Purtroppo, questo non accade, o accade meno di quanto dovrebbe.

In queste convulse settimane, dal terribile 11 settembre 2001, assistiamo attoniti ad un uso pazzesco delle parole proprio da parte di coloro che dovrebbero saperle usare meglio di altri.

In queste affannate settimane, vediamo sbigottiti che giornalisti, inviati e commentatori dei mass media fanno a gara a chi trova la frase più tragica, la battuta ad effetto; il sensazionale ed il truculento vengono sparsi senza ritegno, con un repertorio di frasi fatte guerresche e di luoghi comuni bellicosi che, se la situazione non fosse funesta, sarebbero piccoli capolavori di macabro umorismo involontario.

Da settimane, ad esempio, si parla di guerra; addirittura vi sono solerti giornalisti che tengono il conto dei giorni di guerra...

Ma se la lingua italiana non è un'opinione ed ha un suo dizionario, il termine guerra significa: lotta armata tra due o più stati. Ora, ciò che sta accadendo in Afghanistan lo si può chiamare in tanti modi (intervento militare, ritorsione, vendetta...) ma sicuramente non lo si può chiamare guerra perché le cose (come le si vogliano interpretare) stanno così: aerei statunitensi bombardano da settimane alcuni territori afgani. Punto e basta. L'azione è lineare ed unidirezionale: uno bombarda, l'altro è bombardato. Quale guerra si sta combattendo, dunque?

Così sono sconcertanti i titoloni truci che urlano di attacco all'America con l'antrace, di minaccia della guerra batteriologica, di incubo nucleare.

Non si capisce perché i giornalisti fomentino queste psicosi, né tanto meno perché abbraccino così rapidamente la versione dei fatti che proviene dagli Usa. In fondo, il giornalismo non dovrebbe essere prima di tutto informazione corretta?

Io sono giornalista pubblicista, iscritto all'Albo dall'ormai lontano 1992, eppure non approvo chi sceglie le notizie in base all'eco che susciteranno o all'allarme che potranno diffondere: ed affermare che i talebani di Bin Laden stanno progettando di far saltare mezzo mondo con bombe nucleari non è la più distensiva e neutrale delle notizie.

La minaccia nucleare di Osama Bin Laden, dicono i cervelloni dell'amministrazione Bush, è una minaccia all'umanità intera. Verissimo. Ma come definire la minaccia nucleare statunitense che dal 1945 tiene il pianeta in stato di esistenza condizionata?

Se Osama è un mostruoso criminale perché ha, o vorrebbe avere, una bomba atomica portatile, come chiameremo quegli stati (tra cui gli Usa) che da decenni hanno migliaia di testate nucleari immagazzinate e pronte all'uso?

Personalmente, detesto ogni fondamentalismo e quello islamico mi è particolarmente odioso; ma questo non mi spinge ad accogliere come verbo divino tutto quello che viene da Washington.

I nostri giornalisti sono attenti nel ripetere le notizie americane, e questo va bene. Ma credo di poter notare che non tutte le notizie sono considerate con la medesima attenzione.

Ad esempio, il governo Usa ha ripetuto che vi sono collegamenti che uniscono Osama Bin Laden con i gruppi di pazzi assassini che hanno compiuto l'attacco al WTC. Okay.

Ma vi sono anche collegamenti che uniscono Osama Bin Laden alla CIA, quando questa foraggiava e addestrava i talebani in funzione antisovietica. E non è preistoria, ma eventi dell'altro ieri, nella scala temporale relativa alle nazioni.

Qual è il collegamento sbagliato? Qual è la relazione pericolosa, la prima o la seconda?

Osama Bin Laden sarebbe potuto essere arrestato cinque anni fa, quando il governo del Sudan offrì agli Usa la cattura del famigerato sceicco. La CIA ringraziò ma rifiutò. (1) La notizia, che si presta a svariate interpretazioni, non ha fatto il giro del mondo.

Le missioni delle forze speciali Usa paracadutate dietro le linee nemiche sono state generalmente deludenti, con il ferimento di 12 commandos (tre dei quali in modo grave) e la dura sorpresa che i talebani hanno opposto una resistenza superiore al previsto. (2)

Eppure, queste notizie vengono trascurate, o ignorate del tutto. Perché? Forse è più piacevole parteggiare per gli occidentali contro gli islamici?

