Riceviamo e volentieri vi proponiamo questo articolo di Sandro Fossemò. Come precisa l'autore: "l'articolo è tendenzialmente cattolico ma con simpatie francofortesi e quindi va interpretato dal punto di vista laico". Buona lettura e rinnovati Auguri dalla nostra Redazione.

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HABERMAS E PAPA RATZINGER.
UN POSSIBILE DIALOGO TRA LA SCUOLA DI FRANCOFORTE E IL CATTOLICESIMO


 «La scienza senza la religione è zoppa.
La religione senza la scienza è cieca.»
(Albert Einstein)

 

Siamo senz'altro abituati a vedere l’incontro tra un teologo e un filosofo ma quando abbiamo di fronte un grande rappresentante della Chiesa come Papa Ratzinger e un erede del pensiero francofortese come Habermas le cose cambiano molto in quanto tutto si rende senz’altro molto più interessante. Nel lontano gennaio del 2004, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, diventato in seguito Papa Benedetto XVI, ha avuto, presso l’Accademia Cattolica di Monaco di Baviera, un dialogo abbastanza corrisposto con il filosofo “ateo metodico” Jürgen Habermas, uno dei maggiori razionalisti laici del nostro tempo.

Il reciproco intendimento, seppure con diverse sfumature, tra i due grandi studiosi è una dimostrazione di come il cristianesimo sia non solo spirituale ma pure  razionale tanto da risultare interessante anche per un non credente. Entrambi hanno concordato sul fatto che una società fortemente secolarizzata come la nostra deve instaurare una comunicazione costruttiva con la religione se non vuole perdere il valore della solidarietà, indispensabile per salvaguardare e arricchire la funzione pubblica in una sana democrazia. Habermas difatti sostiene: 

«Una modernizzazione aberrante della società presa nel suo complesso potrebbe rendere molto debole il legame democratico ed esaurire quella particolare forma di solidarietà da cui lo Stato democratico dipende, senza poterla imporre, però, per via giuridica. Si presenterebbe allora proprio quella situazione che Böckenförde vede: la trasformazione dei cittadini di società liberali benestanti e pacifiche in monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo.» (1) 

Viene anche precisato che fede e ragione devono trovare un reciproco equilibrio nello scambio di idee in cui l’una sappia moderare l’altra a favore di un rapporto complementare che dia esiti positivi e benevoli all'esistenza dell’uomo. Il Pontefice analizza profondamente tale legame e propone il modello di una vicendevole  identificazione tra fede e ragione, dove il cristianesimo possa illuminare la razionalità occidentale in una direzione che non sia tipicamente manipolatrice ma umanamente creativa.

«È importante accoglierle nel tentativo di una correlazione polifonica, in cui esse si aprano spontaneamente alla complementarità essenziale di ragione e fede, cosicché possa crescere un processo universale di chiarificazione, in cui infine le norme e i valori essenziali in qualche modo conosciuti o intuiti da tutti gli esseri umani possano acquistare nuovo potere di illuminare, cosicché ciò che tiene unito il mondo possa nuovamente conseguire un potere efficace nell’umanità.» (2)

La considerazione del punto di vista religioso non è da escludere categoricamente   dato che un sistema fortemente laicista rischia di affogare nel proprio nichilismo materialista se non trova un raffronto proficuo con la religione. Come possiamo salvare certi nevralgici punti di riferimento quando non sappiamo più bilanciare l’importanza di determinati criteri. Habermas concorda pienamente:

«Qui trova oggi risonanza quel teorema secondo cui solo l’orientamento religioso verso un punto di riferimento trascendente potrebbe far uscire dal vicolo cieco una modernità contrita.» (3)

Diventa difficile, viene da chiedersi, per una società secolarizzata l’autoregolazione di importanti principi sociali come, appunto, quello della solidarietà o altro quando ormai non c’è più nulla in cui vale la pena di credere? Questo pericolo, purtroppo, esiste. Se la democrazia sceglie solo un sistema politico radicalmente laico, per favorire lo sviluppo di uno Stato anticonfessionale, esiste il grave rischio  di lasciare posto a una dominate struttura tecnocratica, solo apparentemente democratica perché  nei progetti legati all'economia e alla scienza diviene prettamente funzionalista e difficilmente democratica. In questo senso, il nostro  modello politico d'ispirazione laica e aconfessionale deve riuscire a raggiungere un contesto  culturale  costruttivo con i valori del  cristianesimo ma senza cedere ai dogmi religiosi. La pretesa drastica del laicismo assoluto tende a essere fallimentare se si prende in esame la profonda riflessione del filosofo tedesco e del Papa. Se non riusciamo a  far funzionare umanamente la democrazia nella nostra società postsecolare senza il contributo critico della religione perché, torno a ripetere, rischiamo di uniformare totalmente il pensiero, allora significa che la tendenza  del laicismo radicale di isolare integralmente il mondo  religioso solo nella sfera privata è esagerata. Il voler emarginare drasticamente  la Chiesa con lo scopo di privarla di ogni dissenso  provoca la grave distruzione culturale di secoli di storia e nega l’importante apertura spirituale dell’uomo con il pericoloso risultato di rimanere intrappolati dentro una dimensione acritica della vita, dove possono diffondersi liberamente i germi di una mentalità postumana e totalitaria.  


