Le cosiddette disavventure finanziarie spagnole di Mps e Rcs sono la cartina di tornasole che indica la condizione acida del sistema bancario italiano. Mettere in salvo i denari prima che la peste finanziaria italiana dilaghi nel sistema bancario mondiale.

​Segnali di crisi economica serpeggiano qua e là sulla superficie terrestre occupata da 7 miliardi di individui. Il denaro è l’aria che questa umanità respira, pompata dalle “fabbriche” del mondo economico di turno. Il denaro non ama l’umanità. È l’umanità che ama il denaro, ridacchiano fra di loro i servi di Padron Mercato.

Si rifugiano nell’oro e si credono che noi non lo sappiamo. Secondo loro chi ha portato l’oro a 1921 dollari nel settembre del 2011? E tutte le banche centrali che sentivano gli scricchiolii dei sistemi bancari, giù a vendere le loro riserve per aumentare la liquidità.

Avete visto, diceva uno agli altri, vediamo come se la cavano con l’oro a meno di 1300 dollari l’oncia. Con la prospettiva che varrà sempre di meno, molti investitori saranno spinti a venderlo.

E noi siamo pronti a comprarlo tutto. Mettere in giro voci che una innominata banca sta vendendo le sue riserve auree perché sta cercando 6 miliardi di dollari, ha sempre una sua utilità.

E di rimando uno dei tavolari chiosava: avete sentito George Soros, quello che ha annunciato ai tedeschi che a buttarli fuori dall’Euro ci penserà la loro fase recessiva in arrivo, se non accetteranno gli eurobond? È lui che ha detto che ormai l’oro non potrà più essere considerato un bene rifugio. In questo modo ha fatto suonare l’allarme generale e questo ci è di grande utilità.

E ancora, si sente uno dei servi del padrone accennare alla questione delle materie prime. Ci stiamo preparando, stiamo spingendo per la fusione dei gruppi che si occupano della raccolta mondiale delle materie prime. Siamo a buon punto. Praticamente attraverso lo stoccaggio si rende più lunga l’attesa per ottenere i metalli da parte delle fabbriche private che li utilizzano per i loro manufatti. Nel frattempo chi spinge per lo stoccaggio generalizzato di tutti i metalli (come è avvenuto negli anni passati con l’alluminio e lo zinco), sa chi ne ha bisogno e perché. Lo stoccaggio mondiale attuale del rame, per esempio, è in funzione del controllo della Cina che è il Paese che ne utilizza in maggiore quantità.

Le crisi economiche mondiali non avvengono mai a caso; si raccontano, sempre fra di loro i servi di Padron Mercato. Sono crisi studiate a tavolino; debbono raggiungere obiettivi non noti, le ferite mortali inferte sul tessuto molliccio e pavido dell’umanità amante il denaro.

Ora che i servi di Padron Mercato sono usciti da questo (immaginato?) luogo sotterraneo e segreto, vogliamo entrarci e scartabellare nei fogli che hanno lasciato sulla grande tavola?

No, non dovete farlo voi. Lo farò io per voi, se ancora non siete popolo, lo farò io per noi, se siete popolo.

 

Se un incubo si trasformasse in sogno

Che la banca più antica del mondo possa essere il detonatore che provocherà la crisi economica peggiore addirittura di quella del 1929 e del 2008, può sembrare eccessivo.

Eppure sembra che qualcuno sia accarezzando questa idea e ci stia lavorando intorno.

Non che i dirigenti di Mps non abbiano lanciato, involontati, assist a piene mani a quelli che vorrebbero essere i loro prossimi distruttori.

Una banca che implodendo trascini con se il resto delle banche italiane nella voragine del fallimento (annunciato), un fallimento bancario che trascini il paese intero al fallimento; il paese che fallendo trascini al fallimento l’intera Europa bancaria; l’Europa che fallendo trascini nella voragine della crisi il continente americano e quello asiatico. Uno scenario di crisi a catena che nessuno può augurarsi.

Se fossimo un popolo, da questo scenario ci tireremmo fuori uscendo subito sia dall’Euro che dall’Europa.

Se fossimo un popolo, istituiremmo subito una vera banca nazionale per garantire, tornando a stampare direttamente la moneta nazionale, il Paese intero.

Se fossimo un popolo non ci dichiareremmo debitori di nessuno.

Se fossimo un popolo, pacificamente, azzereremmo centocinquanta anni di leggi e leggine.

Se fossimo un popolo, azzereremmo tutto il sistema burocratico istituzionale e costituzionale.

Se fossimo un popolo ci daremmo una nuova costituzione, nuove poche essenziali istituzioni, nuove poche essenziali leggi.

Se fossimo un popolo. Appunto, sarebbe un sogno.

 

Preambolo storico sul Monte dei Paschi di Siena (MPS)

Erano i primi vagiti del neonato danario, già, nascente, truccato da pietoso monte. Il medioevale Monte di pietà. Tu, povero e disperato diavolo, dare a me, angioletto pietoso, cosa di valore, a cui tu molto affezionato, e io te concedere prestito a poco interesse. Se tu non riuscire a restituire prestito, io tenere per me cosa di valore che mi hai dato in garanzia. Tutto chiaro? Bene. Non devi firmare niente, lo so che non sai né leggere né scrivere. La tua firma è la tua robba consegnata.

Da quel 1462, l’anno in cui il vagito del neonato danario (monte di pietà) rimbalzerà nei vicoli di Perugia, i monti pietosi si diffonderanno nelle signorie italiche. Fu il consiglio generale del comune di Siena a dare i natali al Monte Pio, che, da bravo angioletto, si occuperà dei poveri diavoli senesi. Era il 4 marzo 1472. Ben presto (si fa per dire, condizionati dal frettio moderno), nel 1568, il Monte Pio si occupa anche del credito agrario, fino al punto che a fianco del Monte Pio, il 2 novembre 1624, nasce il Monte non vacabile de’ Paschi della città e stato di Siena.

Cosa era avvenuto. La città di Siena era entrata a far parte del Granducato di Toscana. Il Granduca Ferdinando II di Toscana, aveva “concesso” ai cittadini “benestanti” della città di Siena, che avessero depositato i loro denari nei forzieri del nuovo istituto bancario, una rendita sui pascoli demaniali della Maremma (toscana) a garanzia del loro deposito. Da qui la denominazione Paschi, che sta per pascoli, e il termine non vacabile, che sta ad indicare un beneficio non ad altri trasmissibile e che le somme depositate non potevano essere ritirate, se questo avesse potuto nuocere alla stabilità dei fondi dell’istituto.

Insomma erano state capitalizzate le rendite demaniali dei pascoli della Maremma toscana. Demaniali è un eufemismo. Le terre erano di proprietà del Granduca di Toscana. Delle terre di tutti se ne era appropriato uno solo. Questa appropriazione indebita è l’ossatura portante del mondo economico, che respira (affari di) economia come voi respirate l’aria.

Vi ho presentato la nascita della banca più antica del mondo, che nel frattempo come tutte le altre banche del mondo ha infilato radici corpose in tutte le terre del mondo. (Immaginate i ducati come dovevano girare davanti agli occhi dei bancari senesi quando Cristoforo Colombo, il 3 agosto 1492, partì da Palos de la Frontera, in Andalusia, alla scoperta delle denario-americhe, scoperte, in quel bancariamente festoso, 12 ottobre 1492.)

È su questo mescolamento fra banca e investimenti finanziari che si basa il Monte dei Paschi di Siena.

Il contadino, l’agricoltore, gli utilizzatori di fondi agrari senesi non fanno distinzione fra deposito in banca e investimento in banca. La fantasia finanziaria ha potuto dilagare tra le famiglie toscane che da secoli si fidano dell’Mps come se fosse il salvadanaio familiare.

Un demone ladro è entrato nell’Mps, come un virus dentro un computer, sfasciandolo; come il figlio di cui la famiglia si fidava che, si scopre, ha rubato il salvadanaio di famiglia.

La secolare fiducia senese è stata usata come passaparola fiduciaria per dilagare, prima in Toscana, poi nell’intera Italia.

Questo per quanto riguarda la singola famiglia che tesaurizza per garantirsi dagli eventi futuri, come chi vola si mette un paracadute.

Le istituzioni pubbliche che si affidano all’Mps per il pagamento delle imposte, comuni province, regioni, vi si affidano a causa dei “legami istituzionali” che nel dopo unità d’Italia e nel dopo referendum Monarchia-Repubblica, l’Mps, vicino “ai vincitori”, nei decenni, ha costruito.

L’antica banca senese, nel 1872 assume l’attuale denominazione; nel 1936 è dichiarata Istituto di credito di diritto pubblico; nel 1995 diventa società per azioni.

Va anche considerato che l’adattarsi alle “richieste” dei partiti dentro le amministrazioni locali, ha implementato il credito al consumo, alle piccole e medie imprese, ai prestiti per l’acquisto della casa, superando l’arricciamento di naso del funzionario di banca che non intravedeva reali capacità di far fronte al debito da parte del richiedente il prestito. Spesso il parere favorevole veniva dato per “solidarietà” verso debitori lavoratori non italiani.

 

I titoli tossici

In queste condizioni protrattesi per decenni, la costruzione dei “titoli tossici nostrani” si è assommata a quelli d’oltreatlantico. E scrivo “nostrani” perché non era limitata solo all’Mps questa metodologia bancaria “morbida” nell’affrontare le richieste di prestito per acquisti che oltre alla casa riguardavano mobili, elettrodomestici, automobili, moto e motorini e di quant’altro le applicazioni della tecnologia informatica sollecitassero il prurito acquistante.

Il 5 febbraio 2013, nella trasmissione de La7 Otto e mezzo, Lilli Gruber intervista Alessandro Profumo presidente della banca Mps. Si accenna ai derivati. La conduttrice mostra a Profumo un filmato in cui Paolo Pagliaro, presidente del gruppo salentino Mixer Media (due televisioni e cinque radio) parla dei derivati definendoli scommesse.

C’è gente che si rovina con le scommesse. Ci sono Banche, Aziende ed Enti pubblici che giocano d’azzardo con i derivati e si trovano nel baratro del fallimento. È come nello sport. C’è chi scommette sulla sconfitta di una squadra e per vincere la scommessa è pronto ad alterare (a pagamento) le partite. Variazione su tema. Al posto delle squadre che “debbono” perdere, perché lo scommettitore ci guadagni, magari, nell’elenco di quelli che “debbono fallire”, ci trovate Paesi come il Portogallo, l’Italia, la Grecia, la Spagna (i Paesi PIGS pronti ad essere serviti, caldi, caldi di fallimento, sul piatto dell’affamato “Mercato”). Gli allibratori di questo “mercato sotterraneo finanziario d’azzardo” movimentano cifre che contengono dieci volte il Prodotto Interno Lordo (Pil) mondiale.

