Il blackwashing, come ennesima narrazione rovesciata ed ingannevole del potere, lascia trasparire sempre più il gioco sadico dell'elite: cancellare tutto ciò che come individui e popoli abbiamo accumulato in termini di storia, ricchezza, cultura, spiritualità e tradizione, per poterci segregare in ghetti e nuove piantagioni, in perenne lotta gli uni con gli altri, esponendoci come tragici fenomeni nel baraccone del circo Barnum del politicamente corretto.


Si chiama blackwashing la recente usanza hollywoodiana (e non solo, come vedremo) di far interpretare un personaggio tipicamente o storicamente bianco da un attore nero. Nelle intenzioni dichiarate dai guardiani della rivoluzione culturale progressista al guinzaglio del nuovo ordine mondiale, ciò verrebbe fatto al fine di riparare all'ingiustizia del suo contrario, il whitewashing, praticato in passato. 

       Chi non ha memoria culturale o la sta perdendo, come purtroppo accade a molti venti-trentenni che paiono non ricordare oramai nemmeno le trasmissioni televisive della loro infanzia e adolescenza, potrebbe pensare che i personaggi neri o asiatici nei film realizzati fino a non molto tempo fa venissero interpretati da bianchi o bianchi con la faccia dipinta di nero o con gli occhi tirati all'indietro con l'elastico. Per quanto riguarda quest'ultima ipotesi, a parte i casi più famosi di Al Jolson finto nero nel film del 1927 “Il cantante di jazz” e dello svedese Warner Oland, truccato da cinese per interpretare il detective Charlie Chan, sempre negli anni ‘20-‘30, non me ne vengono in mente altri. Ricordo benissimo invece le memorabili interpretazioni di attori neri come Hattie McDaniel (Oscar per “Via col Vento”) e Sydney Poitier, gli eroi della blaxploitation Pam Grier e Richard Roundtree fino ai tanti divi degli ultimi venti-trent'anni e quanto noi, da ragazzini, abbiamo amato un personaggio immenso come Bruce Lee, per non parlare del leggendario Toshiro Mifune, l'attore giapponese interprete dei capolavori di Akira Kurosawa. 

       Non risulta nemmeno che una saga televisiva epica come “Radici” fosse interpretata da tanti Al Jolson anneriti con il lucido da scarpe ma, tant'è, lo stravolgimento ed inversione della realtà al fine di distruggere la tradizione in nome del famigerato Cambiamento passa anche dalla riscrittura a fine ideologico unico – e per distratti – del passato. 
Essa ci fa credere che, prima dell'avvento delle guardie progressiste a tutela dei diritti civili, fossimo tutti razzisti, naturalmente noi bianchi, e che i non bianchi ne fossero naturalmente esenti. Sempre a proposito di cinema, riguardatevi la deliziosa commedia sul razzismo a due facce “Indovina chi viene a cena”, dove viene rivelato non solo il pregiudizio dei neri nei confronti dei bianchi ma il razzismo delle famiglie bianche progressiste, oggi convinte di esserne divenute immuni grazie ad un immaginario vaccino somministrato dal Ministero Democratico della Verità.
       Il cinema propriamente detto, inteso come forma espressiva della creatività umana dispiegata in ogni sua potenzialità e grado di libertà, sta intanto annullandosi nel buco nero del politicamente corretto, dove gli argomenti da trattare e il modo in cui vengono accomodati provengono tutti dal grande librone di cosmetica del Grande Fratello: i diritti civili, il meticciato, il bianco brutto&cattivo, l'amore gay, il “globbaluormin”, i migranti e la sovraesposizione del “black is beautiful”. Ciò vale per il cinema commerciale che si autocelebra agli Oscar ma anche per i cosiddetti indipendenti, che finiscono anche loro per istituzionalizzarsi nella dittatura buonista.

       In fondo è un bene ed è significativo che la pomposa meretrice Academy, sempre pronta a vendersi al trend del momento, non abbia mai premiato in vita uno di passaggio come Stanley Kubrick. Un genio che ha tirato le più dolorose rasoiate all'ipocrisia del mondo e di tutti i suoi abitanti, buoni e cattivi che fossero.
       Il blackwashing, del resto, per il fatto di risultare ipocrita, sembra anche controproducente, visto il calo verticale degli spettatori delle sale cinematografiche, stufi della colata di melassa virtue signaling fine a se stessa proveniente da un mondo, quello del complesso industriale di intrattenimento, che ha da nascondere ben altro che le “molestie” a scoppio ritardato alle attrici sul viale del tramonto, fin dai tempi del muto disposte a tutto pur di far carriera e offuscare le altre rivali. Le denunce di molti ex attori bambini (1) nei confronti di vere e proprie lobbies pedofile all'interno di Hollywood non riescono a bucare il muro dell'informazione come dovrebbero, nonostante le inchieste che ogni tanto vengono avviate dalle autorità.

