati tra loro?
I manipolatori, preferisco chiamarli spin doctor, all'interno di un governo lo sono e il coordinamento fra di loro è una componente fondamentale, ma da qui a dire che ci sia una specie di Spectre globale forse è un po’ esagerato. Può esserci una serie d’interessi condivisi, questo sì, ma lo spin doctor di solito tende a gestire dei singoli progetti che certamente rientrano in un contesto più ampio, probabilmente sono collegati e funzionali a certi scopi, ma non mi immagino coordinamenti di certe campagne così lontane, non c'è né neanche bisogno.
Facciamo un esempio non politico, chiamiamolo neutrale: Ebola.
Qui è successa una cosa di questo genere: non ne parlava nessuno, poi nella primavera dell'anno scorso si sono visti i primi segnali di una certa sensibilità al tema, poi ad un certo punto quando il Presidente Obama se ne è uscito con una dichiarazione molto allarmistica, la crisi di Ebola ha avuto un'impennata incredibile sulla visibilità mediatica; poi, improvvisamente, è andata giù e oggi non ne parla più nessuno. Non sappiamo che fine abbia fatto questa Ebola.
Sviluppi simili li ho riscontrati diverse volte nella mia vita professionale. Questa è la prova che quando ad aprire i canali è un'istituzione credibile e influente, i media per forza seguono. Quando questa istituzione non parla più di quell'argomento, l'attenzione scende e va giù.

Comunque, nel frattempo, nel caso di Ebola diversi governi hanno dato sostanziosi finanziamenti alle multinazionali farmaceutiche. Non è che lo scopo primario di queste notizie allarmistiche fosse proprio questo?
No, a mio avviso questo è un corollario, primario non direi.

Come nel caso dell'epidemia di febbre suina N1H1?
La suina a mio avviso aveva uno scopo sociale, l'allarme è stato diffuso nel pieno della crisi finanziaria del 2009, quando la gente cominciava ad assalire le case dei banchieri, negli USA e in Gran Bretagna.
La sensazione era che la situazione sociale potesse degenerare, in quel momento era importante far
emergere una nuova paura che facesse leva sulla peste. La paura della peste è inconscia nella nostra memoria, sono passati non so quanti secoli, però ancora oggi noi abbiamo paura della peste. Questa era una malattia che aleggiava nell’aria, trasmissibile con uno starnuto e certificata dalle istituzioni che hanno alimentato l’angoscia collettiva; ti consigliavano le mascherine, aumentavano gli allarmi, modificavano i parametri, ecc. In questo modo la paura si è spostata dalla crisi economica alla febbre suina, e le istituzioni che prima erano viste come nemiche sono state riviste come amiche. Che poi a distanza di mesi si sia rivelata come una bufala totale non ha importanza, perché la gente ha una memoria molto corta, e gli spin doctor questo lo sanno bene.

È stato Edward Bernays l'inventore della manipolazione?
Se andiamo a ripercorrere la storia della propaganda e della manipolazione ci accorgiamo che è un
fenomeno che esiste da sempre. I romani in questo erano abilissimi con il loro panem et circenses e
possiamo vedere che in ogni comunicazione pubblica c'è una piccola o grande dose di propaganda.
Quello che Bernays ha capito è stata la potenza straordinaria dei mass-media in un contesto democratico.
Il rischio maggiore e anche il mio più grande rammarico è che una bella realtà come la democrazia, in cui si dà al popolo la possibilità di esprimere la propria volontà, possa essere orientata e manipolata in origine senza che il popolo stesso ne sia consapevole. Da questo punto di vista Bernays, persona di un'intelligenza superiore, nipote di Freud, ha fatto scuola.

Così come vengono pianificati i complotti, viene anche progettata l'informazione?
Parlando genericamente è evidente che una qualsiasi forma di comunicazione complottista o non
complottista comporta una gestione attiva e intelligente dell'informazione, questo è chiaro, mi sembra abbastanza ovvio. In un caso come quello dell'omicidio di J.F. Kennedy mi sembra evidente, nel caso dell’11 settembre 2001 ci sono state delle fortissime omissioni. In tutti questi gravi fatti il ruolo dell'informazione è un tassello fondamentale.

Come si può stimolare nei giornalisti il desiderio di capire questa rappresentazione virtuale senza senso, questa manipolazione?
Il problema è che i giornalisti sono vanitosi; da un lato si considerano degli eroi, dall'altro devono vivere e sono attratti dal potere. Il giornalismo ha un'insidia, è la velocità con cui le informazioni sono diffuse e i frenetici cambiamenti di ritmo e di attenzione.
Mi spiego. Guardiamo ad esempio cosa è successo in questi ultimi giorni: grande attenzione per le stragi in Tunisia, Francia e Kuwait; il giorno seguente esce la rottura di Tsipras con l'Unione Europea; lunedì crollo dei mercati finanziari. In quattro giorni abbiamo avuto tre eventi molto grandi, il giornalista vive l'adrenalina di questi momenti, e quando uno vive in questa situazione è difficile indurlo ad una autocritica oggettiva di quella che è la sua professionalità. Più volte in passato, invitato da scuole di giornalismo, ho tenuto brevi corsi sugli spin doctor, ogni volta suscitando emozione e perplessità nei giovani giornalisti perché si rendevano conto che certe interpretazioni erano un po’ diverse da quelle canoniche. Secondo la mia visione, la conoscenza delle tecniche di spin dev’essere una caratteristica fondamentale nel bagaglio culturale di ogni giornalista. La realtà mi dimostra che i giornalisti non sono consapevoli di queste tecniche. E così, non essendo consapevoli, prestano il fianco a una collaborazione inconsapevole che rende lo spin veramente efficace. Questo è un punto molto sensibile.