Provate ad interpretare in altro modo le seguenti, iniziali dichiarazioni di Paolo Pagliaro:

Molti italiani si rovinano con le scommesse, molte banche, molte imprese, molti Comuni anche.

Il fatto che le scommesse si chiamino derivati non cambia la natura dell’azzardo.

Scambiati per lo più su mercati non regolamentati, i derivati consentono di guadagnare anche scommettendo contro l’economia reale, speculando sui fallimenti di un Paese o di un’azienda, e in alcuni casi contribuendo a farli fallire.

Le scommesse valgono dieci volte il Pil mondiale.

In Italia ci sono 74 gruppi bancari, che controllano in tutto 182 Istituti, le sedi legali con almeno una succursale sono invece 124.

Circa i due terzi sono, in un modo o nell’altro, coinvolti con perdite potenziali sui derivati che la Banca d’Italia ha stimato in 32 miliardi.

Altri 7 miliardi di derivati a rischio stanno nella contabilità delle imprese.

Mentre, le perdite potenziali per Comuni, Province e Regioni sono difficilmente quantificabili.

Insomma l’economia che ci guadagna a produrre beni e servizi che le popolazioni sono “indotte” a richiedere al “Mercato”, è la stessa economia biscazziera che tiene il banco del mondo economico, fondato sull’illusione del guadagno facile promesso dalla finanza allegra.

La sproporzione dell’economia che produce beni e servizi e quella che si affida agli algoritmi del trading finanziario è ormai tale da mettere a rischio l’intero sistema.

Visto che in Studio, in collegamento televisivo con Siena, c’è Alessandro Profumo, vale la pena di ricordare cosa avesse detto nel 2008, nelle vesti di Ad (Amministratore Delegato) della Unicredit, quando si scatenò la “fantasiosa” crisi finanziaria mondiale dipartentesi dagli Usa:

Allo scoppio della crisi, intervistato dall’Espresso, l’allora amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, fece per la prima volta autocritica: Ci piaccia o no – disse a Stefania Rossini – siamo stati noi banchieri a vendere i bond Parmalat, i bond Cirio, i bond Argentina, anche nella vendita dei derivati finanziari abbiamo fatto degli errori. Era il 2008 ma la situazione non sembra cambiata.

Lilli Gruber aveva presentato il filmato di Paolo Pagliaro così:

Le faccio vedere Il punto di Paolo Pagliaro perché una cosa sembra essere abbastanza chiara, no? Che in questi ultimi anni l’economia di carta, l’economia virtuale, ha preso il sopravvento sull’economia reale creando non pochi disastri, sentiamo:

Alla fine del filmato, la conduttrice lancia un piccolo affondo:

Dottor Profumo, lei è considerato da molti la “madre” di tutti i derivati in Italia, no?

Sono peggio le banche che li vendono o i Comuni che li acquistano, che li comprano?

Da Siena giunge una risposta che più svicolante non si può:

Dipende. Perché se il Comune ha delle persone che capiscono cosa stanno facendo, e poi fanno errore, forse sono i Comuni, se le banche vendono a qualche comune che non capisce, è la banca. Perché dico questo? Perché, purtroppo, quando parliamo di derivati, parliamo di una cosa che sembra complessa. È un po’ come una medicina. Può far male o può far bene. O, può far bene o può far male. Le faccio un esempio molto pratico: oggi i tassi sono bassissimi, e lei fa un mutuo a tassi variabili, se dovessimo uscire con questa infl… da questa crisi, con dell’inflazione, i tassi saliranno in modo consistente. Per assicurarsi contro la risalita dei tassi, lei compra una copertura. Se i tassi salgono, ha un grosso beneficio, se i tassi non salgono, paga un premio assicurativo. Dipende se capisce, e, se le viene spiegato in modo chiaro che cosa sta facendo.

Se questa puntata di Otto e Mezzo aveva l’obiettivo di far capire ai telespettatori cosa fossero esattamente questi “derivati”, credo che l’obiettivo non sia stato raggiunto.

Nel mio micro saggio Truffa globale, pubblicato sul sito di Nexusedizioni nel dicembre 2008, così scrivevo:

Se aveste sotto gli occhi un glossario (una raccolta) dei termini economici finanziari dell’ultimo decennio, rimarreste stupiti nel rilevare la fantasia degli economisti finanziari a inventare termini sempre nuovi; ma non vi verrebbe spontaneo sorridere, perché vedreste spuntare, dietro il nascondiglio nebbioso di sigle e parole italiane e anglosassoni, un globale e gigantesco tavolo; intorno questo tavolo si discute animatamente di affari, vengono messe in gioco le “sicurezze” degli ignari cittadini che entrano con il cappello in mano nei templi del profitto; ma non vi conviene guardare troppo attentamente, potreste scoprire che sull’enorme tavolo c’è un panno verde, di finissimo velluto, intorno al quale si sta svolgendo un globale gioco d’azzardo la cui posta è la vostra vita “economica”.

Inoltre, quelle che Alessandro Profumo chiama pudicamente “operazioni”, cioè i “derivati”, non sono esattamente una medicina che può far bene o può far male. Del resto lo stesso termine: “derivati” significa che il contratto proposto dalla banca è a sua volta connesso a valori considerati “mobili”, per esempio il prezzo della materia prima sulla cui lavorazione è fondata una impresa.

Guadagnare o perdere, come esemplifica il dottor Profumo, scommettendo sul rialzo dei tassi di interesse, non è esattamente “comprare una copertura”; è, invece e appunto, una scommessa, un rischio, un azzardo. Se poi una banca, o una finanziaria, concede un prestito ad una persona che è ritenuta a rischio di insolvenza, non fa il buon samaritano. Per prima cosa, avendo cognizione del rischio, il futuro creditore rifila al futuro debitore un salassante tasso di interesse; della serie: non ti fa credito nessuno, guarda come sono buono io, ma costo un po’ di più. Poi, una volta abbindolato il futuro debitore ed averlo convinto a diventare un debitore, cerca di rifilare a terzi l’affare; cioè una minestra salata da alti tassi di interesse. Volete mettere quelli che senza sale è scialbo e non mi piace ci si lanciano a capofitto. Il futuro poveraccio, attuale debitore, è stato convinto a mettere sul piatto della bilancia bancaria delle garanzie, che possono essere un immobile, una automobile, la pensione dei genitori pensionati, o tutto quello che la fantasia di un bancario o di un finanziario che abbia fatto un minimo di anamnesi economica dell’aspirante debitore (tipo: mi racconti di lei come se fossi il suo medico). È questo “bene concreto” che viene offerto, come appetibile, alle società che si prendono in carico il debito, che verrà rimbalzato all’infinito, fino a trovare l’ultimo fesso che se lo tiene stretto come futuro guadagno, in cambio di denaro vero.

È come la trappola di sant’Antonio che, quando vi viene offerta, sembra solo una innocente e “santa” catena. E invece, alla fine dell’innocente catena, chi ci ti troviamo, nel nostro Paese?

Ci troviamo banche, finanziarie, magari anche quotate in borsa, istituzioni pubbliche e la frittata, prossima ventura, è fatta.

Pensate che basti? Non illudetevi. Alla fine della storia dei debiti rimbalzati troviamo finanziarie o banche “proprietarie” di immobili che hanno cambiato proprietario; prima erano dei debitori, ora sono dei creditori. Gli appartamenti che erano stati super valutati, sono divenuti invendibili.

(Chiedetelo a qualche famiglia di stranieri che hanno ottenuto un mutuo basato su una supervalutazione dell’immobile acquistato. Chiedete come mai queste famiglie che vogliono abbandonare un Paese che si sta dimostrando traditoriamente accogliente non riescono a vendere l’immobile per saldare il mutuo acceso con la “comprensiva” banca, o di vendere l’immobile comprensivo dell’accollo del mutuo esistente. Se ne andranno senza salutare nessuno e tanti saluti al Paese accogliente e alla banca che si ritroverà fra i piedi una bomba a mano senza la spoletta.)

I creditori che si voglio mostrare buoni, accomodanti, accoglienti, offrono agli ex proprietari la possibilità di rimanere nell’immobile pagando un affitto che non potranno reggere a lungo. Allora cosa fanno i “nuovi proprietari”? Semplice, trasformano gli immobili affittati a caro prezzo in un appetibile affare per i terzi. Devo continuare? Avete capito cosa altro è andato a finire fra i titoli tossici (altro che derivati o “operazioni”) che riempiono banche, finanziarie e istituzioni nostrane?

 

Il tizzone acceso e i tizzoni dormienti

Siamo in quel di Davos (Svizzera) dove il 29 gennaio 2013 si è tenuto, come ogni anno, il forum globale sull’economia. Chi parla ad un giornalista del Corsera, è l’Ad (amministratore delegato) di Intesa Sanpaolo. Enrico Cucchiani è l’unico, fra gli Ad delle grandi banche italiane, presente a Davos. In una intervista rilasciata al Corsera ci tiene l’Ad di Intesa ad informare i suoi lettori sulla questione del Monte dei Paschi e dei derivati.

Il Monte dei Paschi è un caso isolato. Nessun rischio sistemico o generalizzazioni sul resto delle banche italiane. L’Italia va meglio dell’altro anno; la Bce le ha fatto la radiografia (gli stress test).

Va riconosciuto a Mario Draghi il ruolo di “eroe” della stabilizzazione del sistema finanziario.

Quanto al governo Monti, Ho raccolto grandi apprezzamenti per il lavoro fatto e il riavvio strutturale del Paese.

La prova? Lo spread che è sceso da 575 a 248.

E così l’Ad di Intesa Sanpaolo si rammenta che lo spread era, prima, di 575 punti; val la pena ricordargli che quell’impennata, essendosi verificata il 10 novembre 2011, era funzionale a far crollare il governo italiano per aprire la strada a Mario Monti. Infatti, il 16 novembre, guarda caso, con il quirinalizio incarico comincia la storia tortuosa della discesa agli inferi dello spread trascinandosi le forzosamente impoverite famiglie italiane.

Quanto alla peste spread, sempre l’Ad in questione si scorda che alla fine di luglio 2012 la febbre pestifera spreadica era salita a 533 punti. Era ancora in carica il governo Monti; non pare che ci siano stati cori internazionali per cacciare un capo di governo forestiero.

