L’affermazione del primato della filosofia e della vita filosofica si sono quasi sempre accompagnate negli antichi filosofi greci all’opposizione nei confronti dei modi di vivere, delle credenze e delle tradizioni che caratterizzavano la maggior parte degli altri uomini. Ciò non vuol dire che i filosofi classici fossero insensibili o addirittura respingessero l’approvazione degli altri uomini ma significava che essi aspiravano ad una forma di riconoscimento sociale proprio presentandosi come modelli di vita eccezionali, al di fuori della norma.
La tradizione biografica e gli aneddoti ci forniscono molte notizie sulla partecipazione dei filosofi presocratici alla vita politica delle loro città o perché erano entrati in polemica con i loro concittadini oppure per dedicarsi più liberamente alla propria attività intellettuale. (Anassagora giunse al punto di abbandonare la propria città per stabilirsi ad Atene).
Nel caso di quei filosofi che parteciparono alla vita politica delle loro città non sappiamo se tale partecipazione fosse saltuaria o continuativa. Le uniche testimonianze sull’attività politica sistematica di un gruppo di filosofi riguardano la comunità pitagorica che era una vera e propria oligarchia che detenne il potere nella città di Crotone dopo la vittoria contro Sibari fino alla metà del V° secolo. Tuttavia anche quando i filosofi parteciparono alla vita politica delle loro città rivendicarono generalmente la loro eccezionalità rispetto ai loro concittadini. In genere i filosofi scavavano un abisso che li separava dagli altri uomini considerati nettamente inferiori a loro. A tale riguardo Eraclito scrisse: ”Uno è migliore di diecimila se è Aristos.“ 

Vogliamo mettere in evidenza che ciò che distinse maggiormente i sofisti da queste figure di filosofi era la accentuazione della divinazione pubblica del loro insegnamento. Un altro segno tangibile che distingueva i sofisti dagli altri filosofi era che essi si facevano pagare per le loro prestazioni, fatto che era inconcepibile per gli altri filosofi.
 Inoltre, proprio con i sofisti si verificò una frattura radicale rispetto alle credenze religiose della polis: Protagora sostenne che era impossibile giungere alla conoscenza degli dèi mentre Crizia giunse al punto di affermare che gli dèi erano un’invenzione degli uomini astuti per esercitare un controllo sulle azioni degli altri uomini. Tuttavia, dobbiamo mettere in evidenza che queste affermazioni radicali non fecero presa sulle masse che continuarono a credere nella religione tradizionale olimpica.
Dobbiamo mettere in evidenza che il problema dei rapporti dei filosofi con la Polis divenne più importante nel momento in cui la figura del filosofo assunse contorni più netti e definiti, cosa che avvenne a partire dal IV secolo a.C. Molto traumatica fu senza dubbio la condanna a morte di Socrate che portò drammaticamente alla ribalta la questione problematica del rapporto tra i filosofi e le leggi della polis. I filosofi che vennero dopo Socrate diedero diverse risposte a tale questione problematica. Particolarmente radicale fu la risposta data a tale questione dai cinici che divennero sostenitori di una vera e propria autarchia che li portò a rifiutare tutte le leggi della polis. La figura del filosofo cinico trovò la sua massima espressione in Diogene. famosi sono gli aneddoti riguardanti i rapporti di Diogene con Alessandro Magno: Diogene rivendicava il diritto di parlare con franchezza anche ali uomini potenti come Alessandro Magno.
Al contrario dei cinici la vocazione a detenere il potere era stata il nucleo delle conclusioni che Platone aveva tratto dalla morte di Socrate.
Platone metteva in evidenza che ai suoi tempi nella polis si dedicavano alla filosofia solamente i ragazzi che abbandonavano la filosofia prima di avere avuto il tempo di apprendere la parte più difficile del pensiero filosofico. Inoltre, Platone metteva in evidenza che i cittadini della polis una volta diventati anziani non si dedicavano di nuovo alla filosofia. Questa situazione evidente in un dialogo platonico nel quale Talliche sosteneva che la filosofia era un elemento importante nella educazione dei fanciulli, ma nello stesso tempo affermava che un adulto che si dedicava alla filosofia veniva meno ai suoi doveri politici di cittadino in quanto disertava “l‘agorà“ per discutere di argomenti che non erano degni di un cittadino.  
Nel discorso di Talliche viene messa in evidenza la marginalità della filosofia e la vita delle città greche, marginalità che veniva spesso anche evidenziata da alcuni commediografi nelle loro commedie comiche. In definitiva possiamo dire che le parole di Talliche evidenziano un atteggiamento diffuso nelle polis nei confronti dei filosofi. Al contrario per Platone solamente la filosofia poteva formare degli uomini politici dal momento che solamente il possesso delle conoscenze filosofiche poteva rendere un individuo adatto a governare. 