​Sopra: Jürgen Habermas

Il post-francofortese Habermas è attualmente tra i pochi studiosi atei e di sinistra che ancora mantiene un discorso realmente critico nei confronti di quei sistemi sociali notevolmente amministrati dal potere scientifico e tecnologico. Questo perché la famosa “Teoria Critica” della gloriosa Scuola di Francoforte non rappresenta solo l’avversione del marxismo all'attuale capitalismo avanzato, che Marcuse ha definito giustamente unidimensionale, ma anche la valorizzazione e l’emancipazione della condizione umana, all’interno di un universo tecnologico sempre più omologato e automatizzato in cui il dominio tecnologico  sulla Natura, come sostengono Adorno e Horkheimer ne "La dialettica dell’Illuminismo", si è alterato nel dominio dell’uomo sull'uomo attraverso l’abuso della “ragione strumentale”. L’ingegneria genetica, quando a causa dello scientismo viene lasciata completamente nella mani della più scellerata sperimentazione, rientra in questa pericolosa preminenza dell’uomo sulla Natura con la grave conseguenza di provocare un forte controllo sulla vita, fino al punto di limitare gravemente la libertà di vivere secondo un’autonoma volontà. Habermas nel suo libro “Il futuro della natura umana”, pubblicato dalla Einaudi con il sottotitolo “I rischi di una genetica liberale”, mette in evidenza, attraverso un ragionamento post-metafisico e kantiano, il pericolo di una manipolazione genetica a carattere liberista, dove le leggi del mercato del tipo “shopping in the genetic supermarket” finiscono per incidere liberamente sul patrimonio genetico dell’individuo fino a provocare la violenta e pericolosa eugenetica. Habermas, pur non escludendo la validità dell’intervento terapeutico destinato a evitare gravi malattie, rifiuta giustamente quella particolare sofisticazione diretta a potenziare il genoma dell’individuo, perché così facendo si finirebbe non solo per ostacolare gravemente le pari opportunità dei cittadini, indispensabile per l’etica di una democrazia, ma anche nel minare alla radice l’attitudine del soggetto a voler scegliere liberamente il fine della propria vita. Si pensi, per esempio, al dramma della clonazione che si trasformerebbe in una probabile trappola per chi vuole nascere con la libera iniziativa di costruirsi con le proprie forze il proprio avvenire e non essere la “fotocopia” di una vita che non gli appartiene. Il filosofo post-francofortese, quindi, disapprova la programmazione dei geni con lo scopo di custodire invece la fatalità genetica, vale a dire di mantenere la spontanea casualità di Madre Natura, sia per eludere di condizionare l’esistenza del singolo e sia per evitare turbe psicologiche a quell'uomo geneticamente alterato che si sentirebbe senz'altro robotizzato nell'essere programmato fin dalla nascita come un macchinario ben collaudato. Una riflessione molto importante di Habermas è stata quella di saper cogliere nella cosiddetta “irregolarità” non una mancanza ma addirittura un’opportunità. Dato che noi non «disponiamo di una conoscenza oggettiva dei valori» (4) è assai probabile che 

«genitori non potranno mai sapere quando un lieve difetto fisico del bambino non finisca per rivelarsi una sorta di vantaggio.» (5)

Verissimo. La diversità, pur essendo frequentemente oggetto di derisione o di emarginazione da parte di amici o conoscenti, può sempre tramutarsi in un mezzo di diversificazione psicologica dalla massa. Il diverso, specialmente in età adolescenziale, è socialmente spinto a essere anticonformista a causa di una spinosa integrazione con gli altri e in questo senso la sua differenza diventa una vera fortuna.