E ancora l’Ad in questione tralascia di sottolineare che a Davos in quei giorni non è che non si guardasse all’Italia con preoccupazione; non solo per i titoli tossici nostrani, facenti capolino dalle banche, visto che il governo salvapatria era stato giubilato l’8 dicembre 2012 e, per decisione quirinalizia, tenuto in carica per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013. l’Ad di Intesa Sanpaolo, in quell’intervista, rilasciata il 29 gennaio 2013, non aveva esattamente la palla di vetro.

Sul fronte “disoccupazionale” giovanile, va sottolineato che negli Stati Uniti è in calo a differenza dell’area Euro. Come no! Dal 7,9 del dicembre 2012, al 7,8 del gennaio 2013, io avrei detto che è in leggera flessione non in calo.

Quanto alle critiche nei confronti delle fondazioni, che diamine, tenete conto che sono azionisti come tutti gli altri. Appunto ne teniamo conto, quindi non fare l’errore di immaginare le fondazioni come se fossero le dame di San Vincenzo della parrocchia all’angolo.

Come possono essere accettabili le critiche alla vigilanza della banca d’Italia, che, ri-che diamine, ha una reputazione di una Vigilanza rigorosa, severa, qualificata, anche più di altri Paesi. Più rigorosa nel determinare parametri e più severa nel condurre le ispezioni.

Parola dell’Ad di Intesa, il cui gruppo possiede appena di più del 41% delle 300mila quote da 0,52 euro in cui è suddiviso il capitale di 156mila euro della Banca d’Italia, e quasi il 26% dei voti. Con quei numeri può fare tutti gli accordi che vuole con, nell’ordine: l’Unicredit (il 22,11% delle quote e il 9,35% dei voti), le Assicurazioni Generali (il 6,33% delle quote e il 7,85% dei voti), il gruppo Monte dei Paschi di Siena (il 4,60% delle quote e il 6,54% dei voti), il gruppo Carige, cioè la Cassa di Risparmio di Genova e Imperia (il 4,03% delle quote e il 5,42  dei voti), la BNL, cioè la Banca Nazionale del Lavoro (il 2,83% delle quote e il 3,93% dei voti). La presenza in quel girone bancario dell’INPS (15.000 quote e 34 voti) e dell’INAL (2.000 quote e 8 voti) non produce nessuna “influenza nazionale”.

Non meravigliatevi, stiamo proprio parlando delle segrete stanze di quella che erroneamente viene considerata la banca nazionale. La Banca d’Italia non è la banca nazionale, anche se la sua sede si trova a Roma in Via Nazionale, dovrebbe essere, più correttamente, denominata la Banca (delle banche) d’Italia. Certo, nell’art. 1 dello statuto della Banca d’Italia troviamo scritto quanto segue:

Quale banca centrale della Repubblica italiana, è parte integrante del Sistema europeo di banche centrali (SEBC). Svolge i compiti e le funzioni che in tale qualità le competono, nel rispetto dello statuto del SEBC. Persegue gli obiettivi assegnati al SEBC ai sensi dell’art. 105.1 del trattato che istituisce la Comunità europea (trattato).

Bankitalia ha il titolone di “banca centrale della Repubblica italiana”; che insieme alle altre banche centrali ha perso il rapporto diretto con il Paese che la ospita. Infatti, a causa della costituzione della Bce (Banca Centrale Europea) a tutte le “banche centrali” sono rimasti compiti “residuali”.

Elenchiamoli i compiti “residuali” che Bankitalia assolve per conto della Bce. Il compito di affiancare il CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio) e il Ministero del Tesoro, nel controllo operativo delle banche e degli istituti di Credito italiani, in particolare, nei loro rapporti con i risparmiatori e gli investitori. Il compito di vigilare sul mercato finanziario insieme alla Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa).

Altro che banca della Repubblica italiana, di fatto, la Banca d’Italia è governata da banche private. Non solo, attraverso le banche private sono le fondazioni culturali (rimaste bancarie) che governano Bankitalia, eppure erano nate (legge Amato 1992) prevedendo per loro un futuro di enti culturali, non economici, attenti al territorio circostante.

Piuttosto è avvenuto che la partitica ci ha messo il suo lungo naso. Infatti, perdonatemi il burocratese, con la legge 448 del 2001 modificante la legge 153 del 1999, negli organi deputati all’indirizzo operativo delle fondazioni bancarie deve essere garantita una «prevalente e qualificata rappresentanza degli enti, diversi dallo Stato, di cui all’articolo 114 della Costituzione, idonea a rifletterne le competenze in base agli articoli 117 e 118 della Costituzione».

Vuol dire, per esempio che negli organi di indirizzo della Fondazione Monte dei Paschi di Siena il comune di Siena e i comuni viciniori, la provincia, la regione, gli Enti territoriali non statali, dal gennaio 2002, possono nominare dei loro rappresentanti.

E, infatti, è così. Nel consiglio della fondazione ci sono 16 membri, il Comune di Siena ne nomina 8, la Provincia di Siena ne nomina 5, la Regione Toscana ne nomina 1, l’Università di Siena ne nomina 1, il sedicesimo viene nominato dall’Arcidiocesi senese. E volete che il comune nel decidere chi sono gli otto da mandare in Fondazione non tenga conto delle Contrade di Siena, altro che campanili?

Per conferma (presente e futura), se, prima dell’11 aprile 2013, si entra nel sito della fondazione del Monte dei Paschi di Siena (http://www.fondazionemps.it/ita/) si trova questo appunto e vi invito a valutarne le parti in grassetto, relativamente al rapporto tra le fondazioni cultural/bancarie e il territorio in cui sono radicate. Il rinvio a “maggiori informazioni” è un link sottostante alla nota.

La Fondazione Mps rende disponibile su questo sito il testo della bozza di revisione dello Statuto, con le ipotesi di modifica e commenti a chiarimento. La consultazione è aperta a tutti gli Enti pubblici e privati (escluse le persone fisiche) radicati sul territorio senese che si considerino portatori, per scopi e per tradizione, di interessi generali rilevanti. Proposte e osservazioni vanno inviate con le modalità reperibili su “maggiori informazioni”, entro l’11 aprile 2013.

E proprio rispondendo ad una domanda relativa al “caso Montepaschi” e ai suoi riflessi sulla “fiducia” nel sistema bancario nazionale, l’Ad di Intesa Sanpaolo ha assicurato che i problemi che emergono sono da considerare un fatto isolato, frutto di valutazioni, diciamo poco avvedute. Certo ci sono state decisioni che lasciano aperti interrogativi sulla valutazione di Antonveneta. Non è coinvolto il sistema Italia.

Alla domanda se il “caso Montepaschi” possa dimostrare che esiste un “rischio derivati” l’Ad di Intesa Sanpaolo risponde così:

«… Gli abusi fanno dimenticare… che speculazione e derivati sono essenziali per il funzionamento dell’economia reale e per l’operatività di qualsiasi azienda: per esempio un’impresa che esporta si deve ricoprire rispetto a rischi come quello di cambio ed è indispensabile che a fronte di queste coperture ci sia qualcuno che “speculi” per eliminare il rischio dell’azienda. Ma le medicine, come la penicillina, possono curare o, in caso di abuso, ottenere l’effetto contrario… »

Bene. Ricordiamocela questa rassicurazione santificante la speculazione e i derivati che la crisi del 2008 (e la prossima in arrivo che distruggerà le banche italiane) chiama con il loro vero nome, cioè titoli tossici.

Vi ricordate del Time che primadiMonti, il 21 novembre 2011, piazzando Berlusconi in prima pagina funereamente lo presentava come L’uomo che governa l’economia più pericolosa del mondo? (Vedi Fallimento Europa pubblicato su www.nexusedizioni.it).

Chi sta imbrogliando chi, dovreste chiedervi con me. Chi mente, e a chi, dovreste chiedervi con me.

Che rispetto hanno, questi esseri, del popolo italiano a cui chiedono di affidare i loro risparmi, dovreste chiedervi con me.

Avete mai visto differenza fra il denaro (e tanto) usato da esseri di destra o di sinistra che sul quel denaro fondano il loro imperio sui poveracci che si fidano di loro?

Il Monte dei Paschi di Siena è di sinistra di destra?

Gli intercambiabili dirigenti apicali delle banche italiane come Alessandro Profumo, che prima era l’Ad di Unicredit e poi il Presidente del Mps, sono di sinistra o di destra?

L’Intesa Sanpaolo e il suo Ad Enrico Cucchiani sono di destra o di sinistra?

L’Unicredit è di sinistra o di destra?

I due gruppi bancari che hanno la maggioranza superante il 60% del capitale della Banca d’Italia, cioè Intesa Sanpaolo e Unicredit, sono di destra o di sinistra?

Per avere denaro ci si assoggetta anche alle ritualità estreme. Il rito di accesso alle varie confraternite è come il sistema operativo che occupa e movimenta un computer; una volta installato, il computer è del sistema che ve ne permette l’uso. Così avviene della fisicità e della mente depsichicizzata, di chi si assoggetta alle ritualità.

La Massoneria, il cui compito principe è il controllo della movimentazione del denaro a cui è costretto ogni singolo essere vivente, da millenni, è di sinistra o di destra?

E se la sinistra o la destra vivono a causa del denaro che le tiene in vita; senza denaro esisterebbe la sinistra o/e la destra?

E già che ci siamo, il disastrante l’Italia Mario Monti è di sinistra o di destra?

Il ripetente quirinalizio, per ora, Giorgio Napolitano, che si è inventato Monti, è di sinistra o di destra?

 

Morire per Danzica o per Alexandria, per Santorini, per Antonveneta

Un corpo che cadendo per gravità, dal terzo piano di quel palazzo, venti metri di spalle e a testa in giù, si schianta al suolo; ma la vita non abbandona subito quel corpo schiantato. Sono le 19,59 del 6 marzo 2013. L’evento è rimasto registrato da una telecamera. È la Contrada della Civetta, siamo a Siena, fra i vicoli stretti della parte più antica. Il corpo è lì in via dei Rossi (un collegamento tremendo col nome del morto) proprio dove comincia via del Refe Nero.

Passa più di mezz’ora, da quella finestra illuminata del terzo piano si affaccia qualcuno.

È il responsabile della segreteria dell’Ufficio Comunicazione, Giancarlo Filippone. Un amico di famiglia. È la moglie di David Rossi a chiamarlo; è preoccupata, il marito l’aveva chiamata intorno alle 20,00 dicendo che stava arrivando; lui, che era già a casa, torna di corsa in ufficio.

