È da poco più di una settimana che nelle sale italiane si può prendere visione di un film davvero singolare, che ho avuto la fortuna di poter vedere perché proiettato in un cinema vicino a casa mia… uno dei pochi, a quanto ho scoperto, perché la pellicola in questione è stata proiettata solo a Padova e a Roma. Se dovessi usare una parola per descrivere ciò che forse ha portato alla realizzazione di questo film e alla sua proiezione, potrei riesumare una antica parola greca, così sconosciuta e inattuale in tempi odierni. Alètheia. Una parola che potremmo tradurre come "verità", ma che letteralmente significa "ciò che non è nascosto". Perché gli Antichi nella loro lingua vedevano la verità non come qualcosa di contrapposto alla menzogna, alla falsità, alla distorta narrazione della realtà, ma come "ciò che è". E la falsità, di conseguenza, come ciò che tenta di nascondere ciò che è, ma, a dire il vero, la coperta è spesso "troppo corta" e anche un piccolo dettaglio può permettere di "scoprire" la verità, cioè togliere il velo, la maschera, della menzogna che vi si era sovrapposta. Così la verità non deriva mai dall'esterno, ma da un processo interiore che ci permette di svelare, denudare, ciò che prima era coperto. In questo senso, potrei usare le parole di Alberto Roccatano nel definire la la Verità come "l’essenza della vita che si espande vestendosi di tempo", perché è proprio il Tempo a volte la coperta che ci impedisce la visione di quella Verità che, nuda, giace dormiente in attesa che il bacio del suo Principe la risvegli.

Il tempo ci fa dimenticare, ma spesso le memorie di quanto accaduto nel passato, soprattutto quando rimosse o peggio alterate, continuano a condizionare la nostra vita nel Presente… finché qualcosa non turba il caos disarmonico che crediamo ordine, come un sasso in uno specchio d'acqua, e decompone la falsa immagine di noi che, eterni Narciso, riflettevamo all'esterno.
Uno di questi sassi è senz'altro "Il Segreto di Italia" di Antonello Belluco, che in modo singolare e senza rischio di imitazioni fa luce su un evento tragico eppure doveroso da ricordare proprio perché non noto, fino a poco fa, all'opinione pubblica. Cioè la strage compiuta a Codevigo, in provincia di Padova, nel 1945 dai partigiani della Brigata Garibaldi, che dopo aver "liberato" il piccolo paese di campagna dai fascisti con l'ausilio dell'esercito britannico, condannarono a morte per esecuzione 136 persone. Colpevoli, se colpa può esservi stata, di aver aderito ad una ideologia che il gioco della Storia ha visto sconfitta, di aver indossato per troppi anni una camicia di colore diverso da quella dei vincitori. E di aver collaborato con l'esercito tedesco, anziché con quello anglo-statunitense, in seguito all'istituzione della Repubblica Sociale Italiana.
Ma il film di Belluco non è un film che divide, perché riesce a mostrare le dinamiche umane che sottostanno a questa vicenda senza farsi portatore di un giudizio politico, ideologico, storico. Perché riesce a mostrare la violenza e il desiderio di vendetta dei vincitori sui vinti senza inorridire e senza ispirare sentimenti di rivalsa verso un Passato taciuto. Perché riesce a riprodurre la società veneta dell'epoca come difficilmente altri film sono riusciti a fare, grazie anche alla presenza nel cast di attori in maggioranza non professionisti, trasmettendo, a chi come me di quella terra è figlio, un grande senso di Realtà, di Verità, senza la mondana necessità di convincere, ma con il semplice intento di far luce. Non ci sono cattivi o buoni in questa pellicola, che pure ha trovato molte opposizioni da parte di chi difende a spada tratta i valori della Resistenza (ma si può Resistere a Ciò che È?). Sia il Fascismo sia l'Antifascismo vengono mostrati nei loro pregi e nei loro difetti, ma soprattutto si intravede grazie al realismo della narrazione cinematografica l'umanità di fondo, quando non cede alla Perfidia e anche quando viene abbandonata, perché identificati in ruoli disumani. E sebbene il racconto di Belluco mostri una verità scomoda alla narrazione ufficiale sulla "liberazione" d'Italia, anche tra i partigiani la violenza e la ferocia di chi vuole usare una bandiera come scusa per la propria vendetta, viene affiancata alla figura di Mauro, il partigiano buono, che pur da vincitore non fa mancare umanità e compassione verso i vinti.

Alla damnatio memoriae che è stata per molto tempo parola d'ordine, Belluco sostituisce, ad avviso di chi scrive, la necessità della rimembranza. La rimembranza che Romina Power nel ruolo di una Italia ormai matura e stanca rifiuta perché "fa troppo male" riesumare il passato, diventa infatti una necessità per comprendere come realmente sono andate le cose, per accettare il Passato e potersi liberare del senso di colpa che l'ha attanagliata per tutta la vita. E prendersi la Responsabilità e la Libertà del Presente. Allora il Tempo, smascherato, può riportarla alla giovane Italia (Gloria Rizzato) che all'inizio della pellicola fluisce con serenità nell'esistenza, perché come il padre le aveva insegnato, "tutto è perfetto". Ecco che allora la rimembranza diventa una necessità, anche per la nostra Italia non cinematografica, di scoprire il Passato dai silenzi, dalle mezze verità e dalle menzogne per poterlo accettare, non per riesumare vecchi rancori ma per riconciliarsi con quella parte di sé che è stata relegata in un angolo, messa a tacere… Rimembrare può assumere allora il significato di riunire le parti di sé, le proprie membra, che le avversità hanno disperso… come Iside, che con il suo soffio consolatore e vivificante riporta in vita Osiride, dopo averne recuperato le membra sparse da Seth. A chi avrà la fortuna di riuscire a vederlo, buona visione.