Il professor Habermas critica anche l’abuso dell’ingegneria genetica verso l’uso finalizzato della diagnosi di preimpianto e la ricerca di cellule staminali prelevate da embrioni umani. Porre sotto controllo e decidere liberamente il futuro dell’embrione in base alle nostre esigenze personali provoca una forma di pesante strumentalizzazione della vita, tanto da causare un torto alla dignità umana. Nella diagnosi di preimpianto, gli embrioni vengono concepiti in vitro fino a quando non si arriva a quello sano adatto a essere impiantato nell’utero materno. Anche se in tal modo  si evita di dar luce allo sviluppo di embrioni affetti da gravi malattie ereditarie, rimane pur sempre il rischio, come teme Habermas, che in un prossimo futuro, continuando su questa strada, si vada oltre determinati limiti fino al punto di arrivare a un eventuale potenziamento o condizionamento genetico dell’embrione analizzato. L’eugenetica liberista, a mio parere, tende a determinare una sorta di inquadramento selettivo della vita, secondo un’efficiente e infallibile logica di programmazione che ricorda in un certo senso la follia relativa all'eugenetica nazista. Il nazionalsocialismo, nella sua immensa crudeltà, ha progettato la salvaguardia di una determinata razza con la conseguente distruzione delle razze ritenute “inumane”, vale a dire non degne di vivere. È inutile nascondere che con la manipolazione genetica o la relativa distruzione di embrioni non graditi finiamo di perseguire una strada affine a quella hitleriana. L’embrione non può essere usato come un qualsiasi oggetto anonimo convertito in merce, a causa del fatto che è pur sempre una creatura vivente irripetibile con una propria originalità genetica, determinata a diventare un essere umano completo. Seppur l’embrione non ha ancora ultimato il proprio sviluppo per poter essere considerato da alcuni una persona in tutti gli effetti, rimane comunque  l’evidente realtà biologica che lo sta diventando e quindi le cose non cambiano molto. Si tratta sempre di una vita che viene distrutta in anticipo. Rendiamoci conto: dover essere generato in provetta con il solo scopo di diventare una medicina! È mostruoso oltre che folle e totalitario. Nulla può giustificare un atteggiamento del genere che forse trova la propria assurda spiegazione in un disegno criminale allacciato anche agli interessi economici dell’industria farmaceutica o in una scienza a circuito chiuso, totalmente asservita al mercato.


Sopra: Postumanità in provetta, iillustrazione di Roberto Cantoro

Habermas, per testimoniare la sacralità della vita prenatale, racconta un avvenimento singolare collegato a una particolarità funebre di Brema. I parti prematuri, i nati morti oppure i feti tolti con le interruzioni di gravidanza non vengono gettati via ma sono collettivamente seppelliti in cimitero in una apposita e anonima tomba, proprio come segno di rispetto verso coloro che non sono mai venuti al mondo. (6) È inutile continuare a dichiarare che la ricerca scientifica, riguardo le cellule staminali prelevate dagli embrioni, non deve essere fermata perché in questo caso è vero esattamente il contrario: così facendo la scienza finisce solo per canalizzarsi, in quanto limita il percorso di altre strade utili e meno drammatiche come quello delle cellule staminali ricavate dal midollo osseo o dal sangue pervenuto dal cordone ombelicale. In questo senso, la scienza rallenta la propria indagine visto che frena la possibilità di ampliare nuove scoperte nel campo seguendo idee alternative. Neanche ci dobbiamo illudere che il trattamento riservato agli embrioni sia una cosa a noi estranea che non ci riguarda. Come il sistema utilizza l’embrione così finisce, in un certo senso, col fare anche con noi: veniamo adoperati solo come degli oggetti da sfruttare totalmente per poi esseri gettati via come spazzatura dal momento che non siamo più utili a nessuno. Se rispettiamo la vita dell’embrione allora sappiamo organizzare al meglio anche la nostra. Se l’esistenza incomincia dal momento del concepimento vuol dire che la dignità dell’uomo va rispettata in senso assoluto, anche in una fase embrionale. Habermas, riguardo alla ricerca sulle cellule staminali prelevate da embrioni, dichiara in un’intervista che 

l’«uso di embrioni umani per fini di ricerca rischia di abituarci ad assumere, più in generale, un atteggiamento aberrante, di strumentalizzazione della vita umana. In questo modo rischiamo di avventurarci su di un piano inclinato.» (7)