La porta dell’ufficio e la finestra dietro la scrivania sono spalancate.

Sulla scrivania gli occhiali e il cellulare in bella mostra.

Giancarlo Filippone si affaccia alla finestra e nel selciato sottostante proprio in corrispondenza di via del Refe Nero che si incrocia con via dei Rossi, il vicolo che costeggia il retro del palazzo Salimbeni, sede dell’MPS.

Quella stessa sera, durante il sopralluogo degli inquirenti nell’ufficio di Rossi, nel cestino dell’ufficio sono stati trovati, fra le carte buttate, dei foglietti accartocciati che sono stati interpretati come il tentativo di scrivere una lettera alla moglie. In uno di quei biglietti c’era scritto “ho fatto una cavolata”. Non è esattamente logico collegare il “suicidio” con quella frase. Ma, tant’è, vuoi mettere un bell’articolo che racconta come sul tavolo in bella mostra, oltre agli occhiali e al cellulare ci fosse anche il biglietto “motivante il suicidio”?

Voci non confermate parlano di graffi trovati nei polsi di David Rossi, graffi che si vorrebbero collegare a tentativi di tagliarsi le vene dei polsi prima di buttarsi di schiena dalla finestra dell’ufficio.

A parte che i graffi nei polsi potrebbero essere stati provocati da altre mani, magari quelle di due persone che lo hanno prima tramortito e poi gettato dalla finestra. Perché non dovrebbe apparire logico. E, quanto a logica. Che logica c’è nel decidere di uccidersi, nei minuti seguenti, dopo aver telefonato alla moglie che sta tornando a casa, buttandosi dalla finestra di spalle e lasciando la porta dell’ufficio spalancata?

E perché il corpo invece che sotto la finestra del suo ufficio in via dei Rossi, si trovava praticamente a ridosso di via del Refe Nero che incrocia via dei Rossi? Ha preso la rincorsa per buttarsi all’indietro dalla finestra, appena dietro la sua scrivania? È suicidio, sia pure “istigato”, o è altro?

Alla fine della prima guerra mondiale, nel 1919, per “punire” la Germania, le era stata tolta la giurisdizione sulla città di Danzica che era stata affidata ad una commissione della Società delle Nazioni. Danzica e il porto di Gdynia che si affaccia sul Baltico permette alla Polonia uno sbocco sul mare, che diversamente non avrebbe. La Germania ha fame di terre che considera “sue”. I Sudeti, la Boemia, la Moravia, la nazione Ceca non le bastano; vuole riprendersi quel “corridoio” sul Baltico che serve a “dare respiro economico” alla Polonia che chiede “garanzie” a Francia e Inghilterra. I tre Paesi, il 31 marzo 1939, firmano il patto di garanzia. La Polonia (insieme a Estonia, Lituania, Lettonia) è l’oggetto di incontri segreti fra Unione Sovietica e Germania. Il patto di non aggressione reciproca, fra Ribentrop (per la Germania) e Molotov (per l’Urss), del 29 agosto 1939, prevede la fine dell’indipendenza della Polonia che sarà divisa fra i due “pattisti”. Quanto alla “garanzia” basta dimostrare che la Germania è stata costretta a reagire ad un “attacco improvviso” dei soldati polacchi.

Infatti, venerdì 1° settembre 1939, alle 4,45 del mattino, una diecina di soldati polacchi attaccano la stazione radio di Gleiwitz, poco oltre la frontiera con la Germania. Dalla stazione radio si dipartirà un provocatorio messaggio in lingua polacca contro la Germania Hitleriana.

È lo stesso Hitler a comunicare quanto è accaduto motivando così l’invasione della Polonia.

Solo che dentro le divise dell’esercito polacco i morti, ammazzati appena arrivati a Gleiwitz, non erano soldati polacchi. Per non lasciare testimoni della sceneggiata organizzata per la stampa mondiale, anche le SS utilizzate quel tragico giorno furono uccise. Il deputato socialista Marcel Deat dai banchi del parlamento di Parigi si chiese se valesse la pena di morire per Danzica. L’inizio della seconda guerra mondiale, con la dichiarazione di guerra alla Germania da parte di Francia e Inghilterra, è la risposta a quella domanda.

I testimoni scomodi sono “più comodi” da morti. Scaricare la responsabilità di una guerra (economica mondiale) sulle spalle di altri è una tecnica che ormai dovrebbe essere conosciuta.

Pur chi scrive valutando più che plausibile il doppio e il triplo gioco dell’Unione Sovietica che non credo tenesse all’oscuro l’Inghilterra e gli Usa, su quanto stesse “confabulandosi” fra Ribentrop e Molotov. Lo dimostra il fatto che i territori occupati dall’Urss, in forza di questo accordo, nel giugno dell’anno dopo (per esempio Estonia, Lettonia, Lituania) sono rimasti, insieme agli altri Paesi europei, nell’orbita sovietica fino al crollo dell’Urss. Del resto, le truppe tedesche sembravano ormai incontenibili, avendo occupato la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, il Lussemburgo, la Francia.

Infatti, solo coerentemente con il triplo gioco sovietico, può valutarsi la sincronica pressione dei servizi segreti inglesi, sull’Italia mussoliniana, per attaccare la Grecia, nell’ottobre del 1940. (Come se non bastasse la difficile digestione dei bocconi Somalia britannica ed Egitto.)

Esattamente in prossimità dell’attacco estivo all’Unione Sovietica, segretamente programmato dalla Germania (triplo gioco, come si vede). Il piano riuscì. Infatti, la Germania fu costretta a “dirottare” verso la Grecia, parte delle armate pronte all’avventura di Mosca, esattamente nei primi mesi primaverili di quel 1941, per aiutare l’Italia che si era ritrovata invischiata nella trappolina greca.

La “campagna di Russia”, iniziata con due mesi di ritardo, già nasceva zoppa a causa di chi si illudeva di “rompere le reni” alla Grecia con un esercito tecnicamente impreparato.

Gli Usa, dichiaratisi da subito neutrali, si preparavano invece all’intervento militare (dopo la rottura dei rapporti diplomatici con i Paesi dell’Asse), esattamente attraverso la strategica occupazione militare della Groenlandia, mentre le truppe tedesche entravano in Atene.

È con l’economia di guerra che gli Usa stanno uscendo dalla terribile crisi del 1929.

Il teatro dei “comodi morti” non servirà alla Germania in quel settembre del 1939. La sua stessa economia di guerra, agli antipodi di quella USAense, la stava mettendo nel mirino dello strapotere bancario mondiale. Il patto Ribentrop-Molotov, alla luce degli eventi futuri (e degli armamenti che, proprio mentre veniva firmato il patto, dagli Usa giungevano all’Urss), non si rivelò una brillante operazione, se appena due anni dopo il patto di non aggressione si trasformò in una aggressione, che nelle intenzioni doveva durare un lampo. Prima che giungesse il generale inverno il programma dei generali tedeschi era l’occupazione di Mosca. Furono invece le truppe sovietiche ad entrare a Berlino.

Nel 1960 un libro di Winston Churchill pubblicato a Berna confermerà questo motivo “economico” in più per aprire lo scontro miliare con la Germania e quindi con l’Italia e il Giappone. Il bottino sarebbe stato il controllo militare (tutt’ora esistente) del territorio e dell’economia di questi tre Paesi. Infatti, è in questo libro che troviamo questa sibillina frase: “Il delitto imperdonabile della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto.

Così non servirà nascondersi dietro i “comodi morti” per evitare di essere indicati come i “causatori” dell’imminente crisi economica mondiale.

Anche in questi mesi si intravedono i doppi e tripli giochi di chi finge di occuparsi di te e ti spinge al fallimento (vedi il governo Monti e chi lo ha sostenuto).

Questa volta i titoli tossici che accendono la miccia della crisi globale sono anche, e in gran parte, europei, sono anche, e in gran parte, italiani. C’è solo da decidere in quale banca far saltare il barile dell’esplosivo tossico.

Chi si vuole, definitivamente, impossessare dell’Italia dopo averla precipitata nel fallimento?

Chi la vuole comprare per pochi soldi, usando tutti i mezzi per raggiungere questo scopo?

Non ho inserito a caso le righe relative a Danzica e alla seconda guerra mondiale. È bene ne tenga conto chi legge. Soprattutto per quei tripli giochi che preparavano l’induzione alla guerra facile e quindi alla reattiva “guerra necessaria”.

Vediamolo, piuttosto da più vicino questo nostrano esplosivo tossico che i banchieri (come abbiamo visto nelle pagine precedenti) chiamano “derivati”, che, insieme alla necessaria speculazione, considerano l’ossigeno dell’economia reale.

Che ne direste se una banca vi invitasse a “scommettere” sul fallimento dell’Italia? Lo riterreste impossibile?

Allora parliamo dei Credit default swap. I Cds sono strumenti di fantasia finanziaria derivata. Sono scommesse sul fallimento di una impresa. Tu compri un “Nota Italia gratta e vinci” se dopo la grattata appare la scritta “hai vinto la ditta è fallita”; allora tu presenti il bigliettino al botteghino degli stampatori dei Nota Italia gratta e vinci e incassi la cifra indicata. Se invece trovi scritto “la ditta non è fallita” paga il prossimo biglietto gratta e vinci, che ti arriverà direttamente a casa, riprova sarai più fortunato, nel frattempo ti attacchi al tram che in Italia è un “arroccamento” che non si nega mai a nessuno.

A parte la scherzosa (si fa per dire) nota. Questa bella pensata sulla scommessa sul default è venuta a Mps e alla banca d’affari internazionale JP Morgan. Solo che la scommessa non riguardava una ditta qualsiasi, di qua o di là dell’Atlantico, riguardava il paese Italia. Era il 2006, il default dell’Italia non era dietro l’angolo. Ma c’era un problemino. La JP Morgan non voleva giocherellare al gioco del cerino fallimentare con l’Mps. Per il semplice motivo che se fosse fallita l’Italia sarebbero fallite anche le banche italiane, e l’Mps era una banca italiana, quindi il pagamento della polizza scommessa sul fallimento Italia era a rischio. Allora? Allora, se vuoi sognare, dice JP Morgan a Mps, ti do un letto dove dormire. Il “letto” è una società costituita dalla JP Morgan in Irlanda. La società irlandese, che si chiama (notare la denominazione) Corsair Finance, emette un titolo “derivato” che verrà battezzato Nota Italia. All’Mps non resta che acquistare questo titolo che, “appoggiato” ad altri titoli (garantiti con la tripla A), garantirà il pagamento della polizza-scommessa alla JP Morgan in caso di fallimento del paese Italia e a catena dell’Mps e delle altre banche italiane. Nel frattempo (dal 2006) Mps incasserà i premi dell’assicurazione-scommessa emessi dalla Corsair Finance.

