Sulla prima pagina di quello stesso giorno, trovo notizie relative ad una strage di civili israeliani, a Berlusconi allenatore di calcio, al dibattito sull'invio di truppe italiane in Iraq, poi c'è una intervista ad un paleopatologo che lavora con crani regali e ossa di santi.

C'è anche un articoletto che parla della mania degli italiani di scrivere romanzi con i quali inondano le case editrici che li rispediscono come boomerang allo stupido autore.

A pagina 15 di questo giornale, taglio basso ma con grafica, leggo una notizia che, se io fossi direttore di un giornale, avrei pubblicato in prima pagina a sette colonne (e questa mia ingenuità vi fa capire perché non sono direttore di un quotidiano...).

È una notizia che mi ha stordito, che mi ha annichilito e dalla quale cerco di riprendermi proprio ora, scrivendo questo pezzo che - lo riconosco - rischia di scapparmi di mano per eccessiva emotività.

Un dossier commissionato dal Pentagono a due "esperti della pianificazione strategica" di area repubblicana, Peter Schwartz e Doug Randall, prevede che, se non si interverrà subito per arrestare l'effetto serra, "forti sconvolgimenti climatici nei prossimi venti o trenta anni potrebbero rappresentare per l'umanità un pericolo maggiore del terrorismo"; si tratterà - continuano i due esperti - "di una catastrofe globale con milioni di morti".

Che il terrorismo sia una minaccia assolutamente enfatizzata e sovrastimata è ormai una realtà oggettiva ed evidente e non vale la pena nemmeno di rimarcarlo.

Che l'effetto serra sia una minaccia apocalittica è ben noto da tempo, anche perché sono molti e autorevoli gli scienziati che cercano di fare aprire gli occhi dei governi dei paesi responsabili di questo scempio atroce.

Dov'è allora la novità?

Soprattutto nel fatto che mai prima ad oggi era stato dichiarato così lucidamente quale fosse la portata, l'immane portata della catastrofe a cui si va incontro.

Un altro fatto allarmante è che il Pentagono ha tenuto nascosto per mesi questo dossier, anche se è un documento che prospetta il rallentamento della Corrente del Golfo con conseguenze tremende, e che immagina scenari in cui le popolazioni delle aree devastate migreranno (e non con tutti i documenti in regola...) verso le zone rimaste meno flagellate dai cataclismi.

Insomma: è una previsione così cupa da superare di gran lunga ogni incubo degli ambientalisti.

"La posizione ufficiale dell'amministrazione Bush" leggo ancora dall'articolo citato "è che nuovi meccanismi e nuove tecnologie, già in corso di sviluppo, impediranno che si verifichi il peggio".

Ecco: a questa dichiarazione ho provato un brivido di terrore e di sconforto: l'ottusità del potere non cambia mai, neppure davanti a documenti che lo stesso potere ha commissionato per avere un parere qualificato, per conoscere la situazione dei fatti, per programmare una politica aderente alla realtà, per immaginare un futuro possibile, insomma: per fare quello per cui il potere dice di esistere: il bene della collettività.

Per affrontare il problema, il governo Bush non ha niente di meglio che invitarci ad una fede assoluta nella tecnologia, che è la stessa causa del problema.

La casa brucia, dicono le teste pensanti di Washington, ma è allo studio un tipo di fiamma che non solo si spegnerà a comando, ma si trasformerà in una piacevole brezza.

Nell'attesa che la Dea Tecnologia compia l'ennesimo miracolo, la terra sta correndo verso il precipizio della morte planetaria.

Bisognerebbe urlare forte, fortissimo, tutti e sempre il nostro rifiuto per certi governi che non sanno essere altro che ministeri della propaganda.

Dobbiamo pretendere che in questo nuovo ordine mondiale che sta sempre più affinando le proprie sofisticate tecniche di morte sia riconosciuto e garantito almeno il diritto alla vita; ma i nostri filantropici padroni ci offrono soltanto la speranza di sopravvivenza in un mondo d'orrore.