Platone sosteneva che nella città ideale i filosofi dovevano governare la città e tale governo dei filosofi doveva essere considerato un’assoluta priorità. per Platone la marginalizzazione della filosofia nelle città greche era diretta conseguenza del fatto che nelle polis esisteva un rovesciamento dei valori, ragion per cui la filosofiasi trovava ai margini.
Dobbiamo mettere in evidenza il carattere utopistico della città ideale ipotizzata da Platone, ma proprio tale carattere può essere considerato un'altra faccia della marginalità della filosofia nelle città greche prima del III° secolo a. C. 
Vogliamo mettere in evidenza che la città ideale platonica non può essere considerata in linea con gli interessi dell’aristocrazia alla quale Platone apparteneva, a causa della scarsa desiderabilità di tale modello degli stessi aristocratici. Pertanto, Platone deve essere considerato un filosofo appartenente all’aristocrazia marginale all’aristocrazia stessa. 
Nelle “Leggi“, altra opera platonica, il ruolo dei filosofi è molto diverso rispetto a quello assegnato loro nella “Repubblica“ in quanto nell’ultimo Dialogo platonico i filosofi avevano il compito nella città di essere i supervisori delle Leggi che secondo Platone erano necessarie nella vita della polis perché gli uomini erano imperfetti.
Vogliamo mettere in evidenza che un pericoloso avversario di Platone era Isocrate che fondò una scuola di retorica pochi anni prima del 387 a.C. Dobbiamo dire che il rapporto dei filosofi con la città e con la politica sarebbe sempre stato nel mondo antico collegato alla rivalità tra la filosofia e la retorica, competizione che nelle città greche vide quasi sempre la vittoria della retorica sulla filosofia. Il nucleo del contrasto tra la filosofia e la retorica delle città greche era costituito dal problema dell’opinione (“Toxa”).
Platone affermava che era impossibile che la maggior parte dei cittadini fossero filosofi, ossia riuscissero a realizzare quella unione di virtù morali e conoscenza che rappresentava l’essenza della figura del filosofo. Platone pensava che la maggior parte degli uomini fosse fondamentalmente cattiva e che aveva una pessima opinione dei filosofi dovuta anche all’ esistenza di falsi filosofi tra i quali il filosofo greco inseriva anche i retori e i sofisti. 
Al contrario Isocrate era molto polemico nei confronti dei filosofi in quanto non accettava il fatto che essi volevano propagandare nelle città greche una idea di virtù morale ignota alla maggior parte dei cittadini, anzi in netta opposizione con l’idea di virtù morale condivisa dalla maggior parte degli abitanti delle città greche. Inoltre, per Isocrate la conoscenza alla quale i filosofi volevano legare il loro concetto di virtù era impossibile da raggiungere e in ogni caso anche se fosse stato possibile raggiungerlo sarebbe stato comunque inutile nella vita politica. Al contrario la retorica si dimostrava utile nella polis poiché insegnava a parlare in maniera adeguata nelle varie circostanze che caratterizzavano la vita nelle città greche e l’attività politica degli abitanti di tale città.
Isocrate attribuiva grande importanza alle tradizioni e pertanto erano costanti in Isocrate i riferimenti all’illustre passato di Atene: l’uso retorico della storia frequente in Isocrate non aveva solo lo scopo di esaltare Atene, ma anche quello di aumentare l’importanza della retorica e di svalutare ulteriormente il ruolo della filosofia che per Isocrate aveva la grande colpa di allontanare i cittadini della polis dall’attività politica, dovere assoluto dei cittadini della polis. Dobbiamo mettere in evidenza che la posta in gioco nel conflitto tra filosofia e retorica era anche la sopravvivenza della retorica e della filosofia nella polis. Dobbiamo altresì ricordare che le notizie sull’attività politica dei filosofi antichi devono sempre essere valutate con molta prudenza, proprio perché nascono da questi contesti polemici derivanti dallo scontro tra retorica e filosofia.
In conclusione, dobbiamo mettere in evidenza che nel terzo secolo vi fu un cambiamento di atteggiamento degli ateniesi nei confronti della filosofia e dei filosofi, tanto che la presenza di essi nella città venne considerata un fattore di prestigio che contribuiva ad attirare allievi e visitatori dalle altre città greche e da Roma. Ad Atene quindi a partire dal III secolo a.C. il ruolo dei filosofi non fu più marginale nella città e nelle altre città greche. Chiudiamo il nostro articolo ricordando che nel primo secolo a.C. Cicerone affermò che da molto tempo Atene era il “domicilio degli studi“, ragion per cui molti stranieri si recavano ad Atene attirati dal prestigio culturale della città abitata da filosofi illustri.