Il guadagno è poco, ma, in tempi di crisi, è un guadagno sicuro. Pur sottolineando che acquistando un ordinarissimo Btp italiano il guadagno sarebbe stato superiore. Ma se c’è perdita è una perdita sicura. Infatti. Nel novembre 2011, i Cds decennali schizzano a 566 punti base. Nel 2006 per assicurare un milione di euro in Btp la quotazione dei punti base si era assestata fra i 19 e i 26 punti. Significava che il “premio” da pagare si trovava fra i 1.900 euro e i 2.600 euro.

Immaginate il premio da pagare definito da 566 punti base.

Come è finito il derivato-scommessa-fallimento Nota Italia?

Chiuso a gennaio 2013 con una uscita secca di 139 milioni di euro.

Fareste un errore ad immaginare che per queste disavventure derivate abbia sofferto e soffra solo l’antica banca senese che del mal comune con le altre banche non le deriva neanche un miliardesimo di gaudio.

Parliamo di Alexandria che non è l’antica città egizia. È una banca d’affari, questa volta giapponese, coinvolta con la “società Alexandria”, la banca Nomura.

Abbiamo ancora i fari accesi non sul 2006, ma sul 2005, per l’esattezza al 15 dicembre 2005.

Ci racconta cosa è accaduto un ex manager di Mps licenziato nel novembre 2012, e che ha accettato di rilasciare una intervista al settimanale Panorama, pubblicata nel numero del 13 febbraio 2013.

Mps ha una sede nella City londinese. Qui lavorava, appunto nel 2005, l’intervistato da Panorama.

L’appena licenziato aveva raccolto dentro degli scatoloni la documentazione che teneva nel suo ufficio; ma “ignoti ladri” hanno prontamente svuotato quegli scatoloni. Gli “ignoti ladri” saranno rimasti male venendo a sapere, attraverso l’articolo di Panorama che di molta di quella documentazione il diligente manager aveva opportunamente provveduto a fare le fotocopie. E ci saranno rimasti doppiamente male nel sapere che quella documentazione è stata consegnata ai magistrati senesi che stanno indagando sulle vicende di Monte dei Paschi. E… questi ignoti ladri, una volta identificati, saprebbero dire perché è morto David Rossi?

Non adesso, dopo il licenziamento, ma nell’estate del 2007, l’intervistato racconta di aver consegnato riservatamente un rapporto scritto alla Fsa (Financial services authority), l’equivalente della Consob italiana (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa). In questo rapporto, intitolato “Transazioni sospette”, si rivela che: il 15 dicembre 2005 l’Mps investì 400 milioni in un veicolo chiamato Alexandria Capital. Avvenne che: Lo stesso giorno l’Alexandria reinvestì quei soldi in un identico veicolo di nome Skylark. Questo “strano” passaggio di denaro diveniva ulteriormente sospetto considerando che questo investimento in obbligazioni aveva la funzione di garanzia del debito consolidato della stessa Skylark. Di fatto, un buco di bilancio di Mps che si rivelerà di 200 milioni. Quel passaggio fra Alexandria capital e Skylark, a causa di una differenza di valore fra i due strumenti poteva nascondere dei profitti e delle non dichiarate commissioni. Si trova anche scritto nel rapporto:

«diversi operatori denigravano pesantemente Mps perché apparentemente alcuni dei responsabili dell’Area finanza (Af) di Londra e Hong Kong erano conosciuti come gente che chiedeva la parcella».

Il lettore provi a comprendere che significhi mai, in Italia, la frase: gente che chiedeva la parcella.

E provi anche a dare l’esatto significato alla frase qui sotto riportata che fa parte dell’articolo di Panorama. Soprattutto su che fine abbia fatto questa denuncia.

Ecco gli affari della presunta banda del cinque per cento messi nero su bianco già nel 2007. B.R. accusa anche i vertici italiani dell’area finanza del Mps, allora guidata da Gianluca Baldassarri, stigmatizzandone i silenzi e le minacce di rimpatrio (trasferimento che poi avviene). Richiesta da Panorama di spiegare che fine abbia fatto questa denuncia, l’authority inglese ha risposto con un «no comment».

Il titolo transazioni sospette ben si adatta a quanto avviene nel 2008. È sempre l’articolo di Panorama che ce lo racconta.

Le attività della Dresdner bank a Milano (notare il nome) attirano l’attenzione di due magistrati (Alfredo Robledo e Paolo Storaci); in particolare attira la loro Attenzione un affare intercorso con il Monte dei Paschi. Un affare di 120 milioni di euro che è andato a buon fine previo pagamento di una intermediazione di 600mila euro alla Lutifin, un broker svizzero. Facciamo continuare gli articolisti di Panorama (Giacomo Amadori e Gianluca Ferrarsi).

Sul punto il 13 ottobre 2008 viene interrogato Antonio Rizzo, dirigente della Dresdner, il quale dichiara di aver già denunciato la stranezza dell’operazione ai suoi superiori e che un suo collega, M.C., durante una cena gli avrebbe riferito «che (Pompeo, ndr) Pontone e Baldassarri (dell’area finanza dell’Mps, ndr) avevano percepito una commissione indebita per il tramite di Lutifin. Mi disse anche che i due erano conosciuti come la banda del 5 per cento».

Sei ispettori di Bankitalia l’11 maggio 2010 si presentano nella sede di Mps a Siena e vi rimarranno fino al 6 agosto 2010. Nel verbale protocollato il 9 novembre e firmato dai sei ispettori, si fa cenno al fatto che le attività ispettive hanno condotto a «risultanze parzialmente sfavorevoli» e vengono riscontrate debolezze nei sistemi di controllo attivati da Mps.

Ad incrementare i dubbi e le incertezze su questa serie di iniziative di Monte dei Paschi si aggiunge l’operazione Casaforte (nome in codice Chianti Classico) portata a termine fra il novembre e il dicembre 2010. Per evitare un aumento di capitale gli immobili di proprietà di Mps sono stati venduti e trasformati in cassa, e sono stati collocati 1,67 miliardi di euro in titoli di debito.

Insomma Mps ha fame di liquidità. Dovremmo chiederci a quanto ammonta l’esatta cifra delle perdite accumulate in questi otto anni (se sono solo otto). C’è il fortissimo dubbio, che deve essere appurato dai magistrati, che il passaggio alla banca d’affari giapponese Nomura, che ha preso il posto di Dresdner Bank, per la ristrutturazione di Alexandria capital potrebbe essere servito a nascondere una perdita di 273 milioni di euro. A Nomura, Mps cede titoli di stato italiani (Btp) a scadenza trentennale impegnandosi a riacquistarli ad un prezzo maggiorato. Il contratto, fra Mps e Nomura, viene definito durante una riunione dei responsabili finanziari delle due banche, avvenuta nel luglio 2009, di questo contratto non appare traccia fino a quando non viene ritrovato nella cassaforte del direttore generale di Mps, Antonio Vigni. Sono i nuovi dirigenti di Mps che “scoprono” nella cassaforte il documento dell’accordo Mps-Nomura. È il 10 ottobre 2012, il contratto di 40 pagine è scritto in inglese ed è firmato dall’allora Direttore generale Antonio Vigni e dall’allora capo del settore finanza, Gianluca Baldassarri.

I nuovi dirigenti cercano di contestare l’accordo, temono di dare concretezza non ad un buco di bilancio ma ad una voragine.

Nel frattempo il Presidente Profumo e l’Ad Viola vengono messi al corrente da Nomura sul contenuto di una telefonata, completamente trascritta, fra il presidente europeo di Nomura, Sadeq Sayed, e l’allora presidente di Mps Giuseppe Mussari. Il presidente di Nomura chiedeva al suo interlocutore se i due contratti collegati all’operazione Alexandria fossero stati correttamente comunicati ai revisori dei conti della Kpmg (una società svizzera di consulenza finanziaria presente in 157 Paesi; la Klynved Peat Marwick Goerdeler).

Occorre tenere conto che l’improvviso crack di Lehman, nel 2009, aveva provocato la perdita di valore di molti titoli derivati, fra i quali c’era anche il derivato Alexandria, che non fu il solo a perdere oltre la metà del suo valore.

Il primo dei due contratti permetteva alla Mps di scaricare su Nomura le perdite di Alexandria, facendole sparire dal suo bilancio del 2009, salvo la costrittiva riapparizione (minimale?) nel bilancio 2012, dopo la scoperta del contratto secretato in cassaforte.

Il secondo dei due contratti prevedeva il rimborso a Nomura da parte di Mps. Il sistema escogitato per il rimborso è l’entrata di Mps in un asset swap. Vi ricordate cosa sono gli “swap”? Le scommesse sul fallimento Italia che abbiamo visto nelle pagine precedenti. Solo che questa volta la scommessa sul fallimento riguarda proprio Mps. I due contratti denominati (da Mps) Pronti contro termine (Pct) saranno collegati alla costituita swap.

Praticamente, Mps ha dato a Nomura titoli di stato italiani in cambio di liquidità. L’impegno di Mps è di riacquistare questi titoli, in un tempo definito, ad un prezzo superiore permettendo a Nomura di guadagnare sull’operazione. Lo swap serve a Nomura nel caso che Mps non sia in grado di procedere al riacquisto maggiorato dei titoli. Quanto all’asset essendo un termine che richiama il patrimonio (mobile ed immobile), non è che è collegabile con l’operazione Casaforte (trasformare l’immobile in titolo mobile) che già conosciamo e che, sarà un caso, ma è posizionata alla fine del 2010?

E altre due domandine semplici.

Perché, Mps dalla crisi del 2008, ha costantemente bisogno di liquidità?

Perché, dalla crisi del 2008, di questa liquidità hanno necessità tutte le banche italiane?

Ma siamo già alle domande? Eh già. Sospendiamole pure, per ora. Vediamo cosa altro bolle in questa pentola bancaria senese. La pentola, come tutte le pentole senza coperchio, per prassi negante l’angelico, era ben nascosta mentre lessava la carne danarante. In questo caso il lesso scodellato è andato a finire sotto i riflettori dei Pm senesi.

Si sono trovati sotto inchiesta il presidente di Nomura Europa, Sadeq Sayed, e un dirigente della Merchant Bank, Raffaele Ricci.