In base a questo, Habermas non vieta completamente la sperimentazione ma crede che sia giusto una «regolamentazione restrittiva.» (8) Il filosofo tedesco da un lato disapprova la ricerca selvaggia sugli embrioni e dall'altro difende, solo in determinati casi, la libertà di aborto perché evidentemente rifiuta l’uso strumentale della vita. Ci troviamo davanti a una situazione molto simile al concetto legato al Grande Apparato di Heidegger che trasforma l’uomo,all'interno della società, in un oggetto prettamente funzionale di un complesso e anonimo congegno tecnico. L’eugenetica, in questo senso, tende a influenzare enormemente le direttive dell’ingegneria genetica in nome di una scienza fondamentalista e post-umana, organizzata come una sorta di “religione della perfezione”, con lo scopo di avere un atteggiamento inquisitorio verso quelli che risultano essere difettosi fin dai primi istanti di vita. Tutti gli embrioni che figurano come geneticamente imperfetti finiscono quasi per essere considerati come degli esseri viventi “inutili” all'ingranaggio sociale, con la tragica conseguenza che vengono eliminati ancora prima di nascere, senza alcuna speranza, seppur precaria, di una possibile sopravvivenza dato che il mondo dell’efficienza assoluta non può mai permettersi di sbagliare. L’incubo del Grande Apparato emerge proprio nella meccanizzazione del pensiero moderno, attualmente presente nello scientismo positivista, a dimostrazione del fatto che ciò che è scientifico o che viene ritenuto tale non dev'essere limitato o criticato da nessuno perché si pone in un sorta di verità assoluta e inconfutabile, capace di esercitare un controllo arbitrario sulla vita e sulla morte. Sembra quasi, come ci ricorda Papa Giovanni Paolo II, che ogni cosa che sia tecnicamente realizzabile diventi a sua volta anche moralmente accettabile. Si tratta di un vero e proprio dogma di un certo razionalismo ateo estremamente utilitarista che trova la sua perversa e crudele giustificazione in un sorta di materialismo-meccanicista diretto a considerare l’uomo nulla di più di una “macchina biologica”. Come infatti affermano le significative parole di Papa Ratzinger proprio sull'imminente pericolo umanitario provocato dall'eugenetica: 

«Nel frattempo è apparsa in primo piano un’altra forma di potere, che sembra del tutto benefica e meritevole di approvazione, ma in realtà può diventare una nuova minaccia per l’essere umano: l’uomo è ora in grado di creare essere umani, per così dire di produrli in provetta. L’uomo diventa un prodotto, e di conseguenza cambia radicalmente l’atteggiamento dell’uomo verso se stesso. Non è più un dono della natura o del Dio creatore; è prodotto di se stesso. L’uomo è giunto alla sorgente del potere, nel luogo di origine della propria stessa esistenza. La tentazione di creare infine l’uomo perfetto, di condurre esperimenti sugli esseri umani, di vedere gli esseri umani come spazzatura e di metterli da parte, non è una fantasticheria di moralisti nemici del progresso.» (9)

Di fronte agli inquisitori della scienza, non possiamo fare a meno di cercare una difesa che sia  sempre scientifica ma non dogmatica, in cui l’aspetto etico non viene preteso da una determinata istituzione esterna ma sia inerente alla scienza stessa attraverso una possibile convergenza con valori religiosi, proprio come ci viene suggerito da Enrico Cantore nel suo saggio “L’uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza.” Questa resistenza alla distruzione del tecnicismo scientista, definibile come umanesimo scientifico, non è contro la scienza ma, al contrario, è a favore di una scienza che non disumanizza  perché riesce a essere  più ampia nella integrazione delle varie discipline umanistiche e più completa nella inclusione della metafisica, con lo scopo di realizzare il superamento  del positivismo in termini scientifici e umanitari, in modo da riuscire a guardare verso l’uomo non più come un “composto” ma come un organismo unico e vitale nella sua totalità, il cui orizzonte è infinito.


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NOTE DELL'AUTORE

(1) J. Habermas – J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo, Marsilio, pag. 51
(2) Ibidem, pag. 81
(3) Idem,pag. 53
(4)cfr. J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi,2002,pag. 90
(5) Ibidem, pag. 86
(6) Cfr. Idem ,pag. 38
(7) L’intervista di Pedemonte ad Habermas viene prelevata da L’espresso del 19 settembre del 2002. È anche leggibile presso il sito della Einaudi al seguente link: http://www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can1/5-492.jsp
(8) Idem
(9) J. Habermas – J. Ratzinger, op. cit., pp. 71-72


Sandro Fossemò è autore anche dell'articolo Il genio visionario di Edgar Allan Poe, pubblicato su PuntoZero n. 12