Ma può un giornalista parteggiare?

Avete mai sentito il nome del maggiore John Bolton? Si tratterebbe di un ufficiale americano morto per insufficienza renale in un ospedale di Kandahar, che faceva parte di un gruppo di venti commandos che i talebani affermano di aver fatto prigionieri. (3)

Mi auguro con tutto il cuore che il signor John Bolton sia vivo e sano e torni presto a casa sua, spero che la notizia sia falsa e che si tratti solo della solita propaganda di guerra; ma mi chiedo: perché ho letto questa notizia sul The Times of India online e non ne ho trovato una sillaba nei tanti giornali e telegiornali nostrani?

John Pilger è l'ex-direttore dei servizi dall'estero del Mirror. E' un giornalista specializzato nel raccogliere e commentare notizie dal mondo; non è islamico ed ha una bella esperienza professionale.

Il suo articolo con cui considera tutta la storia dalle Torri colpite in poi ha un titolo chiaro: This war is a fraud (Questa guerra è una frode). (4)

Secondo Pilger, e secondo molti altri osservatori con lui, il movente vero di tutta questa atroce faccenda sarebbe il desiderio Usa di mettere le mani sulle disponibilità di petrolio nel bacino del Mar Caspio: "Solo se l'oleodotto passa attraverso l'Afghanistan" scrive Pilger "gli Americani possono sperare di controllarlo"; e solo se possono controllare l'Afghanistan, si può aggiungere, gli Americani possono sperare di monopolizzarlo.

Questa "guerra" è quanto di meglio potevano desiderare i padroni degli States per rafforzare il loro ruolo di gendarme mondiale, per aumentare il controllo sulla nazione e sugli stati "amici", per dare una salutare scrollatina all'economia statunitense che stava arrancando: si sa, da che mondo è mondo, che la guerra fa girare il volano dell'economia...

E questo non lo afferma un "nemico", ma un americano. (5)

Ci vorranno anni di studi, ricerche e verifiche per fare luce sulla vera storia di questa "guerra"; ora i fatti sono troppo vicini, troppo incalzanti e, come ammoniva Edgar Allan Poe, l'eccessiva vicinanza ci impedisce di averne una corretta visione, tutto appare distorto e sfuocato.

Ma non lasciamo che anche la nostra mente, la nostra capacità critica e la nostra libertà di giudizio vengano compromesse dall'enfasi guerrafondaia che brulica nei mass media.

Non facciamoci trascinare come i topi del Pifferaio di Hamelin dalle fanfare militari e dalle trombe della cavalleria.

Leone Tolstoj amava ripetere che quando si tiene un fucile in mano si lascia dormire metà del cervello e l'altra metà tace in attesa di ordini. Questo non deve accadere, perché proprio in situazioni di crisi gravissima abbiamo bisogno di tutta la nostra lucidità, della nostra libertà e della nostra ragionevolezza.

I genitori di Greg Rodriguez, morto nella strage del WTC, hanno dichiarato:

"Abbiamo letto abbastanza per realizzare che il nostro governo si è indirizzato verso una vendetta violenta, con la prospettiva di figli, figlie, genitori, amici, che muoiono in paesi lontani, che soffrono e che alimentano per noi nuove sofferenze.

Questo non è il modo di agire, non nel nome di nostro figlio". (6)

Parole splendide, toccanti, che non avete letto nei nostri gloriosi bollettini di guerra chiamati quotidiani.


(1)Thanks, but not thanks di Jennifer Gould, in: http://villagevoice.com/issues/0144/gould.php
(2) US special forces "botched mission" di Martin Plaut della BBC, in: http://news.bbc.co.uk/hi/english/world/americas/newsid_1638000/1638830.stm
(3) US commando's body expected in Pak city, in: http://www.timesofindia.com/articleshow.asp?art_id=1835853233&prtPage=1
(4) In:
http://mirror.icnetwork.co.uk/news/allnews/page.cfm?objectid=11392430&method=full
(5) A moment of reflection, in: http://www.whatreallyhappened.com/reflection.html
(6) La dichiarazione è riportata nell'articolo di John Pilger citato.