Nomura si è vista porre sotto sequestro 1,8 miliardi di euro. Naturalmente la banca giapponese ha reagito. Comunque è dell’ultima ora la notizia che, non sussistendo i requisiti, il gip di Siena ha respinto l’ordine urgente di sequestro sia nei confronti di Nomura (1,8 miliardi di euro) che nei confronti di Mussari e Vigni (14,5 milioni di euro).

Fra le accuse alla Nomura, quella di aver “messo da parte” 88 milioni di euro per il pagamento di “commissioni occultate” provenienti da Mps. Fra i sequestri disposti dalla procura senese vanno aggiunti quelli nei confronti di Gianluca Baldassarri, Antonio Vigni e Giuseppe Mussari per complessivi (circa) 14 milioni e mezzo di euro.

E non sono nomi qualunque. Nell’ordine sono: l’ex responsabile dell’area finanza di Mps, l’ex direttore generale di Mps, l’ex presidente di Mps. Qui, fra i governanti delle banche (per conto di Padron Mercato) come fra il resto degli imposti governanti, si va a milioni di euro, mentre ci sono parti sempre più ampie di popolazione, soprattutto dopo la cura “Monti” che si trovano a fare i conti sul singolo euro che manca.

Proviamo ad aggiungere ad Alexandria il derivato Santorini. Derivati, appunto, anche se in Mps preferiscono chiamarli Pct. Vediamo se la faccenda si fa ancora più seria.

In prossimità della crisi mondiale del 2008, tutte le azioni bancarie si trovano sottostimate. Per esempio le azioni di Intesa Sanpaolo sono scese del 50%. Tutte le banche che hanno nelle loro pance le azioni di Intesa si ritrovano con i segni meno nei bilanci. Quindi anche Mps, che a sua volta è super esposta, chiusi in pancia ha 30 miliardi di titoli di stato italiani. È per questo mal di pancia che Mps ricorre alla pillola (derivata) Progetto Santorini. Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, il progettista è DB, la Deutsche Bank. Mps ha in pancia, già dal 2006, delle quote della irlandese Santorini.

Bisogna coprire i buchi sulla strada del profitto che porta a Rocca Salimbeni. E, nel dicembre del 2008, arriva un camion tedesco con 1 miliardo e mezzo di asfalto-euro. Il prestito scadrà nel 2018.

La liquidità servirà ad ammortizzare (nascondere) una perdita di 367 milioni causata da un derivato acquistato negli anni precedenti proprio da DB. Così almeno ci viene raccontato, sempre da Bloomberg.

Con Santorini, l’Mps ha offerto in vendita provvisoria, al gruppo tedesco Deutsche Bank (DB), titoli di stato italiani trentennali (Btp), con l’impegno di riacquistarli in un tempo secondo. (Un copia incolla cerca-liquidità esattamente come con Nomura.) La banca tedesca presta a Mps un miliardo e mezzo di euro. La liquidità servirà ad ammortizzare una perdita di 367 milioni causata da un derivato acquistato negli anni precedenti proprio da DB. Così almeno ci viene raccontato. Siamo nel 2008.

Risulta che durante alcune ispezioni del 2009, Bankitalia aveva appurato che Mps aveva ottenuto un prestito di complessivi circa 5 miliardi dalla Deutsche Bank e dalla giapponese Nomura, appunto offrendo in garanzia i titoli di stato che aveva in pancia; per di più quelle operazioni non risultavano essere state debitamente controllate dalle strutture interne di Mps e non risultavano compiutamente rappresentate a Bankitalia.

Come si fa ad evitare che sorga il fortissimo dubbio che questa operazione, unita alle altre, trasformanti in liquidità i Btp italiani, presenti nelle casse di Mps, abbiano lo scopo di contribuire a trasferire nel tempo un buco di bilancio.

E quanto è profondo questo buco di bilancio, 360 milioni di euro, 740 milioni di euro, o supera, e di quanto, il miliardo di euro?

Si comprende perché, sempre dalla procura senese si voglia vedere chiaro sulla vendita al fondo immobiliare gestito da Mittel, del palazzo dei Normanni sede romana dell’Mps. La vendita, infatti, nel 2011 ha fruttato a Mps 130 milioni di euro. Perché dal 2010, dopo l’operazione Santorini, nel 2008, e l’operazione Alexandria, nel 2009, Mps ha sentito la necessità di “fare cassa” vendendo gli immobili di proprietà? Cosa è avvenuto e ancora sta avvenendo che non è ancora noto a chi dell’Mps si è sempre fidato e ancora si fida?

E all’appello di queste pagine manca ancora l’acquisto di Antonveneta.

Una banca in difficoltà, come appare Mps, come fa a lanciarsi sull’acquisto di una banca; se questo acquisto non si dimostra l’affare del secolo che la tirerà fuori dai buchi di bilancio?

Nel settembre del 2008, Mps aveva inglobato, con tutti gli annessi e i connessi, la Banca Agricola Mantovana; un istituto cooperativo (operante nelle regioni del nord (l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Piemonte, il Veneto) che dieci anni prima, nel 1998, aveva acquistato per circa 3mila miliardi (che diverranno circa un miliardo e mezzo di euro) a condizione che l’Istituto Cooperativo accettasse di essere trasformato in Spa, condizione essenziale per l’assorbimento che verrò portato a termine nel 2008.

Nel 1999, Mps con circa 2.500 miliardi di lire (in proditori futuri Euro circa 1 miliardo e 250 milioni) assorbe la Banca del Salento, il cui valore si assestava appena sugli 800 miliardi, dice Silvio Berlusconi, durante un dibattito (In Onda) nei primi di febbraio 2013. In quei giorni, infatti, rimbalzava nei media la notizia che la procura di Siena aveva aperto indagini anche sull’acquisto della Banca del Salento. Oltre che su Antonveneta.

Soprattutto come si fa a lanciarsi all’acquisto di una terza banca dopo quello della Banca Agricola Mantovana e della Banca del Salento (questa seconda, con gli immancabili titoli tossici al seguito, come poi si seppe).

Vediamolo da vicino questo terzo affare. Mentre si cura del mal di pancia con la pillola Santorini, mentre siamo in piena crisi mondiale, Mps sta portando a termine “un vero affare”. La spagnola Santander, che ha scalato la banca olandese Abn-Amro, sta cercando compratori italiani per le due banche italiane che facevano parte del bottino olandese, la Antonveneta e Interbanca (i cui presidenti e Ad erano ancora di nomina olandese). Viene interpellata la Rothshild italiana il cui responsabile, Alessandro Daffina, una commissione tira l’altra, si attiva per mettere in contatto il presidente del Santander, Emilio Botin, con il suo omologo dell’Mps, Giuseppe Mussari. I due, che già si erano conosciuti, in precedenza, durante un palio di Siena, accettano il contatto e lo mantengono anche telefonicamente, gestendo direttamente le trattative. Le banche interpellate per la vendita, oltre a Mps, erano la Bnp Paribas, il Crédit Agricole, l’Unicredit e l’Ubi; ma alla fine la Santader decise di dare l’esclusiva di vendita a Mps anche per accelerare i tempi dell’operazione che poi andrà in porto.

Antonveneta acquistata, nel 2007, da Santander per 6,3 miliardi, veniva rivenduta qualche mese dopo a Mps per 9,3 miliardi a cui dovevano essere “aggiunti” un miliardo di “oneri”.

Il pagamento venne programmato in più rate, per dare tempo a Mps di reperire i fondi necessari per l’acquisto. E, a proposito di queste rate, è vero che negli atti della procura di Siena risulta che il pagamento sia stato effettuato in 8 rate, pagate fra il 30 maggio 2008 e il 30 aprile 2009?

È vero che il primo degli otto bonifici era a favore della Abn-Amro (gruppo Santander) di Amsterdam?

È vero che dopo il bonifico di acquisto, Mps ha effettuato altri cinque bonifici direttamente al Banco Santander, per complessivi 5,1 miliardi di euro?

È vero che Mps ha spedito altri due bonifici alla banca londinese Abbey National Treasury Services, collegata al Banco Santander, pari a 2,6 miliardi di euro?

È vero allora che non 1 miliardo di oneri si sono aggiunti all’acquisto ma 7,7 miliardi?

È vero che il costo finale di Antonveneta è diventato di 17 miliardi?

E quale era la funzione di quei finali 2,6 miliardi spediti alla collegata londinese di Santander?

Non è, purtroppo per Mps, che le motivazioni reali della “necessaria rateizzazione”, si incrociarono con la crisi mondiale, esplosa nel 2008?

Fare fronte ad una spesa “obbligata” di 10,3 miliardi mentre i valori delle banche diminuivano anche vistosamente era un gioco al massacro. Per esempio Unicredit che prima della crisi del 2008 valeva 70 miliardi, alla fine del 2012 ne valeva 27.

Va da se che lo spagnolo Emilio Botin fece una bella figura con il Cda della sua banca; non so, invece, se vale la pena di cercare di sapere come andò, a Giuseppe Mussari, la presentazione dell’affare Antonveneta al suo Cda.

Che cosa abbia convinto Mps a porre in secondo ordine i profili di rischio delle operazioni che abbiamo prima elencate, rimane nell’aereo indecifrabile. A meno che i profili di rischio fossero sotto il controllo delle commissioni di ritorno delle operazioni bancarie. Vi ricordate della frase “gente che chiedeva la parcella” contenuta nel rapporto presentato alla Financial services authority (Fsa) dall’ex manager di Mps licenziato e derubato nel novembre 2012?

È bene rammentare che il rappresentante della banca spagnola Santander per l’Italia era il banchiere Ettore Gotti Tedeschi (l’ex presidente dello Ior).

Si capisce perché bisognava monetizzare tutto il monetizzabile. Si capisce perché non sono sufficienti le ricapitalizzazioni, la movimentazione dell’immobilio, gli interventi (preoccupati) del Tesoro.

Si capisce perché tutte le operazioni che sono di diritto inseribili nel termine titoli tossici, hanno avuto come contraltare la “consegna costrittiva” del portafoglio titoli di Mps e della Fondazione “responsabile”, come garanzia, agli istituti che hanno fatto credito “monetario” a Mps.

Una cordata guidata da JP Morgan che si fida solo degli Swap.