Come lei insegna, ad un organo d'informazione arrivano anche 10mila lanci notizia al giorno:
come disintossicarsi e discriminare in questa valanga?

Questo è difficile, il disintossicarsi: dipende che ruolo si ha. Anche se arrivano così tanti lanci di agenzia, i giornalisti alla fine si copiano. Se ad esempio lei è al TG1 guarda quello che fa il TG5, se lavora al Corriere della Sera andrà a guardare quello che fa La Repubblica e così via. Ci sono delle testate che sono leader, spesso faccio i giri e vedo che le home page dei siti sono molto simili, cambiano pochissime notizie e comunque i titoli delle notizie più importanti sono simili. Questo è un problema per i giornalisti, perché alla fine questo fenomeno di imitazione e di auto-conforto, dato che se uno fa quello che fanno gli altri in fondo è tranquillo, secondo me, toglie il sale del giornalismo.
Oggi il giornalismo dovrebbe essere il contrario, ovvero dare una stringata selezione delle notizie, e poi fare un giornalismo che sia non sensazionalista ma interpretativo e investigativo, che abbia il coraggio di mettere opinioni controcorrente e autorevoli. Ma tutto questo non mi sembra che sia in corso.

La nostra democrazia occidentale è già come un reality televisivo?
In buona parte sì; la Svizzera per fortuna è ancora uno dei pochi paesi autenticamente democratici, però che non sia priva di condizionamenti esterni l'abbiamo visto sulle questioni del franco svizzero e del segreto bancario. Se vediamo la situazione negli altri Paesi europei, il quadro è ancora più preoccupante.
Questo perché oggi quando lei è al governo non ha più la vera sovranità, pur mantenendo le vestigia della rappresentazione del potere; se vuole mettere certe regole di politica economica, non può farlo
perché l'Unione Europea dice di no. Se lei vara delle leggi che sono in contrasto con la normativa
europea, la normativa italiana decade automaticamente. Lei non controlla più le frontiere, non controlla più la moneta, su diversi livelli di normativa lei dipende sempre da istituzioni sovranazionali. Ma allora chi ha il potere oggi che cosa può fare? Può fare ben poco perché, alla fine, ha le mani legate. A me Tsipras non mi ha mai convinto ma in questi giorni lo considero un piccolo eroe, benché forse la sua strategia non sia quella ottimale, però è uno che ha detto “io mi ribello al diktat e chiedo al popolo che sia lui a decidere”. Il fatto che un leader politico debba ribellarsi per delle cose che dovrebbero essere di competenza del suo Paese la dice lunga sul grado di libertà e di indipendenza dei governi in Europa.
Il problema di fondo è che i Paesi europei hanno perso la loro sovranità, la politica viene fatta da
personaggi che la popolazione non conosce, che non sono stati eletti da nessuno e che non devono
rispondere a nessuno.
Ma dov’è il vero potere in Europa? È nei commissari? In parte sì e in parte no. Già il processo
decisionale in Europa è estremamente complesso. È un magma e dentro a questo ci sono dei gangli
vitali in cui, probabilmente, i lobbisti, i direttori, gli alti funzionari hanno un potere di condizionamento molto forte. Perciò i commissari e i leader europei che partecipano ai consigli hanno la parvenza del potere ma, in realtà, a loro volta non sono così liberi di decidere. Ad esempio, nelle tre ore di riunione di un summit europeo i rappresentanti dei singoli paesi hanno tre/quattro minuti a testa in cui si limitano a delle dichiarazioni o a mettere l'accento sulle virgole ma, di fatto, la decisione di fondo è già presa. I capi di stato e di governo devono solo ratificare le decisioni che sono prese altrove. Dove? Questo non si sa, ma questo processo di sottrazione e di distruzione della sovranità statale, della democrazia rappresentativa, dello stato di diritto, della libertà economica, delle conquiste sociali porta ad un effetto ultimo livellatore e per questo sono molto preoccupato.

(I lettori che desiderano possono seguire il blog “Il cuore del mondo” che Marcello Foa ha creato nel
2007 sul sito: http://blog.ilgiornale.it/foa/
Ricordiamo che il suo libro Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si
fabbrica informazione al servizio dei governi (2006, Guerini e associati editore) è stato adottato da 7 università
.)

Articolo originariamente pubblicato su NEXUS nr. 118.