       Il marketing adulatorio nei confronti dei “non bianchi” non solo non funziona con il pubblico del cinema ma pare scontentare tutti, bianchi e neri, perché viene applicato in altri ambiti culturali con risultati a dir poco grotteschi perché fuori contesto e antistorici. Si veda, ad esempio, il revisionismo visuale delle serie televisive e, ancor peggio, delle docu-fiction storiche della BBC, dove personaggi iconici della cultura europea come Ginevra, Lancillotto, Margherita di Angiò e Roberto di Beaumont, tra gli altri, vengono regolarmente tinti di nero. 


Lancillotto assieme ad un Merlino in stile Lewis Hamilton sempre nella serie “Once Upon a Time”.


Margherita di Angiò com'era e come la vede ora la serie televisiva BBC “The Hollow Crown”.


       Qui non solo ritroviamo il fenomeno del mescolamento straniante tra personaggi realmente esistiti e
quelli dell'immaginazione letteraria, un trend che da tempo consente ai libri fantasy e di fantastoria di affiancarsi e mescolarsi allegramente a quelli di ricerca storica nelle librerie – non l'avete mai notato? – confondendo il reale con l'immaginario e l'ipotetico, la scoperta dell'America con gli antichi visitatori dallo spazio, ma sembra che qualcuno voglia riscrivere il DNA di una civiltà, in questo caso quella europea, contando sull'amnesia indotta nella sua popolazione sempre più intontita non solo dagli oppiacei che cancellano la memoria ma da questi continui stimoli alla negazione delle proprie origini, unita alla vergogna che dovremmo provare per colpe mai da noi realmente commesse.

       Per non parlare dei testi scolastici (3) che, in quanto a revisionismo, meriterebbero un articolo dedicato a parte.
Che vantaggio porta ai neri l'illusione di aver “fatto l'Europa” o il contentino di impersonare re e regine in costumi medievali, come fossimo in un continuo carnevale di Rio, per non parlare della figura assai ambigua del recente “primo presidente nero degli Stati Uniti”, quando il loro presente è condizionato, al pari dei bianchi, da una dittatura finanziaria liberticida che sembra quasi invincibile?
       Che senso ha presentare in televisione come bianchi virtuosi che cercano di superare la loro “bianchitudine” personaggi imbarazzanti come questo prodotto del merkelismo, questa ragazza tedesca, Martina Big (4) che, dopo essersi torturata per dotarsi di un seno mostruoso, ora si sottopone a decine di interventi e iniezioni di melanina per diventare una donna di colore con risultati più ridicoli della faccia pitturata di Al Jolson e forse assai più insultanti per chi è nero veramente. Il baraccone del Barnum politicamente corretto è sempre pronto ad arruolare nuovi fenomeni e la cosa dovrebbe farci orrore, perché è qui che cade la maschera del buonismo per rivelare il gioco sadico del potere che si diverte con le sue ridicole marionette da esporre al pubblico ludibrio.

       Nel mio articolo precedente su PuntoZero “La nostra quotidiana brutalità” (5) citavo un video di Paul Joseph Watson e questa sua considerazione: 

“I giovani sono stati privati della musica come mezzo tradizionale per esprimere la propria ribellione per essere invece rinchiusi nel ghetto delle ‘identità’.” (6)

In quel testo ricordavo inoltre come i neri, in specie gli afroamericani, nel campo della musica non avessero alcun bisogno di farsi riscrivere la storia e crearsi degli eroi, perché con essa avevano saputo arricchire come nessun altro la cultura del Novecento, anzi, avevano dominato la musica dell'ultimo secolo. 
       Parlando di blackwashing è giusto ribadire qui che le influenze spiritual e blues si mescolarono con quelle bianche e produssero infinite combinazioni di generi musicali, senza che nessuno si sia mai sognato di pesarle sul bilancino per misurarne la composizione razziale o abbia mai accusato qualcuno di appropriazione culturale, l'ennesima fesseria secondo la quale se io, bianca occidentale, indosso un sari, sto approfittandomi illecitamente della cultura indiana. 

       Quando il mondo non era ancora patologico noi ballavamo, suonavamo e cantavamo senza chiederci di che colore fosse la pelle di chi ci stava dando quell'emozione del momento. In omaggio alla grande musica nera ci fu perfino un cantante italo-francese che negli anni Sessanta spopolò con una canzone intitolata “Vorrei la pelle nera”. (7) Oggi quest'inno sarebbe considerato cultural appropriation!

       È bene ricordarlo, a chi non c'era e non ha idea di che mondo normale fosse il nostro. Nessuno era razzista, finché qualcuno non ha deciso che, per sconfiggerci…


... Continua…
su PUNTOZERO nr. 8
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Nello stesso numero:

  • SOTTO LA LENTE (notizie dal mondo a cura della Redazione)
  • IL MIO BLACKWASHING LAVA PIÙ NERO di Barbara Tampieri 
  • UN’ALTRA VITA: OLTRE LA SCLEROSI MULTIPLA di Gianni Lannes >>> leggine un estratto qui
  • L’EVOLUZIONE CREATRICE di Edoardo Segato 
  • DIRITTO ALLA RESISTENZA E CESSIONI DI SOVRANITÀ di Antonello Mario Lupino 
  • MECCANISMO DI ANTIKYTHERA: OOPART O CONOSCENZA STRAORDINARIA? di Rossana Carne
  • INTERFERENZE ALIENE di Diego Antolini