Insomma la crisi dei subprime Usaensi ha scatenato reazioni a catena nelle operazioni in corso di Mps (e non solo di Mps). Solo per coprire l’esposizione per l’acquisto di Antonveneta, Mps ha dovuto rinsanguare le sue casse con 2 miliardi di liquidità, ha dovuto cedere partecipazioni, ha dovuto vendere immobili, ha dovuto aumentare di sei miliardi il capitale. Cinque li ha chiesti agli azionisti e uno, dalle sue casse, lo ha dovuto riservare alla JP Morgan che non è una banca della San Vincenzo. E siccome Mps non era più la Mps degli anni ’90, è dovuto intervenire un consorzio di banche a livello internazionale per garantire l’operazione. Non sono bastate la Merrill Lynch, la Citigroup, la Crédit Suisse unite alla JP Morgan, è dovuta intervenire anche Mediobanca per coprire un finanziamento che sfiorava i 10 miliardi.

Il rischio di perdere il controllo della banca era enorme. La difesa della storica senesità ha costretto la Fondazione a fare iniezioni di liquidità nelle casse della banca; prima una di 2,9 miliardi, poi, nella prima metà del 2011 una di un miliardo.

Ancora un consorzio di banche viene in aiuto. Mps si trova ulteriormente indebitata con la Barclays, la BNP Paribas, la Crédit agricole, la Deutsche Bank, la Goldman Sachs, ancora la JP Morgan, la Natixis, la Royal Bank of Scotland, e con le banche italiane Intesa, Mediobanca e Unicredit. Vengano a raccontarci queste tre banche italiane che non sanno niente sulle condizioni anemiche di Mps. La Fondazione alla fine del 2012, purtroppo per i senesi, possedeva solo il 33% delle azioni di Mps.

È come quando i commercianti, per pagare le tasse, finiscono in mano agli usurai.

In questa serie di operazioni sulle quali la procura senese vuole accendere i fari; potrebbe accadere che vengano documentati accordi segreti che prevedano l’aggiornamento del debito collegato ai nuovi valori depressivi dei Btp consegnati in pegno e del valore delle ricapitalizzazioni “revisionate” al ribasso dai declassatori ufficiali, come le agenzie di rating Fitch, Moody’s, e Standard & Poor’s.

 

Derivati tossici. Fuori gli allarmi, dentro i silenzi

Nel febbraio 2013, in pieno dramma Mps e dintorni bancari, dilaga la notizia che il Dipartimento di Giustizia USAense ha intentato causa proprio all’agenzia di rating Standard & Poor’s. L’agenzia viene accusata da 16 stati e dal distretto della Columbia, sede di Washington, la capitale.

L’accusa è grave. L’agenzia viene accusata di aver super valutato (tripla A) l’emissione di bond collegati a mutui di bassissimo valore finanziario per invogliarne l’acquisto da parte degli investitori; per poi svalutarli drasticamente appena venduti. I muti ad infimo valore finanziario, negli USA, sono chiamati, appunto, mutui subprime (vedi il mio articolo Truffa globale pubblicato dal sito www.nexusedizioni, proprio nel dicembre 2008). La causa civile intentata alla Standard & Poor’s da parte del Governo ha lo scopo di obbligare l’agenzia di rating a pagare la ragguardevole cifra di 5 miliardi di dollari per le perdite subite dagli istituti finanziari e dalle banche che le autorità federali avevano “garantito” durante la crisi. Di fatto la Standard & Poor’s viene accusata di aver provocato con il suo comportamento la crisi mondiale del 2008.

La grave iniziativa del governo statunitense è praticamente collegata, al di là della concordazione o meno, a quella presa della britannica Financial services authority (Fsa), la Fsa, che già conosciamo (un istituto di controllo rapportabile alla Consob italiana), ha messo sotto pressione tutte le banche inglesi. Secondo l’indagine conoscitiva della Fsa i derivati offerti alle piccole e medie imprese britanniche, a copertura dei rischi di insolvibilità, derivanti dai tassi di interesse bancari, sono in grandissima parte (9 su 10) irregolari.

Praticamente le banche vengono accusate di aver offerto alle piccole e medie imprese delle garanzie ingarantibili che concretamente si aggiungono al costo già alto dei mutui.

Se rammentiamo come, nelle pagine precedenti, vengono presentati “poeticamente” i derivati dai dirigenti bancari nostrani…

Sempre in questo febbraio giunge una “rivelazione” dall’estero. Riguarda Bankitalia e Mps. È il Wall Street Journal che informa gli italiani, che credono di sapere tutto dalla televisione nazionale, sul solerte prestito (segreto?) che la Banca (delle banche) d’Italia ha ritenuto di dover elargire a Mps. Il prestito è della ragguardevole cifra di 2 miliardi di euro.

Lo scandalo della banca in Italia un avvertimento per Draghi, è il titolo del WSJ del 7 febbraio 2013. La banca di cui si addita lo scandalo è il Monte dei Paschi di Siena. Nell’articolo un avvertimento lanciato all’Europa bancaria: Draghi deve assicurare che il nuovo organismo di supervisione – sia in grado di recintare e di isolare casi come quello dell’Mps, – … per minimizzare i rischi legati al fatto che eventuali futuri nuovi scandali possano mettere in pericolo l’indipendenza dell’intera Bce.

Su questo intervento di Bankitalia era intervenuto, quello stesso 7 febbraio 2013, con un comunicato, Elio Lannutti, presidente dell’Associazione dei consumatori Adusbef. Nel comunicato si afferma che il buco nero, anzi la voragine nei conti del Monte dei Paschi di Siena è di 15,4 miliardi di euro.

Il 9 febbraio 2013 tocca a Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia a chiarire che i 3,9 miliardi di Monti-Bond concessi dallo Stato a Mps non debbono essere considerati “un salvataggio di una banca in crisi” piuttosto un prestito concesso ad “un costo particolarmente elevato e crescente nel tempo”.

Fateci capire. La Banca (delle banche) d’Italia presta a Mps due miliardi, immaginabilmente con l’esborso di interessi aggiunti al capitale secondo un piano di rientro “x”. Lo Stato presta a Mps 3,9 miliardi non solo ad “un costo elevato” ma ad un costo crescente nel tempo. Immaginabilmente con l’esborso di interessi a crescere aggiunti al capitale secondo un piano di rientro “y”.

Mps, come abbiamo visto nelle pagine precedenti è esposta con altre banche che hanno nelle casse i Btp che Mps ha dovuto consegnare a garanzia di restituzione di una serie di prestiti, immaginabilmente, con l’esborso di interessi uniti ai capitali da restituire secondo una serie di piani di rientro che chiameremo complessivamente “z”.

Mps si è venduta a fini di ricapitalizzazione gli immobili di sua proprietà, sui quali ora deve pagare degli affitti che ha trasformato in “derivati”, tanto per non perdere l’abitudine a scommettere.

Se ha ragione il presidente della Adusbef (Associazione per la difesa degli utenti dei servizi bancari e finanziari), tutti questi prestiti, visto che Mps è una banca, si riveleranno gocce d’acqua su una piastra infuocata.

Qualcuno sta solo aspettando il momento giusto per poter scaricare su Mps, sulle banche italiane piene di titoli tossici, quindi sull’economia più pericolosa del mondo (come veniva considerata l’economia italiana dal Time, il 21 novembre 2011), la responsabilità dell’imminente crisi mondiale, che si farà un baffo di quella del ’29 e del 2008.

Negli Stati Uniti gli effetti della crisi del 2008 si fecero sentire duramente sul tessuto bancario. Furono 406 le banche che chiusero i battenti. Le banche che furono costrette a chiudere avevano fatto gli stessi errori di Mps. Avevano investito sui Cdo (Collateralized Dept Obbligation); praticamente obbligazioni fondate sulle laterali cartolarizzazioni di mutui; avevano ampiamente usato in modo improprio i derivati, trasformandoli in titoli tossici; avevano manipolati i conti per nascondere le perdite inventandosi “ristrutturazioni” costose ed implementanti il loro debito. Avevano infilato i compiti bancari commerciali nel buco nero degli investimenti fantasiosi.

Stiamo parlando di uscite di migliaia di miliardi di lire, di miliardi di euro, dalla seconda metà degli anni ’90 alla prima dozzina degli anni 2000. Era l’imminente forzata entrata nell’euro dell’Italia che spingeva Mps ad avventurarsi nella china scivolosa delle aggregazione bancarie. Tanti sportelli tanto onore? Eh no! Troppe piccole banche in Italia, ragazzi, strillavano in quel di Bruxelles, aggregatevi, fondetevi, ammucchiatevi, fate quello che vi pare, ma se volete l’onore bancario il vostro motto sia: pochissime banche e tanti sportelli. Ed eccolo allora l’Mps a caccia di piccole banche per dilatare il numero dei suoi sportelli nel nord e nel sud d’Italia. Volete che la più antica banca del mondo non faccia vedere i muscoli sportellari italici ai banchieri bruxellari? Certo bisogna spendere, bisogna farsi vedere pieni di miliardi di euro nelle casse; solo così tra servizi ed affari (soprattutto affari da finanziare in allegria) quello che hai speso ti tornerà minimo raddoppiato. Sapete la storiella della fanciulla fantasiosa? No? Ve la racconto (rivisitata, che non guasta). C’era, in una casa di poveri contadini toscani una ragazza che aveva molti grilli per la testa. La madre, preoccupata, la spingeva ad occuparsi delle faccende domestiche, del governo del pollaio (eh questi governanti), della mungitura dell’unica mucca che avevano, della raccolta della frutta e delle verdure nei campi che i suoi genitori curavano in comune con gli altri contadini per conto del “signor padrone”. Ma, niente, lei aveva sempre in mente che il suo futuro era di fare la signora e non la povera contadina come sua madre. Un giorno, le donne della campagna avevano preparato un grande e tondo cestello di ricotta per venderlo al mercato del paese e stavano decidendo chi di loro lo avrebbe portato la mattina dopo, di buon ora, al mercato. Lei, la ragazza con i grilli per la testa, si offrì di portarlo lei il grosso cestello di ricotta. Lei era già abituata a portare i pesi sulla testa. L’acqua dal pozzo chi andava a prenderla, chi se non lei. Diceva, tralasciando che lo faceva per rimanere bella dritta e far bella figura quando andava al mercato a vendere le uova del loro vivacissimo pollaio. Convinti tutti, si mise sulla testa l’ampio e pesante cestello e si incamminò. Mentre andava, era mattino presto, e durante la notte aveva piovuto, i grilli chiacchieranti nella testa, cominciò a rimuginare. Avrebbe venduto l’intero cestello di ricotta ad un eccellente prezzo. Con una parte di questo denaro, quello che sarebbe toccato alla sua famiglia, avrebbe acquistato tanti pulcini. Sarebbe tornata a casa con la gabbia sulla testa. Tutti quei pulcini sarebbero diventati altri galli e galline. Avrebbe chiesto a suo padre e ai suoi fratelli di ingrandire il pollaio. Dal pollaio ingrandito sarebbero arrivate tante uova e tanti pulcini che lei avrebbe venduto al mercato. Quando avesse fatto tanto denaro con la vendita di uova e pulcini, avrebbe comprato delle pecore. Avrebbe chiesto ai suoi fratelli e a suo padre di costruire un grande ovile. Poi avrebbe venduto latte di pecora e pecore al mercato. Con i denari che avrebbe guadagnato avrebbe comprato mucche e tori. Avrebbe chiesto al signor padrone di vendere alla sua famiglia del terreno dove portare le mucche e i tori. Insomma la sua famiglia sarebbe diventata ricca. Lei, finalmente, sarebbe stata riconosciuta come una signora. Nel palazzo del principe se ne sarebbero accorti. Addirittura, il principe in persona avrebbe chiesto che fosse invitata al ballo di corte. Lei avrebbe accettato l’invito del principe. Una volta giunta nel salone dei balli, vestita come una dama di corte, le sarebbe venuta incontro il principe in persona. Lui, proprio lui, si sarebbe inchinato dicendole “bella damigella volete ballare con me?” Così pensando fece l’inchino che stava immaginando, e così inchinandosi, le cadde dalla testa, rovesciandosi, il grande cestello di ricotta. Nella fanghiglia (durante la notte aveva piovuto) la ricotta era diventata tutt’uno con il fango del viottolo.

Ora sapete la storiella della fanciulla fantasiosa toscana, anzi senese, che pensava di andare a ballare con il principe della finanza allegra di un paese straniero.

Mentre osserviamo la fanciulla fantasiosa alle prese con la ricotta fanghigliata, proviamo a cercare di capire coma abbia potuto Mps infilarsi in questo pasticcio.

E poi, allargando lo sguardo bancario, davvero dentro questo scenario bancario italianizzato di “fantasia commerciale” applicata ci vediamo solo Mps?

Piuttosto, dal 2007, chi sta cercando di aiutare la Spagna in crisi “convincendo” compratori italiani ad entrare in improbabili affari che invece li porteranno, a loro volta, in crisi?

Forse gli spagnoli in manovra venditoria super valutata, resa appetibile da manovre commissionarie super valutate, sapevano cosa stava per accadere oltreatlantico, con la crisi mondiale del 2008 e MPS e RCS, o chi per loro, no?

È appena iniziato il 2007 e Rcs Mediagroup, nella prima settimana di febbraio, rende noto ai media che ha ripreso a fare la spesa nei negozi editoriali spagnoli. Dalla fine del 2002 ha acquistato Unedisa, il gruppo editoriale che pubblica il quotidiano spagnolo El Mundo.

Ai primi del 2003, la HdP-Rcs (Holding di Partecipazioni industriali-Rizzoli Corriere della Sera) fa sapere di essere interessato all’acquisto del 30% di Unedisa, detenuto dal gruppo Recoletos di proprietà della inglese Pearson (l’editrice del Financial times).

Il 5 marzo 2003, la Rcs Mediagroup emette il comunicato di acquisto del 30% di Unedisa da Recoletos per 80 milioni di euro. Con una transazione separata, e l’esborso di un ulteriore importo di 13,3 milioni di euro, Rcs acquisterà il 5% del capitale Unedisa dai soci fondatori (Promotores).

Con questa operazione Rcs sarà proprietaria dell’89,1 del capitale di Unedisa.

Dal 2004 (23 gennaio), l’Amministratore delegato di Unedisa (Unidad Editorial), era Giorgio Valerio direttore di Rcs Quotidiani. Nello stesso giorno in cui Giorgio Valerio è nominato Ad di Unedisa, l’assemblea dei soci modifica lo Statuto societario e decide che i soci fondatori non abbiano più il diritto di veto nelle attività sociali.

Il 2006 era andato alla grande per Rcs Mediagroup. I ricavi a 2.380 milioni, sostenuti da una buona raccolta pubblicitaria, segnalavano un bilancio in buona salute.

C’è una certa euforia in borsa, il titolo Rcs è previsto in salita. Il fatto è che sta filtrando “la voce” che Rcs stia per acquistare un altro gruppo editoriale cui fanno capo anche due quotidiani, uno economico, Expansion, l’altro sportivo, Marca. Il gruppo editoriale si chiama Recoletos e, sempre “la voce”, lo valuta a 1,1 miliardi di euro.

È una bella uscita. Si vede che Rcs può sostenerne il costo. Ma di chi è il Grupo de Comunicacion Recoletos?

Il presidente di questo gruppo editoriale si chiama Jaime Castellanos, è il marito della marchesa Patricia O’Shea sorella della marchesa Paloma O’Shea moglie del presidente del Banco Santander, il miliardario spagnolo Emilio Botin. Si possono immaginare dei buoni rapporti fra la Spagna del Santander e l’Italia di Rcs.

Conviene che li immaginiamo questi rapporti, non essendo certi su quali concrete spalle si appoggino, perché, come abbiamo visto, è la Santander che acquista Antonveneta e la rivende con buon guadagno a Mps.

La cosa certa è che Jaime Castellanos, presidente di Recoletos, cognato di Potin, presidente del Santander, aveva una partecipazione di circa il 12% nella finanziaria Retos Cartera.

L’altra cosa certa è che il Banco Banesto (che si fonderà con il Banco Santander nel dicembre 2012) è fra gli azionisti di Recoletos ed è ben ancorato nel gruppo Santander. Infatti, il presidente di Banesto è Ana Patricia O’Shea Botin, figlia di Emilio Botin (presidente di Santander) e nipote di Jaime Castellanos (presidente di Recoletos).

Fatto sta che nel dicembre 2004, chissà perché, è la Retos Cartera che lancia una Opa (Offerta Pubblica di Acquisto) per scalare (comprarsi) Recoletos. La Pearson era in cerca di compratori e non era cosa facile. Infatti la Recoletos aveva un debito di 272 milioni di euro, chi avrebbe mai voluto comprarsela, pur avendo un fatturato, alla fine del 2006, di 304 milioni di euro. Invece, proprio la Retos Cartera si comprerà, per “ufficiali” 743 milioni di euro, il 79% di Recoletos.

E la finanziaria Retos Cartera a chi venderà la sua quota maggioritaria dell’appena “ufficialmente scalata” Recoletos se non a Rcs Mediagroup (prima Hdp)?

È il miracolo della finanza allegra. Così come Antonveneta da 6,3 miliardi si è ritrovata a valere 9,3 miliardi più 7,7 miliardi di annessi e connessi, così Recoletos che aveva debiti per 272 milioni di euro e alla fine del 2006 un fatturato di 304 milioni di euro, si ritroverà ad essere acquistata da Rcs per 1,1 miliardi di euro.

Il finale per Rcs Mediagroup? Una perdita secca di 320 milioni di euro, indebitamento per 880 milioni, un piano urgente di ricapitalizzazione, sul fronte del personale la proposta di un piano con 800 esuberi.

Premettendo che il termine “Advisor” indica una persona o una società che fornisce consulenze di diritto commerciale e finanziario, non gratuite; a questo aggiungiamo che la stima di 1,1 miliardi di euro attribuita al gruppo Recoletos è stata fatta da Mediobanca Advisor di Rcs per questa operazione, una banca che (guarda caso) è stata anche advisor non gratuito di Antonveneta per conto di Mps.

Aggiungiamo pure che Mediobanca, non ha advisorato gratis ma è costata ad Rcs una milionaria parcella di consulenza, 4 milioni di euro. Un boccone indigesto l’acquisto del gruppo spagnolo Recoletos.

Gente che chiede la parcella, si trova in tutti gli ambiti sociali economici, istituzionali, burocratici di questo Paese. Nel mondo economico nessuno fa qualcosa che vi possa essere utile se non gli date niente. Quali potrebbero essere, allora, le motivazioni convincenti di queste due operazioni “sbagliate”? È bastato davvero mettere sul piatto della bilancia delle “commissioni appetitose”? C’è invece dell’altro, inconfessabile altro? A chi Mps e Rcs non hanno potuto dire di no.

Se davvero dietro la Santander e le sue collegate c’è l’Opus Dei e i buoni uffici di Gotti Tedeschi; possiamo ipotizzare che le operazioni Recoletos (per RCS) e Antonveneta (per MPS), vengono da questi legami “convincenti”?

In aggiunta, che a pensare male si fa peccato, ma si potrebbe anche trovare il famoso bandolo della matassa, tutte queste, strane e dilapidanti, operazioni con l’estero siamo certi che non nascondano l’obiettivo di mettere al sicuro all’estero più denari possibili, presagendo la dura crisi in arrivo?

Se la poca luce che vediamo, forse, è quella lunare, di quella solare non ce ne è traccia, di solarità non se ne parla, cosa dobbiamo aspettarci dunque?

Avete idea di cosa significhi per i senesi che la “loro” banca possa diventare “scalabile” e che addirittura possa fallire. No, non ve ne potete rendere conto. Ma potrebbe essere la motivazione profonda che stava spingendo il senese David Rossi della Contrada della Lupa a dire come stavano davvero le cose; a cercare di salvare il salvabile, salvare la “sua banca”, la “banca dei senesi”. Potrebbe essere che questa sua silenziosa determinazione abbia portato “qualcuno” alla decisione di tramortirlo, trascinarlo verso le scalette di fronte alla grande finestra (il palazzo Salimbeni non è dei secoli recenti), salire e buttarlo di sotto di schiena, i più che venti metri avrebbero fatto il resto?

Vale la pena richiamare un articolo, del 22 luglio 2012, firmato da Alberto Alesina e da Francesco Giavazzi per il Corriere della Sera. Il titolo è rappresentativo di quello che abbiamo cercato di mostrare in queste pagine: CINQUE ANNI DI FOLLIE FINANZIARIE (sono quelle degli anni che vanno dal 2008 al 2012). A noi bastano le righe finali, eccole:

Il tempo sta per scadere. Come scrisse Rudi Dornbusch, uno degli economisti più lucidi del Novecento: «Le crisi spesso durano molto più a lungo di quanto si pensi. Ma poi svoltano e si avvitano in un baleno. Ci vogliono dei mesi, ma poi basta una notte».

Alberto Roccatano

Per Nexusedizioni

29 aprile 2013

Scarica qui la versione in PDF dell’articolo.